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Il Grillo (13/5/1998)

Carlo Augusto Viano

Che cos'è la tolleranza

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Viano: Insegno Storia della filosofia nella Facoltà di Lettere dell'Università di Torino. Il mio mestiere è quello di studiare delle idee, oggetti un po' strani, che non si possono toccare o manipolare. Le idee sono delle teorie, delle ideologie, delle strutture che sembrano abbastanza forti. Quello che mi interessa non è tanto il loro congegno interno, ma  quello che possiamo chiamare  le "avventure delle idee", le loro storie. 
Nella loro storia le idee spesso  appaiono diverse da quello che sono. Non tanto dei sistemi ben congegnati, ma piuttosto dei sistemi che non funzionano, che sembrano dire una cosa e produrne un'altra. Il nostro secolo, che ha visto la crisi delle grandi ideologie, è un buon esempio. Oggi ci occupiamo proprio di un'idea che sembra buona in sé: la tolleranza, ma che è difficile da applicare e  spesso presenta degli strani intrecci di relazioni pacifiche e  di guerre, di rifiuto e di accettazione di coloro che sono diversi da noi.

Vediamo una  scheda filmata che introduce all'argomento.

Dopo essere diventato religione ufficiale dell'Impero, il Cristianesimo, che aveva applicato alle credenze il rifiuto ebraico dei culti stranieri, cercò di costruire una teologia fortemente unitaria, soffocando le eresie. Gli eretici andavano puniti anche con la morte, mentre si potevano tollerare, cioè sopportare, gli infedeli, come i pagani, gli ebrei e i musulmani. Di fronte alle guerre di religione, scoppiate in seguito alla Riforma Protestante, si fecero strada due idee, che la tolleranza fosse una virtù cristiana, imposta dal rispetto della fede e dall'amore cristiano, e che soltanto uno Stato, libero da condizionamenti religiosi, potesse garantire la pace tra cittadini. Infine, con le rivoluzioni americana e francese e con il liberalismo ottocentesco, si affermò il principio che ciascuno ha il diritto di pensare e comportarsi come vuole e non soltanto in fatto di religione, finché non danneggia qualcun altro. Soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale si è osservato che questa concezione della tolleranza presuppone l'assetto proprio dei paesi industrializzati moderni, nei quali le diversità ammesse sono limitate e non tengono conto di nuovi protagonisti, come le donne, i gruppi etnici e quelli religiosi, ai quali è mancato, finora, un riconoscimento adeguato.

STUDENTE: Lei sarebbe d'accordo nel dire che è proprio nell'Europa della massima intolleranza che nasce e si sviluppa l'idea della tolleranza?

Viano: Questo è un tema  molto discusso, emerso soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Anche perché, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'Europa e  tutto il mondo  occidentale industrializzato, ha attirato la presenza di persone provenienti da civiltà  diverse, con gli  usi e costumi più diversi, e le ha attirate in un ambiente nel quale  c'era un alto grado di tolleranza interno  nel quale ciascuno pensava di poter manifestare le proprie diversità.
Probabilmente l'Europa si è scoperta un po' meno tollerante di quello che credeva di essere, ma forse ha anche proposto un modello di tolleranza a persone che venivano da civiltà nelle quali quest' idea non si era sviluppata.

STUDENTE: La tolleranza è in un certo senso una sopportazione di qualcun altro, di qualche altra ideologia?

Questa è una domanda molto importante, perché è segno proprio di uno spartiacque. Nel concetto originario di tolleranza  che troviamo in Tommaso d'Aquino, "tollerare" significa "sopportare", sopportare le persone - soprattutto da parte dei cristiani -, sopportare le persone che non sono cristiane, che non possiamo pensare di convertire al Cristianesimo: musulmani,  pagani o ebrei. Non possiamo - dice Tommaso d'Aquino - tollerare coloro che sono cristiani e che non vogliono più esserlo, perché questi hanno fatto una promessa . In questo significato originario "tollerare" significa essenzialmente "sopportare". Nel corso della storia europea, dal Cinquecento in poi, è nata invece un'altra idea, che "tollerare" significa "comprendere", quindi accettare le differenze, apprezzarle e qualche volta perfino amarle. Molto spesso si legge su questi testi che propugnano la tolleranza nell'Europa moderna: "Se siamo cristiani , se il Cristianesimo è soprattutto amore, dobbiamo amare coloro che tolleriamo, che sono diversi da noi". Ecco, quindi c'è un problema di spartiacque tra il "tollerare" come "sopportare," il tollerare come "accettare" nel senso forte di questo termine.

