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Il Grillo (25/2/1998)

Pietro Scoppola

Come studiare il Novecento?

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Scoppola: Beh, anzi tutto un parola di presentazione. Mi chiamo Pietro Scoppola, insegno Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze Politiche di La Sapienza a Roma. Quando avevo la vostra età c'era ancora la guerra, la Seconda Guerra Mondiale. Ho finito il liceo poche settimane prima che arrivassero gli Alleati a Roma. Forse queste esperienze giovanili mi hanno spinto anche a studiare la storia, la storia come ricerca di un'identità. Torneremo su questo tema. Oggi parliamo del Novecento. Voi sapete che il Ministro Berlinguer ha disposto, io credo giustamente, che nell'ultimo anno della Scuola Secondaria si studi il Novecento, per capire che cosa siamo, per capire dove andiamo. Adesso, per introdurre questo tema così complesso, la storia del Novecento, vediamo anzi tutto una scheda il cui testo, mi fa molto piacere, l'avete preparato voi stessi. Mi è stato detto che voi avete dato il testo su cui è stata elaborata questa scheda, che ci deve introdurre in questo grosso tema della storia del Novecento. Vediamo la scheda.

-Si visiona la scheda:

COMMENTATORE: Lo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999 sarà salutato da feste folli, anche se si dovrebbe attendere il 31 dicembre del 2000 per il vero inizio del nuovo secolo. Ma la voglia irrefrenabile di andare verso il futuro, verso chissà quali nuovi e meravigliosi traguardi, non vuole tener conto di una reale cognizione del tempo. Sulla strada che porta al domani il passato è solo un inutile fardello da lasciarsi alle spalle oppure in esso sta una delle chiavi per avviare il cambiamento. Dimenticare non servirà a interrompere la continuità con quanto di più negativo c'è stato. Dobbiamo perciò costruire pezzo per pezzo la memoria storica del secolo che ci ha visti nascere. Ma siamo in grado di procedere da soli? Di certo, no. In questo senso va valutato positivamente il progetto di modificare i programmi di storia, dando spazio ai fatti più significativi e alle ideologie di quello che è stato chiamato il secolo breve. Ma è vero che non si può studiare il Novecento come si studierebbe qualsiasi altro periodo storico. Il metodo che ci sentiamo di suggerire deve ricorrere non solo a questi, ma anche a filmati, oltre che promuovere lavori di ricerca da parte degli studenti. L'uomo di fine secolo, prodotto dalla società di massa, che più di una volta, nei suoi esiti, ha negato la sua individualità, sembra voler riemergere e rinfrancarsi, anche come portatore di nuovi valori, quali la solidarietà, la cooperazione economica, la tolleranza, il rispetto delle idee religiose e delle identità culturali diverse. Ma chissà che queste speranze, questi obiettivi potranno essere realizzati con qualche successo nel secolo tanto atteso e tanto idealizzato! Chissà se l'uomo non si troverà nuovamente, nel 2100, a fare un altro bilancio deludente del secolo trascorso e a convincersi che quello successivo sarà migliore!

-Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTE: Abbiamo visto la scheda, in cui abbiamo proposto una serie di interrogativi di interesse generale, se vogliamo, del senso comune, ma almeno, almeno a mio parere, non facili. Procedendo con ordine, la prima questione è il perché di un desiderio di proiettarsi nel futuro, di fare questo salto nel nuovo secolo, accompagnato...

Scoppola: Anticipando la data.

STUDENTE: ... - anticipando la data, sì, abbiamo visto - e anche, accompagnato da quella che appare una reale necessità del recupero dell'ottimismo. E dietro a questo, almeno secondo me, sta una tendenza, una tendenza generale, almeno nel senso comune, di vedere il secolo come un insieme molto circoscritto di eventi, di una durata non molto distante da quella di una vita. Della vita, più o meno ripercorre le scansioni: un inizio, un'adolescenza con una fiducia e una fine. Ecco la domanda è se esiste una reale identità di secolo e come un secolo acquista la sua identità rispetto al precedente.

