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Il Grillo (29/4/1998)

Salvatore Natoli

Il sacro e la morte

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Natoli: Insegno Filosofia Teoretica all'Università di Bari, mi sono interessato di Teoria degli affetti, delle passioni, ho scritto un libro sulla felicità, che si chiama La felicità, un libro sul dolore, L'esperienza del dolore, dove si affronta anche il problema della morte, che è poi il tema della nostra discussione di oggi.

INTRODUZIONE: La morte è la linea estrema della vita. In quanto confine estremo, essa si colloca tra la fine e l'oltre. La caducità ha spinto da sempre gli uomini a interrogarsi sui valori della vita, sul suo senso, sul suo destino. Nelle società arcaiche la morte era concepita in genere come evento collettivo, era un trauma che colpiva la comunità. Non rescindeva definitivamente i legami: vivi e morti comunicavano tra loro, oltre la morte. Ma l'oltre la morte non sempre era concepito come la migliore vita. E' nella tradizione cristiana che l'oltre la morte prende la forma della miglior vita, della vita eterna. In Cristo la morte è vinta, nel Cristianesimo non si muore più veramente. La vera morte è la morte eterna, la dannazione. Ma la morte, già a partire dalla tradizione antica, valga per tutti Epicuro, era concepita in tutt'altro modo: la morte, altare di ogni altra realtà, è un evento naturale. In quanto naturale non può essere vinta, ma cessa d'essere scandalosa. Nelle società contemporanee, la vita si difende dalla morte, rimuovendola, fino ad ignorare il morente. Ma la morte non si può cancellare, si può non farla apparire.
Nella morte in qualche modo si è sempre soli, ma questo non è di per sé un danno. Se la rimozione della morte ammala la società di falso ottimismo, la morte privata, la sobrietà e il pudore danno alla morte una dignità forse più alta di un pubblico cordoglio, ritualizzato e senza amore. Ma la morte segreta può essere bella se non è abbandono. Per morire bene, bisogna morire per qualcuno, cioè è difficile, ma non impossibile. Morire per qualcuno significa consegnarsi a qualcuno, non lasciare un'eredità, ma potersi lasciare in eredità, essere accolti nella vita da altri e continuare a vivere in loro, nonostante la morte. Questo può essere un bel modo per morire.

La morte viene vista anche come un evento collettivo, nel rito. Come si può conciliare questo aspetto con il dolore individuale, strettamente personale delle persone che erano più vicine al defunto.

Natoli: Questo è un rapporto molto importante tra l'individuale e il collettivo, perché riguarda proprio il modo del vivere la morte, il vissuto della morte, che non è stato sempre uguale, nelle epoche del mondo, e non è uguale nelle diverse civiltà del mondo, perché il tema della individualità, della morte come morte solo mia, è abbastanza recente rispetto alla storia dell'umanità, nel suo complesso, perché nelle società arcaiche la morte era un fatto collettivo, per il semplice fatto che la società era più integrata. Nelle società arcaiche si viveva insieme, si stava insieme, c'era una continuità di spazi, di ritmi di vita. Era difficile, in quelle società, cercare e trovare la solitudine, c'era un'interazione continua; e quindi la morte certamente era patita dall'individuo, ma era patita anche e soprattutto dalla comunità. Cioè la comunità viveva la morte di un suo membro come una perdita, come una perdita radicale, come una ferita. E si risarciva. Infatti, proprio nei momenti di morte - i rituali di morte sono nati così -, la comunità si stringeva. E anche nelle società più recenti, dove ci sono residui arcaici, nella morte c'è il dare, il portare il cibo ai parenti, in cui c'è stato l'avvenimento mortuario, le visite, cioè tutti i fenomeni che sono presenti nella nostra società molto meno di quanto non lo fossero nelle società arcaiche, dove tutta la società si stringeva a comunità nei confronti della morte. E anche il rapporto con colui che moriva era un rapporto diverso da come lo concepiamo noi oggi, per cui la morte è un fatto naturale: si torna alla terra. Ecco, nelle società arcaiche questo non era poi così vero, nel senso che la morte non era concepita in modo molto naturale. La morte era concepita soprattutto come una uccisione, la morte era pensata, in alcune società, come un omicidio. Per esempio in tedesco morte si dice Tod, che deriva dal verbo töten, che significa uccidere. Quindi la morte è il frutto di un'uccisione, quasi venisse dall'esterno e non fosse una curvatura della natura. E il morto, come anima, come spirito, continuava a vivere. E quindi c'era un rapporto di comunità non solo tra i viventi, ma tra i vivi e i morti, perché i morti potevano tornare, erano spiriti vaganti. Non solo, ma potevano vendicarsi dei vivi, per le offese che avevano ricevuto da vivi.

