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Il Grillo (12/5/1998)

Mario Pezzella

Multiculturalismo e arte

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Pezzella: Mi sono occupato recentemente di cinema, di società, di spettacolo. Su questo ho scritto alcune cose e penso che oggi sarà interessante discutere del termine ibridazione, del concetto di ibridazione, in rapporto ad alcune espressioni estetiche, cinematografiche e in rapporto al modo in cui questo tema viene presentato in quella che si conviene di chiamare società dello spettacolo.

INTRODUZIONE: Basta camminare per le strade di una grande città dei nostri tempi per rendersi conto di quanto sia cambiato il paesaggio urbano rispetto a venti o trent'anni fa. Razze, culture, lingue diverse si mescolano e si intrecciano, creando problemi di identità, spronando con urgenza l'esigenza di un dialogo e di un confronto tra chi è nativo di un luogo e chi vi è giunto da molto lontano, in qualche caso da altri continenti. Anche le nostre forme culturali, artistiche e architettoniche non presentano più uno stile unico e facilmente riconoscibile o inconfondibile. Esse derivano sempre più dalla citazione e dalla sovrapposizione di stili nati originariamente in luoghi lontani nello spazio e nel tempo. Il film Blade runner ha rappresentato molto bene questo stato di cose. Edifici, che ricordano piramidi egiziani, templi precolombiani e grattacieli modernisti si seguono, uno dopo l'altro, nella Los Angeles immaginaria, ma non troppo, del film. Un problema ancora più grave è costituito dall'ibridazione, continua e ormai frequente nella nostra cultura, fra prodotti artificiali della tecnica, come quelli derivanti dalla manipolazione genetica e ambientale, e dalla natura organica. Il corpo biologico dell'uomo e degli animali. Di fronte a queste nuove creazioni e nuovi mostri alla Frankestein occorre formulare i principi di una nuova morale e di un nuovo rispetto della vita.

Quali sono i tratti distintivi, quali le differenze che intercorrono tra l'ibridazione nell'arte contemporanea, nelle forme artistiche contemporanee, e quella sorte di ibridazione che è comunque un tratto consueto dell'arte, dagli albori della storia?

Ma, in un primo luogo, si può dire questo, che ci sono state effettivamente epoche della storia in cui è avvenuta una forma di ibridazione abbastanza simile alla nostra. Però forse è più utile considerare invece l'opposizione, la contrapposizione rispetto ad epoche in cui è avvenuta secondo una forma diversa dalla nostra. C'è un filosofo, sociologo tedesco che ha paragonato la forma di esistenza della città in senso tradizionale, a quella della metropoli, e poi, successivamente, della megalopoli, così come noi la viviamo oggi. Probabilmente la sua è anche una visione un po' mitica di che cos'era la città un tempo. Comunque, ad esempio, in uno scritto su Roma parla della città - la Roma del Quattro, Cinque, Seicento -, di una città, che si sviluppa e si evolve come un organismo. Quindi ci sono stili diversi, provenienti da tempi diversi, da luoghi anche diversi, confluiti in vario modo e accumulatisi a Roma. Però, nel corpo vivente della città, questi elementi diversi si uniscono come le parti di un corpo organico. Ora lasciamo perdere se avesse del tutto ragione, se la cosa corrisponda più o meno a verità. Il problema è che sicuramente nel nostro tipo, nella nostra megalopoli, nella nostra metropoli avviene qualcosa di completamente diverso, cioè gli stili di altri luoghi, di altri tempi, si accumulano l'uno sull'altro, per citazioni, senza avere nessun principio di unità organica. Nel film abbiamo visto questo accumulo di stili, che nessun principio tiene insieme. Quindi non è tanto - la differenza non è tanto - nella composizione di fatti, di stili e di fatti diversi. La differenza è nel fatto che, nella nostra megalopoli, questi stili si servono come citazioni, di cui non si capisce il nesso organico dell'una con l'altra. La nostra è un'epoca di citazione, più che, più che di evoluzione organica di uno stile. Citazione di stili, più che stile che cresce organicamente su se stesso.

