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Il Grillo (3/3/1998)

Massimo Capaccioli

Scienza e bellezza

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Capaccioli: Il mio nome è Massimo Capaccioli. Mi occupo di Astrofisica e sono il Direttore dell'Osservatorio Astronomico di Capodimonte a Napoli. L'argomento della chiacchierata di oggi è "scienza e bellezza", un tema ed un titolo, che hannno bisogno certamente di un chiarimento, e di questo si occuperà la scheda che segue.

-Si visiona la scheda:

COMMENTATORE: Scienza e bellezza sono due termini che evocano una sorta di insanabile antagonismo. La scienza, in quanto esercizio di pura razionalità, sembra non avere nessun grado di parentela con la bellezza, che, a tutta prima, richiama il mondo dell'irrazionale, della sensibilità individuale, che trionfa sull'oggettività. La scienza poi è comunemente intesa come ricostruzione di una realtà che esiste al di fuori dell'uomo. E' considerata oggettiva. La bellezza invece è una categoria che appartiene interamente al gusto e al giudizio del singolo. Come ci hanno insegnato i grandi maestri del Romanticismo, la bellezza ha un valore strettamente soggettivo. Essa abolisce l'unicità piuttosto che l'universalità. Spesso il raro è valutato bello ed il bello è raro. Si potrebbe continuare all'infinito, argomentando che il bello è eterno, mentre il vero scientifico è assoggettato al tempo, ma non ne vale la pena. Tutte queste ed altre simili osservazioni soffrono di una innaturale schematizzazione e trascurano un elemento fondamentale quello dell'unicità dello scienziato, che fa ricerca. Oggi l'uomo di scienza è vittima di un tragico destino. Ha creato egli stesso, con le sue stesse mani, gli strumenti che vengono usati per ridurlo in schiavitù e distruggerlo persino nel suo intimo. E' il medesimo uomo infatti che giudica, modella e valuta, che calcola e spera, che descrive e sogna. E' il medesimo uomo che vive di emozioni e conoscenza, che nello scorgere un ordine, una regola, una legge della natura, svela in essa il brivido della bellezza. La conoscenza è passione. Come ci ha insegnato Aristotele essa nasce dallo stupore di fronte alla bellezza delle cose. E' la meraviglia, lo sgomento per lo spettacolo della natura, terribile e bello ad un tempo, che spinge l'uomo alla ricerca della verità.

-Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTE: Professor Capaccioli, qual è secondo Lei il limite tra il sublime, il bello e il terrificante? Ad esempio come può essere bella una stella, sublime il mare in tempesta e terrificante un terremoto, che provoca molti morti?

Capaccioli: Non so se esiste un limite tra queste cose o se esiste un'area, un dominio, che appartiene a ciascuna di queste qualità. Io credo che sia tutta una mescolanza, una sorta di continuo. Un mare in tempesta è sublime, è bello e anche terrificante. Dipende dalla posizione nella quale uno viene a trovarsi: se lo guardi da una scogliera, probabilmente ti apparirà bello, se non addirittura sublime. Se sei dentro una barchetta, quando il fondo comincia a scricchiolare, ti apparirà terrificante. Questo, a mio avviso, spiega, il coinvolgimento, cioè il come nasce un qualità; spiega il ruolo fondamentale dell'uomo, nel decidere se una cosa è bella, sublime o terrificante, della particolare situazione nella quale ci si viene a trovare e spiega alla fine che tutte queste nascono da noi e non sono fuori di noi.

STUDENTESSA: Senta professore, io Le volevo chiedere se il rapporto tra scienza e bellezza può essere inteso come la visione di un fenomeno suggestivo come, per esempio, l'eclissi oppure l'arcobaleno.

Ma sicuramente questo è un aspetto del rapporto tra scienza e bellezza, non credo che sia l'aspetto determinante. Ce ne sono molti altri. Io credo che l'aspetto fondamentale di questa relazione non stia nel nostro approccio estetico, ma sia piuttosto nel condizionamento dell'estetica al nostro approccio scientifico.

STUDENTESSA: Professore, secondo Lei, quanto può essere bello un fenomeno naturale, come l'eruzione oppure un maremoto insomma e se si deve definire bello o terrificante.