Le nuove tecniche inventate in questi ultimi anni per differire la morte, per allontanarla sempre di più, in qualche modo non possono far perdere quello che è poi il senso della morte, cioè la rendono come un qualcosa di ostile, di nemico dell'uomo, facendo perdere invece appunto il suo senso primario, che appunto è un evento naturale.

Bisogna fare delle riflessioni molto attente, perché, come dicevo prima, nelle società arcaiche c'era questa ferita nella comunità. Nello svolgimento della modernità c'è stata sempre di più una personalizzazione della morte. La morte è diventata sempre di più una esperienza individuale. E lasciamo, tra parentesi, in questo momento, la morte così come è stata vissuta nei secoli cristiani. Ma già nei secoli cristiani c'è una individualizzazione della morte, nel senso che il soggetto che muore, è lui che è destinato alla salvezza o alla dannazione, è lui il titolare, e quindi l'elemento della propria salvezza e il protagonismo quindi nella morte, nel Cristianesimo diventa molto importante, anche se pur sempre resta la comunità. Ecco, nella modernità si sviluppa, viene sempre più avanti questo tema della naturalità della morte, che già c'era nel mondo antico. Si citava nella scheda Epicuro, Lucrezio. La morte era aggregazione e disgregazione, quindi non era una forza esterna che uccideva, ma, diciamo, la natura, dentro di sé, aveva il germe della morte. Ogni uomo muore perché la morte matura dentro di lui. Quindi c'è questa dimensione di naturalità della morte. Ecco, nel moderno, che cosa è successo? Che nel momento stesso in cui l'uomo assume come ovvia la naturalità della morte e addirittura non crede più nell'altro mondo - o molti uomini non ci credono, non si crede più alla vita eterna o all'altra vita, quindi la morte è naturale -, dovrebbe essere più facilmente accettata. Ma questo non è avvenuto, perché in concomitanza della persuasione che la morte è naturale, si è sviluppata la tecnica. E la tecnica ha la possibilità di differire la morte, perché c'è stato un prolungamento della vita e anche nella situazione della malattia c'è una possibilità di durare a lungo nella malattia, c'è una possibilità di ridurre il dolore vivo e allora il fatto che la tecnica abbia avuto il potere di differire la morte, per quanto la morte sia pensata come naturale, è vissuta come innaturale. Perché? Perché la tecnica la può differire. E allora qui la dimensione della soggettività, del destino dell'individuo rispetto alla morte, si gioca anche come rapporto dell'individuo rispetto alla tecnica. Il risultato finale di questo è che l'uomo, affidato alla tecnica, è sottratto alla comunità.

Non si può considerare come una contraddizione il fatto che nella nostra società da una parte c'è un tentativo di fuggire la morte e di tenerla nascosta, mentre dall'altra parte viene mandata in televisione, viene spettacolarizzata per questioni di audience.