Come si possono conciliare forme artistiche caratterizzate da questa ibridazione, con una società invece che è sempre più caratterizzata dallo strapotere di alcuni paesi o comunque della civiltà occidentale. Come si può conciliare questa ibridazione, che, in un certo senso, metterebbe sullo stesso piano, tutte le varie culture e invece una realtà sul piano politico, economico o così via, in cui la parte del leone è fatta proprio dal mondo occidentale?

Purtroppo è un problema enorme che non comincia ora, comincia col colonialismo, naturalmente. Cioè, il rapporto con le culture altre è stato segnato dal colonialismo, forse prima ancora dallo schiavismo. E' stato un modo traumatico di entrare in rapporto con l'altro, dallo schiavismo e dal genocidio, perché non dimentichiamo, ad esempio, beh, in America, per citare un fatto conosciuto, quando la cultura europea è entrata a contatto con la cultura indiana, intendo con la cultura indiana, che attraversa l'America dal Nord al Sud, non solo quella del Nord, beh, la cultura europea ha prodotto uno dei più grandi - la cultura europea occidentale -, ha prodotto un enorme sterminio di massa di questi, un vero e proprio genocidio. Quindi, diciamo, c'è una storia, dietro il rapporto con l'altro, che è segnata da momenti estremamente traumatici. E questa origine traumatica del rapporto con l'altro è scritta non soltanto nella politica, ma anche nella cultura dell'Occidente nelle forme difensive, ma anche offensive di questa cultura, ma si è scritta anche nella cultura degli altri, in forme, alle volte, altrettanto offensive e altrettanto difensive. Nonostante questo, avviene appunto un'ibridazione, che però non deve essere intesa come un fenomeno pacifico, a mio avviso, o soltanto pacifico - anche se oggi non prende sempre la forma, appunto, dell'occupazione coloniale, più spesso quella della occupazione economica, ma l'occupazione di rete è più rara. Tuttavia, la cosa interessante è che non si può neanche parlare di un dominio assoluto e indiscriminato della cultura occidentale sulle culture altre, sulle culture degli altri continenti, perché queste reagiscono a loro modo. Qualche volta reagiscono in modo che non ci piace, come i fondamentalismi per esempio - e giustamente, direi, non ci piace -, qualche volta reagiscono creando delle forme appunto ibride, una sorta di creolizzazione tra la propria identità tradizionale e la cultura occidentale, con cui si trovano a fare i conti. Probabilmente appunto non è vero che la cultura occidentale abbia un potere di globalizzazione, come si dice oggi, così assoluto, come alcuni sostengono. La globalizzazione si scontra con la creolizzazione, cioè con la capacità delle culture altre di modificare a loro volta l'apporto della cultura occidentale a partire dalla propria identità tradizionale. Quindi queste sono alcune forme in cui la cosa avviene. Certo, ripeto, si tratta di forme in cui, a mio parere, si deve cercare, sempre e comunque, di scorgere l'elemento conflittuale, che è fortissimo, anche quando non è esplicitato apertamente, perché ancora adesso il rapporto fra culture occidentali e culture altre si basa essenzialmente su una relazione di potere sbilanciata a favore delle culture occidentali. Il che non ci deve, secondo me, impedire, con finti sensi di colpa, di criticare quegli aspetti delle culture altre, per esempio il fondamentalismo, che, in qualche modo, contraddicono al nostro senso della cultura e al nostro senso dei diritti umani. Non avrei, appunto come invece certe volte succede, falsi sensi di colpa. Dobbiamo cominciare a criticare il nostro modo di avere un approccio con le culture altre, che è stato segnato, ripeto, perfino da genocidi, ma dobbiamo, secondo me senza problemi, anche criticare le culture altre negli aspetti in cui manifestano questi fenomeni di fondamentalismo aggressivo, per esempio, come in Algeria, in questo ultimo periodo. Non ci dovrebbe essere nessuna remora, anche perché evidenziare un conflitto non significa evidenziare, necessariamente porsi in una posizione di ostilità. Significa far emergere le differenze. Quando le differenze sono emerse, si può anche pensare a un dialogo. Se le differenze non emergono, se non c'è dialogo, perché c'è soltanto una specie di via di mezzo amorfa, che non permette di riconoscere i caratteri né dell'uno né dell'altro.