STUDENTE: Secondo Lei allora è giusto solo tollerare o, in qualche caso, si può essere  intolleranti per qualche giusto motivo? Se, per esempio, le idee di qualcuno vanno contro dei diritti fondamentali; è  giusto non tollerare in questi casi?

Questo è un altro spartiacque importante che è emerso soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, prima ancora che ci fosse il grande flusso immigratorio nel mondo occidentale industrializzato. E' nato proprio a proposito delle ideologie che escono sconfitte dalla Seconda Guerra Mondiale. C'è un celebre saggio di Marcuse, che si chiama La tolleranza repressiva, che dice: "Ma come è giusto, per esempio, tollerare fascisti, nazisti e cose di questo genere?". Certe forme di violenza non vanno tollerate, ma anzi vanno represse, però ci sono coloro che ritengono ci siano forme di violenza che invece vanno tollerate, anzi sostenute. Sono quelle progressive. E' il momento in cui, per esempio, i movimenti di liberazione o della classe operaia soprattutto, nella prima fase del Secondo Dopoguerra, o dei gruppi oppressi - neri, donne - pensano di poter ricorrere alla violenza, per far sentire la loro voce. Quindi, questa idea che la tolleranza sia soprattutto pacificazione e sia repressione di tutta la violenza, incomincia a creare delle difficoltà di applicazione.

STUDENTE: Ma io volevo chiederLe, al di questa intolleranza contro le ideologie, possiamo avere un'intolleranza contro quelle persone che commettono crimini sul piano  quotidiano? Per esempio, assassini, ladri, borseggiatori.

Il concetto di tolleranza è sempre servito per cercare di individuare un criterio, come dire, di sopportabilità sociale di comportamenti diversi, ma ha sempre cercato di distinguere tra i comportamenti, che magari creano dei problemi, e quelli che costituiscono reati, che sono dei veri e propri crimini. Mediamente i comportamenti che costituiscono reati sono comportamenti individuali, che non esprimono istanze di modificazione della società, insomma. L'assassino è uno che vuole che la società sia com'è,  vorrebbe cambiare soltanto la propria posizione individuale all'interno della società. Quasi sempre si è detto che uno dei limiti esterni della tolleranza è che bisogna sopportare - o bisogna accettare, accogliere - ciò che non crea danni ad altre persone, almeno da individuo a individuo, altro è se si tratta di lotte tra gruppi sociali. Su questo, poi, potremo tornare. Mentre invece è cresciuta, in tutta la società occidentale, la tolleranza, cioè la giustificazione e l'ammissibilità dei comportamenti che riguardano se stessi, anche se possono essere considerati comportamenti violenti. Quindi entriamo in un campo un pochino diverso, come  per esempio il problema del suicidio e questo è cambiato molto nelle legislazioni contemporanee.

STUDENTESSA: Volevo sapere se è possibile che la tolleranza diventi "perdonismo", come spesso avviene in questo periodo?

Anche qui ci troviamo, in parte,  nella zona  individuata nella domanda precedente, tra i comportamenti che presentano delle vere e proprie violazioni di regole giuridiche, che sono presenti nei codici o che sono condannate nelle sentenze dei tribunali. Certamente il concetto di tolleranza tende a rendere più flessibile, più elastico il comportamento sociale, tende - come un po' in tutto l'indirizzo della legislazione moderna - a rendere il diritto e i sistemi di disciplina sociale meno repressivi, a maglie più elastiche. Adesso si parla moltissimo di gradualità della pena come strumento per reinserire la persona nella società. Però quando si tratta, di comportamenti individuali ci troviamo su un versante diverso da quello che riguarda la tolleranza. 

La tolleranza riguarda quasi sempre comportamenti di gruppi o di individui, i quali pretendono di parlare a nome di un gruppo. Ecco, questo è proprio lo spartiacque tra i due concetti.

