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Il Grillo (20/5/1998)

Giovanni Berlinguer

L'eutanasia

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Berlinguer: Sono laureato in Medicina, insegno all'Università La Sapienza di Roma, e coordino un corso di perfezionamento in Bioetica, in quell'università. Vedremo adesso un filmato e poi io sono molto interessato a conoscere le vostre opinioni sull'argomento e tenterò di rispondere alle domande che mi porrete o alle obiezioni che vorrete sollevare.

INTRODUZIONE: La morte è stata da sempre al centro delle preoccupazioni degli uomini. Nell'antichità la preparazione alla morte costituiva un aspetto importante dell'educazione etica delle persone. Si indicava con eutanasia la possibilità di avere una morte dolce e tranquilla. Ma è solo con l'epoca moderna che all'eutanasia viene attribuito il significato attuale, in cui si indica l'intervento del medico nell'aiutare il paziente morente a evitare sofferenze e a morire quindi nel modo migliore. Se la morte fosse procurata dal paziente stesso, non sorgerebbero i problemi che toccano invece così drammaticamente le società contemporanee. La questione sarebbe infatti quella del suicidio, avversato da quelle etiche religiose, che affermano che la vita non è a disposizione dell'individuo e appartiene alla divinità, ma ammesso dalle concezioni che ritengono che l'individuo disponga interamente di se stesso. L'intervento del medico rende la situazione delicata, in quanto con il giuramento di Ippocrate si insegna al medico a salvare la vita alle persone e non a portar loro la morte. L'etica cattolica ha voluto distinguere tra i casi in cui la morte è positivamente procurata dal medico, da quelli in cui egli omette un intervento, che comporta quindi la morte solo secondariamente. Tale distinzione è parsa a molti di difficile applicazione, poiché talvolta risulta problematico identificare quale sia l'intenzione in questione. Nel somministrare un analgesico che può abbreviare la vita, l'intenzione può essere quella di diminuire le sofferenze e non quella di portare alla morte. Ma come operare in pratica questa distinzione? Tuttavia, indipendentemente da ciò, è possibile chiedersi se il rifiuto dell'eutanasia sia solo la conseguenza di una interpretazione paternalistca del dovere, che il medico ha, di curare sempre e comunque. La cura, secondo una diversa visione, stabilisce una relazione con il paziente, in cui egli stesso può esprimere i suoi interessi, e tra questi vi è anche quello di morire con dignità. Da una parte il problema è quello di riconoscere fino in fondo l'autonomia del paziente, dall'altra è quello di formulare una nuova etica per i medici, in cui il dovere assoluto alla cura, si concili con il rispetto della volontà della persona morente.

Per eutanasia si intende anche la cessazione dell'accanimento terapeutico che, in alcuni casi, si fa appunto per mantenere in vita il malato che è in coma o in stato avanzato, appunto, di malattia.

Berlinguer: Una distinzione esiste, perché accanimento terapeutico vuol dire prolungare cure dolorose, stressanti, ecco, oltre le esigenze. In questo caso è un atto di umanità, oltre che un atto razionale, in quanto permette di dedicare le cure ad altri soggetti.
Invece eutanasia significa provocare deliberatamente la morte, che è una cosa diversa.

Qual è il Suo punto di vista sull'accanimento appunto terapeutico?

Io faccio una distinzione tra accanirsi contro la malattia e accanirsi contro il malato, perché, accanirsi contro la malattia, cioè tentare di fare tutto il possibile anche per malattie che sono o erano considerate assolutamente incurabili, è stata la spinta a trovare delle cure. Senza questo accanimento verso malattie, considerate incurabili, non ci sarebbero stati i progressi della medicina, che abbiamo conosciuto soprattutto nell'ultimo secolo. Altra cosa è invece accanirsi contro il malato, quando le cure non servono più a nulla. In questo caso è una tortura, ecco, una tortura, che è dovuta spesso alla tendenza dei medici a far prevalere la propria volontà di intervenire a ogni costo, ecco, come si può dire "medicalizzare la vita" fino agli ultimi momenti, che è una tendenza che io considero perniciosa.

Ci sono casi in cui il medico, anche per il giuramento di Ippocrate, che l'obbliga a cercare di salvare o di curare il malato fino a un punto estremo, ci sono casi in cui il medico si accanisce appunto, con tutti i mezzi che ha, per prolungare la vita, anche se in questo caso è la sofferenza, in certi casi vengono usati. Perché una cosa simile, insomma?