Beh, dunque, anzi tutto avete fatto moto bene a suggerire per questa scheda, questa notizia dell'anticipazione. Noi festeggeremo la fine del secolo, con l'anticipo di un anno, così come è avvenuto all'inizio di questo secolo. L'ingresso, nel secolo XX, è stato festeggiato in anticipo di un anno e ci fu una discussione sui giornali se si doveva fare appunto il 31 dicembre del 1899 o se si doveva aspettare il primo gennaio del 1900. Perché questo? Perché l'uomo tende verso il futuro. E la tendenza al futuro, la speranza del futuro è un elemento connaturato nell'animo umano. C'è questa spinta a guardare al nuovo come portatore di... Intendiamoci il secolo precedente si chiuse con grandi speranze, illusorie speranze: il progresso scientifico, che avrebbe assicurato la pace nel mondo, avrebbe assicurato progresso indefinito all'umanità. Questo secolo si chiude in un clima molto più serio, molto meno, diciamo, segnato dalle illusioni. In questo libro, Il secolo breve di Hobsbawm l'ultima parola è una parola inquietante, è il buio. Scrive Hobsbawm: "Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, ossia come prolungamento del passato e del presente, falliremo, e il prezzo del fallimento è il buio". Quindi, uno storico che ha dato quest'idea del secolo breve chiude con questa immagine molto fosca: il buio. E' fondata, non è fondata? Poi ne parleremo. La domanda è: se un secolo ha una sua identità. Ecco, qui bisogna fare attenzione. Il secolo non è un periodo chiuso, il secolo è segnato dalle vicende del calendario che non corrispondono alla continuità e allo sviluppo dei fatti umani. Certamente nel nostro secolo ci sono elementi di discontinuità rispetto al passato. Un elemento di discontinuità fortissimo, tragico è quello che risulta da quell'immagine lì della bomba atomica. Per la prima volta, nel nostro secolo, l'umanità si può autodistruggere. Mentre in passato gli uomini non avevano questo potere, nel nostro secolo hanno acquisito questo potere terribile, di autodistruggersi, addirittura di distruggere il pianeta. Quindi in questo secolo, in questo senso un secolo inquietante. Ecco l'immagine del buio che viene fuori dalla riflessione di Hobsbawm. Un altro, un altro elemento di novità - lo avete indicato nel testo della scheda - è quello che di questo secolo abbiamo immagini visive, immagini filmiche. Non abbiamo immagini filmiche del passato, perché non c'era, non c'era lo strumento. E questo è interessante: ci permette di conoscere di più tante cose, ma può anche indurre in tentazione, nella tentazione di credere che si possa vedere il passato, si possono vedere dei documenti del passato. Anche il film è un documento del passato, ma non è mai un passato in sé. E fate attenzione perché con i documenti filmici si può talvolta enormemente falsificare il passato. Ma ci sono anche elementi di continuità, fortissimi elementi di continuità. Ne indico solo due: primo il rapporto spazio-tempo. L'uomo ha un rapporto con lo spazio e col tempo, che è cambiato nel secolo scorso. Prima si camminava al passo dei cavalli, le navi andavano col tempo delle mele. Adesso, viceversa, si cammina con velocità. E questo cambiamento della nozione stessa di spazio-tempo avviene nell'Ottocento: l'introduzione dei mezzi di locomozione a vapore, il telegrafo. E' nel Novecento che cambia il rapporto dell'uomo con lo spazio e col tempo. Questo è un elemento. Poi l'altro elemento di continuità, che non si può dimenticare, è la Rivoluzione Industriale, che ha inizio fra la fine del Settecento in Gran Bretagna, all'inizio dell'Ottocento nell'Europa Continentale, la quale Rivoluzione Industriale crea le premesse di tutto un cambiamento profondo delle condizioni di vita. Le forme dell'agglomerato umano cambiano, le città, l'urbanizzazione. Ecco, noi siamo alla conclusione, a un momento avanzato di un processo, che ha inizio nel secolo precedente. E non possiamo che non studiare la storia del Novecento, immaginare che ci sia un inizio netto, che coincide con una data.

STUDENTESSA: Come ha detto anche Lei prima, soltanto con la riforma della scuola di quest'anno, il Novecento ha assunto una maggiore importanza rispetto a prima, quando si pensava che, diciamo, dovessero passare un certo numero di anni, prima di poter studiare obiettivamente avvenimenti appena accaduti. Che cosa, secondo Lei, ha fatto cadere questa concezione dello studio della storia, che poi creava un divario incolmabile tra studioso e oggetto studiato?

Vede la possibilità di studiare la storia nasce dal fatto che esistono i documenti, che si siano raccolti documenti e che i documenti possono essere consultati. La condizione non è la distanza nel tempo, perché si può su questioni antichissime avere passioni intense. Non è che il tempo ha passato, ha cambiato l'interesse a certi eventi. E' il fatto di avere i documenti. Noi possiamo avere documenti del nostro tempo, attendibili, che ci permettono uno studio critico del Novecento, utilizzando il metodo scientifico. La storia è una scienza sui generis, perché non è una scienza come lo sono le scienze esatte. La scienza nasce dal rapporto dell'uomo del presente con l'uomo del passato, è un rapporto, è una conoscenza fondata sul rapporto fra uomini, ha bisogno del documento. Quando abbiamo i documenti e i documenti vengono studiati criticamente e seriamente e non vengono piegati all'uso politico della storia, come spesso avviene, si può studiare seriamente la storia contemporanea con queste avvertenze, con queste cautele di non cadere nella tentazione appunto dell'uso politico della storia contemporanea.

STUDENTE: Professore, io vorrei fare una domanda che apparentemente può sembrare piuttosto stupida. Allora, Lei ha sulle ginocchia il libro di Hobsbaum, che sostiene appunto che il Novecento inizia con l'inizio della Prima Guerra Mondiale e finisce con la caduta del Muro di Berlino e delle democrazie filosovietiche. E appunto quindi per Hobsbawm siamo già entrati in quello che può essere definito il XXI secolo. Ma, se succedesse a brevi termini, in uno o due anni, qualcosa che sconvolgesse ancora di più l'ordine costituito, come per esempio un golpe negli Stati Uniti, per dire, il secolo XXI sarebbe finito prima ancora di cominciare?

