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Il Grillo (13/4/1998)

Umberto Curi

Che cos'è l'erotismo?

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Curi: Buongiorno ragazzi, mi chiamo Umberto Curi e insegno Storia della Filosofia all'Università di Padova. Ho dedicato gli ultimi anni della mia attività di ricerca all'analisi filosofica del rapporto tra amore e conoscenza e proprio su questo argomento ho anche recentemente pubblicato un libro, che fin dal titolo, che è La cognizione dell'amore, tiene insieme questi due termini, così apparentemente diversi, come sono appunto "amore" e "conoscenza". L'argomento del quale ci occupiamo oggi è Eros e sessualità, e proprio su questo tema vediamo ora una scheda filmata che è stata predisposta dalla regia.

-Si visiona la scheda:

COMMENTATORE: Nell'antichità greca l'amore è divinizzato col nome di Eros. Delle sue qualità e del suo potere parla Platone soprattutto in due dialoghi intitolati Il Fedro ed Il simposio. Nel primo di essi ad Eros è attribuita la funzione di elevare l'anima alla contemplazione della bellezza in se stessa, muovendo dalla visione delle molte cose belle che si trovano nel mondo sensibile. Nel racconto della discussione, che accompagna la libagione rituale invece, di amore si dice che egli conserva i caratteri di entrambi i genitori di cui è figlio, vale a dire povertà ed espediente. E perciò è sempre alla ricerca di qualcosa, dinamico e insaziabile. In ogni caso, nella prospettiva platonica, l'amore non è contrapposto alla conoscenza, ma tende piuttosto a identificarsi con quella forma di sapere intermedio fra l'ignoranza e la compiuta sapienza, che è la filosofia. Il Cristianesimo introduce una significativa innovazione, mediante la nozione di agape. Amore perfetto e legittimo è quello che, attraverso il rapporto scambievole, riconduce l'uomo a Dio, egli stesso inteso come amore. La sessualità non è condannata in quanto tale, ma solo se trattiene l'uomo sul piano di un amore esclusivamente mondano, impedendogli di ricongiungersi con Dio.
Nell'età moderna l'intreccio fra amore e conoscenza e l'indistinzione fra erotismo e sessualità lasciano il posto ad una concezione radicalmente differente. Da un lato infatti l'amore è sempre più spesso rappresentato come un fanciullo alato e bendato, che scocca i suoi dardi accecando, vale a dire privando della conoscenza, coloro che ne restino colpiti. Dall'altra parte l'erotismo si distingue sempre più nettamente dalla sessualità, la quale viene assunta come forma inferiore e degradata di amore. In entrambi i casi si assiste al sopravvento di categorie e giudizi morali, sulla base dei quali si tende a dichiarare legittimo solo quell'amore che non si riduca alla semplice sessualità. Figura emblematica della problematicità dell'amore nell'età moderna è Don Giovanni.

-Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTESSA: Professore buongiorno. Volevo chiederLe quali pensa che siano state le conseguenze per l'immaginario, la cultura occidentale di una concezione di amore come quella proposta da Platone e in particolare del concetto del corpo, come, in un certo qual modo, prigione dell'anima, e poi, successivamente, nella rilettura cristiana, che è ancora più accentuata, di questo concetto?

Curi: Ma per la verità se si leggono i dialoghi, che Platone dedica a questo tema, cioè il Simposio e il Fedro, si ha la possibilità, - io credo - di dissolvere un po' la leggenda, che è radicata invece per quanto riguarda la concezione platonica dell'amore. Credo che tutti voi, quando sentite parlare di una forma di amore del tutto spiritualizzata, cioè mancante di una concretizzazione fisica, siete abituati a usare l'espressione amore platonico. Anzi addirittura, come sapete, quando si vuole alludere a qualcosa che perfino abbia carattere vagamente utopistico, irrealizzabile, poco determinato, di solito si dice che è una forma platonica. Ecco, questo dovreste tenerlo presente, è uno dei tanti esempi in cui il linguaggio comune, quello che adoperiamo abitualmente, è molto lontano dal testo originale, e cioè da quello che Platone ha scritto intorno a questo problema, visto che, proprio nei dialoghi a cui si faceva riferimento, Platone non nega affatto l'importanza della corporeità e non pensa per nulla che l'amore sia, per così dire, lecito, solo nel senso in cui riesce a liberarci completamente dal corpo, come in parte si diceva nella domanda. Il punto che Platone sottolinea e che poi è presente in forme diverse, anche negli sviluppi successivi del pensiero occidentale, è che l'amore fisico, ivi inclusa la sessualità, deve trovare un suo compimento in quella forma più compiuta d'amore che è l'amore che porta dalle cose sensibili verso le cose intelligibili, ma senza negare minimamente l'importanza, il carattere, direi, fondamentale della sessualità e quindi dell'amore fisico.

STUDENTE: Da quanto abbiamo visto nel filmato emerge un rapporto, una relazione, fra amore e conoscenza; ma è l'amore in se stesso, in quanto legame affettivo fra due persone a rappresentare la conoscenza, oppure è la conoscenza che deve strutturarsi come un rapporto d'amore?

