Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
www.filosofia.rai.it
Search RAI Educational
La Città del Pensiero
Le puntate de Il Grillo
Tommaso:
il piacere di ragionare
Il Cammino della Filosofia
Aforismi
Tv tematica
Trasmissioni radiofoniche
Articoli a stampa
Lo Stato di Salute
della Ragione nel Mondo
Le interviste dell'EMSF
I percorsi tematici
Le biografie
I brani antologici
EMSF scuola
Mappa
© Copyright
Rai Educational
 

Il Grillo (18/5/1998)

Giulio Giorello

Chi pone i limiti alla scienza?

Documenti correlati

Giorello: Insegno Filosofia della scienza all'Università degli Studi di Milano. La mia formazione è quella di un matematico, quindi di una persona un po' fuori da molti dei problemi pratici, che pure stanno alla base della ricerca scientifica pianificata, quella che poi cambia, in modo anche pesante, le nostre vite. La ragione per cui sono qui è anche quella dovuta al fatto che dirigo una collana che si chiama Scienza e idee presso l'editore Raffaello Cortina di Milano, dove abbiamo pubblicato, proprio in questi giorni, un libro del giornalista scientifico Gina Colata, americana di New York, che ha condotto un'inchiesta sulla clonazione e in particolare sul caso della pecora Dolly. Il libro si chiama CLony. Gina Colata in questa inchiesta presenta non soltanto il caso specifico, ma lo sfondo di questa situazione, e cioè come oggi si pone in un paese, tecnologicamente avanzato, come gli Stati Uniti, e che è, per molti versi, un modello anche di vita per noi, il delicato problema del rapporto tra chi fa la scienza e chi dovrebbe, in un qualche modo, controllarla o chi pretende di controllarla o chi di fatto la controlla.

INTRODUZIONE: L'epoca moderna si è formata attorno al valore della libertà della ricerca scientifica. Ma lo sviluppo della scienza ha sollevato ricorrenti critiche e ansie profonde per il suo carattere disumanizzante. Questo secolo ha visto il contrapporsi radicale della fede nel progresso scientifico e l'orrore verso alcune vie che esso ha intrapreso, come la costruzione di armi nucleari e chimiche, l'uso distorto della medicina da parte del nazismo e, in questi anni, la possibilità di modificare la struttura della vita umana con interventi genici. Si è sostenuto che sono gli usi della scienza che possono essere distorti. Tuttavia, soprattutto nei campi di frontiera della ricerca biomedica, è la pratica scientifica stessa a essere messa in discussione. La modificazione della struttura biologica, con la creazione di nuove forme di vita, è una questione moralmente delicata. Si riconoscono prospettive vantaggiose, come il miglioramento dell'agricoltura e la cura di malattie genetiche, ma si intravede anche la responsabilità di creare forme di vita dannose per l'uomo, come batteri e virus aggressivi e resistenti gli antibiotici, e di mettere a disposizione queste tecniche a un numero sempre maggiore e incontrollato di persone. Inoltre, la conoscenza stessa del patrimonio genetico umano può sconvolgere radicalmente il modo comune di pensare degli individui. L'identificazione di una malattia genetica, attualmente incurabile, e che potrebbe svilupparsi solo più tardi, equivale in qualche modo a conoscere anticipatamente la prorpia morte. Come far fronte a queste conoscenze? Sono informazioni delicatissime, che attengono alla privacy della persona e la cui divulgazione sarebbe disastrosa. Viene messa in dubbio qui la conoscenza come uno dei valori fondamentali dello spirito umano. Ma l'alternativa antica dell'oscurantismo è inconcepibile. Possiede la scienza i valori per risolvere questo problema etico?

Come è cambiata la mentalità umana con lo sviluppo della scienza?