Nel film Blade runner la manipolazione genetica dà luogo ai replicanti. Ma essi come sono da considerare? Sono da considerare come prodotti, come macchine oppure come esseri viventi pari all'uomo? Infatti c'è, c'è la frase di Roy, che dice: "Penso, quindi sono", così introduce la problematica delle creazioni che l'uomo può fare, se sono da considerare appunto come macchine oppure come esseri viventi.

Sì, Roy è un cartesiano - "Cogito, ergo sum" -, quindi. No, diciamo nel film il replicante è visto evidentemente con una forte simpatia. E' un simbolo estremo, in realtà, della situazione in cui ci troviamo, come corpi organici e come psiche confrontata alla tecnica. Io direi che, sì, questa positività rimane. E' probabilmente proprio la condizione estrema in cui si trova il replicante, il suo senso del tempo. Cioè il replicante ha quattro anni di vita. Questo gli dona un senso tragico del proprio tempo e della propria morte. Questo senso tragico lo costringe a riflettere su di sé, cioè che il pensiero nasce da una contraddizione, in questo caso da una tragedia profonda, una tragicità profonda per la sua situazione, e questa riflessione su di sé intensifica anche le sue forze vitali e le sue forze intellettuali. In questo senso si potrebbe dire che nel film il replicante appunto è l'unico che ha un'esperienza tragica del vivere e questa esperienza tragica gli permette, fonda la sua superiorità effettiva sull'uomo, che ha perso invece nel film l'esperienza profonda di sé, l'esperienza tragica di sé.

Cosa rappresenta questa statuetta che Lei ha portato qui, in trasmissione.

Sì, questo è un regalo di un'amica che me l'ha portato dall'India. E' un dio, una divinità indiana, Ganesh, di cui ricordo soltanto un aspetto importante. E' una divinità a cui si chiedono favori, protezione, ma soprattutto una divinità che ha spezzato - è un elefante, una testa di elefante, questa divinità - e ha spezzato una delle sue zanne per scrivere, materialmente scrivere il Mahabharata, che è uno, che è il grande poema mitologico indiano, cioè ha spezzato un segno e un simbolo di potenza, di potenza fisica, per poter scrivere e sviluppare un mondo dello spirito. E mi sembrava bello come simbolo, tanto più che proviene, proviene da una cultura altra di cui stiamo parlando. Poi porta fortuna, forse porta fortuna agli scrittori, si dice, proprio per questa storia che c'è dietro.

Abbiamo parlato prima dell'importanza del tempo, cioè del fatto di sapere della propria morte della praticità del senso del tempo e dell'importanza che ha, specialmente nella società contemporanea, in cui sembrano tutti avere fretta, in cui il tempo si fa pressante - tutti corrono appunto, sembra che nessuno riesca a vedere le cose che devono essere veramente viste -, potrebbe l'arte in un qualche senso essere una delle poche vie d'uscita, una delle poche armi vere contro il tempo, contro il degradarsi del tempo, come una delle poche cose che resta?

Ma guarda c'è tutto un tentativo, quasi disperato si potrebbe dire, dell'arte, e della letteratura del Novecento, di recuperare la dimensione del tempo. In campo letterario naturalmente c'è La ricerca del tempo perduto di Proust. In campo filosofico ci sono delle cose che ha scritto Benjamin sul tempo, Il tempo collettivo. Sì, noi abbiamo un disperato bisogno di memoria, perché quel mondo fatto di citazioni staccate l'una dall'altra, quel mondo di stili citati, ma non assimilati organicamente alla nostra esperienza, in realtà più che comunicarci un'esperienza del passato, ci comunica un'esperienza, ci comunica un volto estraniato del passato. Lo si vede molto bene in un film di Orson Welles, alla fine, in Quarto Potere, dove si parla del protagonista che, tra l'altro, tra le tante cose, è un grande collezionista di oggetti d'arte di tutto il mondo, di tutte le epoche, di tutti i paesi, che poi, appunto, tiene magari, chiusi in casse, magari neanche apre alle volte, confinati nella cantina della sua grande villa. Ecco, il nostro atteggiamento rispetto al passato è quello del collezionista, del collezionista di frammenti che poi rimangono disparati uno dall'altro, come appunto una collezione, in cui non c'è un filo di vita reale, che passi da un oggetto all'altro. C'è lo sguardo dall'esterno che li guarda. Ora sì contro questo l'arte e la letteratura del Novecento ha tentato - la filosofia anche del Novecento - ha tentato di recuperare una dimensione profonda e reale della memoria. E ora naturalmente non si può parlare dei singoli tentativi. Io penso che, appunto, si tratti di superare questa forma raffinata di oblio in cui spesso si riduce quello che si chiama oggi post-moderno, in cui si perdono, come dire, le valenze profonde degli eventi, dei conflitti, delle sofferenze, delle speranze del passato.