STUDENTE: Poiché in molte società di oggi la tolleranza è quasi diventata permissivismo, dal momento che la storia ci ha mostrato i molti errori di un'intolleranza troppo repressiva, volevo chiederLe cosa ne pensa di questo atteggiamento permissivo della società contemporanea, e a quali errori questa tendenza potrebbe portare.

Il permissivismo va distinto su un duplice aspetto. Una cosa  è il permissivismo come accettazione della violazione della sfera individuale delle persone. Il permissivismo da questo punto di vista, rischia di creare forti risentimenti, di innescare domande di disciplina sociale forte , di ritorno alla legge, all'ordine, eccetera; di creare quindi  una reazione  che può essere pericolosa e sgradevole. Altro è invece il permissivismo come capacità di lasciare esprimere a chiunque le proprie idee. Ecco, le idee, - si parte dal principio che - le idee possono fare male, ma non fanno male immediatamente, quindi fanno eventualmente male dopo e c'è tempo, eventualmente, di prendere le distanze. Quindi la massima espressione delle idee. E poi l'innalzamento delle barriere verso i  comportamenti che magari ci disturbano, che sono discordanti dai nostri, ma che creano, diciamo un disturbo facilmente sopportabile. 
Un  caso emblematico che ha dimostrato, anche in modo intuitivo, che si stavano spostando  i problemi della tolleranza, è stato quello dei tranvieri londinesi. Ecco, sembra che  non sia una violazione di nessun diritto l’obbligo di portare un berretto con una visiera, se uno  fa il tranviere. A un certo momento certi impiegati della metropolitana londinese sikhs  dicevano: "Noi dobbiamo portare il turbante, per la nostra religione". 
 Probabilmente noi dobbiamo abituarci a una società con un maggior numero di differenze di questo genere. Il grosso problema, sul quale poi eventualmente posiamo tornare è se c'è un patto tra la società ospitante e coloro che sono ospitati. Se la società ospitante ha anche il diritto, l'opportunità, il potere di pretendere che coloro, che fanno parte dei gruppi ospitati, si comportino al loro interno in un certo modo.

STUDENTI: Volevo chiedere come mai i paesi, che hanno avuto  un passato coloniale di grande rilevanza, come ad esempio l'Olanda, la Francia e l'Inghilterra, sono oggi i  paesi più tolleranti?
Perché questi paesi, che hanno colonizzato, anche con la violenza.  altri popoli, e quindi in passato non si sono dimostrati molto tolleranti, ora sono quelli che in Europa si dimostrano i  più tolleranti verso gli stranieri?

Questo perché appunto le idee hanno questo curioso comportamento. Spesso, dal punto di vista di quello che dicono, sono inaccettabili e le conseguenze a volte sono positive - altre volte accade il contrario. Certamente i paesi che hanno colonizzato altri  possono aver fatto del male - parliamo così, intuitivamente -, ma sono  venuti a contatto con civiltà, tradizioni, modi di pensare, abitudini, molto diversi dai loro. Soprattutto, dopo la fine del colonialismo classico, molte persone che si erano integrate e si erano legate ai paesi colonizzati, sono entrate nei paesi colonizzati - l'Inghilterra, l'Olanda, che lei ha citato, sono casi tipici - e l'ingresso di queste persone certamente ha posto problemi di convivenza, di tolleranza e di comprensione reciproca e ha dato dei frutti molto importanti. 

Ma, a monte di tutto questo - ma qui il discorso diventerebbe lungo -, bisogna anche dire che non tutti i colonialismi sono stati uguali. Ci sono dei colonialismi che hanno cercato di imporre i modi di vita della madrepatria. Ci sono invece dei colonialismi che cercano degli ingressi limitati, parziali, che magari non si fondono con le popolazioni locali, ma nello stesso tempo mantengono questa differenza di vita tra colonizzatori e colonizzati. E queste talvolta sono condizioni favorevoli alla tolleranza. I casi dell'Inghilterra e dell'Olanda sono tipici da questo punto di vista.

STUDENTE: Abbiamo studiato che molte intolleranze in passato sono sorte per motivi religiosi e molte altre, in questo secolo dalle ideologie, come il comunismo, il fascismo o  il nazismo.
In una società come quella oggi, bisogna sapere equilibrare intolleranza e tolleranza o le regole del gioco della società di oggi si devono fondare solo sulla tolleranza?