Giorello: Bella domanda. Naturalmente è di difficile risposta, perché certamente è cambiato il nostro modo di vedere il mondo. Quando Galileo Galilei scopre montagne sulla luna col suo cannocchiale, oppure individua le quattro strane stelle intorno a Giove, che poi sono i quattro satelliti che si chiamano Medicei, in onore del potente Diturno, a cui Galileo dedica il suo lavoro scientifico, quando già Galileo fa questo, è cambiata la nostra percezione del mondo e del nostro posto nel mondo. Non siamo più al centro dell'universo, la terra è un pianeta, che orbita attorno al sole, non Galileo, ma Newton, ci dice che l'universo potrebbe essere addirittura infinito. Ecco, è cambiata senza dubbio la percezione dell'immagine del mondo e di se stessi, ma siamo cambiati noi, come individui, come siamo fatti. Noi siamo ancora un po' troppo simili ai nostri antenati delle caverne che usavano la clava, soltanto che invece che la clava, oggi, si usa qualcosa d'altro, si usano quegli oggetti che avete visto cadere dall'aereo, che bombardava una città durante la Seconda Guerra Mondiale. Quindi la mentalità dell'uomo forse è rimasta molto vicina a quella del primitivo, ma è cambiato il modo di operare del mondo e anche i mezzi di distruzione, non soltanto quelli di .

La scienza è spesso osteggiata dalla religione cattolica. Inoltre si ha l'impressione che, soprattutto in Italia, l'educazione scientifica sia molto scarsa. Lei cosa ne pensa?

Intanto io direi che l'elemento, anzi il problema dell'educazione alla scienza, è uno dei grandi problemi fondamentali della modernità. La scienza nasce - la scienza moderna, intendo -, nasce con questo intento educativo, cioè persone, come Galileo Galilei, tanto per citare la figura che avete già visto nella scheda, era qualcuno che si domandava anche qual' erano i mezzi migliori per poter far conoscere la nuova filosofia naturale, oggi noi diremmo la nuova scienza. E difatti Galileo scelse, per esempio, la forma del dialogo perché la ricerca scientifica deve essere aperta e controllabile da tutti, e scelse di scrivere, almeno in parte, in volgare e non in latino. Alcuni libri di Galileo hanno una pagina in latino e poi il commento dei personaggi del dialogo che invece è nella lingua italiana, in modo che qualunque persona di buona volontà potesse capire quello che il filosofo della natura andava cercando di spiegare e di far capire. Bisogna dire che in questo anche la Chiesa si pose il problema dell'educazione scientifica. Il Collegio Romano dei Gesuiti era una delle grandi istituzioni scientifiche dell'epoca di Galileo e fu sostanzialmente, grazie all'appoggio del padre Clavio, che la comunità scientifica prese sul serio i risultati del Siderius Nucius di Galielo Galilei, cioè prese sul serio l'attendibilità del telescopio e le particolari osservazioni che Galileo aveva fatto. Magari non concordava con le idee che Galileo aveva di questi nuovi fenomeni, ma, per quanto riguarda la credibilità del mezzo e dell'osservazione di Galileo, in questo la Chiesa appoggiò Galileo inizialmente, poi il contrasto si definì più tardi, sul problema del copernicanesimo, cioè se fosse veramente la terra a girare intorno al sole, su se stessa, cioè sulla questione delicatissima del moto terrestre. Quindi questo già ci mostra che il rapporto tra scienza e società è estremamente delicato, che il problema della formazione - beh, voi siete giovani -, quindi, per le giovani generazioni - è il punto chiave, che lo era al tempo di Galileo Galilei o di Newton, quando rispetto alla quantità di informazioni, che oggi vengono, diciamo presupposte per una seria carriera scientifica, ce n'era di meno. Oggi, in tempi di duro specialismo, le cose sono ancora più difficili, perché naturalmente tu ponevi il problema: "etica e scienza". Certo può decidere, in campo scientifico, chi ne sa qualcosa evidentemente, chi ne capisce qualche cosa. Ma come capirne? E su che cosa indirizzare l'attenzione. E' qui il problema appunto dell'istituzione scolastica, a tutti i livelli, io direi cominciando proprio dalle Scuole Elementari, e tenendo conto dell'Università e anche delle istituzioni postuniversitarie. Perché l'impressione che uno ha, leggendo una rivista scientifica, è che l'educazione alla scienza deve essere permanente, perché la scienza cambia rapidamente e quindi bisogna continuamente adeguarsi a questo cambiamento, per non esserne completamente scavalcati.