Ma credo di avere già risposto a questo, ma lo ripeterò perché evidentemente non sono stato chiaro. Io credo che il giudizio che noi diamo di qualche cosa dipenda profondamente dal nostro grado di coinvolgimento con quella certa cosa. L'esplosione di una Supernova, ad esempio, è sicuramente un evento straordinario, dal punto di vista estetico, sconvolgente al medesimo tempo, ma straordinario. Andiamo a qualcosa di più vicino a noi: l'eruzione di un vulcano. L'eruzione di un vulcano è sicuramente uno spettacolo straordinario, uno spettacolo che, quando ci viene propinato in televisione, attraverso un documentario, ci affascina. Allora, immagino che se tu ti trovassi nel bel mezzo di un'eruzione vulcanica proveresti qualcosa di diverso da un sentimento o da un, così, un momento di contemplazione. Evidentemente dipende dalla circostanza. Ma noi dobbiamo fare un discorso che, invece, è indipendente dalla circostanza. Dove è la bellezza nella scienza? Quale è il grado di condizionamento della bellezza nella scienza, ed eventualmente, se ci fosse, quale dovrebbe essere il grado di condizionamento della scienza nella bellezza?

STUDENTE: Secondo Lei, com'è possibile che sia considerato affascinante l'ignoto dalla maggior parte delle persone, ossia che le cose non conosciute vengono considerate affascinanti.

Naturalmente io non credo di avere una risposta definitiva a una questione come questa, che mi pare estremamente difficile e peraltro pertinente. Credo però che faccia proprio parte di quella peculiarità degli esseri umani che noi chiamiamo "curiosità". Non la curiosità di sapere quello che fa il nostro vicino, ma quella curiosità, quella voglia, quel desiderio, quella spinta a conoscere l'ambiente nel quale noi siamo, probabilmente per rispondere, per riuscire a rispondere, a quella domanda fondamentale che è conseguenza del fatto che abbiamo una coscienza, che abbiamo coscienza di noi, quella domanda fondamentale che è fatta di due parti: da dove veniamo e dove andiamo. Per poter rispondere a questa domanda sono necessarie alcune informazioni o per lo meno è plausibile che alcune informazioni possano servire a rispondere a questa domanda. Ci sono anche altri modi per rispondere a questa domanda, attraverso, per esempio, il misticismo, attraverso la religione. Ma un modo più diretto, di maggior contatto con quello che ci circonda è quello di studiare l'ambiente che ci circonda. E studiando l'ambiente che ci circonda noi siamo condizionati dal nostro essere. E, siccome abbiamo insito in noi un bisogno di semplicità, un bisogno di ordine, ecco che portiamo questo bisogno di semplicità e di ordine, che poi fa parte dei requisiti della bellezza anche nella scienza. Forse possiamo esemplificare questi concetti di bellezza e scienza guardando, per esempio, questo mappamondo celeste. Questo mappamondo celeste rappresenta la nostra idealizzazione di quello che di fatto potremmo vedere tutte le sere se vivessimo in città non inquinate, non soltanto dallo smog, ma anche dalle luci. Vedere la sfera celeste, che è di straordinaria bellezza, per motivazioni molto diverse tra loro, motivazioni che hanno a che vedere con una sorta di partecipazione con l'immensità del cosmo, ma che hanno a che vedere, per esempio con un fatto che ha sicuramente colpito i nostri antenati: il fatto che il cosmo ripete se stesso identicamente con periodicità. Ogni notte le stelle si ripresentano, non esattamente alla medesima ora, ma esattamente nelle stesse condizioni. E dopo un anno la situazione sarà assolutamente la stessa. Ecco una forma di bellezza: l'ordine, che c'è nelle cose, quell'ordine che pone le cose al di fuori del tempo. In fondo la bellezza è qualche cosa che per noi dovrebbe avere, anche se di fatto poi non ha, un valore eterno. Eternità vuol dire essere al di fuori del cielo. Il cielo pare al di fuori del tempo, anche se è lo strumento con il quale si scandisce il tempo. Pensate a questa curiosa contraddizione. Noi abbiamo immaginato il cielo fuori del tempo, tant'è che l'abbiamo eletto a casa di Dio, cioè di colui che vive al di fuori del tempo, e al medesimo tempo abbiamo utilizzato il cielo come orologio, cioè per misurare il nostro tempo, quel tempo che fa di noi, esseri corruttibili, esseri che nascono, vivono e muoiono.

STUDENTE: Secondo Lei, la bellezza può essere oggettiva o è per forza soggettiva. Crede che esista il bello assoluto?