Ma io difatti non sono del tutto d'accordo con Hobsbawm in questa scansione così rigida e anche nelle scansioni interne che Hobsbawm introduce. Insomma è un tema che si potrebbe discutere. Vediamo di cogliere qual è però il carattere, l'elemento dominante di quello che Hobsbawm ha chiamato il secolo breve, perché mette il crollo del Muro di Berlino come momento finale. Perché con il crollo del Muro di Berlino e con il crollo del comunismo pochi anni dopo - '89 è il crollo del Muro di Berlino e poi, dopo tre anni, il crollo dell'Unione Sovietica e la nascita di tutto un nuovo assetto internazionale - è' in fondo, è la fine del secolo delle ideologie, delle cosiddette filosofie della storia, ossia dell'illusione che ci possa essere un modo di interpretare la storia degli uomini, che riguarda il passato, e che offre le chiavi di lettura anche del futuro e che consente di prefigurare il futuro e di condizionarne gli sviluppi. La pretesa delle ideologie è di essere chiave di lettura del passato e prefigurazione del futuro, costruzione del futuro secondo un modello ideologico. E' questo che è crollato, perché in realtà le ideologie nel nostro secolo, tutte le ideologie, applicate rigidamente, hanno prodotto frutti terribili di sofferenze umane, di oppressione, di catastrofe. Le guerre mondiali. E parlo di tutte le ideologie: l'ideologia nazionalista con tutte le sue degenerazioni, fino al nazismo, al razzismo, l'ideologia comunista, realizzata nello stalinismo. l'oppressione dei popoli ai quali si sono imposti schemi di sviluppo, modelli di sviluppo, che non rispondevano alla realtà storica. E' questo che è fallito: è fallita la pretesa delle ideologie di dominare la storia degli uomini. E che cosa rimane? Perché al di là del buio c'è una speranza? Dal crollo delle ideologie, riemerge, a mio giudizio, la centralità dell'uomo, della dignità dell'uomo, della persona umana con le sue speranze. E la storia del secolo breve è la storia di questo conflitto costante, continuo fra le pretese delle ideologie e, viceversa, il risorgere, il riemergere dei diritti dell'uomo, delle esigenze dell'uomo. Le immagini dell'olocausto, della shoah, della distruzione degli ebrei, ci danno forte questo contrasto fra l'uomo e le ideologie.

STUDENTE: Professore, sono veramente crollate le ideologie?

Sono fallite, hanno prodotto frutti catastrofici, eventi drammatici, che sono costati agli uomini in maniera enorme. Rimangono, nell'animo di alcuni, come convinzione profonda, come speranza, ma certamente il fallimento porta a ripensarli, a ripensarli criticamente. Nessuno oggi ripropone più le ideologie con la rigidità, con il dogmatismo, con cui sono state proposte cinquanta o sessant'anni fa. Anche chi si richiama, nel nome, al comunismo, dà del comunismo una versione diversa, una versione umana, una versione che tiene conto dei valori che il comunismo reale ha negato e ha calpestato nel passato. Chi si richiama ai valori della nazione non lo fa nelle forme. Quindi in questo senso rimangono filoni culturali, ma non abbiamo più quella rigidità delle ideologie, che ha caratterizzato il nostro secolo e che ha provocato i grandi conflitti, le grandi catastrofi del nostro secolo.

STUDENTE: Le tre grandi libertà dell'uomo sono essenzialmente la libertà politica, la libertà economica e la libertà religiosa. Se il nazismo e il comunismo hanno sicuramente privato l'uomo di tutte e tre queste libertà, il fascismo, forse fino al 1938, per lo meno della libertà religiosa non l'aveva privato il popolo italiano. Secondo Lei quindi, mettendo in rapporto questi tre totalitarismi, possiamo considerare, non so, il fascismo, per lo meno fino al 1938, differente, perché per un credente la libertà religiosa è tutto?

Beh, è importante, è il fondamento delle libertà, ma non è tutto. Ci sono anche le libertà civili per il credente. Non è che il credente si può disinteressare delle libertà degli altri e interessarsi solo alla libertà della sua fede. Sarebbe un modo di concepire la libertà suicida per il credente. Il fascismo ha utilizzato la religione come strumento di consenso al regime e in qualche modo c'è stato un compromesso fra la chiesa e il regime, che si è realizzato, nel '29, nei famosi accordi, nei Patti del Laterano. Questo compromesso ha dato luogo poi a contrasti, a conflitti. E non è un caso che il conflitto più forte nasce, prima, nel '31, sul problema dell'educazione dei giovani, e poi nasce, nel '38, quando vengono introdotte le leggi razziali. Ora le leggi razziali perché Mussolini le accetta? Perché in qualche modo sono organiche, c'è una logica che porta il regime a percorrere tutta la strada fino ai suoi ultimi sviluppi. Con questo io non voglio negare che ci siano differenze, che ci siano gradazioni. Non possiamo mettere sullo stesso piano. Non possiamo mettere sullo stesso piano il nazismo e il comunismo, perché il nazismo si rifà a un'ideologia, che è l'ideologia dell'ordine nuovo hitleriano, che si fonda sul primato di una razza, per cui le altre razze devono essere asservite e schiavizzate o devono essere distrutte: gli ebrei, gli zingari, eccetera. Il comunismo come ideologia, come ideologia è certamente sbagliata, però il comunismo fa appello alla speranza di giustizia degli uomini, quindi a una presa popolare che altrimenti non si spiegherebbe Non si spiegherebbe perché centinaia di milioni di uomini abbiano aderito al comunismo. Ecco quindi ci sono molte distinzioni, ma il fatto della ideologia, come elemento portante del nostro secolo, è un elemento comune.