Riguardo anche al personaggio di Galileo, che abbiamo nominato, mi viene in mente una questione interessante, cioè il possibile scontro tra quello che può essere un tipo di scienza, diciamo artigianale, e quello che è invece una scienza di carattere accademico, universitario, e riportandolo anche ai nostri giorni, quello che può essere lo scontro tra il metodo Di Bella e quello che è un tipo di, diciamo, di scienza a livello universitario, a livello accademico, già dato, e quindi uno scontro che si rivela tanto nel passato, con personaggi come Galileo, ma come anche Giordano Bruno ed altri, e può rivelarsi anche nel mondo di oggi.

Sì, intanto Galileo Galilei aveva bisogno di un po' di ducati per poter far ricerca, e se la cavava. Galileo era uno che ci teneva al suo stipendio. Si sposta dalla Repubblica di Venezia alla Toscana, perché pensa che lì lo paghino meglio e lo lascino più tranquillo. Errore, errore fatale, ma comunque... Oggi naturalmente noi non possiamo pensare a ricerche pagate con trenta ducati e persino quella dimensione artigianale, che aveva il gruppo di Fermi a Roma, in Via Panisperna, è una dimensione che oggi è impensabile con i grandi livelli della scienza di base. Questo non vale solo per la fisica, vale anche ormai per la ricerca biologica. Vale, torniamo qui, anzi guardiamo qui a questo curioso oggetto, vale anche per la medicina. Qui abbiamo un rappresentante tipico della tradizione bolognese, il dottor Balanzone, abbiamo già i segni della distinzione della categoria dei medici dalla gente comune, una specie di divisa, abbiamo la maschera protettiva sul naso, e quindi in un qualche modo, ben indicata, anche la separatezza del medico rispetto i suoi clienti, rispetto ai pazienti, che è proprio esasperata anche dalla mascherina. Oggi le persone che lavorano in divisa o con una maschera sono abituali nello spettacolo dell'impresa scientifica, non sono un caso raro. Sono diventate una corporazione, una corporazione che, come tutte le corporazioni, può avere anche i suoi devianti, i suoi eretici, cioè qualcuno che si stacca dalla ortodossia ed entra in polemica. E allora qui viene fuori: qual è il ruolo che deve avere, per esempio, lo Stato in una situazione del genere? Chi decide chi è ortodosso e chi è eretico? E' l'opinione pubblica, sono i media, sono i ministri? E questo è un grandissimo problema, un problema che aveva già sentito, qualche secolo fa, Thomas Jefferson, che fu il terzo Presidente degli Stati Uniti. Diceva che non bisogna che ci sia una scienza di Stato: lo Stato non dovrebbe intervenire. Questa è una posizione ultra, dovremmo dire, liberale. Altri invece ritengono che lo Stato debba intervenire, quando in gioco è, per esempio, la salute fisica - torniamo al medico - dei cittadini. Ma allora perché non intervenire quando è anche in gioco la "salute morale", tra virgolette, dei cittadini? E allora non porre una censura nella libera circolazione delle idee scientifiche. Ecco, voi capite da questo, che i problemi sono enormi e sono i problemi fondamentali della stessa libertà democratica, a cui noi siamo abituati.

A me sembra che nella società le persone non siano abbastanza aperte verso le nuove scoperte della scienza e allora si limita quasi la scienza e si limita la sua libertà. In che modo si potrebbe superare questo limite e quindi aprire la scienza e permetterle più libertà?