Questa è una domanda difficilissima, soprattutto per me che non mi occupo di questi problemi, anche se ne apprezzo la bellezza. Io credo che il bello non sia solo soggettivo, ma che il bello sia anche in funzione del tempo, naturalmente, cresca, vari o muti in funzione del tempo. Restano comunque alcuni, alcuni parametri che, bene o male, sembrano caratterizzare il bello, per lo meno il bello in scienza. Uno di questi è la semplicità, uno di questi è la simmetria, la regolarità, la diversità tra ciò che è ordinato e ciò che è caotico, anche se noi sappiamo che esiste una forma di bellezza straordinaria, la termodinamica. Una forma di bellezza straordinaria, nel caos, che, alla fine, finisce per essere l'esempio più forte di ordine. Esistono queste contraddizioni, apparenti contraddizioni naturalmente, che ingenerano probabilmente un pizzico di confusione nei rapporti tra scienza e bellezza, tra scienza e arte addirittura, e che tendono a far separare questi due mondi, che in realtà non dovrebbero essere separati, perché entrambi emanano dall'uomo.

STUDENTESSA: Senta scusi, ma se c'è il bello, c'è anche il brutto della scienza?

Il "brutto" della scienza esiste, ma non nella scienza. Così come il bello della scienza non è nella scienza, ma è nel modo con il quale noi ci avviciniamo alla scienza. Il brutto della scienza esiste. Esiste, ne abbiamo visto un tragico esempio nel filmato, esiste quando la scienza viene utilizzata per il male. Quando la scienza viene utilizzata per imporre agli altri la nostra volontà, quando viene utilizzata per uccidere, quando viene utilizzata senza il rispetto per l'essere umano o addirittura quando viene utilizzata, senza rendersi conto che potrebbe portare a situazioni assolutamente catastrofiche. Non mi riferisco soltanto all'invenzione di un germe che possa sterminare il genere umano. Mi riferisco a manipolazioni che potrebbero cambiare il nostro essere, che potrebbero mutare questa specie umana, trasformandola in qualcos'altro. E' un diritto che credo noi non abbiamo, quindi un controllo sulla scienza, un controllo naturalmente attento, oculato, un controllo sugli usi della scienza, un controllo sulla tecnologia.

STUDENTESSA: E c'è un'organizzazione, un qualcosa che appunto controlli la scienza?

Ce ne sono molte di organizzazioni, che fanno questo. Debbo dire però che è abbastanza utopico pensare che la scienza possa essere controllata. E' utopico e al medesimo tempo è anche pericoloso, naturalmente, perché chi controllerà i controllori? E a questo punto bisogna anche domandarsi chi finanzierà gli scienziati, perché, per poter fare scienza c'è bisogno di risorse e queste risorse non sono controllate dagli scienziati. Quindi gli scienziati, per poter fare la loro scienza, non di rado debbono adattarsi al sistema. Questo naturalmente porta a sviluppi della scienza che non sempre sono ottimali: pensate, alle armi chimiche. Le armi chimiche certamente non servono al genere umano se non per uccidere. E tuttavia sono appannaggio degli scienziati.

STUDENTE: Professore, che differenza passa tra la bellezza caotica di una stella e la bellezza ordinata ad esempio di un cristallo?

La bellezza caotica di una stella non c'è. La stella non è una struttura caotica. E' al contrario, una struttura molto ordinata. A cosa ti riferisci?

STUDENTE: Alla Supernova.

Anche lì non possiamo parlare di caos. Possiamo parlare di caos, per esempio, nei gas. Se tu prendi una scatola di vetro nella quale hai posto un gas, e consideri il comportamento delle singole molecole del gas, queste molecole invece che seguire delle traiettorie ordinate, come una processione per esempio, se ne vanno ognuna per conto proprio. E in questo modo realizzano il massimo del disordine. Tant'è che tu, a priori, se prendi una molecola, non hai la più vaga idea, se non vai a guardare esattamente quello che fa, dove andrà. Quella molecola può ugualmente andare in questa direzione o in quest'altra direzione, può salire verso l'alto o scendere verso il basso. Questo è il massimo del caos, che però realizza anche il massimo dell'ordine macroscopico. Cioè microscopicamente è caotica, macroscopicamente la situazione può essere altamente ordinata, perché può essere descritta da un piccolissimo numero di parametri. All'interno della tua scatola di gas ci sono miliardi di miliardi di miliardi di particelle, ciascuna delle quali fa quel che gli pare. Però, nel complesso, la scatola di gas è descrivibile con pochissimi parametri. Questo è il disordine, che poi diventa ordine, che poi diventa un ordine, tra l'altro, molto interessante, molto importante.

STUDENTESSA: Professore scusi, io volevo sapere se la clonazione, che riproduce due esseri identici, può essere considerata come una bella scoperta della scienza.