Questo è appunto quello che è emerso in una domanda  precedente. Verso la seconda metà dell’Ottocento nasce questa idea che è possibile essere molto tolleranti.  Le diversità sono delle ricchezze, più si è diversi  meglio è, purché io, con i miei comportamenti, non arrechi danno al mio vicino. Ecco, io posso anche sostenere che la proprietà privata va abolita, posso battermi per l'abolizione della proprietà privata. L'importante è che non vada nella casa del vicino e lo cacci. Fino a quando non cambiano le leggi che regolano la proprietà privata. Quindi c'è questo ottimismo di fondo. Ottimismo di fondo è messo a dura prova dopo le ideologie del Novecento, l’idea di tolleranza risulta meno praticabile. 

Spesso ci troviamo di fronte una situazione di questo genere: ci sono delle civiltà liberali, industriali, capitalistiche, chiamiamole come vogliamo, che comprendono l'Europa occidentale, gli Stati Uniti d'America, che sono abbastanza tolleranti - che ospitano persone appartenenti a diverse popolazioni, le quali magari al loro interno applicano un regime molto meno tollerante o hanno forme di vita che è difficile conciliare con quelle delle società ospitanti. Si stabilisce a questo punto una sorta di patto implicito, un contratto di tolleranza: voi venite, noi vi tolleriamo, e, a nostra volta cambiamo in certa misura i nostri modi di vita per stare con voi. Quali sono i limiti di questo patto?   Quanto dobbiamo cambiare noi per poter convivere con voi? Quanto dovete cambiare voi, per poter convivere con noi? Per esempio, nelle nostre società ci sembra che la parità tra uomo e donna, implichi  una difficoltà a praticare certe forme di poligamia. Possiamo accettare gruppi che sono poligamici al loro interno?
Una delle caratteristiche della tolleranza contemporanea è, per esempio, la parità degli uomini e delle donne. Le donne fanno molte richieste di cambiamento per avere la parità con gli uomini. Dobbiamo pretendere che i gruppi che entrano nel loro patto di tolleranza pratichino al loro interno una politica di questo genere, analoga alla nostra, oppure no?
Ecco, questi sono, questi sono punti importanti. Non esiste una dottrina di questo genere. Esistono dei contratti che si spostano e si modificano via via. Non sappiamo come andrà a  finire.  La tolleranza probabilmente ha questo sfondo fondamentale: nessuno deve pretendere di avere la presunzione di sapere come  andrà a finire. In una società di questo genere, probabilmente la tolleranza diventa più semplice.

Ma non si rischia così di perdere la propria identità, anche nazionale? Quando comunità diverse dalla nostra arrivano in Italia e ne istituiscono una propria al nostro interno, e vogliono imporre le proprie usanze? Non potrebbero adeguarsi  ai nostri costumi, per essere accettati ed entrare anche loro in in questa comunità, che abbiamo già stabilito molto tempo fa?

La tolleranza, presa di per sé, sembra una cosa tutta buona, una specie di bomboniera.  Non è mica così. La tolleranza è un'idea rischiosa: ciascuno si mette in gioco. La nostra società sembra molto tollerante e, soprattutto, sembrava molto tollerante, prima che fosse investita da consistenti flussi immigratori. Quando arrivano i flussi migratori, ci si trova  a pensare: "Beh, forse non sono così tollerante". Anche al nostro interno c'è stata l'emergenza di gruppi marginali.  Come quello delle donne per esempio,  molti padri di famiglia tradizionali che sembravano molto tolleranti rispetto  le  sfide delle mogli, delle figlie, si scoprono improvvisamente più intolleranti nel caso degli immigrati. Perché la tolleranza mette a rischio. Nel momento in cui ci si apre a gruppi culturali, a espressioni religiose diverse, mette a rischio anche quelle, perché è questo il ragionamento che si produce: "Beh, se siete tolleranti, allora lasciateci, non solo vivere come noi vogliamo, ma propagandare quello che noi vogliamo, e lasciateci pretendere il rispetto delle nostre forme di vita che a voi non piacciono". Questo discorso può andare avanti fino a un certo punto, ma ci possono essere dei punti di rottura. Allora, può darsi che in questo scontro cambi la nostra società, può darsi che debbano cambiare, in parte, anche i gruppi che entrano nella nostra società. La tolleranza è una cosa che cambia. E facendo cambiare i suoi protagonisti, comporta dei rischi  per l’equilibrio generale. Come tutti i sistemi in equilibrio sono vulnerabili. Basta che ad un certo momento certe condizioni dell'equilibrio si rompano, perché si abbia un collasso. Questa è una cosa che bisogna tenere presente.