Sì, certo. Questo è un problema presente nelle nostre società, perché la morte resta sempre un fattore drammatico. E' lo spettacolo della vanità, la vita che si dissolve. La vita non vuole morire. Anche se la morte è naturale, il vivente, fino a che vive, non vuole morire. Quindi c'è un elemento traumatico nella morte, un trauma profondo che spinge l'uomo a interrogarsi sul senso della sua esistenza. Ora noi siamo in una società in cui la morte non si incontra più nella quotidianità della vita. Si diceva prima, nelle società arcaiche, ma anche in quelle più recenti, quelle dei nostri genitori insomma, la morte si incontrava nella vita, nel senso che il malato stava a casa, c'era un'assistenza del paziente, si vedeva morire la persona, si stava fuori, ma poi si tornava, cioè c'era un contatto fisico con la morte. Con la tecnica il malato, il morente è sottratto, perché è affidato al competente. Il risultato pratico è che, per quanto ci siano relazioni d'affetto, non c'è il contatto fisico con la morte. E quindi la morte, in quanto gestita dalla tecnica, viene sottratta all'ordinario della vita. E nella vita corrente di ogni giorno, si cerca di fare sparire la morte. Tutte le immagini che voi vedete sono immagini vitali, sono immagini di bellezza. Anche la carie di un dente è rappresentata come bella, perché è associata al viso della bella ragazza e al dentifricio. Si dà un'immagine di sanità. Eppure la morte c'è. E ci sono eventi terribili in cui la morte c'è. E allora come appare questa morte? Nella forma della rappresentazione, dell'epopea del macabro. La morte è qualcosa di rappresentato e non di vissuto. E quindi, in questo senso, è resa visibile, ma, nello stesso tempo, è resa finta, perché non entra nella quotidianità della vita. E' talmente spettacolarizzata da sembrare inverosimile. E quindi la morte è ridotta a film. E quindi, nel momento in cui entra nella vita, è anche falsificata. Il problema vero di incontrare la morte è la responsabilità dell'altro, del suo dolore. Allora noi molte volte siamo irresponsabili rispetto al dolore che abbiamo attorno, e ci beatifichiamo, anzi ci eccitiamo, con il macabro, con il terrore. Vedete la filmologia contemporanea: il terrore è diventato un ingrediente shock, un effetto shock sul soggetto. Quindi questa è la dimensione di falsificazione della morte.

Abbiamo visto che nell'antica Grecia, ma anche tutt'oggi, in India, viene cremato il corpo del defunto. Volevo sapere che significato ha questo rito e se in qualche modo c'è qualche analogia tra questi due modi, insomma.

L'analogia è di principio, o di affinità rituali, perché i modi per risolvere il rapporto con il corpo del morente e con il morto poi cambiano da società a società. Ci sono modi diversi di sepoltura. In alcuni casi c'era la cremazione, in altri c'era, addirittura in certe culture iraniche i corpi venivano esposti, in modo che li mangiavano gli uccelli. Quindi, diversi sono i rituali. La cosa importante era, lo stavo accennando già prima, che il rito di sepoltura era decisivo, perché in certo senso bisognava allontanare il morto dalla comunità, perché poteva tornare - questo era nella concezione arcaica -, poteva tornare anche a vendicarsi dei torti subiti. E poi in alcune culture non si sapeva mai se il morto fosse morto davvero, fin quando esisteva il cadavere come, come carne, prima della putrefazione. Infatti in alcune culture la vera sepoltura era la seconda sepoltura, cioè il passaggio del morto dalla inumazione nella terra nell'ossario. Allora era morto definitivamente. E quindi ci si difendeva dal morto e nello stesso tempo lo si onorava e quindi lo si placava. Per cui i riti di sepoltura erano modi attraverso cui la società si teneva in contatto coi morti, ma allo stesso tempo si difendeva dai morti. I modi, i rituali, attraverso cui questo avveniva, cambiavano nelle diverse società, nelle diverse culture. Ma c'era fondamentalmente un rapporto con l'oltre. Ecco nelle nostre società questo rapporto con l'oltre ormai non c'è più. Ormai nelle nostre società il rapporto con l'oltre è tramontato.