Come scoperta sicuramente sì. Ogni cosa che tu scopri è una cosa buona. Cioè sapere è meglio che non sapere. Il problema è che, nel momento in cui sai, nel momento in cui tu riesci a conoscere puoi mettere in atto operazioni che ti consentono di applicare questa tua nozione. Per esempio tu adesso sai come si fa a clonare. Questo è di per sé estremamente importante ed interessante. Però da questo a dire: "Beh, adesso prendo una cellula e la riproduco identica, prendo un individuo e lo riproduco identico, addirittura, prendo una specie e la riproduco identica", ce ne vuole, perché, mentre nel primo atto, quello di conoscenza, tu ti appropri solo dell'informazione, nel secondo atto tu muti l'ambiente, muti le circostanze. Quindi a questo punto il problema è: perché fai questo? Quali sono le tue motivazioni? A che cosa porterà questo? In linea di principio, al di là dei problemi difficilissimi e complicatissimi, a quello "elementare" dell'anima. Tu immagina di credere nell'anima e immagina di clonare un individuo. Che fai? Gli tagli l'anima, ne dai metà per uno. Questo è certamente un problema che tocca grandemente tutti coloro i quali in queste cose credono, e non sono pochissimi. Ma ci sono tanti altri aspetti, aspetti legali, per esempio. L'automobile dell'individuo clonato, a chi ha appartiene? Ci sono gli aspetti morali, naturalmente, diversi da quelli religiosi, non banali. E soprattutto perché hai fatto questa clonazione, a che ti serve il duplicato? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre. Quindi parlare di scienza bella o brutta. Quella della clonazione è una cosa che viene sempre fuori in questo periodo, perché la scienza ha paura di un certo numero di scoperte scientifiche. Quando io avevo la vostra età si aveva paura della bomba atomica, perché esistevano due forti blocchi politici: il blocco sovietico e il blocco della NATO, dall'altra parte; e questi due blocchi vivevano una Guerra Fredda, che doveva sfociare, noi lo sapevamo, prima o poi, in una guerra nucleare, che avrebbe coinvolto tutti. Quindi vivevamo nel terrore di questa grande guerra nucleare, che era la conseguenza non della sciocchezza degli uomini, ma del fatto che qualche uomo si era inventato uno strumento di morte così straordinario come la bomba atomica. Ebbene questo è un approccio sbagliato naturalmente. Non è nella bomba atomica o nello studio del comportamento del nucleo atomico, che sta il problema. Il problema sta nella stupidità dell'uomo che fa la guerra. Quindi la clonazione in sé non è né bene né male, il problema è perché vuoi clonare. Il problema è perché vuoi fare esplodere una bomba. L'energia nucleare certamente non è né bene né male, tant'è che noi ne abbiamo oggi fortunatamente un certo numero di applicazioni pacifiche.

STUDENTESSA: Professore, mi scusi, tornando prima al discorso della piramide, Lei ha detto che appunto la piramide, come tomba dei Faraoni, era il massimo della bellezza e il massimo del potere. Però Lei prima ha detto che non esiste un bello assoluto. Per me invece una piramide, tomba dei Faraoni, potrebbe essere una bellezza assoluta. O no?

Tu hai detto per te.

STUDENTESSA: Sì.

Quindi questo lo accetto senz'altro. Io debbo dire: io ho visto le piramidi. Esiste un detto, che i cammellieri alle piramidi di Ghiza raccontano ai turisti, una specie di piccolo antico proverbio: "Gli uomini temono il tempo, il tempo teme le piramidi". Queste piramidi incombenti, incredibili, cose che riuscirebbe difficile all'uomo di oggi realizzare, che sono state realizzate per rendere eterno il Faraone. E' interessante che sia una forma geometrica quella utilizzata per rappresentare una piramide. Ma la domanda è: se tu avessi dovuto fabbricare la tomba per il Faraone, come l'avresti fatta? In altre parole, immagina di avere il Dio in terra, colui che va a raggiungere il padre, a un certo momento, il momento in cui muore, e che deve essere posto in un luogo nel quale vivrà in eterno, accompagnato da tutte le sue cose belle, un luogo che non dovrà essere profanato, un luogo che dovrà ricordare, in eterno, la grandezza del Faraone. Come l'avresti fatta? L'avresti fatta una cosa tutta puntuta?

STUDENTESSA: No.

Avresti cercato probabilmente il massimo della semplicità combinato tra l'altro con la funzionalità, combinato con il fatto che, per esempio, un oggetto di questo genere ti permette di avere quattro spigoli e questi quattro spigoli, possono essere orientati e quindi, orientando la terra, puoi mettere in relazione la terra con il cielo. Quindi sono, in qualche modo, se vuoi, non dico delle scelte obbligate, ma quasi. Tant'è vero che nell'America Latina i popoli precolombiani anch'essi costruivano delle piramidi. Probabimente è una scelta che è dentro di noi, al di fuori di noi, nella semplicità di queste forme geometriche, che noi assumiamo per essere i rappresentanti dei fenomeni naturali. Noi modelliamo i fenomeni naturali, utilizzando il nostro modo di vedere la realtà. E non potremmo fare diversamente. Per lo meno io non sono capace.