STUDENTE: Fino ad ora abbiamo parlato di società. Ma scendendo a livello individuale quale vantaggio abbiamo a essere più tolleranti? Nel senso che per ognuno di noi è molto più comodo dire: "Questa è la mia idea, queste sono le mie abitudini. Non mi interessa conoscerne altre". Ma se veramente vogliamo essere tolleranti, che vantaggio possiamo averne?

Il vantaggio è un concetto indeterminato, e bisogna cercare di localizzarlo - se per vantaggio si intende la conservazione dei propri modi di vita e  io appartengo a una comunità chiusa, essere intollerante può essere un modo per garantire la conservazione dei miei modi di vita e la loro trasmissione. Se sono in una società aperta e in un gruppo dominante, l'essere tollerante mi permette di mantenere queste posizioni di forza e di trasmetterle. Però l'intolleranza è una forma di equilibrio anch'essa, ma è una forma di equilibrio molto instabile, perché basta la mescolanza con un altro gruppo, basta la perdita della situazione di dominanza all'interno di un gruppo perché si è subito messi in pericolo. La tolleranza invece è una forma di equilibrio meno esigente e quindi si adatta a più situazioni, più duratura da questo punto di vista e più resistente. Dal punto di vista generale, poi, ma anche individuale, la tolleranza permette che emergano delle differenze, quindi permette che si scoprano nuove idee, nuovi modi di vita, che si cambino i propri modi di vita in maniera eventualmente vantaggiosa per noi. Ecco, quindi i vantaggi e gli svantaggi sono diversi. Naturalmente poi l'intolleranza, come tutte l'emersioni delle differenze, può anche far emergere delle differenze che sono esiziali, che non permettono degli equilibri. Però questo è un rischio che si corre. Quindi dipende un pochino dalle situazioni in cui ci si trova. Se uno non vuol fare, diciamo, una teoria morale generale, per cui la tolleranza è un bene in sé. Ma non mi pare che stiamo parlando di questo.

STUDENTE: Non si corre il rischio che la tolleranza diventi indifferenza, scetticismo, e quindi si basi sulla necessità di un quieto vivere, invece che basarsi sulla necessità di un dialogo, in cui tutte le identità sono presenti e sono ben distinte?

Lei ha toccato un punto che oggi nella teoria della tolleranza è molto discusso. Ci sono due modi per  "giustificare" la tolleranza. Uno è quello che appunto lei ha chiamato un punto di vista scettico, cioè noi non sappiamo in assoluto che cos' bene e che cos'è male, teniamo bassi i nostri giudizi e allora la politica più opportuna è quella di sopportarci a vicenda. Però adesso sono state formulate molte teorie, le quali dicono un'altra cosa. Dicono che noi abbiamo un regime di tolleranza relativamente stabile che promette sviluppi, tende ad ampliarsi, se ogni gruppo tende a considerare i comportamenti degli altri gruppi, coi quali deve convivere. In questo modo si realizzano - per usare un termine un po' desueto che i teorici utilizzano - dei comportamenti che realizzano una qualche virtù, comportamenti che hanno dei fini apprezzabili, che magari non sono i nostri. Pensiamo, per esempio, a una città industriale, molto evoluta dal punto di vista tecnologico e scientifico, nella quale però vige un'etica molto individualista,  e si trova improvvisamente ad ospitare un gruppo etnico molto strutturato e molto solidale. Bene, la società ospitante può avere due atteggiamenti: uno scettico: "Va bene, il mondo va così, questi sono arrivati, pazienza, li sopporteremo, insomma non staremo lì a fare questioni", oppure ci può essere un altro punto di vista: "No apprezziamoli. Noi non siamo più capaci di essere solidali. Questi sono un campione, un modello di solidarietà, e tutto sommato ci fanno ricordare cose che noi abbiamo perduto, ma che ad un certo momento potrebbero  tornarci utili".