Ma io credo che uno dei principali limiti, di fatto, alla ricerca scientifica venga dai vincoli di carattere economico ed istituzionale. Molte ricerche sono condotte a degli scopi pratici e ben definiti, sono pagati da industrie, e quindi hanno un vincolo, che è quello del risultato pratico a tempi ragionevoli. Perché, chiaramente, uno non è che vuole investire denaro soltanto, tra virgolette, "per la ricerca". E altro vincolo, che viene dall'interno della comunità scientifica, è che, nelle situazioni attuali, per cui lo scienziato è un impiegato che deve render conto della propria produttività, sia per far carriera sia per avere i finanziamenti bisogna dimostrare di essere capaci. C'è un battuta molto lapidaria nell'ambiente scientifico, soprattutto di lingua inglese: "Pubblica o muori". Se non pubblichi e non pubblichi in tempi abbastanza rapidi, muori, cioè non vieni più messo nei gruppi di ricerca che contano, ti daranno meno finanziamenti, non farai carriera accademica, eccetera, eccetera. Di qui una proliferazione, anche, di lavori, come dice un mio amico giornalista, Riccardo Chiaberge, che sono fatti un po' come diceva Charles Dickens, cioè a puntate: uno ha una grande idea, non la pubblica tutta in un colpo, la pubblica un po' a pezzettini. Un po' come faceva Dickens quando faceva i suoi romanzi. Solo che i romanzi di Dickens sono molto divertenti. Queste sono cose molto meno divertenti e molto meno comprensibili al largo pubblico. Perché al largo pubblico? Perché il ricercatore parla per i suoi colleghi, parla per gli specialisti. Quindi la scienza da una parte dovrebbe essere qualcosa di, come dicevi tu, di molto libero e di controllabile da tutti, di fatto però è vincolata a queste ragioni di controllo, di cui ti ho parlato, e per di più si esprime in un gergo che solo pochi capiscono. E poi succede che appunto la libertà da una parte di ricerca si riduce e dall'altra parte il pubblico nutre, nei confronti dell'impresa scientifica, delle grandi aspettative, che in molti casi restano deluse. Ci ricordiamo tutti le delusioni sulle varie fusioni calde o fredde, tanto per dirne una, ecco. Ma non è solo la fisica, forse proprio la medicina, a cui oggi si guarda con grandi speranze e si reagisce poi in molti casi con enormi delusioni, che ora colpiscono i ricercatori singoli, ma in molti casi si ributtano contro l'istituzione medica in quanto tale. Credo che recenti storie, anche italiane, vadano in questa direzione, no?

Lei prima ha detto che in fondo la mentalità umana è rimasta un po' alla clava, insomma. Ecco, secondo Lei, come si spiega il paradosso che proprio quando le clave si scontrano il progresso scientifico ha una spinta fortissima? Nella Seconda Guerra Mondiale la bomba atomica, l'aeroplano a reazione.

Questa è una bellissima domanda, questo mostra che alcune cose disgustose e spiacevoli, come l'aggressività umana, l'odio, la crudeltà, sul lungo periodo producono un incentivo alla ricerca. E dobbiamo prendere atto che la natura umana è quella, è quella che è. E' vero, molti scienziati che hanno lavorato per esempio alla bomba atomica erano degli scienziati che hanno dato delle grandissime acquisizioni, alcuni le avevan date già anche prima, ma certamente furono stimolati dall'idea americana di dare alle democrazie un'arma, che avrebbe fatto giustizia della Germania di Hitler. In realtà, poi, non fu usata la bomba sulla Germania di Hitler, ma fu usata sul Giappone, come voi ben sapete. Quindi, senza dubbio c'è una componente enorme di aggressività nella origine della scienza. La scienza serve per controllare l'ambiente che mi circonda e quindi per proteggermi dai nemici. Ma dalla protezione contro i nemici all'aggressione verso qualcun altro, il passo non è così lungo, come può sembrare, è molto breve. Dopo tutto, voi fate un po' di matematica, sapete che i vettori sono rappresentati da una freccetta. Ora la freccia è in origine uno strumento di aggressività, uno strumento di morte, di conquista, del mondo animale come anche dell'ambiente del proprio nemico, insomma. Quindi senza dubbio c'è questa componente molto forte. Alcune culture hanno tentato di esorcizzarla, alcune culture orientali, per esempio, hanno cercato di fermare, non tanto la scienza pura, quanto alcune di queste applicazioni aggressive. La polvere da sparo serviva ai Cinesi per fare i fuochi artificiali. Gli occidentali invece l'hanno presa come un grande strumento di conquista e di guerra. Francesco Bacone diceva che era una delle tre grandi cose che aveva cambiato l'umanità: la stampa, la bussola, appunto la polvere da sparo. Quindi prendete un po' voi, traete un po' voi le conseguenze, insomma.