STUDENTE: Professore io volevo sapere come ha fatto Internet a contribuire appunto alla conoscenza delle conquiste scientifiche, in tutto il mondo?

Ma l'informatica e l'esistenza di reti veloci, che permettono di interrogare banche dati vastissime o di mettere in contatto individui con altri individui, ha indubbiamente cambiato il mondo. Il mondo sta subendo quella che è, a mio avviso, una delle più grandi rivoluzioni di questa era. Io non so esattamente che cosa succederà, a seguito di questa rivoluzione, non ho mai studiato questo problema, ho un po' di timore, come tutte quelle persone che non sono più giovanissime, di quello che è nuovo, anche se naturalmente lo uso, un po' di timore per le conseguenze di questo nuovo modo di operare. Devo dire però che è il modo con il quale operiamo noi. Addirittura le riviste scientifiche ormai sono tutte su rete, anche se una copia viene prodotta su carta per prudenza. Se uno ha bisogno di fare una ricerca oggi si collega con il proprio calcolatore ad una Banca Dati e rapidamente ottiene l'informazione, che in passato richiedeva settimane di seppellimento in biblioteca. Quindi, indubbiamente, questo meccanismo funziona, indubbiamente rende la vita più semplice e consente di fare le cose in modo estremamente più rapido. La mia unica preoccupazione, dicevo, è la velocità. Io non sono assolutamente certo che l'uomo sia in grado di metabolizzare tutte le informazioni che Internet è in grado di offrire. Quindi non vorrei che piano piano si passasse a livelli di approfondimento, a livelli di meditazione sempre più bassi, proprio perché il quantitativo di cibo è così grande, che uno non riesce a digerirlo. Internet ha contribuito e sta contribuendo, non c'è dubbio, prima di tutto, a pubblicizzare la scienza, a diffonderla negli strati più vasti della popolazione. Vi faccio un esempio. Esiste un sito dove voi vi collegate e potete vedere in diretta le immagini appena raccolte da un telescopio spaziale. Questo è assolutamente straordinario. Non solo, ma le potete estrarre, le potete manipolare, addirittura potete raccogliere i dati originari, portarli sul vostro computer, e se siete capaci, farne un lavoro scientific. Questo è sicuramente straordinario. Domandiamoci se altri aspetti non possano in qualche modo condizionare lo sviluppo non tanto della scienza, quanto della nostra società e, se ci fossero degli aspetti negativi, semplicemente prendiamone atto e curiamoli, senza per questo naturalmente demonizzare uno strumento che è invece assolutamente straordinario e, lo ripeto, è alla base di una delle più grandi rivoluzioni nella storia dell'uomo.

STUDENTE: Scusi, professore, ma la bellezza può essere considerata come strumento di ricerca scientifica? Nel senso che la bellezza della scienza è l'ordine e la semplicità di una teoria, quindi questa bellezza potrebbe indicarci almeno una strada da percorrere?

Devo dire che è un'ottima domanda. Sì, viene usata spesso e qualche volta viene addirittura abusata. La semplicità è il requisito, in un certo senso, di un certo tipo di scienza. Per esempio, nella fisica. Si parte dal famoso rasoio filosofico di Ockam, per stabilire che, tra due ipotesi, quella che ha bisogno di una spiegazione più semplice è quella probabilmente da preferire, per arrivare ad immaginare, per esempio, una cosmologia, nella quale l'universo è eterno, si espande per sempre, ma si conserva simile a se stesso, e, per fare questo, si inventa la creazione spontanea di materia, cioè si arriva ad ipotizzare un meccanismo, un fenomeno, assolutamente straordinario. Naturalmente non inconcepibile, ma assolutamente straordinario nel convincimento che l'universo debba avere un tal grado di semplicità da essere al medesimo tempo dinamico, perché si espande, ma sempre uguale a se stesso, come sarebbe se fosse statico, cioè essere stazionario. Si espande, ma non cambia nel proprio aspetto. Questo è un requisito di bellezza naturalmente. Innanzi tutto un requisito di bellezza.

STUDENTE: Professore, Lei prima ha detto che c'era un rapporto tra scienza e semplicità. Ma qual è questo rapporto?

Il rapporto tra scienza e semplicità è proprio in quello che dicevo un attimo fa, cioè nel ricercare delle soluzioni, assolutamente semplici ed estetiche a problemi che apparentemente sono piuttosto complicati. Io credo che a questa domanda possa rispondere anche il contributo, che adesso andiamo a vedere, e che riguarda, come spesso accade in temi di questo genere, Albert Einstein.