Nella storia abbiamo avuto molti modelli di religione. Per esempio una religione può essere deista,  come per Voltaire - oppure abbiamo delle religioni teiste, come il Cristianesimo. Secondo Lei  quanto il deismo può essere aperto verso la tolleranza? Mentre altre religioni, come il Cristianesimo, si sono dimostrate spesso molto intolleranti?

Anche qui è difficile fare una tipizzazione in assoluto. Dipende molto dalle situazioni in cui le idee religiose si sono sviluppate e sono state recepite. Per esempio, una cosa curiosa: se prendiamo una società antica è una società politeista, non è né tollerante, né intollerante. Non c'è una teoria della tolleranza e neppure una teoria della intolleranza. Le città antiche, ogni tanto ospitavano nuove divinità.. Ad Atene si celebravano diversi culti, però uccidono Socrate. Curiosamente e contrariamente a quello che spesso si crede, i filosofi si presentano subito come campioni di intolleranza. 
 Il Cristianesimo ad un certo momento si è trovato - io non so se per natura il Cristianesimo sia tollerante o intollerante -, si è trovato a essere intollerante per varie ragioni, perché ereditava, una certa eredità ebraica, che  - a sua volta la visione ebraica non è di per sé intollerante -, ma si era trovata inserita in un sistema di altre religioni, nella quale si era difeso in un certo modo. Poi il Cristianesimo una volta che ha ereditato l'Impero Romano, l'unità politica dell'Impero Romano, è diventato una gerarchia politica. I deisti non sono proprio una religione, perché i deisti non hanno preti, non hanno culti e cose di questo genere. Da un certo punto di vista sono certamente tolleranti, però da un altro punto di vista possono diventare intolleranti. Per esempio dire: tutte le religioni positive sono delle superstizioni e vanno represse.  Una delle cose che accadde durante la Rivoluzione Francese fu anche una forma di intolleranza di questo genere. Quindi, come al solito, queste idee quando vengono enunciate dai loro inventori, sembrano tutte molto buone, messe nelle avventure reali, spesso generano dei controeffetti che i loro teorici non si aspettavano.

STUDENTE: Sempre parlando di religione, sia nel passato, ma anche oggi assistiamo a  episodi di intolleranza, ma la religione ha, possiamo dire, contenuti  insondabili. Come possiamo pensare che la religione critica l'uomo, parlando invece di qualcosa di soprannaturale? 

Certamente le religioni sono spesso dei segni, non tanto di unificazione degli uomini tra loro, ma di differenziazione. Le religioni hanno talvolta delle ambizioni universalistiche,  ambizioni di proselitismo. Ci sono delle religioni relativamente chiuse; che non fanno proselitismo. Per esempio, anche qui, non per natura, ma la religione ebraica, fino alla grossa crisi della demolizione del Tempio, , era una religione che faceva proseliti. Poi si chiude e non fa più proseliti. Il Cristianesimo invece è una religione che fa proseliti, che tenta di conquistare altri seguaci. Naturalmente le religioni chiuse tendono ad essere più rigorose e meno tolleranti. Le religioni che si aprono realizzano un certo livello di tolleranza, ma poi, al di sotto di questo livello, tendono a diventare repressive. Le religioni, come tutte le cose - forse, diciamo, qualcuno pensa o forse molti gruppi pensano che la loro religione sia un dono diretto della divinità. Va bene, ognuno ha le proprie credenze - però, come tutte le cose umane, anche le religioni sono degli strumenti che possono essere pericolosi, che possono dare delle conseguenze difficili da sopportare. Ecco, uno degli aspetti che la teoria della tolleranza deve trattare è proprio questo. Ma adesso ci sono dei ritorni, non solo alle religioni, ma alle tradizioni, soprattutto alle tradizioni locali, che hanno riproposto degli ideali di chiusura, degli ideali di antitolleranza. Nella società americana, ma ormai si va diffondendo anche nella nostra, all'idea di un unica società, l'idea di una specie di contratto sociale aperto, fondato su un contratto sociale aperto, nel quale possono entrare nuovi membri e cambiare le regole, si contrappone l'idea di comunità, che invece è una identità di vita, identità di stili di vita per comunità più piccole, territorialmente più ristrette e nelle quali certamente l'idea di tolleranza non ha molta ospitalità.