In effetti se noi ci riferiamo ad alcuni autori della storia della filosofia - in questo caso facciamo un grande salto e passiamo da Platone, quindi IV secolo avanti Cristo, fino addirittura al nostro secolo, ai primi anni del nostro secolo e a un autore come Max Scheler,- noi vediamo che secondo questo autore esiste un rapporto - dice Scheler - di reciproca incrementazione tra amore e conoscenza. Cosa vuol dire? Vuol dire che, secondo Scheler, tanto più noi conosciamo qualcosa o una persona e tanto più l'amiamo e correlativamente tanto più noi amiamo qualcosa oppure una persona e tanto più profondamente la conosciamo. Credo che poi questa impostazione scheleriana non sia poi tanto diversa dall'esperienza che ciascuno di noi ha avuto e ha di rapporti di amore, dove l'amore può essere anche l'amore filiale, l'amore che c'è tra gli amici, oltre all'amore vero e proprio che c'è, nei confronti del proprio partner o della propria partner, dove c'è sicuramente - oggi useremmo questo brutto termine - un rapporto sinergico tra amore e conoscenza. Tanto più si ama tanto più si conosce e quanto più si conosce tanto più si ama.

STUDENTE: Lei ha avuto modo di riferirsi alla scissione tra amore e conoscenza nei termini di un diffuso pregiudizio borghese. Vorrei che puntualizzasse i motivi per cui Lei lo ritiene un pregiudizio. Come si è operata questa scissione e in che modo è collegata all'affermarsi della cultura borghese nella storia.

Eh, sì! In effetti l'argomento è molto complesso. Usando l'espressione "diffuso pregiudizio borghese" lei ha fatto deliberatamente una citazione di Max Scheler in questo saggio, che anche vi consiglierei di leggere, un saggio breve, ma molto intenso, che è intitolato appunto Amore e conoscenza. E secondo Scheler l'idea che tra amore e conoscenza sussista un rapporto di antagonismo è un'idea borghese, cioè è propria di una fase determinata di sviluppo storico quella che coincide con la piena affermazione della borghesia. Il fatto che, in realtà, questa contrapposizione sia un risultato dell'età moderna, noi lo cogliamo bene se solo pensiamo, ad alcune raffigurazioni che abbiamo visto scorrere nella scheda filmata iniziale. Se ricordate - ma c'è, per esempio, su questo un bel saggio di Panofsky che riguarda proprio questi temi -, se ricordate, soprattutto nella pittura dell'età rinascimentale moderna, amore è rappresentato come un putto bendato, spesso alato, che scocca i suoi dardi alla cieca. Voi sapete che quella della vista è una delle metafore più potenti per indicare la conoscenza e il fatto che Cupido, cioè amore sia rappresentato bendato, starebbe a indicare che amore non vede, cioè non conosce, e scoccando i suoi dardi alla cieca, anche in questo caso appunto senza fare differenze, accecherebbe coloro che ricevono questi dardi. E' quindi un risultato dell'età moderna questa convinzione della contrapposizione tra amore e conoscenza. D'altra parte io volevo sentire anche da voi qual'è la vostra opinione su un punto molto particolare. Oggi ci occupiamo di Eros e sessualità. Io sono convinto che, quando avete saputo che questo era l'argomento di questa nostra conversazione, non avrete saputo resistere alla tentazione di pensare che in fondo si trattava di un argomento frivolo, e, perché no, anche un po' pruriginoso qualche volta, nel senso che di Eros e sessualità abitualmente si parla con termini confidenziali, qualche volta ironici, accompagnati da sorrisetti. Insomma sembra che questo non sia un tema alto, importante, che abbia un suo spessore culturale. Sembra che sia argomento di pettegolezzi o di confidenze tra amici. E poi invece le cose non stanno in questi termini. Badate non stanno in questi termini, non solo perché c'è un lunga tradizione di pensiero, che ha molto nobilitato la discussione sull'eros, ma perché immagino che ciascuno di voi, quando tratta un tema, come quello dell'amore, in riferimento alla propria esperienza, non lo considera un argomento frivolo, anzi lo considera un argomento molto importante. Che cosa pensate? C'è qualcuno di voi che ha qualche opinione su questo punto?

STUDENTESSA: Io penso che probabilmente l'amore sia una forma, diciamo, con cui l'uomo esce dal suo isolamento in qualsiasi modo, sia, diciamo, per entrare nella società con l'altro sia anche a livello intellettuale. Quindi non intendo l'amore solamente a livello istintivo, come potrebbe essere quello degli animali, insomma. Non per fare una scala di valori tra l'uomo e animali cioè, però comunque, diciamo, se vogliamo definire l'uomo come essere razionale e quindi con la sua peculiarità, facciamo questa distinzione tra l'amore che possono provare gli animali a livello istintivo e quello che può provare l'uomo. Secondo me l'uomo vuole uscire dalla sua solitudine e lo fa attraverso l'amore, ma secondo me, diciamo, è una forma che lui attua per far sì che la sua esistenza sia vivibile, perché comunque penso che da solo non possa sopravvivere.

Certo. Non so se siete rimasti incuriositi dal vedere gli oggetti che ho proposto fossero portati qui in trasmissione, che sono, anzi tutto, se vedete qui, alla mia sinistra, c'è dell'uva, poi se è possibile inquadrare qui, c'è una maschera, che è intenzionalmente poi una maschera che resta indeterminata. Vedete non è la maschera di Arlecchino o di Pulcinella, è una maschera indeterminata. E poi c'è una tunica, sì forse ha una foggia un po' strana, ma insomma è una tunica. Vi siete mai chiesti che rapporto vi possa essere tra l'uva e l'amore, ad esempio, tra l'uva e la sessualità, o tra l'uva e l'eros? Cioè perché, per discutere dell'argomento di oggi, ho chiesto che fossero portati questi oggetti? In particolare, proviamo a partire dall'uva: quale strano rapporto ci può essere tra la vite - e quindi il vino - e l'eros. Se tenete presente uno proprio dei passaggi iniziali della scheda forse vi verrà in mente qualcosa.