-Si visiona un filmato:

COMMENTATORE: Qualche anno fa, quando ebbi il privilegio di essere incaricato, tra gli eredi di Einstein, di mettere ordine negli archivi, al termine del mio lavoro una serie di copie originali delle sue pubblicazioni, i cosiddetti Estratti, che Einstein teneva accanto a sé, sul suo tavolo di lavoro. Ne ho quattro volumi. Ecco qui il primo di essi, che contiene le pubblicazioni dei primissimi anni. Questo è il primo articolo sulla capillarità e questo è un articolo sulla relatività, che è divenuto poi tanto famoso. Ascoltate con minuzia, perché in questo inizio c'è tutto Einstein. Egli dice: "E' ben noto che l'elettrodinamica di Maxwell, nei termini in cui viene solitamente intesa in applicazione ai corpi in movimento porta ad asimmetrie che non sembrano inerenti ai fenomeni stessi". Dunque Einstein non rileva un problema sperimentale bensì una difformità estetica. C'è una asimmetria, una stortura nella teoria, che non c'è nei fenomeni. E le righe immediatamente seguenti del primo paragrafo ci dicono subito cosa Einstein ha in mente. Einstein dice: "Ecco una asimmetria. Ecco verificarsi un genere di cosa, che mi riesce insopportabile". Secondo lui, dunque, bisognava cercare di rivedere la nostra comprensione della teoria di Maxwell, per liberarci da un'angoscia che, a quanto sembra, era insorta in lui e in nessun altro. Dopo tutto non c'era alcun impellente bisogno di semplificare tutta la fisica per eliminare questa asimmetria. Ma per Einstein naturalmente la questione aveva una portata ben più fondamentale. In altri termini ai suoi occhi questa stortura di carattere apparentemente estetico, dimostrava, da quello che potremmo chiamare il punto di vista di Dio un'insufficiente comprensione dei fatti, che non poteva essere sanata mediante il semplice stratagemma di sviluppare diversamente delle equazioni diverse.

-Fine del filmato, riprende la discussione.

Capaccioli: Ecco, dunque, dopo questo contributo vorrei riprendere la tua domanda. La tua domanda riguardava la semplicità, il contributo riguardava la simmetria. Questi due aspetti sono comuni a molte teorie fisiche, che utilizzano questi aspetti, ma che sperano anche in questi aspetti, perché, certo, se il cosmo, se la natura non rispondessero a criteri di semplicità e di ordine, di simmetria, noi avremmo enorme difficoltà nel comprendere e soprattutto nel modellare questi straordinari oggetti di conoscenza. Quindi, da un lato c'è un requisito estetico, dall'altro c'è un'aspettativa, una speranza.

STUDENTESSA: Scusi, professore, io vorrei tornare un attimo su Internet, prima Lei ha detto che la scoperta di Internet è stata interessante. Però ho paura che ci siano delle conseguenze. Quali conseguenze potrebbero verificarsi?

Ma ripeterò quello che ho già detto. Le conseguenze sono nell'enorme quantità di informazione che piove su un individuo che sappia navigare bene in Internet. Se tu hai un problema, un problema qualunque, per esempio vuoi avere notizie su una certa cosa. Allora chiami uno dei motori, poni la domanda, il motore va in cerca, in tutto il mondo, di questa informazione e ti piove un quantitativo enorme di informazione. Se tu non hai il tempo di digerire questa informazione, l'informazione ti farà più danno che altro, perché non avrai avuto la capacità di maturare dentro di te l'insieme di cose che ti piovono addosso. Una volta si leggevano i libri, si leggevano i libri e questo portava inevitabilmente ad una certa lentezza nel processo. Questa lentezza aveva una sua importanza, perché c'è biologicamente la necessità di aggiustare il nostro cervello, aggiustare la memoria, fare delle connessioni, ragionare in sostanza e ricordare. Io non sono del tutto sicuro che con questi nuovi meccanismi di velocizzazione dell'informazione noi riusciremo a salvare questa nostra capacità di ragionamento, a meno che non ci siano delle mutazioni nel nostro essere. Questo è possibile naturalmente. Credo che sia semplicemente un problema da studiare, però, non un problema da ghettizzare tra quelle cose che non si devono fare. Semplicemente bisogna starci attenti.