Ci sono differenze - e se ci sono, quali sono - tra un'arte che è prodotta da una cultura, che per alcuni aspetti si, si integra con le altre culture - per esempio, per il fascino dell'esotico - e invece un'arte che nasce già direttamente come una cultura, in una cultura che è, di partenza, una cultura multiculturale e quindi che non ha più un'identità ben precisa.

Ma, dunque, sul fascino dell'esotico ci sarebbe da dire molto, perché naturalmente, sì, il fascino della cultura europea ha attraversato delle fasi in cui il fascino dell'esotico è stato molto profondo, l'ultima delle quali probabilmente alla fine dell'Ottocento, gli anni Venti e Trenta del nostro secolo. Però non sempre il fascino dell'esotico è un reale confronto con la differenza e con la cultura dell'altro, anzi spesso il fascino dell'esotico è dominato dallo sguardo di chi incontra l'esotico. Naturalmente da uno sguardo particolare, cioè dallo sguardo di chi, in questo caso, proietta sull'esotico una serie di desideri, di immagini, che probabilmente non appartengono nemmeno al mondo della sua coscienza desta, quando Gaugin dipinge i suoi, i suoi "selvaggi", diciamo tra virgolette i suoi "selvaggi", non è tanto una cultura reale, differente di quei "selvaggi" che gli interessa - fino a un certo punto sì, probabilmente -, ma credo che sia molto forte la componente mitica, che lui proietta su questi "selvaggi", qualcosa come un profondo desiderio, nascente da una profonda mancanza, che egli avverte in se stesso, verso questo profondo desiderio di questa natura incontaminata e profonda mancanza in sé di questa natura incontaminata. Quindi, probabilmente nel fenomeno dell'esotico c'è, si può imparare di più sui desideri e sulle mancanze dello sguardo nostro, occidentale, che non sulla cultura reale e differente, che è oggetto di questo sguardo. E poi molto brevemente, per l'altro aspetto della tua domanda, sì, è chiaro, una cultura che manca di un suo forte principio differenziante fa anche fatica a comprendere il principio differenziante degli altri. Se tu non sei nessuno, sei portato a pensare che anche l'altro sia nessuno.

Prima si è parlato di un conflitto che viene a crearsi, quando si vengono ad incontrare culture diverse. Non crede che questo conflitto, in parte anche, derivi dal fatto che ancora queste culture - queste altre culture, perciò non le culture occidentali - siano ancora poco conosciute e che perciò vengono ancora poco studiate e che invece un maggiore studio o per certi versi proprio l'iniziare a studiarle, possa anche in qualche modo migliorare o comunque evitare questo conflitto?

Certamente. Qui mi limito semplicemente a fare un piccolo esempio. E' uscito in questi giorni un film, che si chiama Il destino, sulla vita di Averroé, un grande filosofo arabo, in un periodo della cultura araba in Spagna, in cui questa cultura viveva in una stretta simbiosi con la cultura ebraica, con la cultura cristiana. E' stato un momento privilegiato della cultura, poi si è dissolto rapidamente con le persecuzioni, che hanno cacciato gli Arabi dalla Spagna e anche gli ebrei dalla..., hanno perseguitato anche poi gli ebrei spagnoli. Ma c'è stato un momento particolare, in cui sembrava che fosse possibile una specie di larga tolleranza. Ecco, noi per esempio dovremmo conoscere momenti di questo genere, quando parliamo di cultura araba, quando parliamo di rapporto fra culture diverse. Probabilmente dovremmo conoscere quelle che oggi sono qualche volta culture degradate, degradate non solo per colpa propria, ma anche per colpa dei colonialismi subiti. Dovremmo conoscerle, nei loro momenti alti. Dovremmo conoscere, per esempio, la grande cultura sciita dell'Iran, i grandi filosofi neoplatonici dell'Iran. Dovremmo conoscere questi momenti alti, perché probabilmente ci darebbero una percezione dell'altro diversa, anche quando attualmente - e non c'è dubbio - questo tipo di culture alte si son dissolte.