STUDENTE: L'uva è molto legata anche al culto di Bacco e quindi al vino, che era necessariamente legato alla sessualità. E quindi credo che questo sia il legame.

Certo. E forse può essere anche un legame più specifico, nel senso che, se ricordate, all'inizio della scheda, parlando di Platone, abbiamo ricordato Il simposio, che, certamente lo sapete, vuol dire quella forma di cerimonia rituale, nella quale si beve tutti insieme, si liba vino, affrontando la discussione di un argomento. E nel Simposio di Platone questa discussione avviene all'insegna della divinità, che è Dioniso, che è la divinità che presiede a queste forme di libagioni - appunto Dioniso, Bacco - e c'è quindi questo rapporto molto diretto, discussione simposiale, e come tema specifico presentato quello dell'amore.

STUDENTE: Io invece, sempre riguardo gli oggetti che sono presenti volevo sapere bene qual' era invece il significato della maschera che c'è davanti a noi.

Sì anche questo è un oggetto simbolo. Come tutti i simboli cercano di sintetizzare il significato di qualcosa di molto più complesso. In questo caso ho chiesto che fosse indicata la maschera, per riferirci ad uno dei personaggi più significativi della cultura moderna: l'uva si riferisce appunto alla cultura classica, qui invece ci riferiamo alla cultura moderna, per quanto riguarda il tema dell'eros e cioè quel personaggio di cui abbiamo visto anche un piccolo pezzo della scheda filmata, che è Don Giovanni. Per quale ragione, per parlare di Don Giovanni, ho ritenuto utile che fosse riportata qui alla vostra attenzione una maschera? Perché Don Giovanni, come probabilmente ricorderete, in tutte le versioni classiche del mito di Don Giovanni, cioè quella di Tirso De Molina è una commedia del 1630 oppure quella di Molière, che è del 1665, oppure il melodramma, il famoso melodramma di Mozart, compare molto spesso mascherato, travestito. E quest'idea che la seduzione si accompagni al travestimento ci fa capire un punto che è quanto di più significativo ci possa essere per la cultura moderna, cioè l'idea che per poter sedurre e portare con sé la donna che si vuol conquistare, bisogna ingannarla, bisogna presentarsi in maniera diversa da quello che effettivamente si è. Don Giovanni, grande seduttore, in realtà è un grande ingannatore, come risulta dal fatto che appunto il primo testo in cui si parla della vicenda di Don Giovanni, che è quello che ho richiamato prima, quello di Tirso de Molina, ha come titolo appunto El burlador de Seviglia, e cioè L'ingannatore di Siviglia. Quindi, seduzione che sembra essere in qualche modo indisgiungibile dal travestimento e quindi dall'inganno.

STUDENTESSA: Io volevo rifarmi a un libro i Pirandello: Uno, nessuno e centomila, in cui Pirandello stesso dice che l'uomo è coperto di maschere. Avevo pensato che questa maschera potrebbe essere una delle tante maschere che l'uomo indossa per mostrare alla società in cui vive di essere barricato, diciamo, di essere corazzato per quanto riguarda l'amore. Volevo chiederLe: potrebbe anche essere una, appunto, una forma di fermo alla conoscenza, per quanto riguarda appunto il rapporto tra amore e conoscenza?

Sì, in effetti, se c'è una cosa credo, appunto anche nell'esperienza di ciascuno di voi, che caratterizza, diciamo così, l'aspetto sociale dell'amore, è che l'amore per lo più viene nascosto. No?! Cioè non è una delle cose che venga immediatamente esibita, e rispetto all'amore, nei confronti degli altri, ci mascheriamo. Questo mi sembrava il significato di quello che tu richiamavi. Tutto sommato, questa convinzione che l'amore debba essere, almeno in parte, nascosto, è connessa all'idea che l'amore è qualcosa che ha a che vedere con la sfera meno nobile della condizione umana. Per cui è qualcosa del quale in una certa misura dobbiamo vergognarci, dobbiamo nasconderlo, dobbiamo metterci una maschera, non comparire per quelli che siamo. Forse tutto ciò è anche in qualche modo collegato al fatto che abitualmente - io ho il ricordo dei tempi liceali - gli innamorati venivano derisi. Non se questa sia anche una vostra esperienza, ma la condizione dell'innamoramento, insomma chi è innamorato, sembra essere - c'è un'espressione, come dire, un po' andante - "via di testa" e quest'idea che sia "via di testa" è in fondo un'espressione un po' grossolana della convinzione che amore e conoscenza non stanno insieme e quindi chi è innamorato non ragiona più. Proprio per questa ragione deve nascondersi allora, deve travisarsi, e la maschera può essere un simbolo di questa condizione di questo travestimento, nascondimento, a cui si è indotti appunto dalla condizione di essere innamorati.

STUDENTESSA: Professore invece qual'è il significato della tunica?