STUDENTE: Dato che io penso insomma che la società cambi e si evolva nel tempo, volevo sapere se per caso questo concetto di bellezza, che per i Greci rappresentava il kosmos, cioè quest'ordine, non può essere diventato in seguito, ossia al giorno d’oggi, una bellezza intesa come disordine, che noi possiamo riscontrare nella musica, in alcuni tipi particolari di pittura, per esempio. Volevo sapere se ci può essere stato invece un cambiamento dal concetto di ordine e si sia passati invece alla bellezza intesa come disordine.

Penso che ci sia questo tipo di evoluzione. Sicuramente nelle manifestazioni artistiche c'è stata una evoluzione, nel nostro concetto di bello c'è stata una evoluzione che non possiamo ignorare. Dal punto di vista della scienza, però, forse perché i processi sono più lenti, questo conflitto tra caos e ordine, questo insinuarsi della semplicità, della simmetria, rimane uno dei paradigmi fondamentali della scienza. Rimane, anche se oggi noi siamo consapevoli che certe cose non vanno più bene, anche se oggi noi siamo consapevoli, per esempio, che la matematica, così come l'abbiamo adoperata nel momento in cui funzionava il determinismo, non funziona più, non dà più rappresentazioni corrette del mondo. Noi abbiamo cambiato, come fisici, il nostro atteggiamento già alla fine dell'Ottocento, quando abbiamo cominciato ad usare pesantemente quei concetti di probabilità, che già Laplace, alla fine del Settecento, aveva introdotto nella matematica. Noi abbiamo cominciato ad usarli nel mondo fisico, - Boltzmann, per esempio - quando abbiamo cominciato a stabilire una relazione tra il mondo esterno e lo sperimentatore, attraverso il principio dell'indeterminazione di Heisenberg, che ha fatto vedere come certe cose non siano conoscibili, come esistano delle demarcazioni, come esistano addirittura delle barriere alla conoscenza dell'uomo. E quindi tutto ciò quel ci aveva portato all’edificazione di quel "castello deterministico" della fisica, chiamiamola newtoniana e postnewtoniana, piano piano si sta sgretolando. Restano tuttavia alcuni requisiti che credo siano insiti nell'essere. Uno di questi è la voglia che tutto discenda da un principio unico. Questo desiderio di unificare i fenomeni in un'unica visione, non ci ha certo abbandonato, anzi, in questi ultimi decenni, abbiamo avuto grandi successi della scienza in questa direzione, unificando almeno due, se non due e mezzo, delle quattro interazioni fondamentali.

STUDENTESSA: Scusi, professore, volevo chiederLe, per la Sua esperienza di ricercatore nel Laboratorio astronomico di Capodimonte, qual'è, secondo Lei, la bellezza di osservare il cielo nel suo ordine e disordine?

Ma guarda, la bellezza di osservare il cielo è qualche cosa che ognuno di noi può raccontare se ha semplicemente voglia di portarsi in un luogo dove il cielo notturno si possa vedere. Da Capodimonte questo tipo di esperienza si fa poco, perché Capodimonte è inserito nel cuore di una grande metropoli, molto illuminata, per cui il cielo notturno è rappresentato nella migliore delle ipotesi da qualche sparsa stellina. Però se ti dovesse capitare di andare in alta montagna, di andare in luoghi abbastanza isolati e lontani da fonti luminose, come è accaduto a me, quando sono andato ad osservare nei grandi osservatori, sparsi in giro per il mondo, sulle Ande cilene, alle Hawaii, ebbene, allora lo spettacolo del cielo è qualche cosa di assolutamente straordinario. Io credo che sia non molto diverso da quello spettacolo di cui potevano godere i nostri antenati e che ha in qualche modo scatenato in essi la voglia di fare astronomia. Noi facciamo astronomia perché, perché possediamo gli occhi e questi occhi ci mettono in contatto diretto con i corpi celesti. Non è un fatto marginale, è un fatto invece assolutamente straordinario, perché, non so se tu ci hai mai pensato, noi siamo come dei pesci, dei crostacei, attaccati sul fondo del mare. Questo mare è il grande oceano dell'atmosfera, al fondo del quale noi ci troviamo protetti da questa atmosfera, che in linea di principio potrebbe impedirci di vedere gli astri, ma che di fatto, per una combinazione di fatti, legati soprattutto alla presenza del sole, ci consente di vedere le stelle. Noi vediamo i corpi celesti e vedendo i corpi celesti noi vediamo questo spettacolo incredibile, fatto di fiammelle che conservano le loro posizioni, che addirittura disegnano, come dimostra quel mappamondo celeste, nella nostra fantasia figure umane, figure di animali, strumenti, che noi abbiamo chiamato "costellazioni", e in mezzo a questi oggetti navigano altri oggetti che sono i pianeti, le stelle erranti, che, di nuovo, sono intriganti perché sembrano andare per la loro strada. Ma, studiando il loro comportamento, ci accorgiamo che, alla fine dei conti, dopo un certo tempo ripercorrono le stesse traiettorie. Quindi il cielo è affascinante per questo senso di mistero che produce in noi, per il fatto che appare, naturalmente non lo è, ma appare assolutamente fuori del tempo e, soprattutto, è al di fuori della portata di chiunque. Non c'è grande re nell'antichità - oggi qualche grande re lo può anche fare -, che possa afferrare una stella come non accade all'uomo più semplice.