In riferimento al film Blade runner, pensando al fatto che la colonna sonora è di uno degli artisti, dei compositori musicali più rappresentativi della new age e al fatto stesso che proprio il film venga considerato uno di quelli che mettono maggiormente in luce le varie problematiche di questa che viene definitia la "nuova religiosità" del post-moderno, volevo chiedere se effettivamente esiste un rapporto nella realtà attuale tra la new age e questo, i vari fenomeni dell'ibridazione ai diversi livelli, quindi antropologico, tecnologico e anche estetico, come è stato messo in luce.

Ti rispondo per quel che so, quindi naturalmente il discorso potrebbe diventare molto più ampio. Secondo me la new age corrisponde a un - corrisponde male, secondo me -, a un bisogno profondo di identità e di comunità. Corrisponde male perché, secondo me, risponde un po' in quella forma citazionista di cui abbiamo parlato prima a proposito degli stili, cioè cumulando citazioni di varie culture, di vari tempi e cercando di assemblare, da questo vario tipo di materiale, una risposta forte al bisogno di identità e di comunità che c'è. Allora io direi che - per lo meno questo è il mio modo di leggerla -, però non voglio..., il mio modo di leggerla è che probabilmente va ascoltato questo fenomeno, perché traduce dei bisogni profondi del collettivo, oggi, della collettività, e va allo stesso tempo criticata, nelle soluzioni che dà, perché queste soluzioni mi sembrano appunto partecipare della stessa, come dire, dello stesso vizio, se vogliamo, della cultura a cui pretenderebbero di dare una risposta, e cioè l'accumulo, ti ripeto, degli elementi privi di una reale forza unificante dell'esperienza. Sono tentativi di montaggio, ma il montaggio in questo piano, su questi piani riesce, credo, abbastanza male. Però, ripeto, si tratta di capirne allo stesso tempo l'importanza in quanto esigenza e la fragilità, a mio parere, delle risposte.

Quale, secondo Lei, può essere la via di uscita, diciamo, a questo, a questo caotico, a questo caotico comporsi, mescolarsi di culture, soprattutto quale Logos, cioè una sorta di principio razionale, che possa dare ordine a appunto a questa ibridazone, a questo caotico mescolarsi di culture, a volte in maniera anche violenta, e appunto le prospettive diciamo per un futuro, per un futuro.

Purtroppo è difficile rispondere, si possono indicare alcune piccole cose, che si possono individuare e si possono fare nella realtà attuale. L'abbiamo già accennato: il riconoscimento delle differenze. Ripeto, si tratta di partire dal presupposto che non è, il problema non è quello di creare una specie, un ibrido nel senso di un appiattimento delle specificità delle diverse culture, una sorta di via di mezzo indifferenziata. Io credo, al contrario, che si debba procedere nella direzione opposta: valorizzare le differenze di ogni singola cultura e poi queste differenze possono dialogare. Ora questo naturalmente si presta a tutta una serie di piccoli, ma importanti interventi pratici, che possono riguardare anche il nostro atteggiamento, con la gente, per esempio, che viene qui in Italia da altri continenti. Questo può influenzare, è un discorso teorico, ma può influenzare, dovrebbe influenzare anche il modo in cui concretamente si organizzano piccole o grandi associazioni di accoglienza per questa gente. Dovrebbe influenzare il nostro modo di trattare la gente, che arriva spesso in condizioni spaventose alle nostre rive, con navi che naufragano, il più delle volte creando morti a catena. Dovrebbe cambiare il nostro atteggiamento nel rapporto con queste persone che provengono da qualcosa che noi avvertiamo come differente ed estraneo. Naturalmente non è facile perché il razzismo si fonda esattamente sul principio opposto, cioè sulla negazione della differenza. Non solo il nostro razzismo, ma anche il razzismo, che qualche volta hanno questi stessi popoli, con cui dobbiamo confrontarci. Comunque è sicuramente una negazione di questa differenza.