Dunque, non so che cosa faccia venire in mente a voi la tunica. Naturalmente anche in questo caso è un simbolo. Abbiamo già detto è difficile compendiare in un unico oggetto qualcosa di così complesso. Però c'è un passo in maniera particolare dei Vangeli sinottici, in cui si allude al rapporto che bisogna avere col prossimo, nel quale si dice: "Vi era stato detto: "Occhio per occhio, dente per dente", ma io invece vi dico: "A chi ti percuote su una guancia, tu offri anche l'altra e a chi ti vuol portare via la tunica cedigli anche il mantello"". Allora, per tentare di richiamare la complessa tematica biblica e del Vangelo in maniera particolare, sul rapporto amore e conoscenza, ho chiesto che fosse portata appunto una tunica. Se voi ci riflettete proprio nel modo in cui viene introdotto da Gesù il riferimento alla legge di Mosé, la legge dell'occhio per occhio, dente per dente, e il fatto che invece a questa legge Cristo contraponga qualcosa che si spinge al di là della semplice accettazione passiva - "a chi ti vuole portare via la tunica tu dagli anche il mantello", fa capire quanto profonda sia quella che viene chiamata abitualmente la rivoluzione cristiana, nel senso che, secondo Gesù l'amore per il prossimo deve diventare addirittura amore per il proprio nemico, amore per coloro che ci percuotono, ai quali noi offriamo l'altra guancia e, se vogliono portarci via la tunica, gli diamo anche il mantello. C'è proprio un grande filosofo moderno, un critico di Hegel, e cioè Kierkegaard, che probabilmente conoscete, il quale, commentando questi passi evangelici, afferma che qui emerge proprio la peculiarità della concezione cristiana dell'amore, nell'amore verso i propri nemici. Questo è proprio il massimo nel quale si esprime il proprium dell'amore evangelico, l'amore verso i propri nemici, perché è facile amare i propri amici. La stessa legge mosaica prevedeva l'amore verso gli amici e l'odio verso i nemici, mentre Cristo dice: "Verso i nemici bisogna nutrire amore".

STUDENTESSA: Professore, potremmo fare un paragone fra quello che è la riflessione riguardo l'amore nel pensiero filosofico occidentale e invece quelle che sono le tematiche centrali, diverse, della letteratura occidentale, dove al centro c'è più che altro una concezione di amore infelice, sofferto, e più recentemente una tematica, che è al centro di forme d'arte più recenti come il cinema o quella che possiamo chiamare più genericamente musica leggera? Che paragone possiamo fare fra il concetto di amore della filosofia e invece quello che si è sviluppato nella letteratura?

Ma sì questo certamente è qualcosa che probabilmente avrà colpito molti di voi: il fatto che nelle grandi produzioni narrative, anche nelle grandi produzioni cinematografiche, per lo più l'amore compare come amore infelice. Le grandi storie d'amore sono per lo più, quasi sempre, grandi storie d'amore infelice, salvo quei, peraltro pessimi, prodotti hollywoodiani, in cui tutta la vicenda viene confezionata secondo un esito, che ragionevolmente sarebbe infelice, poi, alla fine, c'è un colpo di teatro e invece c'è il lieto fine e vissero tutti felici e contenti. E' un argomento sul quale credo che varrebbe la pena riflettere, cioè come mai non si riesce a pensare, nei termini della produzione artistica - letteraria, artistica, cinematografica - all'amore se non nel senso di un amore che non si compie, che non raggiunge poi il suo obiettivo finale. Io penso - ma le spiegazioni credo che potrebbero essere lunghe, complesse, ma per arrivare al nocciolo -, io penso che qui non c'è qualcosa di molto diverso da quello che ritroviamo nei presupposti filosofici della concezione dell'amore, perché - io mi chiedo se vi siete interrogati su questo punto: immagino che molti di voi abbiano letto il Simposio di Platone -, nel Simposio di Platone uno dei passaggi in assoluto più affascinanti, suggestivi, che catturano di più è il mito di Aristofane. Vi ricordate: quello dell'androgeno originario, di questi uomini fatti a palla, che poi vengono tagliati a palla e ciascuna metà, - e tenete presente, il termine che adopera Platone è un termine importantissimo, ed è il termine symbolon - ciascun symbolon continua a ricercare per tutta la vita l'altro symbolon col quale riformare l'intero originario, quell'uno che ciascuno di noi era prima del taglio. Ebbene io non so appunto se ci abbiate pensato, ma Platone descrive molto bene il processo che porta dall'intero originario alle due metà, che se ne vanno in giro per il mondo, ciascuna cercando l'altra metà, però non ci dice se questa ricerca poi raggiunge o meno il suo esito, non ci dice se si riforma o non si riforma l'intero originario o se invece non accada per caso che ciascuno di noi, ciascuno symbolon è costretto tutta la vita a cercare l'altro symbolon senza mai ritrovarlo. Allora non è improbabile, secondo me, che qualcosa del genere filtri nella produzione letteraria, nella produzione artistica, cinematografica, cioè l'idea che la nostra parzialità, il fatto che ciascuno di noi è solo metà - crede di essere un intero, ma si sbaglia, si inganna, è soltanto una metà - ciascuna metà è destinata a restare nella sua difettività, nella sua parzialità e non ha mai, non avrà mai la possibilità di completarsi. Tutte le volte che siamo convinti di aver trovato l'altra metà con la quale riformare l'intero ci proviamo e poi c'è qualcosa che fa capire che questo intero non si è riformato.

STUDENTESSA: Secondo Lei questo concetto di unità, che è fermamente radicato in Platone, si può ritrovare, come abbiamo detto prima, nel pensiero cristiano, soprattutto nella parte in cui l'amore deve essere, diciamo, sviluppato verso il proprio nemico?