STUDENTE: Ma io non volevo fare un discorso sulle ideologie, io facevo un discorso sulle libertà. E' indubbio che non si possono mettere in rapporto comunismo e nazismo. Io volevo parlare di libertà, perché i regimi totalitari sono regimi proprio che opprimono qualsiasi libertà. Il fascismo - volevo dire - apprezza un po' meno la libertà religiosa, diciamo, fino al 1938, quando non subentra il motivo politico, perché poi è la politica sicuramente che costringe ...

Vede, l'abbiamo già detto. Ci sono gradazioni diverse. Può darsi che l'oppressione della libertà da parte del fascismo è stata in alcuni momenti meno pesante di quella di altri regimi, ma non si dimentichi che non si poteva portare il distintivo dell'Azione Cattolica, perché si rischiavano le botte. C'è stato un momento che non si poteva comprare l'Osservatore Romano nelle edicole, perché c'erano i fascisti che te lo strappavano di mano, ti picchiavano. Io queste cose le ricordo, perché in sostanza le ho viste, sono legate al mio ricordo. Quindi, quando dice la libertà di Dio sarà sempre rispettata, purché fosse intesa in senso coerente con la logica del consenso al regime. Quando a essere, essere cattolici significava criticare alcuni fatti, alcune cose del regime, la libertà religiosa veniva meno. Quindi ci sono gradazioni diverse, ma nella logica dello stato del regime totalitario la libertà non ha spazio.

STUDENTE: Professore, scusi. Dunque, dal momento che stiamo studiando, stiamo nel Novecento, perciò stiamo studiando anche i fatti accaduti negli ultimi anni, io vorrei sapere: ma quale rapporto ha la storia con la cronaca. Ad esempio ora mi sta venendo in mente il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, no? Ma quando è che è storia e quando è che è cronaca? Cioè fino a vent'anni fa, fino a dieci anni fa, due giorni fa ancora era.

La distinzione non nasce dalla distanza col tempo. Si può fare cronaca dell'Impero Romano e si può fare storia del fascismo. La cronaca è quando si prendono semplicemente una serie di episodi, si mettono in fila in ordine cronologico. La storia, viceversa, è lo sforzo di comprensione, di ricostruzione e di comprensione critica del processo storico. Sono due approcci molto diversi, no? L'unico appunto sono gli oggetti, i momenti del passato, messi in fila. E questo si può fare di un passato remoto, di un passato prossimo e l'altro, viceversa, è una conoscenza critica che, attraverso i documenti, attraverso i fatti, cerca di arrivare al come, al perché. Noi, sul tragico episodio del rapimento e dell'assassinio di Aldo Moro, non abbiamo ancora la possibilità di fare storia, perché ci mancano ancora dei pezzi, non c'è ancora la possibilità di dare un giudizio compiuto. Mi spiego? Ma forse dobbiamo richiamare l'attenzione su questi... Abbiamo detto della bomba atomica. Questo evento nuovo, questo elemento di assoluta novità, che c'è nel nostro secolo, questa possibilità di distruzione totale, che non c'era prima, e che è una terribile responsabilità per l'umanità. Non è un caso che proprio subito dopo quello si sono sviluppati i grandi movimenti per la pace: la pace come valore irrinunciabile, eccetera. E tocca a voi, alla vostra generazione, a quelli che verranno, di mantenere viva questa tensione. Abbiamo qui tre altri simboli, segni del secolo, che mi sembra interessante, sui quali mi sembra interessante, che richiamiamo un momento l'attenzione, che è la croce uncinata simbolo del nazismo, la falce e martello con la stella simbolo del comunismo. Sono le due grandi ideologie, che si sono combattute nella Seconda Guerra Mondiale e che, in qualche modo sono le protagoniste di questa, l'epoca della catastrofe, quella che anche Hobsbawm chiama l'epoca della catastrofe. E poi abbiamo lì un piccolo libretto che raccoglie i documenti del Concilio Vaticano II. Sono io che ho chiesto agli organizzatori di mettere lì quel libretto. Perché? Perché in realtà questo evento, il Concilio Vaticano II, segna una novità, non dirò una discontinuità, ma una novità nel modo di essere della Chiesa, che la pone nel suo rapporto col mondo in una maniera del tutto nuova e diversa rispetto al passato. E quindi è un elemento di novità, che introduce, a mio avviso, un elemento di speranza, per il futuro. E io su questo volevo appunto richiamare un momento la vostra attenzione.

STUDENTESSA: Lei adesso ha citato questi oggetti, simbolo delle due grandi ideologie che si sono scontrate nel Novecento. Ora abbiamo detto che le ideologie sono fallite e che quindi il secolo breve è stato comunque produttore di grandi catastrofi, di ideologie fallite. Sembra adesso, nel passaggio dal XX al XXI secolo, quasi che uno voglia dire che tutto ciò debba sparire e debba comunque riemergere la figura dell'uomo. Ma una generazione come la nostra, che si trova un po' a cavallo, o forse già fuori, insomma dipende da come vogliamo intendere il secolo breve, come deve guardare al Novecento?