STUDENTESSA: Io volevo chiederLe se la bellezza è stata mai lo scopo di una ricerca scientifica.

Non direi che è lo scopo di una ricerca, non lo so questo naturalmente. Non mi viene in mente niente per potervi rispondere di sì. Direi che alla base di una ricerca scientifica forse no. Certamente una delle motivazioni per affrontare una ricerca in un certo modo direi assolutamente di sì. Spesso e volentieri. La storia scientifica di Einstein in fondo, in fondo, corrisponde proprio a questo senso, a questa voglia di ordine, a questa voglia di organizzazione, a questa voglia di semplificazione, che era in quest'uomo, capace non soltanto di desiderare queste cose, ma anche di dargli poi una voce attraverso il suo ingegno straordinario.

STUDENTE: Professore, in che modo la bellezza del cosmo ha influito così tanto sulla vita di tutti i giorni, dall'antichità fino ad adesso, con gli oroscopi oppure quando i re Babilonesi consultavano le stelle, prima di cominciare delle battaglie, ad esempio?

Non è che la bellezza del cosmo e il mistero del cosmo che si è coniugato con il desiderio, non tanto di leggere il passato, di conoscere il passato in questo caso, ma di predire il futuro. Tutto sommato l'uomo ricorda il passato ed ha paura, ha paura del futuro. Ne ha paura particolarmente in certe circostanze. Il cielo misterioso, lontano, ripetitivo, è stato ovviamente utilizzato per divinare. In questo non c'è nulla di male, naturalmente. La divinazione fa parte di quei meccanismi psicologici che ci consentono di campare, ma non ha ovviamente nessun valore scientifico. E' stata appoggiata alla astronomia, proprio perché l'astronomia non si presta ad essere contraddetta. E' abbastanza complicata la costruzione del mappamondo celeste, per essere affidata alla conoscenza di pochi, dall'antichità naturalmente, e quindi ecco che i corpi celesti, se non il volo degli uccelli - qui a Roma si usava il volo degli uccelli per divinare, i Cinesi usano le foglioline del the, qualcuno in ogni civiltà ha usato, ha usato gli astri –cominciano ad essere osservati attentamente. Io sono sicuro che molte persone, leggendo il proprio oroscopo, se l'oroscopo è favorevole, si sentono meglio. In questo non c'è niente di male. E' come fare un complimento a un donna bruttina. Se si fa un complimento a una donna bruttina, la donna bruttina si sente un po' meglio, anche se ovviamente il complimento corrisponde a una leggera menzogna. Nel caso dell'oroscopo corrisponde a una totale menzogna. Ma se può far bene, perché no? Va bene ragazzi, io credo che abbiamo affrontato insieme un tema complicato, un tema che non si può esaurire in poche battute di poche domande: quale è il coinvolgimento della bellezza nella scienza e viceversa. Io credo che questo problema sia uno degli aspetti del problema più generale dell'unità del sapere, dell'unità della cultura. Perché la cultura è unica? Perché la storia romana dovrebbe coniugarsi con la fisica delle particelle e con la musica barocca? Perché sono tutte manifestazioni dell'uomo. E' ben vero che la musica si suona con gli strumenti, che la storia romana si costruisce nelle biblioteche o scavando per terra e che la fisica si fa nei laboratori, studiando il mondo esterno, studiando il fenomeno. Ma dietro al microscopio che guarda, dietro al violino che viene pizzicato, c'è sempre un uomo, c'è sempre un individuo che ha un modo solo, unico di essere: il suo. Questo individuo tra l'altro non è sempre uguale a se stesso, ma si evolve perché si evolve la società e perché egli stesso fa evolvere la società con la propria interazione, con tutte queste diverse manifestazioni della cultura. Ecco, allora, che non è sorprendente che la scienza sia stata tanto condizionata dalla politica, quanto dalla religione. Spero nel vostro caso non sia condizionata da una immagine di una "scienza difficile", che è meglio evitare. E quindi mi auguro che qualcuno di voi qui scelga anche questa professione e, lasciatemelo dire, siamo in tema: è veramente molto bella.

 


Biografia di Massimo Capaccioli

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