Sì; in realtà penso, e ho tentato di argomentarlo un po' meglio, anche nel libro che prima citavo, che mentre abitualmente si contrappone il pensiero di Platone sull'amore e più in generale la concezione greca dell'eros alla concezione cristiana, poi, fatte naturalmente le necessarie differenze, vi siano elementi di vicinanza molto più significativi di quanto non si pensi, e specificamente nel punto che tu citavi, nel senso che anche nella concezione cristiana dell'amore, siccome questo agape, questo modo di intendere l'amore può dirsi compiutamente realizzato solo se, attraverso l'amore per l'altro, noi riusciamo a risalire all'amore per Dio, che è la fonte di ogni amore, poiché questa è nella concezione cristiana, e poiché questo percorso completo difficilmente si riesce a realizzare, è come se un esito fallimentare, lo scacco, fosse quello che attende ciascuno di noi, anche in una prospettiva cristiana. Non è un caso, secondo me almeno, che all'incirca nel momento di maggiore sviluppo della filosofia cristiana - e penso alla filosofia di San Tommaso, alla filosofia scolastica, che certamente conoscete -, proprio in questa fase, contemporaneamente c'è quel romanzo straordinario, il primo grande romanzo della cultura dell'Occidente, che è Tristano e Isotta, che è una grande storia d'amore infelice, una grande storia d'amore infelice proprio perché, credo, in filigrana della storia di Tristano e Isotta c'è questa concezione di un amore cristiano che non riesce mai o che difficilmente riesce ad esprimersi compiutamente, portando dall'amore reciproco all'amore per Dio.

STUDENTE: Professore, io ho cercato qualche pagina sull'eros su Internet. Volevo far vedere cosa son riuscito a trovare. Qua ci sta un elenco di siti sull'eros, soltanto che non è molto chiara, su Internet, la distinzione fra eros, sesso e pornografia in genere, perché spesso appunto si trovano siti sotto la parola eros, che magari hanno immagini e così via, insomma. Volevo chiederLe: cosa Lei pensa di questo, se il sesso, cioè la pornografia sia una degenerazione dell'eros, qualcosa di completamente diverso.

Sì, questo credo che sia proprio uno dei portati della nostra, di quella che si chiama la nostra civiltà, la nostra società, e cioè una distinzione, che, come abbiamo visto, non troviamo invece alle origini tra l'erotismo e cioè la piena manifestazione dell'eros, cioè dell'amore, che include in sé anche la sessualità, perché in Platone l'eros, quando giunge al grado sommo, porta con sé anche la sessualità, la distinzione tra l'erotismo e la sessualità, che viene resa autonoma, diventa una sfera che ha le sue regole e che per lo più, proprio perché, come dire, scissa dal piano di espressione, di realizzazione compiuta dell'eros, lo richiamava qualcuna di voi in un intervento precedente, diventa davvero espressione puramente animale, piuttosto che espressione della condizione umana. Sappiamo peraltro che, da questo punto di vista, la navigazione in Internet, proprio per il suo carattere, diciamo così, di impersonalità sembra favorire la liberazione di una specie di istintualità per quanto riguarda l'erotismo. Sicché è cosa nota che alcuni tra i siti più visitati siano proprio i siti che in qualche misura offrono anche immagini pruriginose.

STUDENTE: Ma infatti anche il numero di siti, che su questo argomento è molto elevato. Io prima ho cercato la parola chiave eros e c'erano centocinquanta siti. Poi ho cercato sesso, più in generale, e anche siti così, che c'è un'immagine, e così via, ce ne saranno stati qualche migliaio, insomma. Quindi si vede subito il numero molto grande.

C'è nella cultura tra Otto e Novecento, insomma, si afferma, con molta forza, l'idea che nella società, che è dominata dalla produzione industriale di massa, tutto diventa riproducibile in maniera pressoché limitata. da questo punto di vista io vorrei richiamarvi a un film, una produzione cinematografica, che, a mio giudizio, è stata malamente interpretata, che credo che abbiate visto tutti, è passata anche recentemente in televisione, un film: Nove settimane e mezzo, a torto considerato una produzione semipornografica e che invece è un film nel quale, a mio giudizio, si mostra a quale punto può arrivare l'eros, quando diventi appunto sessualità potenzialmente riproducibile all'infinito, un po' come accade con la produzione industriale di massa. Si possono fare tante automobili tutte uguali, si può pensare all'atto sessuale come qualcosa che si ripete identico in maniera virtualmente illimitata. E il fatto che quel film abbia un esito tragico, ci fa capire quale è, secondo il regista, che poi è regista, che poi è un autore che ci ha sempre raccontato favole moderne, qual'è la morale di questa favola: se noi degradiamo l'eros a essere pura sessualità, virtualmente riproducibile all'infinito, l'esito a cui si giunge è l'esito tragico, che è proprio l'esito del film.

STUDENTESSA: Professore, volevo sapere: nella rilettura cristiana del concetto di eros, come possono conciliarsi amore e conoscenza?

Ma proprio per alcune considerazioni, che stavamo cercando di fare prima. Cioè, se è vero - c'è quel famoso passo della Lettera di San Giovanni, che lo indica con molta forza -, se è vero che Dio è amore e se è vero che il compito di ogni cristiano è quello di ritornare al principio che lo ha generato, che lo ha posto in essere, cioè ritornare a quel principio che è Dio, questo ritorno avviene è un ritorno che avviene attraverso l'atto d'amore, ma avviene inevitabilmente anche valorizzando al massimo la conoscenza. Cioè, per poter ritornare a Dio, che è caritas, che è amore, io ho bisogno di ripercorrere i gradi della conoscenza che mi riconducono verso Dio e che mi fanno capire che ciò che sto amando non è Dio, ma ne è semplicemente un riflesso, un prodotto, una creatura. Cerco di spiegarmi meglio. Avrete probabilmente in mente - lo starete studiando, lo avrete studiando - quell'aspetto della filosofia scolastica in cui si delinea quello che si chiama l'itinerarium mentis in deum, e cioè il procedimento della mente che, seguendo una serie di tappe successive, giunge fino a Dio. L'esito di questo percorso non è solo un atto di conoscenza, è un atto d'amore. Facciamo l'esempio di un altro filosofo che probabilmente conoscete: Spinoza. Qual'è il grado sommo del processo conoscitivo? E' l'amor Dei intellectualis, che, come vedete, è un'espressione in cui i due termini amor e intellectualis stanno insieme. L'amore per Dio è anche la conoscenza di Dio e reciprocamente la massima e più compiuta conoscenza coincide anche con l'amore. Questo proprio in una visione - non nel caso di Spinoza -, ma insomma proprio in una visione teistico-cristiana, è particolarmente evidente.