Nella sua complessità, nella sua ambiguità. L'abbiamo detto, l'avete detto voi stessi, no? Nel secolo, nel secolo breve non tutto è catastrofe, perché c'è anche uno sviluppo economico, per esempio, per il nostro paese. Non possiamo dimenticare che negli anni della storia repubblicana, a partire dal '45, gli anni della ricostruzione democratica, fino a noi, in condizioni che sono state piene di contraddizioni, di tensioni, di lotte sociali, tutto quello che volete, ma un paese, che era segnato da una miseria secolare, è passato a una condizione di benessere diffuso, che non ha precedenti nella storia italiana. Adesso a voi questo può sembrare poco interessante o poco rilevante, perché lo avete, ma per chi non lo aveva, io vi garantisco che il cambiamento ha avuto ed ha un'importanza enorme. Io mi ricordo che cos'era la campagna italiana subito dopo la guerra, quando non c'era, per esempio, non c'erano i fornelli a gas e le donne erano schiave del fuoco, del fornello. Bisognava mantenere la fiamma accesa, la fiamma con la legna, col carbone. Questa rivoluzione che ha introdotto la cucina a gas è una rivoluzione che ha cambiato la condizione femminile nel nostro paese. Ecco queste sono cose che facilmente si dimenticano, perché si considerano acquisite, ma sono importanti. Quindi è un secolo pieno di contraddizioni, ma anche con aspetti positivi. Pensate ai progressi della scienza, con tutti i rischi che comportano, progressi della scienza che hanno per loro natura un carattere universale, diffusivo. La scienza non ha confini. Ci sono elementi positivi, l'importante è che questi elementi positivi siano in qualche modo letti e interpretati intorno a un elemento unificante. Io credo che dovrà essere sul piano storico e come speranza e prospettiva per il futuro, la centralità della dignità dell'uomo, che non può essere sacrificata a nessuna ideologia, a nessuna pretesa della scienza, a nessuna ambizione di nazione, a nessuna idea di classe. La centralità della persona, della dignità, che è poi il valore fondante della nostra Costituzione, che, non a caso è nata in risposta alla Seconda Guerra Mondiale. Ecco, quindi non guardate con pessimismo al futuro. Lo stesso Hobsbawm lo dice: possiamo guardare al futuro con categorie nuove. Qual'è la categoria nuova? E' questa la ricerca da fare. La categoria nuova non è più di tipo ideologico, ma è di tipo, come dire, etico-umanistico, è la centralità dell'uomo nella storia, la sua dignità, il suo valore. E lo sforzo deve essere quello di creare le condizioni per la valorizzazione dell'uomo.

STUDENTE: Professore, scusi, ma quindi Lei considera il Novecento un secolo di catastrofi oppure anche di progresso scientifico? Naturalmente le catastrofi hanno oscurato questo progresso che c'è stato, anche perché ...

L'ho detto adesso, è un secolo ambiguo, pieno di contraddizioni, in cui ci sono elementi di catastrofi, che, proprio per la forza e la efficacia delle nuove armi, hanno dimensioni senza precedenti nella storia umana, ma ci sono anche elementi positivi, che danno luogo a speranze per il futuro. Lo sbarco a Dunkerque, lo sbarco in Normandia, lo sbarco degli Alleati in Normandia, che è stato l'elemento, il momento cruciale, nella Seconda Guerra Mondiale, è la più grande operazione militare della storia umana. Non c'è stata nessuna operazione militare che abbia coinvolto migliaia di navi, milioni di uomini contemporaneamente, come è avvenuto nello sbarco in Normandia del 6 giugno del '44, del 5 giugno, all'indomani della Liberazione di Roma, vero. Ecco, quindi è un secolo grandioso, grandioso e terribile, negli aspetti negativi, ma anche nei suoi elementi positivi, ai quali ho fatto cenno: mantenere il senso di questa drammaticità del secolo e leggerlo dal punto di vista di quello che gli uomini hanno sperato, hanno voluto, hanno sofferto, hanno cercato, questo mi sembra l'approccio giusto per una lettura storica, che prepara anche una visione, un'apertura verso il futuro.

STUDENTE: Professore, senta, ritornando al discorso della riforma della storia di Berlinguer, Berlinguer vuole concentrare lo studio della storia prevalentemente sul Novecento. Forse in altri paesi, come gli Stati Uniti oppure l'Australia, così, può essere anche giusto perché non hanno una storia prima, precedente. Ma in un paese come l'Italia, non è un po' sbagliato, in un paese come l'Italia, che ha una storia molto ricca prima?

Studiare il Novecento non significa mica che non si debba negli anni precedenti del liceo, della Scuola Secondaria studiare il periodo precedente, anzi, si deve mantenere viva questa continuità della tradizione. Io stesso dicevo un momento fa che non si può studiare il Novecento se non con riferimento a quello che è accaduto prima. Quando si parla, per esempio, nel Novecento, dei problemi dell'identità italiana, che emergono - oggi sono oggetto di un dibattito molto, molto ampio, molto ricco - evidentemente ci si rifarà molto indietro, si andrà al Rinascimento, si andrà ai secoli del Medio Evo. Studiare il Novecento non significa tagliarlo via dalla continuità del processo storico, anzi, uno studio intelligente del Novecento deve dare il senso dei fili lunghi della storia e della continuità. E' il modo in cui noi professori, i professori della vostra scuola sapranno insegnarlo, il modo in cui saranno fatti i libri. Non dovete immaginare il Novecento come una scatola chiusa che ci isola dal passato.