Lei non pensa che l'istruzione può far sì che nasca nelle persone una maggiore capacità critica e quindi capire le altre culture e quindi in questo modo avvicinarci ad una società che non sia globale solo nl senso economico, nell' accezione economica di questo termine, ma diciamo una società cosmopolita, in cui appunto vi e è comprensione tra le varie culture?

Senza dubbio la cultura è fondamentale ed ancora più fondamentale è che la cultura sia intesa come un "pensiero critico", nel senso di cui stiamo parlando. "Pensiero critico" significa che bisogna elaborare una forma di cultura che non accetta l'esistente così com'è, ma che cerca di individuarne i conflitti e, se possibile, dare una qualche risposta nei limiti in cui questo è consentito, alle nostre forze, una qualche risposta a questi conflitti. E quindi, nel caso specifico, ripeto: sì è importante, però bisogna anche cambiare forse alcuni oggetti di studio, probabilmente, bisognerebbe che - come dicevamo anche prima, in un altro intervento -, che, prima di tutto, queste culture altre fossero più studiate, anche nei loro aspetti contemporanei letterari. Quanti di voi hanno visto un film, per esempio, che proviene, non so, dall'Egitto o dall'India. Sì ci sono, ma sono relativamente pochi, mal distribuiti. E per esempio appunto, anche nelle televisioni non si vedono molto, anche nei cinema d'essai non si vedono molto. Non esistono doppiatori, non esistono sottotitoli. Parlo del cinema perché è un modo particolarmente agevole di entrare a contatto con una cultura altra, ma ovviamente ci sono, ci sarebbe da fare un discorso anche sulla letteratura, di cui conosciamo alcuni, ma non troppi autori, e spesso, per lo più, quelli che hanno avuto più contatti con l'Occidente. Quindi c'è proprio anche un problema di conoscenza di queste culture. E poi c'è un problema appunto - questo, secondo me, è quello che dovremmo fare noi -, c'è il problema di elaborare un pensiero critico che sappia capire l'origine storica dei conflitti che ci separano da queste culture. Ne abbiamo citato alcuni. Certo, se uno dimentica che il nostro rapporto con gli Indiani d'America è stato caratterizzato originariamente dallo sterminio, poi diventa difficile anche capire la diffidenza che gli Indiani d'America hanno conservato per quel poco che sono sopravvissuti verso la cultura occidentale.

In Italia da molti anni veniamo a contatto con culture diverse, come le comunità islamiche, che da un certo punto di vista è giusto integrarle nella nostra cultura e venire a contatto con nuove usanze, da poter mescolare alla nostra. Ma a questo punto dove sta il limite tra il conservare la nostra cultura e integrare invece culture nuove, che comunque presentano differenze anche grosse?

Ma, guarda, ci sono - a parte, insomma, a parte il principio generale, che mi pare sia già venuto fuori abbastanza, che, secondo me appunto, bisognerebbe tendere a valorizzare le differenze di queste culture, per poter dialogare con loro. Si creano dei problemi specifici, quando queste culture hanno usi e costumi che, per esempio, sono in contrasto con l leggi, che noi seguiamo ...

Tempo fa si parlava di una comunità islamica, che chiedeva di seppellire i loro morti per terra rivolti alla Mecca, e lo Stato italiano comunque non poteva concedere dei terreni molto grandi, perché non ne abbiamo la possibilità neppure per il nostro culto.. Quindi questo problema sarà un problema grosso, nel senso che loro dovrebbero poter mantenere la loro cultura, il loro culto dei morti, ma noi come possiamo garantirli?