STUDENTE: Ricollegandomi alla domanda precedente, si è detto, se ho ben capito, che la scissione fra sessualità e eros sia una degenerazione propria dei nostri tempi. Ma a questo punto come bisognerebbe considerare i rapporti, che, ad esempio, avvenivano all'interno dei banchetti, insomma, fra i partecipanti e delle cortigiane, che sembrano esulare del tutto dall'eros, tanto che ad esempio erano rapporti che avvenivano appunto solamente con le cortigiane, perché avrebbero fatto il disonore di una moglie e quindi considerati ufficialmente bassi.

Beh, anzi tutto quello dell'amore cortigiano, per così dire, non è certamente - non era questo che intendevo dire -, non è certamente un aspetto che connoti soltanto la società del nostro tempo - anzi come certamente sapete oramai è diventato proverbiale-, il mestiere più antico del mondo è proprio quello della cortigiana, sicché accompagna in qualche modo ogni stadio di sviluppo della società. Quello che tuttavia si può dire è che, proprio riferendoci al Simposio di Platone, il carattere rituale - starei per dire perfino sacro - di quello che accade quando si discute di eros, è confermato dal fatto che - forse l'avrete presente - è uno dei passaggi più significativi, io immaginavo che avesse colpito soprattutto le ragazze - quando Fedro dice: "Bene abbiamo completato il banchetto"- cioè la consumazione del cibo -"proseguiamo la serata bevendo moderatamente del vino e discutiamo di un certo argomento". Quando decidono di discutere dell'amore congedano la flautista e allontanano le donne, che pure con funzioni umili, servili erano state presenti fino a quel momento al banchetto. Perché? Perché da quella cerimonia, - che è il simposio, una cerimonia che ha le sue regole come tutte le cerimonie, altrimenti il rito non riesce se le regole non vengono rispettate -, da quella cerimonia dovevano essere escluse le donne, proprio perché l'importanza dell'argomento in discussione e al tempo stesso il carattere fortemente rituale del simposio, impediva che coloro che erano considerati inferiori al sesso maschile potessero parteciparvi. Sarete, io spero, rimasti, soprattutto le ragazze, colpiti dal fatto che, nonostante il questa conclusione e che il simposio si svolga esclusivamente coinvolgendo nella discussione personaggi maschili, poi la verità sull'amore è detta, sia pure attraverso la mediazione della voce di Socrate, da una donna che è di Diotima. Questo è uno degli aspetti, se volete, più, come si dice, intriganti, del Simposio di Platone, un dialogo dal quale le donne sono escluse, però la verità sull'argomento di cui si discute è stata detta da una donna, non da un uomo, quasi a significare - le ragazze potrebbero considerarla una specie di rivincita -, è anche però la dimostrazione del carattere iniziatico del discorso sull'amore, perché Diotima non è soltanto una donna, è una straniera ed è un sacerdotessa. Dire la verità sull'amore non può dirla una persona qualunque, può dirla soltanto appunto una persona estranea, una straniera, e una sacerdotessa.

STUDENTE: Io volevo chiederLe invece un'altra cosa. Già, come abbiamo visto, nelle varie filosofie, ma anche c'è una concezione comune, anche attuale, Spesso si tende a distinguere vari tipi d'amore: un amore più intellettuale, l'amore tra virgolette, platonico, eccetera. Ed è una cosa che appunto non solo appartiene alla filosofia cristiana, ma che tende a essere, cioè, sicuramente ben radicata anche nelle conoscenze attuali. Ma secondo Lei non dico che è giusto, ma è opportuno fare una distinzione del genere?

Mah, già abbiamo introdotto mi pare alcune distinzioni che possono essere utili, tra la mera sessualità, intesa nel senso proprio della riproducibilità tecnica, la sessualità, direi quasi come virtuosismo tecnico, che vista isolatamente di per sé è davvero uno degli esiti del modo in cui l'amore viene visto in una dimensione molto riduttiva. Per il resto io credo che le distinzioni molto spesso sottintendano un atteggiamento o un giudizio di carattere morale. E su questo io penso che si tratti di essere molto prudenti, perché esprimere dei giudizi di carattere morale, in tema di erotismo, vuol dire inevitabilmente - probabilmente ci avrete pensato -, avere una certa concezione della normalità rispetto alla quale tutti i comportamenti diversi diventino comportamenti anomali o anormali. E qui ancora una volta, l'insegnamento di Platone a me pare straordinario, perché nel mito di Aristofane, nel mito che Aristofane racconta nel Simposio, se ricordate Aristofane ipotizza che in origine, egli dice, che i sessi fossero tre, e cioè la cosiddetta palla originaria poteva essere fatta di due sessi maschili, oppure di due sessi femminili oppure di un sesso maschile e di un sesso femminile. Che cosa succede? Che coloro che erano, ammettiamo maschi, parte di un tutto maschile, ricercavano tutta la vita per riformare l'unità originaria, un partner maschile. La stessa cosa per la donna, la femmina che era parte di un intero tutto femminile, ricercherà un'altra parte femminile. Allora Platone ci fa capire, se voi ci riflettete, che non esiste una condizione naturale, che è solo quella dell'amore etero sessuale, perché qualunque forma di comportamento sessuale corrisponde alla nostra natura originaria, a quello che noi eravamo un tempo. Se qualcuno di noi era parte, come maschio, di un intero maschile, è inevitabile che cerchi per completarsi un'altra metà maschile. In questo senso non c'è una concezione della normalità che tenda a escludere la validità, la legittimità, la conformità naturale di qualunque forma di comportamento sessuale, di qualunque forma di inclinazione erotica. E' un insegnamento questo di Platone, che, in una fase come la nostra, in cui molto spesso prevalgono atteggiamenti di intolleranza o un'assunzione della norma, come modo per delegittimare il comportamento degli altri, è un insegnamento che, io credo, dovremmo tenere presente.