Spostandoci dal campo etico a quello più pratico, secondo Lei, la scienza potrebbe essere ostacolata dagli interessi economici, per esempio quando delle scoperte scientifiche non sono convenienti alle multinazionali, per esempio, che ne so, quelle petrolifere?

Sì, io penso che, siccome i vincoli economici sono così forti, è abbastanza ovvio che il condizionamento economico sia altrettanto rilevante sulla ricerca. E, di fatto, già in molte situazioni, i vari settori della ricerca vengono incrementati o penalizzati a seconda degli interessi pertinenti. Recentemente nella Inghilterra del governo conservatore di Margaret Thatcher, per esempio, si favorivano alcune ricerche di carattere applicativo molto forti, mentre venivano scoraggiate ricerche, tra virgolette, "più pure". Questa è una ragione. Dovrebbero esserci delle ragioni, per esempio commerciali, per non mettere solo sul mercato un farmaco. Oppure, ragioni che possono bloccare la ricerca, possono essere delle ragioni di segretezza, per esempio di segretezza, di nuovo commerciale o addirittura militare. E questi sono elementi che noi dobbiamo tutti tener presente quando parliamo di chi controlla la scienza. Perché noi, tante volte, ci domandiamo se sia giusto o non sia giusto porre dei limiti alla ricerca scientifica, da un punto di vista morale o religioso, ma, di fatto, dei limiti ci sono dovuti alla concreta situazione economica e politica.

Il tema di oggi è: I limiti della scienza. Ma si può veramente pensare di porre dei limiti alla scienza o sarebbe più giusto dire: I limiti dell'umanità? Perché la scienza, in se stessa, come momento conoscitivo non può che essere positiva, o comunque non può avere un valenza negativa o positiva. Solo l'uomo attribuisce alla scienza una diversa valenza, a seconda dell'utilizzo che ne fa, quindi è sbagliato porre un limite alla scienza.

Ma certamente la ricerca scientifica è nata come un tipo di ricerca della verità, che non voleva alcun vincolo. Su questo Galileo Galilei era chiarissimo: "Un potente può dirmi dove devo costruire una casa o un ospedale o chi devo curare o meno, ma non deve pretendere di fare lui l'architetto o di fare lui il medico, se no, poveri i cittadini e poveri i malati". Questo è un tema giustissimo. Tuttavia, c'è un problema più delicato: in certi casi che prezzi siamo disposti a pagare anche per un acquisto di conoscenza? Per esempio, nel campo delle scienze del vivente, c'è una polemica, voi sapete, apertissima, che riguarda: quanto vivente io posso sacrificare, per acquisire le mie conoscenze. La sperimentazione animale, per esempio, è un tema estremamente dibattuto. Certo, alla fine dell'Ottocento, ai tempi dei grandi, dei primi, di questi grandi biologi che hanno rifondato le scienze dal vivente, nella seconda metà del secolo scorso, la sperimentazione sugli animali era praticamente senza regole e senza alcuna legge. Oggi invece esistono tutti dei movimenti che tengono ben conto di qualche "diritto degli animali". Eppure il dibattito è ancora aperto. Pensate, per esempio, al dibattito sulla vivisezione, che a me personalmente fa orrore. Ma veniamo anche a cose più vicine a noi. E' abbastanza facile condannare oggi il caso degli esperimenti fatti da medici, asserviti a regimi totalitari, come è capitato nella Seconda Guerra Mondiale. Ci son stati esperimenti sui prigionieri, fatti in Giappone, fatti nella Germania di Hitler. Queste son cose ben note. Meno si sa - ecco il libro di Gina Colata, che citavo prima, invece lo racconta con molta chiarezza -, che alcuni esperimenti sull'uomo, abbastanza cinici, sono stati fatti anche in società libere e democratiche. Il famoso esperimento americano, che durò per 40 anni, i cui risultati furono pubblicati, con grande scandalo, all'inizio degli anni Settanta: su seicento maschi americani, alcuni, una larga percentuale dei quali, malati di sifilide, che non furono curati per vedere quali erano gli effetti della malattia, quando non si interviene in maniera drastica dal punto di vista terapeutico. E questo tipo di esperimento continuò anche quando la penicillina era a disposizione. E guarda caso, l'esperimento non era fatto su un campione qualsiasi, ma su un campione di maschi neri, di neri americani. Ecco, io credo che questa sia una, una grande ferita ancora adesso, che lacera la società americana. E giustamente qualunque nero, quando sente parlare di organizzazione sanitaria degli Stati Uniti, prende le sue precauzioni, perché si è trattato, si è trattato di un'operazione, ah, certamente giustificabilissima ai fini conoscitivi, ma che spaventoso abisso morale - almeno io ci trovo - sotto questo tipo di scienza. E non è l'unico caso. Quindi il pericolo di abusi sugli altri viventi, animali o esseri umani che siano - poi l'uomo è un animale anche questo tra tutti gli altri insomma, no, quindi -, un abuso sugli esseri viventi è un elemento, per esempio, che, senza dubbio, accompagna la ricerca delle scienze biologiche, in generale. E teniamo ben conto che naturalmente si può sempre giustificare a scopi alti, conoscitivi: lo si fa per il bene, ossia per saperne di più. Ma, intanto, chi pagherà mai quelle vittime, chi giustificherà quel tipo di dolore. E' il dolore di un solo essere vivente, giustificato da un beneficio, anche enorme, per, poi, per noi esseri umani, più che per il resto del vivente in questo mondo. Queste sono le domande di fondo. Quindi, è vero, la conoscenza è bella. Ma quali prezzi la conoscenza ha, almeno in certi settori e in certi casi!