STUDENTE: Oggi noi abbiamo svolto, come di consueto, le nostre indagini su Internet, però esso si rivela, ancora una volta, non adatto a cercare termini di carattere teorico, come appunto il Novecento. Comunque qualche sito interessante l'abbiamo trovato. Volevo partire da questo sito della Provincia di Parma, che illustra proprio il Decreto ministeriale del Ministro Berlinguer, che impone lo studio della storia nell'ultimo anno della Scuola Superiore. Andando avanti appunto un altro sito, net-scuola, che ci illustra la rassegna stampa delle reazioni riguardo al Decreto emanato da Berlinguer. Ad esempio: pronto il decreto, soddisfatti gli storici, si riuscirà a spiegare la guerra del Vietnam e il Muro di Berlino. E Berlinguer risponde: l'ultimo anno di liceo sarà dedicato al nostro secolo. E su questo, proprio sul Novecento, abbiamo, ho trovato un sito interessante, dove vi è appunto una rivista su Internet, Letture, che tratta proprio sul Novecento. Qua parla del Novecento, un secolo tutto da studiare, Novecento, definito secolo breve, poi il cinema è il vero testimone di questo secolo, attraverso il quale si può ricostruire una realtà storica. Andando più avanti vi sarà una educazione multimediale nella nuova scuola, proprio perché, studiando il Novecento, gli autori si chiedono perché non si debbano inserire materie come teatro, cinema e musica. E partendo da questo ultimo quesito: lo storico come si deve porre nei confronti di questi nuovi mezzi audiovisivi, come citati da prima nella scheda? Deve stare soltanto legato al testo scritto oppure deve anche seguire altri mezzi di comunicazione?

Ma no, io credo che lo storico debba aprirsi a queste nuove acquisizioni della scienza, della tecnologia. Oggi si fa la storia coi CD-Rom, ci sono già dei CD-Rom, che presentano la storia della Resistenza, la storia della Repubblica. Si lavora in questa direzione. Non è facile, non è facile, perché siamo abituati a un testo scritto che è un testo lineare, invece lei mi insegna che, quando si va nel CD-Rom, si aprono tante strade, tante possibilità di collegamento. Ma certamente bisogna lavorare in questa direzione. Non è da illudersi che questo cambi la sostanza di quella che è la conoscenza storica, la quale, come ho detto, è sempre rapporto fra uomini del passato e del presente, uomini del presente con uomini del passato, mediata, rapporto mediato dal documento. Il documento è sempre, è sempre tale, non è che ci mette dentro la storia, non è che, perché abbiamo i mezzi audiovisivi, noi, oggi, vediamo le cose come sono accadute. Non c'è niente di più falsificante che non la presentazione, che talvolta è volutamente faziosa, di un documento visivo, di un evento che è accaduto. Se ne presenta un aspetto e non se ne presenta l'altro. Quindi da questo punto di vista grande apertura, necessaria apertura, ma anche uso critico. Non facciamoci dominare dall'illusione che con questi strumenti il passato non abbia più misteri e si possa passeggiare nel passato come si passeggia in Internet.

STUDENTE: Professore, quanto può influire in uno storico la memoria personale di un periodo storico da analizzare, da studiare?

Può influire e deve influire, purché non diventi criterio di giudizio. Diventa, è sempre il vissuto, della persona che studia la storia, è sempre l'elemento che stimola la domanda: io vado al passato perché ho bisogno di chiarire qualcosa di quello che sono oggi, dei problemi che oggi vivo, non vado al passato per curiosità astratta, ci si va anche per curiosità ma non è una storia feconda sul piano umano. Devo sempre rispondere ai miei problemi dell'oggi. Non deve, non deve condizionarmi nel giudizio. Non posso dare un giudizio sugli eventi del passato, sulla base, sul metro delle mie esperienze e di quello che io ho vissuto. E' un problema, un rapporto complesso. La conoscenza storica non può prescindere dalla personalità di chi studia la storia, quindi dal suo vissuto, dai suoi problemi, ma questi non devono diventare criterio, elemento di giudizio sul passato unificante.

STUDENTE: Professore, il Novecento è stato il secolo che ha sancito il trionfo della società di consumo. Infatti, per esempio, l'arte e la musica sono diventate oggetto di commercio. Lei che ne pensa?