Ma certamente, questo è una parte, appunto, di un caso specifico, ma si creano delle, delle contrapposizioni, che possono essere anche più violente di questa, come, ad esempio, quando si tratta di riti, che sono incompatibili con le nostre, insomma, le nostre usanze, con le nostre leggi qualche volta. Però, appunto, il problema è che non si può fare muro, semplicemente fare muro contro muro.

E' necessario educare i bambini al rispetto e alla tolleranza degli altri fin da piccoli, non quando ormai una cultura e una coscienza sono già stati formati.

Il problema è di fondo, perché non è che noi viviamo in una cultura predisposta a dare questo tipo di educazione. Viviamo in una cultura - forse, adesso, cominciano in alcuni ambiti, preoccupazioni di questo tipo, ovviamente ci sono: se ne parla, se ne discute -, ma fondamentalmente la nostra rimane una cultura orientata al dominio della natura, dei fatti, se non della teoria. Certo oggi è difficile trovare, come dire, qualcuno che ideologicamente sostenga: "Bello è che l'uomo domini, schiacci la natura interna a sé ed esterna a sé". Ma non conta soltanto il discorso, conta anche la pratica. E nella pratica non c'è segno di un'inversione di tendenza, anche perché le conseguenze più devastanti di questo dominio tecnico della natura sono rovesciate per l'appunto nei paesi del Terzo Mondo, dove non ci sono, spesso, neanche le minime salvaguardie che abbiamo noi. Questo non implica un discorso negativo in assoluto sulla tecnica, intendiamoci bene. Tecnica può essere - l'ho già detto prima - anche una liberazione di potenzialità dell'uomo e della natura. Ma sicuramente una tecnica che abbia come unico criterio di misura il profitto multinazionale come è oggi, non può orientarsi in un'ottica di dominio.

Che cosa Lei intende per dialogo tra le differenze delle varie culture, nel senso che appunto, come è già stato detto, secondo me è necessario parlare di tolleranza e anche accettazione da parte di entrambe le culture che vengono a contatto, perché non possiamo pretendere che delle due, la più potente, in questo caso, come accade, direi quasi sempre, inglobi l'altra in se stessa.

No, appunto il problema è proprio di evitare questo conglobamento passivo. Cioè, volendo un po' concludere su questo, concludere su questo, appunto, - è un discorso che abbiamo già fatto comunque in altri momenti -, secondo me occorre valorizzare le reciporche differenze. Quindi c'è una visione della globalizzazione che è cancellazione delle differenze. Qualche volta questo viene anche considerato come positivo, come una cultura, che appunto è capace di mediare tutti i conflitti e tutte le asperità. Io non credo che sia questa la strada giusta, credo che bisogna invece proprio confrontare delle differenze, mantenendole, e che soltanto in questo reciproco confronto, che può anche diventare conflitto - la parola "conflitto" non deve destare poi tanta paura, conflitto non è guerra. Si può avere un conflitto con qualcuno, avendo anche delle regole che impediscono che questo conflitto degeneri in guerra, si può anche esaltare la nostra differenza da qualcuno senza che questo significhi prenderlo a cazzotti. E in questo naturalmente ha molta importanza il linguaggio, cioè la comunicazione linguistica, il fatto che il linguaggio diventi veicolo di questa attenzione delle differenze, di questi conflitti che non degenerano in guerra, ma che si esprimono appunto nell'ambito linguistico, nell'ambito comunicativo. Per finire, non so, volevo, volevo, volevo far vedere questo quadro. Non voglio neanche molto commentare, perché sarebbe molto difficile. Probabilmente c'è solo da notare l'oscurità - questo è un re nero appunto -, l'oscurità del quadro con questi occhi verdi fissi. L'ho portato qui perché in qualche modo mi è sembrato il simbolo di quello di cui abbiamo parlato, cioè questo incontro con un altro, che ci appare come una profonda oscurità e quindi come un’oscurità che ci inquieta e allo stesso tempo la necessità e il desiderio di vederlo con uno sguardo chiarissimo, di cercare, come dire, di avere uno sguardo di una lucidità estrema e farlo entrare in questo mondo oscuro, dai contorni indistinti, che è per noi l'altro, che sono per noi le culture altre dall'Occidente.


Biografia di Mario Pezzella

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