Secondo Lei quale deve essere il rapporto tra la scienza e l'opinione pubblica, visto che prima l'abbiamo nominata. Cioè, nel caso anche di grandi scoop scientifici, l'opinione pubblica non è forse, apparentemente appunto sembra che l'opinione pubblica spinga e tenga vivo, diciamo, il dibattito e la discussione, mentre in realtà forse, per esempio, c'è il fatto anche che lo scoop, in realtà, dura poi poco: se ne sente parlare al telegiornale, si legge sui giornali, ma, nell'arco di breve tempo, diciamo, la questione si è già affievolita. Quindi, secondo Lei, non è forse che l'opinione pubblica stessa sia spinta quasi dai mass-media e non da un interesse, diciamo, proprio?

I media fanno il loro mestiere, insomma. Le "gazzette", cosiddette, sui giornali, eccetera, vivono degli scandali. Questo si sa, insomma si sa dalle prime "gazzette", insomma. Il problema che la scienza venga spettacolarizzata, diventi lo scoop, è un problema che si lega anche alla generale impreparazione del pubblico nei confronti dell'impresa scientifica. Prima si diceva dell'importanza enorme dell'educazione alla scienza non per contentare questo o quell'altro specialista, ma come fattore di crescita democratica profonda. Questo è il punto. Certamente, dove non c'è un'educazione diffusa all'impresa scientifica, c'è il sensazionalismo. Il sensazionlismo è l'altra faccia dell'ignoranza, tante volte anche ignoranza del giornalista, mica sempre, ma qualche volta, tante volte è frutto del fatto che gli specialisti se ne guardano bene dal fare i divulgatori, perché la divulgazione è cosa minore, lo specialista parla per i propri colleghi, per far vedere quanto è bravo. In molti altri casi c'è un'oggettiva difficoltà di capire. Teniamo presente anche questo, dato che la scienza oggi ha anche oggi dei livelli di specializzazione estremamente sofisticati, più forse che i tempi di Copernico, di Galileo e dello stesso Newton, e quindi tutti questi fattori vanno tenuti presenti. Giornali, televisione hanno le loro responsabilità? Forse oggi abbiamo degli strumenti però diversi di comunicazione tra di noi. Internet, la rete, per esempio. Forse è da qui che si deve cominciare per una capacità di discussione più capillare e in qualche senso più democratica.