Perché, nella tragedia greca, la morte non viene mai rappresentata sulla scena, mentre noi adesso, appena accendiamo il televisore, vediamo immagini di morte ovunque?

Beh, questo è un discorso che già accennavo prima. Però gli antichi il rapporto con la morte ce l'avevano. Anzi, addirittura nel mondo greco non avevano bisogno di rappresentarla, perché c'era l'esperienza diretta del cadavere. Poi c'era anche l'esposizione del cadavere, c'era la ritualizzazione sul cadavere, c'erano delle operazioni sul cadavere. Quindi, il fatto che venisse o meno rappresentato in scena era irrilevante nel senso che la morte era nella vita. Addirittura nel Medioevo i morti non venivano seppelliti in veri e propri cimiteri che poi sono stati pensati abbastanza tardi. Venivano seppelliti o accanto a chiese, che erano chiese cimiteriali, oppure addirittura nei muri di casa. Ci sono delle scoperte in cui i morti vengono incastonati nella casa, cioè non uscivano dalla casa, erano nei paraggi lì, si faceva un muro particolare. Quindi questa continuità tra la morte e vita c'era. Per noi la morte è diventata un qualcosa di staccato dalla vita e quindi diventa un dimensione di eccitazione, di spettacolarità. Perché, nel contesto della vita, la morte è allontanata, è cancellata, è dimenticata dalla nostra stessa vita. Cioè, la componente di giovanilismo, cioè il sentimento che non si possa mai morire è quello che è coltivato.

Lei ha scritto che la morte è l'unico momento in cui l'uomo può trovare la sua vera identità. Ma come è possibile tutto questo?

Bisogna aggiustare un pò l'espressione. Quello che lì io dicevo, riprendendolo anche da un grande filosofo contemporaneo, che è Heidegger, è che nella morte il soggetto non è mai sostituibile. Cioè l'unica situazione per un uomo, in cui è protagonista assoluto e non può essere sostituito da nessuno, è la morte. Quindi nella morte il soggetto fa l'esperienza più propria, cioè, della sua radicale unicità. E' in base alla morte che noi siamo unici. Ma io in quello stesso testo che lei citava, dico che la morte non è soltanto l'esperienza della propria unicità, ma è anche l'esperienza del legame, perché nella morte si muore sempre per qualcuno. Nella morte che cosa accade? Sostanzialmente si perde il mondo, e chi che ama qualcuno che muore, perde colui che muore. E quando muore qualcuno, con quella persona muore tutto quello che io avrei potuto vivere con lei, fare con lei. Quindi la morte dell'altro porta con sé definitivamente a morte tutte le possibilità che io avrei potuto vivere con lui. Quindi nella morte c'è l'esperienza dell'autenticità, ma anche l'esperienza profonda della relazione. Ecco perché, nelle società antiche, la morte era sentita come trauma della comunità. Quindi bisogna tenere insieme tutte e due gli aspetti: gli aspetti della insostituibilità, unicità nel morire, ma anche gli aspetti profondi della razionalità; questo è un tema importante perché spesso nella sociologia contemporanea, nella vita contemporanea, si parla di solitudine nella morte.

Noi abbiamo visto che molto spesso le religioni sono state un tentativo di superare la paura della morte, così poi come anche si è cercato di fare con atteggiamenti laici, poi, al di fuori della religione. Per esempio anche vediamo il discorso del ricordo che rimane, oltre il sepolcro, per esempio, che fa il Foscolo. Ma, secondo Lei, è possibile superare cioè la paura della morte? Cioè c'è un uomo, c'è stato un uomo, che ha superato la paura della morte? E' possibile vivere senza la paura della morte?