STUDENTE: Volevo chiedere, attraverso quali dinamiche l'idea teorica di tolleranza religiosa è passata alla prassi politica, nell'età moderna?

La tolleranza religiosa è passata alla prassi politica soprattutto quando, diciamo in Europa, il Cristianesimo, le divisioni teologiche del Cristianesimo sono diventate delle divisioni prima territoriali. Si è cominciato a dire - lo avete studiato tutti, a scuola, col trattato di Westfalia: "Cuius regio eius religio". Le religioni cominciano a diventare delle strutture territoriali, che poi sono relativamente aperte, perché tra gli Stati d'Europa si circola. In certi paesi, come, per esempio, nella Francia di Enrico IV, le strutture territoriali sono all'interno di una medesima organizzazione statale. Quindi bisogna fare delle leggi, che, in qualche modo, riconoscano queste differenze all'interno persino del Cristianesimo, oppure in Inghilterra dove c'è una religione di Stato e  i re inglesi non sono mai riusciti a sopprimere del tutto le differenze all'interno dello stesso protestantesimo. Allora, via via, si cominciano ad elaborare delle leggi di Stato che tengono meno conto delle credenze religiose.  Siccome le credenze religiose portano con sé comportamenti e diverse modalità di accettazione di comportamenti diversi, anche non religiosi, incomincia a crescere e tende a diventare molto più alto. Attraverso i non conformisti inglesi, tra Sette e Ottocento, passano movimenti di riforma sociale, entrano movimenti per la riforma della Costituzione, e poi in questa specie di modello di convivenza, entrano le ideologie, che difendono o rivendicano la parità di gruppi sociali, che prima non godevano degli stessi diritti degli altri, gli operai, che sono stati i primi nell'Europa industriale, ma poi, adesso l'orizzonte è cambiato, appunto, le donne, il diritto alle condotte sessuali, che ciascuno preferisce, preferisce scegliere, il diritto all’abbigliamento, il diritto all'abbigliamento. Adesso voi siete, in una scuola, siete vestiti ciascuno come volete. Sembra un cosa ovvia, banale, ma è una conquista recente. Nella mia generazione, non più al liceo, ma nella scuola elementare, ci vestivano tutti allo stesso modo, anche se non era mica un collegio. Ecco, tutte queste sembrano piccole cose, ma sono aspetti importanti.

 Eppure, in questa Europa così tollerante, ad un certo momento, per tornare a uno dei nostri cartigli, ecco, compare una donna col chador, e questo inquieta la nostra coscienza. Cosa vuol dire? Ci possiamo vestire tutti come vogliamo, ma non possiamo portare il chador. E ci possiamo vestire come vogliamo, se nessuno ce lo impone, ma se ce lo impone un gruppo di portare il chador, allora va ancora bene che ciascuno si possa vestire come vuole, perché obbedisce a un gruppo, all'interno del quale non c'è tolleranza. Ecco questo è un tipico caso concreto delle domande che la teoria della tolleranza pone.

Professore, io Le volevo chiedere qualcosa a proposito della donna velata musulmana. C'è qualcuno che dice che il cercare di evitare queste pratiche sia un'intolleranza nei confronti di questa religione. Altri pensano che questa sia una violazione dei diritti della donna. Lei cosa ne pensa?

Quel che io penso personalmente non ha tanta importanza, ma certamente lei ha toccato un problema molto importante. Da un lato, certamente, se noi vogliamo convivere con gruppi che arrivano con le loro tradizioni, le loro credenze e cose di questo genere, dobbiamo essere tolleranti col loro modo di vestire. Il chador, insomma, se liberamente scelto, non è di per sé il problema più importante. Il problema più importante invece è quello della posizione della donna. Ecco, nella nostra società: la nostra società ha imparato a diventare più tollerante, più libera, proprio da quando le donne hanno rivendicato diritti e hanno fatto valere soprattutto i problemi legati alle loro posizioni di donne, per la storia che hanno avuto, e perché sono donne, perché hanno problemi che le riguardano in quanto, in quanto donne. Allora, perdere questa importante esperienza, che noi abbiamo fatto, arrestandoci alla soglia di gruppi che non hanno ancora fatto queste esperienze, probabilmente, non è così vantaggioso. Insomma, si perde qualcosa di importante. Se la tolleranza è una cosa buona e  se tutti auspichiamo che la tolleranza in generale cresca, soprattutto in certe società - pensiamo alle società che ci sono così vicine, nella sponda meridionale e mediterranea -, una grossa speranza oggi è affidata alle donne. Le donne, come gli uomini, non sono buone o cattive, insomma sono quello che sono, ciascuno è quello che è. Però, in questo momento, le donne sono uno strumento importante, di ampliamento dei margini di libertà all'interno della nostra vita associata. .