Badate la domanda è un aspetto di una domanda più ampia che c'è nella vostra scheda: la società di massa. La società di massa è un valore o è un disvalore? Nel secolo XX si crea la società di massa e a partire dalla Prima Guerra Mondiale, ecco, sulla base dei processi di industrializzazione, che abbiamo richiamato. Ora la società di massa, per sé, porta in sé dei valori, perché è quella che mette la totalità degli uomini potenzialmente in condizioni di essere partecipi dei processi di civiltà, dei processi di cultura. In questo senso è un valore, ma la civiltà di massa ha, al suo interno, un terribile elemento - Erich Fromm, questo famoso psicologo, in quel libro, Fuga dalla libertà, lo ha messo bene in evidenza -: è il rischio appunto della fuga dalla libertà, è il rischio della massificazione, della rinuncia a pensare con la propria testa e di identificarsi, ad identificarsi in un sentire collettivo, in modo collettivo. Quindi la società di massa è una realtà, non se ne può prescindere, bisogna starci dentro, ma occorre che proprio lo studio di che cosa la società di massa è stata nel nostro secolo acuisca il senso critico, le riserve critiche, perché se non ci sono nella società di massa individui coscienti, capaci di pensare con la loro testa e di muoversi secondo la loro coscienza, gli uomini diventano pecore, diventano un gregge che non ha più nessuna responsabilità personale.

STUDENTE: Dunque, pensando ai movimenti del Novecento, non so, tipo al futurismo, pensando alla pittura, pensando anche, non so anche alla musica, alla evoluzione della musica, a molte persone non piace questo secolo, cioè rimangono un pochino indietro. Secondo Lei perché?

Beh, ma questo è abbastanza normale. Ogni generazione si identifica su certi modelli, su certe espressioni artistiche. E' normale che ci sia un'evoluzione che non suscita consenso generalizzato pacificamente. Io capisco certe forme dell'arte moderna, ne capisco meno delle altre, talune le rifiuto perché non mi dicono nulla. Questo rapporto dialettico con quello che la esperienza umana, via via, produce è abbastanza normale ed è un elemento del processo stesso, perché la critica poi fa, provoca uno sviluppo delle arti, un cambiamento di prospettive. Non mi meraviglierei del fatto che gli uomini abbiano idee diverse sull'arte, sull'arte contemporanea. Anzi è un fatto positivo.

STUDENTE: E' stata giustiziata Carla Tucker. Non vorrei entrare in merito al discorso sulla pena di morte, però vorrei sottolineare che questa ennesima esecuzione negli Stati Uniti d'America ha destato interesse perché si trattava di una donna. E' possibile allora che ancora si faccia una tale discriminazione, anche in campo giuridico, tra uomini e donne? Addirittura le femministe si sono accanite perché questa esecuzione avesse luogo, perché la donna non ricevesse un trattamento diverso, quando invece conservatori favorevoli si sono schierati in sua difesa?

Ah, questo tristissimo, tragico episodio vede intrecciati i due problemi. Lei li ha messi bene in evidenza, la pena di morte, che, a mio avviso, non è più concepibile, non è più ammissibile, perché la pena di morte impedisce alla pena di assolvere quello che è il suo compito proprio, che è quello della educazione, del riscatto, dell'uomo che ha sbagliato, dell'uomo che ha commesso dei delitti e dei reati. Insomma nella nostra cultura questo viene da lontano: Dei delitti e delle pene di Beccaria, eccetera, insomma. Il fatto che gli Stati Uniti d'America, per ragioni storiche che vanno capite, ci sia ancora la pena di morte, è un fatto che io giudico negativo. Si intreccia con questo la questione femminile. Ma la questione femminile la vorrei vedere in positivo, piuttosto che vederla in questo aspetto, in questa sua manifestazione drammatica. La questione femminile è uno dei grandi tratti che caratterizzano la storia del Novecento. La rivendicazione di movimenti femministi ha origine anche nell'ultimo Ottocento, ma insomma il grosso di questo fenomeno della rivendicazione del ruolo della donna, dei diritti di parità della donna, si colloca nel nostro secolo, ed è un elemento altamente positivo del nostro secolo, soprattutto nel nostro mondo, dove la donna è stata mantenuta nella condizione di sudditanza. Pensiamo a che cos'era il diritto civile ottocentesco, che cosa è stata la rivoluzione introdotta dal nuovo Codice, del nuovo diritto di famiglia, condizione di sudditanza, di dipendenza, che è un fatto caratteristico della storia umana, che ha trovato una risposta per iniziativa delle donne, per la rivendicazione delle donne nel nostro secolo. E' uno di quei tanti aspetti positivi di un secolo che non può essere ...

STUDENTE: Ma sarebbe stato giusto salvarla soltanto perché era donna?

Sarebbe stato giusto salvarla perché era un essere umano.

STUDENTE: Questo non sarebbe stato giusto, perché l'avrebbero voluta salvare soltanto perché era donna.

Lei mi vuole portare dentro una logica che io rifiuto. Io dico: la pena di morte non ci deve essere.

STUDENTE: Sì, va bene ma quello è un discorso superato. Io non voglio parlare della pena di morte. Io voglio parlare del discorso uomo-donna. Qualcuno la voleva salvare soltanto perché era donna Era un essere diverso?

Non è un essere diverso, è un essere umano. Essendo un essere umano doveva essere salvata, in quanto essere umano.

STUDENTE: Quindi Lei non giustifica ...

Non posso, non posso mettermi in questa prospettiva diciamo negativa, la questione femminile vista letta in negativo rispetto a questo episodio. Dobbiamo rivendicare, viceversa, la piena partecipazione della donna alla condizione umana, con tutti i diritti, con tutta la dignità che questo comporta, e per queste stesse ragioni escludere, per gli uomini e per le donne, la pena di morte. Insomma questa è l'impostazione che io vorrei dare.