La paura della morte per molti versi è inevitabile, nel senso che il vivente, in quanto potenza ad esistere - perché questo vuol dire vita -, è appunto colui che rifiuta la morte. La vita rifiuta la morte. Però noi siamo una quantità di potenza finita. Dire che la morte è naturale, la scoperta della naturalità della morte, è appunto questo. Cioè l'uomo ha compreso che la morte matura dentro di noi. La vita cresce, ma alla fine si dissolve. Quindi c'è questa inevitabilità della morte. Però il fatto che la morte sia inevitabile, non vuol dire che, per ciò stesso, diventa accettabile. E quindi la vita umana è sempre questo ????, questo combattimento tra la vita e la morte. E la personalità meglio cresce, meglio si struttura, se - io dico nel mio Dizionario dei vizi e delle virtù, ma anche in altri luoghi -, se si porta all'altezza della morte, che non è quella che viene alla fine, ma le molte morti che attraversano la vita: i desideri mancati, gli amori falliti. Ecco, a fronte di tutto questo, l'uomo ha risorse, può rilanciarsi. Quindi noi, nella vita, abbiamo la potenza di molte resurrezioni. Quando avviene la morte definitiva? Quando questa capacità di risorgere, questa nostra forza si assottiglia e finisce. Ecco allora qui ci sono proprio due punti di vista: uno che dice: la morte verrà è naturale. Ecco, allora per me il compito più alto non è di allontanare la morte che viene alla fine, ma di realizzare al meglio questa mia vita. Visto che la morte è naturale, proprio perché dovrò morire, devo vivere con pienezza questa vita, cercando di valorizzarla al massimo. E c'è invece chi dice: proprio perché devo morire, questa mia vita, questa vita non vale niente. E allora c'è bisogno di una compensazione, c'è bisogno di un al di là che compensi questa vita, che, se è fatta per la morte, non avrebbe senso. Allora sono due modi di esperire la morte, che esistono. L'antropologia del credente è una antropologia che non sopporta la morte. L'antropologia del non credente è una antropologia che si porta all'altezza della morte. Ecco due modi di affrontarla e di viverla.

Il fatto che oggi sia finito il rapporto tra l'uomo e l'oltre, cioè tra l'uomo e i morti, come Lei ha detto, non è dovuto al fatto anche che con la morte è il momento in cui l'uomo si pone davanti all'ignoto, cioè a ciò che non conosce in fin dei conti? E quindi, nelle società contemporanee, in cui tutto è determinato, tutto è definito, questo rapporto finisce, per forza, perché si ritorna sempre al vecchi problema di non trovare una risposta a un problema, cioè l'ignoto? Non è dovuto forse a questo, il fatto che forse sia finito questo rapporto?

La dimensione dell'ignoto è la dimensione dell'oltre ed è la dimensione per cui c'è un'intimità stretta, sin dalle origini, tra la morte e il sacro. Allora ultima linea rerum? E' l'ultima linea delle cose la morte? Oppure è un confine che ci spinge verso una ulteriorità? Poi è il dilemma di Amleto, no? "Essere o non essere". Mi toglierei la vita, se non ci fosse la dimensione dell'oltre. Ecco, la società contemporanea ormai ha perso sempre di più la dimensione dell'oltre. Può rimanere, quando va bene, la dimensione del ricordo. Ecco, qui c'è un esempio, in questa rivista, che è Tecnica ed informazione delle aziende: Tra le tante cose, tra i tanti business, c'è quello mortuario. E qui c'è una azienda che vende casse da morto, Pompe Funebri. Quindi c'è un business, una industrializzazione della morte, ma non nel senso dell'oltre, ma nel senso dell'impacchettare bene il morto, allo stesso modo in cui si fa un bel pacchetto, una bella spedizione per la spedizione, dove lì c'è un destinatario e qui non c'è. Noi abbiamo una scheda di questi business, cioè dove si va a scegliere come confezionare il morto.

Non è possibile che la morte esista soltanto per chi resta, la morte intesa come perdita, mentre per chi muore in fondo la morte non esiste, nel senso esiste nel momento in cui si muore, ma quello è ancora vita in fondo, cioè la fine della vita, se vogliamo? Quindi, se nella morte non c'è più l'esistenza, o per lo meno quell'esistenza che siamo abituati a conoscere, in fondo la morte non esiste.