STUDENTE: Ora, divagando un po' da questo argomento, sempre sull'amore come conoscenza, abbiamo citato alcuni miti, insomma, più che miti, opere classiche. A proposito c'è anche il mito di Amore e Psiche, in cui c'è Psiche che, appunto, vive con Amore - amore inteso come Eros, il dio greco - però senza conoscerlo, senza averlo mai visto e senza sapere chi sia il suo amante. Però, nel momento in cui ella lo scopre, la loro storia finisce, la loro relazione finisce. Secondo Lei questo mito ci dice che l'amore senza conoscenza non può sussistere o che invece una relazione può continuare anche senza conoscenza?

No. Questa è una bella citazione perché io sono persuaso che buona parte dei miti classici, dei grandi miti che compongono il repertorio greco-latino abbiano una pregnanza filosofica, che troppo spesso viene sacrificata, perché lì si riduce ad essere storielle prive di significato filosofico rilevante e invece un mito come quello che tu hai citato - oppure provate a pensare al grande mito di Orfeo e Euridice, ad esempio, o al mito, anch'esso a mio giudizio non sempre adeguatamente valorizzato, come quello di Eco e Narciso, sono miti attraverso i quali la cultura greca-classica, ci trasmette, come dire, un messaggio, per quanto riguarda la funzione dell'amore, il rapporto tra amore e conoscenza, che ha una pregnanza ed una profondità insospettate. Nel caso del mito che è stato ora citato è evidente che viene indicata la problematicità del rapporto tra amore e conoscenza, cioè c'è un difficile e sottile equilibrio, per cui, laddove tenda a dominare la conoscenza, la volontà di conoscenza, direi quasi quell'atteggiamento riduzionistico, che tende a riportare tutti i sentimenti sotto la razionalità, l'amore sfuma. Ma l'amore sfuma anche nel momento in cui sia totalmente amore, senza alcuna forma di conoscenza. Cioè quello che conta è questa sorta di equilibrio del sapere, che non è mai un sapere compiuto, è un sapere che è sempre anche un non sapere, che poi se ci pensate è anche ciò che troviamo alla radice della parola "filosofia". La filosofia è questo amore, che è un amore per una conoscenza che non si possiede mai compiutamente ed è in qualche modo anche adombrata nel mito citato di Amore e Psiche, questo difficile equilibrio che deve sussistere tra amore e conoscenza.

STUDENTESSA: Buongiorno professore. Volevo sapere, ricollegandomi al concetto, che Lei prima esprimeva, di normalità e soprattutto di giudizi morali. Secondo Lei - una sua visione e un suo punto di vista -, perché nella società moderna, al contrario di quella passata, partendo davanti la Grecia, visto che stiamo in tema, l'omosessualità oggi come oggi non è legata né al concetto di amore e conoscenza, ma purtroppo, troppo spesso, secondo il mio parere ha un concetto di malattia degenerante e quindi di anormalità. Da cosa è dipeso e cosa si potrebbe fare, diciamo, a livello sociale?

Questo è sicuramente un argomento sul quale, con molta evidenza, si può cogliere una trasformazione della mentalità, del modo di pensare del costume. Nel senso che addirittura, se vogliamo, come al solito, riferirci alla condizione che c'era nell'Atene classica - V secolo avanti Cristo -, non solo l'omosessualità non era stigmatizzata, ma anzi era considerata la forma di amore più compiuto e legittimo, nel senso che l'amore eterosessuale, quello tra il maschio e la femmina serviva alla riproduzione, ma se bisognava parlare di eros, ma perfino altri concetti - provate a pensare il termine kalòs, che vuole dire bello, in realtà era fortemente legato al fanciullo giovane che fosse desiderabile dal punto di vista del rapporto omosessuale, poi kalòs, questo termine, è passato a significare più in generale la bellezza -, quindi sicuramente un atteggiamento di intolleranza nei confronti dell'omosessualità non è proprio della società greca classica. Se ci siamo arrivati è, da un lato, io credo, perché è prevalsa, anche attraverso il Cristianesimo, una concezione della normalità, della normalità del rapporto erotico come rapporto etero sessuale, e dall'altro perché - io, di solito, confesso, non ho molta simpatia per le generalizzazioni di carattere sociologico, ma forse in questo caso, come si dice, ci vuole -, in una società, che è tutta dominata dall'idea che bisogna produrre e riprodurre, e che qualcosa è valido, è lecito se produce qualcosa, un amore, come è l'amore omosessuale ovviamente sterile, per quanto riguarda la produzione di generazione, è considerato una anomalia della quale in qualche modo sbarazzarsi. Credo, per richiamarmi poi a quell'aspetto della domanda in cui si diceva: "Che cosa si può fare", io credo che in questo campo, lo ricordavo prima, l'insegnamento di Platone è importantissimo. Cioè Platone comincia la parte del mito di Aristofane dicendo: "Se volete sapere che cos'è l'amore noi dobbiamo ritornare alla nostra palai fusis, alla nostra natura di un tempo". E Platone dice, per bocca di Aristofane: " E' inutile chiacchierare sull'amore. Per capire qual è l'amore, dobbiamo capire qual è la nostra vera natura. E la nostra vera natura era quella di essere parte di un uno, di un intero originario. Ecco, questo insegnamento di Platone, che quindi ci spinge ad avere rispetto per la natura degli altri e quindi anche per le loro inclinazioni, le loro scelte di carattere sessuale, mi pare che potrebbe essere l'insegnamento che ci guida a questo rapporto di tolleranza e di rispetto nei confronti di tutti.