L'insulina è stata scoperta grazie alla vivisezione dei conigli. Non è meglio allora uccidere due o tre conigli, che ottenere la morte di persone?

Questo è il solito problema. Tutto sarebbe più semplice se le crudeltà sugli animali fossero inutili. Invece sono utili. Io credo che questa è una decisione a cui rispondere deve la coscienza di ciascuno, però basta che chi risponde: "Sì, questo, valeva la pena di uccidere enne conigli per ottenere un grande risultato", sappia comuqnue che quel risultato è costato la vita di qualche essere vivente. Cioè, almeno abbiamo la coscienza, la consapevolezza di questo. Dopo di che, facciamolo anche, ma sappiamo quello che facciamo, sappiamo che, nella nostra vita, per dei vantaggi, sacrifichiamo degli altri esseri viventi. E' la legge della vita, ma almeno non dimentichiamocene.

La clonazione è una cosa lunga, costosa e complicata, ma ha delle reali utilità per l'uomo?

Naturalmente i ricercatori, che sono impegnati nel campo della clonazione, sosterrebbe di sì, che la clonazione dà tutta una serie di risultati importanti, a cominciare, per esempio, dai problemi relativi all'allevamento degli animali domestici. Avere la possibilità di clonare degli individui particolarmente resistenti a certi rischi, permette senza dubbio di migliorare l'allevamento. D'altra parte l'allevamento ha agito in questa logica molto prima della clonazione. Poi ci sono tutta una serie di altre, di altre questioni, che riguardano la disponibilità, per esempio la disponibilità di organi di ricambio. Una delle proposte, che più hanno sconcertato nel dibattito sulla clonazione, è stata quella, per esempio, di poter avere una riserva di organi disponibili per i trapianti, che potessero essere compatibili e quindi che permettessero di evitare le reazioni di rigetto. Quindi i difensori della clonazione, sia animale e anche quelli un po' più scatenati, che arriverebbero a considerare positiva anche la clonazione dell'essere umano, ecco, sono convinti che in questo tipo di ricerche abbiano un valore conoscitivo e che abbiano anche un valore pratico, concreto. Quindi, non è che tutti sono d'accordo nel dire: "No, la clonazione non serve a niente". Molti sono convinti che serva. E persino capi religiosi hanno scelto la posizione intermedia. Un rabbino americano, per esempio, sostiene:" Non puoi godere dell'ape, quando fa il miele, e avere paura quando ha il pungiglione", quindi: "Prenditi tutti i vantaggi, ma anche tutti i rischi dell'impresa scientifica".

Quindi che rapporto c'è tra la scienza e gli animali?

Gli animali, per molti versi, rappresentano ancora una grande sfida aperta, per me, un grande mistero. Pensiamo a tutti i tentativi che sono stati fatti di comunicare con gli animali e che sono così difficili. Rappresentano gli animali una sfida anche, io credo, per le religioni, per le filosofie, per le culture. Noi con grande fatica abbiamo imparato a rispettare gli animali e almeno a parlare oggi di nostri doveri nei confronti degli animali, di diritti che gli animali hanno, hanno nei confronti del genere umano. Ma, appunto, parlare già di diritto animale è stato difficile. L'idea di diritto, che nasce per l'uomo, che parla, che può protestare, che può lottare i propri diritti all'animale, che per certi versi ci appare così diverso, in realtà dalla scienza sappiamo invece che l'animale è molto vicino a noi, che il nostro patrimonio genetico è molto simile a quello dei primati superiori e, almeno da Darwin in poi, noi siamo cugini degli scimmioni. Credo che studiando gli animali riscopriamo anche la nostra animalità. Io in questo non ci vedo niente di male, ci vedo anzi un grande atto di umiltà laica, nel riconoscere la nostra vicinanza agli animali. E poi c'è un'altra cosa che l'animale ci insegna, ed è la simpatia. Ecco questa grande capacità che hanno gli animali di avere qualche cosa di molto simile ai nostri sentimenti. Io credo che l'affetto, il piacere, il senso di compagnia, che può dare un qualunque animale, che uno tiene vicino a sé, da un cagnolino o un gatto o, magari, se uno preferisce, la biscia, cioè di famiglia insomma, ecco, questo ci dà un senso di apertura alla vita, molto più forte di qualunque discussione generale sulla vita, il cosmo, eccetera, eccetera.