Questo che Lei dice è il celebre argomento di Epicuro. La formula di Epicuro, quando allontana la paura della morte, è quella notissima: "Quando c'è la morte non ci siamo noi, quando ci siamo noi non c'è la morte, quindi la morte non è un male". Ecco, quindi, in effetti, questo discorso, in una concezione, che è quella di Epicuro, ma poi è diventata la concezione corrente delle culture non religiose contemporanee, non vede nella morte il vero punto drammatico della vita, il vero punto di battaglia. Diventa importante quello che dicevo prima, cioè la morte che l'uomo incontra è quella che incontra nella vita. E' nell'esperienza del dolore che c'è la morte, è lì che c'è l'esperienza della perdita. E' chiaro che poi c'è l'esperienza finale. Il progetto di perdersi del tutto, ecco, questo è importante. In che senso noi viviamo la nostra morte finale come importante? Perché la anticipiamo nella vita. Ecco Heidegger parlava proprio di anticipazione della morte, cioè nel nostro progetto di vita, siccome sappiamo che c'è la morte, noi la anticipiamo, e quindi diventa importante, non quando verrà, ma perché è sempre presente nella nostra vita, come la nostra estrema possibilità. Infatti nel Cristianesimo, o nella liturgia cristiana-cattolica, esiste una formula: media vita in morte sumus, cioè siamo nella morte al centro della vita. Ecco allora, in questo senso, la morte ci appartiene. Ci appartiene come il nostro ultimo confine, come la nostra più propria possibilità. Allora in questo senso noi la viviamo, ma la viviamo davvero incontrandola nella vita, in quelle piccole morti o grandi morti che sono le nostre sofferenze, rispetto a cui non bisogna essere pessimisti - io non lo sono, non a caso ho scritto un libro sulla felicità -, c'è una possibilità di risorgere. Ecco, la potenza che noi siamo, può vincere. L'altro discorso invece è importante: come si muore. Si muore per altri. Io ho detto: si muore sempre per qualcuno. E ci può essere anche una bella morte quando nel morire la formula che io uso è non lasciare in eredità qualcosa, ma lasciarsi in eredità, cioè qualcuno che accolga il morente in sé, quasi per continuare il suo compito. Ma allora per morire così bisogna vivere bene. Ecco il problema di oggi: la solitudine. Oggi si parla tanto di solitudine del morente, ma la solitudine del morente comincia molto prima, perché i legami forti sono sempre meno forti nella vita, o quanto meno sempre più arrischiati. I legami familiari, i legami affettivi, la giovinezza li consuma e li sostituisce, ma poi viene un punto in cui questi legami non ci sono, si resta soli. Si muore soli, perché si è vissuti soli.

Io non ho capito bene cosa vuol dire Lei quando usa l'espressione: "si muore sempre per gli altri".

Direi che nel suo significato elementare la cosa è abbastanza semplice da capire. Morire per gli altri vuol dire questo: mettiamoci dalla parte del morente, il morente patisce la sua morte. Ma patisce che cosa nella sua morte? Il distacco dal mondo, quelli che lascia, perché altrimenti non patirebbe la morte, la morte come abbandono della vita, e quindi come distacco dagli altri. Questo in chi muore. E l'altro che vede la morte, questo lo abbiamo già detto, patisce la perdita dell'altro, cioè tutto quello che può fare con lui. E quindi nella scissione, nella separazione - ecco la morte come esperienza della separazione - è sempre un morire per qualcuno: dalla parte di chi muore l'abbandono del mondo, per chi sopravvive la perdita dell'altro. Ecco perché è esperienza del legame.

Noi abbiamo parlato di Pompe Funebri, e quindi anche il desiderio da parte dei familiari di dare una sepoltura degna al morto. Ma come mai spesso c'è questo desiderio così forte di sacralizzare la morte?