STUDENTESSA: Ricollegandomi alla maschera e anche al mito citato prima di Amore e Psiche, l'amore come ha detto giustamente Lei può anche essere un amore che tutto sommato vuole rimanere nascosto, un amore che è fatto di inganni, ma spesso questa maschera non può essere una maschera che una persona usa per, diciamo, difendersi dalla sofferenza dell'amore? Da questa concezione di amore infelice, di cui peraltro si parlava prima?

Sì certo, ma, se ci riflettiamo poi, più in generale, la maschera è comunque un simbolo collegato alla conoscenza, cioè la maschera serve per nascondere la propria vera identità ed evitare di essere conosciuti. E allora il fatto che si tenda, quando si è innamorati o quando si ha un rapporto amoroso, a indossare, metaforicamente, una maschera sta a dimostrare che si vuole evitare che questa condizione venga conosciuta, per l'appunto. Questo simbolo poi della maschera, io credo, è stato nella complessa vicenda, di cui è protagonista il più importante mito dell'età moderna, cioè quello di Don Giovanni, ha assunto poi un carattere emblematico, nel senso che sembra proprio indicare, attraverso la molteplicità dei travestimenti di Don Giovanni, sembra proprio indicare l'impossibilità di un rapporto di amore, che non conosca la mediazione, direi il diaframma, che è costituito dalla maschera. Uno dei punti dei quali sono rimasto più colpito, lavorando sul mito del Don Giovanni, è stato proprio questa insistenza del travestimento. Mi sono chiesto: ma per quale ragione un grande seduttore ha bisogno di mascherarsi, di travestirsi? Ma che seduttore è se può sedurre solo se appare diverso da quello che è? E poi forse la chiave - o una delle possibili risposte - l'ho ritrovata in uno dei passaggi più significativi del melodramma di Mozart Da Ponte, cioè in una famosissima scena di seduzione, in cui il protagonista è quasi riuscito a realizzare i suoi obiettivi con Zerlina, anzi c'è un contributo filmato che riguarda proprio questo celebre duettino, forse possiamo vederlo, in modo da avere più presente questo passaggio del melodramma.

(Si visiona l'opera Don Giovanni, nel brano del duetto Don Giovanni-Zerlina)

STUDENTE: Buongiorno, professore. Io stavo pensando che un motivo di questo mascheramento di Don Giovanni, di volta in volta, quando cerca di sedurre, diciamo, le varie ragazze, si potrebbe ricongiungere comunque al mito di Platone, quello dell'unità iniziale, che poi si è divisa. Cioè, stavo pensando, se questa unità si divide e le metà, le metà, diciamo, si disperdono nel mondo, Don Giovanni, per sedurre varie persone, dovrà di volta in volta assumere l'aspetto della metà mancante, quindi non potrà essere sempre la stessa persona, lo stesso personaggio, in quanto appunto ogni metà ha bisogno di una metà differente dalle altre.

Curi: Questa mi sembra una interessante interpretazione per la verità. Se ci riconduciamo però proprio al duettino che abbiamo visto, quello dove Don Giovanni tenta di sedurre Zerlina, Don Giovanni cerca di realizzare questo obiettivo non solo, in questo caso, non mascherandosi, ma anzi valorizzando molto la sua condizione di gentiluomo aristocratico. Se mai l'inganno non è nel travisamento, l'inganno è nella promessa delle nozze. C'è una passaggio del Don Giovanni di Molière, che è molto divertente, dove, presentando il suo padrone, il servo Sganarello dice: "Perché Don Giovanni è uno sposatore a tutto spiano", nel senso che propone a tutte il matrimonio, ma lo propone al solo scopo di goderne le grazie, cioè di poter realizzare la sua seduzione. Se mai una specie di indiretta dimostrazione di quanto poco paghi l'inganno dal punto di vista del rapporto amoroso l'abbiamo proprio dal duettino del Don Giovanni di Mozart, che abbiamo visto, dal momento che, come probabilmente saprete, in tutto l'arco del melodramma di Mozart, Don Giovanni non riesce mai a concludere positivamente le sue imprese, per dirla con termini, così, più immediati. Gli va sempre male, gli va sempre male. Ed è anzi strano, è uno degli elementi più paradossali che un melodramma, che dovrebbe celebrare le gesta di un grande seduttore, è un melodramma nel quale viene invece rappresentata invece la vicenda di uno che sembra non avere alcuna fortuna con le donne.

 


Biografia di Umberto Curi

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