"Chi pone limiti alla scienza?", non è forse, prima di tutto, necessario charire le finalità della scienza? E poi, in secondo luogo, volevo dare una risposta: "Non è poi, in fondo, la vita, l'esistenza stessa dell'uomo a porre limiti alla scienza e quindi l'unione tra filosofia e scienza?

Ma io credo che la grande scienza dei secoli passati, quella appunto di Copernico, di Galileo, di Newton, ancora di Darwin, ancora di Einstein, abbia profondamente sentito il legame tra scienza e vita e quindi anche tra scienza e filosofia, perché il filosofo dovrebbe riflettere sulla vita, non è che riflette su cose strane. E' vero, Talete inciampa mentre guarda i cieli, però forse, a guardare i cieli, abbiamo mandato anche i satelliti, eh!, nello spazio. Molto bene. Tuttavia l'impressione che oggi si ha, in molti casi, è di un ricercatore che, quando gli si chiede quale è il nesso tra scienza e vita, intende il nesso tra le sue ricerche e il suo stipendio, cioè una cosa un po' più ristretta, un po' più soffocata, dicevo appunto un impiegato della ricerca, non un cercatore della verità. Credo che bisogna con pazienza ricominciare da qui, proprio porsi le grandi domande sul senso della propria vita e confrontarle con quello che si fa nella pratica. Certo non è facile. Ci sono però dei ricercatori scientifici, grandi fisici prima, poi grandi biologi, grandi medici, sono stati i primi a mettere in discussione la loro pratica. Magari non hanno avuto il coraggio, a un certo punto, di troncare con la ricerca, se non erano più d'accordo con quello che stavano facendo. Pensiamo al caso di Hopenheymer(?) per esempio, che ha avuto il coraggio di mettersi contro la società politica di quel paese che l'aveva poi ospitato, esule dall'Europa. Ecco, quindi ci vuole un grande coraggio morale, io credo. E questi sono i limiti che possono venire. Cioè l'unico limite, secondo me, può venire dal coraggio morale. Le censure, le imposizioni dall'alto, le polemiche sui media: tutto questo è polvere, insomma. Io credo invece che sia una questione di capacità di porsi dei problemi, di porsi in questione a se stessi. Ecco, da qui deve partire il discorso sull'impresa scientifica, sui suoi eventuali limiti, non certo da un'autorità politica o religiosa o economica, d'un qualche tipo, che arbitrariamente chiude la libertà di investigare il mondo della natura che ci circonda.

Prima abbiamo detto che la scienza nasce come risolutrice dei problemi dell'uomo. Lei pensa che sarà possibile giungere ad una scienza universale che sia capace di risolvere tutti i problemi dell'uomo e che quindi, paradossalmente, anche in campo scientifico, si giunga ad una verità assoluta, come lo è stato e lo è per la fede?

Prima di tutto bisogna stare molto attenti a assolutizzare la verità, perché, mentre nel caso della fede è questione di scelta personale o magari di scelta di Dio, che ti dà la grazia di credere, nel caso dell'impresa scientifica è il paziente lavoro umano, che è continuamente aperto al rischio della smentita. Ultima cosa e, direi, forse conclusiva proprio: se noi avessimo quello che dici tu, cioè se un giorno raggiungessimo una scienza completa ed esaustiva di tutto quanto, che risolva tutti i nostri problemi, conosceremmo la mente di Dio. Ecco, ma saremmo veramente felici, se conoscessimo a questo punto la mente di Dio? Ricordiamoci che il Dio della Bibbia è anche terribile e Mosé non vede mai il Signore, si nasconde dietro una roccia, per non essere bruciato dal fuoco della verità.


Biografia di Giulio Giorello

Trasmissioni sul tema Etica e scienza

Trasmissioni dello stesso autore

Partecipa al forum "I contemporanei"

Tutti i diritti riservati