Il desiderio di sacralizzare la morte, nelle nostre società, secondo me c'è molto meno di quanto non ce ne fosse in altre, e soprattutto nella società cristiana. Ho detto la confezione del morto non è sacralizzazione, è eleganza, è correttezza e, se si vuole, un modo per fissare il ricordo. Tutti quei simboli cristiani, che noi abbiamo visto nell'emporio, sono diventati segni, nella nostra società soprattutto, decorativi, più abitudini residuali che convinzioni. Qui ho questo oggetto. Questo oggetto era usato per l'Estrema Unzione, e c'era l'oleum infirmorum, l'olio degli infermi. Ecco, quando questo oggetto - e anche oggi per i credenti lo è - veniva usato, si accompagnava il morente verso il transito. Allora qui la parola "sacro" significava moltissimo, dove, nel momento della morte, non c'era la fine di tutto, ma c'era sostanzialmente un "a rivederci", un ritrovarsi - e nella liturgia cristiana lo si dice -, in patria. Quindi c'era il dolore di un congedo momentaneo, e quindi il dolore della morte, il trauma c'era molto forte, però c'era pur sempre la speranza di rincontrarsi. Allora, nella società cristiana, la sacralizzazione della morte avviene così. E nelle società arcaiche, abbiamo visto, era sacralizzata perché il morto poteva tornare. Tutto questo non esiste più quando il morto si può impacchettare. L'unico modo attraverso cui il morto può vivere ed eventualmente ci ritorneremo è nella memoria di chi sopravvive.

Ma il suicidio assistito, invece no?

Il suicidio assistito - che poi è fondamentalmente una forma di eutanasia -, lì il problema è diverso perché si tratta di ragionare sulla responsabilità che il soggetto ha nel suo morire. La forma è: morir bene. Cioè, fino a che punto è giusto che un individuo che perde la sua personalità, che è straziato dal dolore, che è umiliato dalla malattia debba proseguire nella sua vita? Questo problema si pone tanto più in una società come la nostra, in cui la tecnica può differire la morte. Ecco, allora è un problema in termini di dignità. Possiamo fare sopravvivere un corpo, là dove c'è la dissoluzione del soggetto? Oppure l'uomo esiste fin quando è un soggetto? E' in questi termini che si può porre il problema dell'eutanasia. E allora, siccome il soggetto che soffre è un soggetto che è espropriato da sé in forza della stessa malattia, allora fino a che punto lui la domina questa sua fine? Fino a che punto non la domina? Ecco, allora in questa, in questa incertezza, l'eutanasia può configurarsi come atto di dignità, ma può configurarsi anche come un modo, per liquidare chi sta morendo, perché coloro che stanno accanto a lui non reggono la sua morte. E quindi bisogna considerare l’eutanasia dentro questa oscillazione e dentro questa ambiguità.

Lei attribuisce lo stesso valore alla morte violenta che dà alla morte naturale, cioè la stessa dignità la attribuisce anche alla morte violenta? Gli stessi valori che ci ha descritto essere propri della morte naturale, li attribuisce, si possono riferire anche alla morte violenta? Volevo sapere.

Bisogna vedere cosa si intende per morte violenta. Se per morte violenta si intende l'accidente, la classica tegola in testa, allora quella morte è violenta, nel senso che stronca una vita sana, cioè non matura dentro il corpo e ha caratteristiche innaturali, cioè quell'uomo è ucciso, non è morto perché la sua vita si è sviluppata, si è consumata. Tra l'altro alcuni ritengono che la stessa malattia abbia questi caratteri di aggressività. Bisognerebbe leggere i necrologi, per vedere come è nominata oggi la morte. Sarebbe molto interessante fare un'indagine di questo tipo. In ogni caso un corpo sano, un giovane sano, che viene ucciso, che cosa ricorda agli uomini? Il loro essere esposti, cioè la loro naturale fragilità. E allora, a fronte della naturale fragilità, gli uomini devono proteggersi, essere avveduti e, soprattutto, stare legati tra di loro, cioè assumere l'un l'altro la responsabilità. Ecco, questo che cosa esclude? Esclude l'altro tipo di morte: cioè la morte inflitta. Allora qui il problema non è più la morte, il problema è il male, cioè il male che gli uomini si fanno tra di loro. Un fatto è essere esposti alla morte in quanto siamo mortali, un fatto è l'intenzione reciproca di uccidersi tra gli uomini. Allora in questo caso la morte ha un altro nome e si chiama delitto. Questo è un altro tipo di problema.