STUDENTE: In un'ottica di tolleranza, che è in crescita in Europa, in questo momento, come si può inquadrare l'affermazione di un politico che voleva togliere il lavoro ai maestri omosessuali?

Si tratta di una dichiarazione che, bisogna dire, ha messo un brivido per la schiena a molti di noi. A parte che, diciamo, quella dichiarazione, da un certo punto di vista,  ci metteva fuori della legalità, insomma - c'è  una legge sulla privacy la quale non consente di fare delle indagini al di là di un certo limite -, ma è soprattutto una dichiarazione di insofferenza delle differenze. Allora, convivere con delle differenze può essere difficile, però questa è la sfida che va affrontata. E d'altra parte abbiamo fatto moltissimi, da questo punto di vista, abbiamo fatto moltissimi passi. Insomma, io, quando mia figlia aveva sei o sette anni, era abituata a sapere che c'erano persone omosessuali e eterosessuali. Questo non ha creato assolutamente nessuno shock, come invece ha creato alla mia generazione, scoprire tardi che si era degli omosessuali.

STUDENTE: L'accusa di intolleranza è rivolta principalmente al Cristianesimo, ma questo perché è l'unica religione che ha avuto un'intolleranza così forte? Oppure perché noi italiani  abbiamo conosciuto soltanto l'intolleranza del Cristianesimo?  In altri tradizioni, in altre religioni monoteiste,  all'interno della loro storia ci sono state intolleranze così forti?

L'intolleranza è ben distribuita nel mondo religioso, e non soltanto in quello monoteista. Si può essere politeisti e tolleranti, insomma. Il Cristianesimo poi, di per sé, non è che abbia il patrimonio dell'intolleranza. In un certo senso si può dire il contrario, che il Cristianesimo ha teorizzato la tolleranza. Ha teorizzato una tolleranza dapprima limitata, poi ha cercato di estendersi,  si è cimentato cioè  con questo problema della tolleranza  più di altre religioni. Ad emergere nel Cristianesimo è che in alcune delle sue teorizzazioni ha teorizzato una forte intolleranza. Però io non farei un'associazione così stretta tra Cristianesimo e intolleranza, tra Cristianesimo e problematica della tolleranza, questo sì.

STUDENTE: Volevo chiedere una cosa: secondo Lei quanto la tolleranza si basa esclusivamente su un fattore economico, cioè si sopporta, si tollera, perché conviene?

E' difficile. Lei ha fatto una domanda molto precisa. E' difficile  Mi ha chiesto un "quanto", quindi bisognerebbe fare una misura, fare le misure è sempre una cosa complicata. Certamente ci sono anche dei fattori economici.  Si comincia a scambiarsi, magari dapprima degli oggetti materiali, ma poi gli oggetti materiali portano dentro di sé delle idee e quindi attraverso una scatola di latta viaggiano anche le idee. Talvolta queste idee diventano distruttive, oppressive, cose di questo genere. Un giorno un esploratore del Mato Grosso, Brasile, mi raccontò che aveva raggiunto delle tribù che avevano avuto scarsi contatti. Con la letteratura occidentale certamente non avevano avuto  nessun contatto. In realtà, quando questo esploratore arrivò, era stato preceduto da una lunga processione di rifiuti del mondo industriale: pentole rotte, scatolette, e cose di questo genere. Questo significa mettersi in comunicazione. Naturalmente talvolta questo mettersi in comunicazione significa anche distruggere, opprimere. Ecco, queste sono le difficoltà del realizzare la tolleranza.

 


Siti internet sul tema:

Unesco: The tolerance programme
http://www.unesco.org/tolerance/

Dichiarazione dei principi di tolleranza
http://www.unesco.org/tolerance/declaeng.htm

Museum of Tolerance
http://www.goldsteinproductions.com/motbak.html


Biografia di Carlo Augusto Viano

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