STUDENTE: Professore, che ruolo ha la chiesa nel Novecento visto che alcuni l'accusano di aver fatto poco, nei confronti del nazismo o del fascismo.

La famosa discussione che si fa sull'olocausto: i silenzi di PIO XII di fronte alla shoah eccetera. Beh io, appunto quel documento lì, tra i documenti del Vaticano II, quel libretto che sta lì, è significativo di un cambiamento, un cambiamento proprio epocale, profondo. Perché non c'è dubbio che la chiesa ha giocato per lungo tempo come un elemento, come dire, d'ordine, nella società contemporanea, elemento che ha garantito l'ordine, la continuità e che ha avuto anche momenti di ambiguità nel suo rapporto con i regimi autoritari. Si è illusa che i regimi autoritari potessero essere strumento di restaurazione di un ordine cattolico, di un ordine morale. Questo c'è stato. Per quanto riguarda il problema della shoah la questione è più complessa. Pio XII ha ritenuto che un atteggiamento prudente, diciamo pure politico e non profetico, recasse minori danni e si è mosso su questa linea. Noi possiamo viceversa oggi dire che una denuncia profetica dello sterminio degli ebrei avrebbe avuto un significato universale e permanente di gran lunga superiore. Il problema rimane aperto. La situazione cambia con il Concilio Vaticano II. E cambia in ragione, - ecco questa è una cosa molto delicata, difficile da dire - del recupero, da parte del mondo cattolico del senso escatologico del Cristianesimo. L'escatologia cristiana era stata ridotta, quand'io ero ragazzo e ci insegnavano il catechismo, l'escatologia cristiana era ridotta ai nuovissimi, quello che accade dopo la morte al singolo. Oggi l'escatologia cristiana è l'annuncio di un evento, l'evento cristiano, che già oggi, che già ora segna la storia e la modifica e introduce nella storia elementi di tensione profetica verso il futuro, già ora e non ancora. Quindi la escatologia cristiana fa del Cristianesimo un elemento propulsivo. Il recupero di questo motivo profondo, ecclesiologico, teologico, dell'escatologismo cristiano fa del Cristianesimo elemento propulsivo di un processo storico e non più, come ai tempi dei Papa-re, dei Papa legati ai poteri assoluti, un elemento di garanzia del potere costituito; Ecco questo è un cambiamento. In fondo i viaggi di Giovanni Paolo II nel mondo, questo annuncio continuo di esigenze, di frontiere nuove della solidarietà umana, perché questo rappresentano questi viaggi è un po' il segno di questo cambiamento di contenuto, di segno, questo cambiamento profondo nel ruolo che la chiesa svolge sul piano storico.

STUDENTESSA: Quando si parla di Novecento, immancabilmente si va subito a parlare della Seconda Guerra Mondiale, come è successo prima. Ecco, non pensa che sia un modo un po' limitato di guardare a questo secolo, visto e considerato che abbiamo anche altri avvenimenti, come può essere la guerra del Vietnam o appunto le rivolte giovanili. Non pensa, appunto a una visione un po' limitata? Ma anche nello studio, scuola quindi?

Beh, la Seconda Guerra Mondiale è al centro del secolo ed è l'elemento discriminante. C'è il prima della Seconda Guerra Mondiale e c'è il dopo. In questo senso è normale, ma certamente questo non deve cancellare altri episodi. La guerra del Vietnam è l'episodio in cui la Guerra Fredda diventa Calda in Estremo Oriente. La Guerra Fredda è stata Fredda per noi, ma è stata Calda in altre aree del mondo. E quindi la guerra del Vietnam va collocata in questo quadro, in questo contesto di questa tensione fra i due blocchi, che dura per 45 anni, fino al crollo del Muro di Berlino. Il secolo è dominato da questa cappa di piombo, l'equilibrio del terrore, l'equilibrio delle armi atomiche. Ecco, la guerra del Vietnam si inserisce. Quindi tutto è importante, tutto è interessante. Ecco io, se posso dire una parola, non so se conclusiva, ma insomma: attenti a evitare le semplificazioni, i giudizi che pretendono di chiudere una realtà estremamente complessa, contraddittoria, ricca di umanità, ma al tempo stesso piena di orrori, di devastazioni, di episodi devastanti, dal punto di vista dei valori umani, attenti a non chiudere questa realtà in un giudizio unificante, di condanna o di assoluzione. La storia non condanna e non assolve. La storia vuole capire, capire che cosa è successo. E capire significa, capire che cosa siamo oggi ed essere più liberi rispetto al futuro. Perché solo se noi capiamo fino in fondo che cosa è stata la shoah, e per quali ragioni perverse è potuta nascere l'idea di sterminare un popolo, solo se lo capiamo nel profondo, siamo liberi dalla tentazione di ricadere nella perversa logica del razzismo. Ecco capire il passato è strumento, condizione di libertà verso il futuro. Quindi è motivo di speranza.

STUDENTESSA: Ma allora come si spiega il fatto che ci sia ancora gente che tuttora continua a perseverare in queste idee?

Perché non studia e non capisce.

 


Biografia di Pietro Scoppola

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