Professore, Lei nel suo libro Dizionario dei vizi e delle virtù, parla di "morte eticamente bella", e fa riferimento anche agli stoici. Ma cosa significa realmente "morte eticamente bella"?

"Morte eticamente bella" vuol dire, anche se la parola può sembrare strana, io uso "estetica della morte". C'è una possibilità estetica della morte, ma questo è possibile soltanto se l'uomo si è costruito uno stile della vita. Lo stile nella vita vuol dire: la capacità di reggere al dolore, di formarsi, di avere legami, affetti, di coltivare amicizie, di sentirsi nel legame con gli altri. Allora, nella costruzione della propria vita, come vita riuscita, si realizza quella condizione finale, possibile, rara, ma possibile, in cui si muore per qualcuno e si lascia qualcuno. Allora, in questo senso, alla fine della vita, si può dire: ho vissuto bene, lascio qualcosa ad altri, un ricordo di me che li aiuti a vivere. Questo è il modo per chi non crede oggi di vivere bene, nel senso di lasciare una continuità. A questo punto c'è qualcuno che prende la staffetta e continua. E quindi i miei insegnamenti, quello che ho fatto, quello che ho donato, nel modo in cui l'ho potuto donare, ha fatto crescere qualcuno. E quindi, mentre io mi vado spegnendo, alimento qualcosa che cresce. E questo è il modo migliore per durare. Chi muore in questa situazione, muore bene. La sua morte è estetica

Mi scusi, in una pagina de I demoni di Dostoevskji, viene autorizzato il suicidio come estrema possibilità per l'uomo di negare la vita. Per lei è possibile che poi quest'atto, inseritosi comunque in un'ottica dell'esistenza, cioè che si compie comunque in un momento di vita, possa arrivare a contraddirla, oppure comunque viene ringhiottito in quella che è cioè la macina dell'andare avanti, della vita.

Nel suicidio c'è una pretesa di assoluto. L'errore del suicidio fondamentalmente è questo. La maggior parte della gente che si suicida, non si suicida nel modo e secondo il modello di Dostoevskji, si suicida perché non ce la fa... .

Però anche il suicidio dovrebbe essere una morte estetica.

A suo modo il suicidio è una morte estetica.

Anche se non lascia niente poi.

Però ha la caratteristica dell'onnipotenza. Ecco quello che bisogna evitare è questo: non accettare la morte. Il suicidio, paradossalmente, in colui che si dà la morte, è il modo per non accettarla. Secondo me il modo più alto per affrontare la morte, è accettarla con dignità, appunto cedendo al propria vita ad altri. Nel suicidio c'è un delirio di presunzione.

Una volontà di potenza, si potrebbe dire.

Una volontà di potenza. Proprio sviluppando questo tipo di ragionamento: il suicidio, come una rinuncia alla vita, perché è insopportabile, qui c'è una pretesa di vita che non è la vita che noi viviamo, e invece la morte può concludere bene la vita, soltanto se noi abbiamo vissuto la vita nella sua stessa lacerazione, cogliendone però anche la bellezza.
Nel trasferire la nostra vita ad altri, noi accettiamo la morte, ma sappiamo che la morte, se è la fine di un individuo, non è la fine della comunità. In questa proiezione di sé verso il futuro storico e l'avvenire dell'umanità c'è una morte più bella che nella pretesa assurda di volersi sottrarre ad essa.

 


Biografia di Salvatore Natoli

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