Il giuramento di Ippocrate, che è stato formulato 2500 anni fa, era sublime dal punto di vista morale, in quanto prescriveva al medico di curare ogni paziente, indipendentemente dalla sua condizione, dallo status sociale, dalla malattia, eccetera, e ha permesso un grandissimo progresso della medicina. Però nel giuramento d'Ippocrate non si tiene conto dei desideri del malato. Il concetto di autonomia individuale, di capacità di decisione del malato, o anche del sano, è stato introdotto nell'ultimo secolo, col progredire delle libertà individuali. E le libertà individuali non cessano per il fatto che uno è malato. Quindi non è nella tradizione medica. Nella tradizione medica c'è un paternalismo benevolo, sempre però in base al fatto che l'altro soggetto, il malato, non deve essere considerato portatore di una volontà propria, perché questo si deve affermare, sia che la persona abbia un mese di vita, che ne abbia un anno. Perché noi non possiamo valutare in base ai giorni o ai mesi che restano, questi principi morali. Li potremmo valutare eventualmente dal punto di vista pratico, ma non dal punto di vista del principio.

E' giusto che lo Stato si prenda la responsabilità, in casi così personali e privati, di decidere sulla vita di un'altra persona, di varie persone?

No, io credo che lo Stato non abbia il diritto né di decidere la vita dei malati, né di decidere di togliere la vita alle persone. Ecco, questo ci porta a considerare la barbarie della pena di morte, che viene anora largamente praticata in molti paesi. Il cittadino, l'individuo non può essere soggetto alle decisioni dello Stato per quello che riguarda la sua vita personale. Ecco, lo Stato deve anzi aiutare a compiere delle scelte autonome, porre tutti i cittadini in condizione di farlo.

Non pensa che probabilmente possa esserci il rischio di abusare poi di questa possibilità di rinunciare al diritto alla vita, da parte del soggetto e poi, a volte anche, da parte del medico stesso. Non pensa che possa presentarsi questa possibilità di abusarne, poi?

Sì, l'abuso è possibile se si accetta che sia il medico a provocare la morte. Ecco, in questo caso, non sempre l'individuo è in grado pienamente di esprimerle, è libero di esprimere le proprie occorrenze Io le faccio un esempio: nei primi anni di applicazione della legge sull'eutanasia, in Olanda, dove è permessa, ci è stato un grandissimo numero di malati di AIDS, che ha chiesto l'eutanasia e invece un numero scarso di malati di cancro. Ora qual'è la differenza tra le due malattie? Il cancro ha una morte molto più dolorosa, dal punto di vista fisico, non dal punto di vista psicologico mentale? E perché, mi sono domandato, pochi chiedono l'eutanasia tra i malati di cancro e molti tra i malati di AIDS? Probabilmente perché i malati di AIDS sentono la malattia come una propria colpa, oppure, peggio ancora, altri fanno credere che la loro malattia derivi da una colpa e allora l'autonomia è relativa perché ci sono dei condizionamenti, che inducono a fare una scelta che non è completamente libera. Mi pare che questo sia il punto, che lei voleva sollevare.

E' stato detto che il paziente può decidere per sé, se voler l'eutanasia o meno. Ma se il paziente è incosciente, chi decide per lui?

Nessuno può decidere per lui naturalmente, però in molti paesi si sta affermando una pratica, che si chiama del testamento di vita oppure living guill, volontà del vivente, in cui un soggetto che suppone o pensa che in futuro possa trovarsi nelle condizioni in cui è malato grave, è malato non cosciente, è malato sofferente, e non può esprimere quindi la sua volontà, lui, preliminarmente a quest'evento, dichiara come vorrebbe che si comportassero i medici nei suoi confronti ed eventualmente in alcune leggi è previsto anche che lui possa incaricare un'altra persona di far presente questa sua volontà e di vegliare affinché questa sua volontà sia rispettata. Io ritengo che questa soluzione abbia una sua legittimità, perché, quando parliamo di volontà del paziente, non è indispensabile che questa volontà sia espressa al momento in cui la si può soddisfare.

Il giuramento d'Ippocrate impone al medico di non arrecare nessun danno al malato. Allora quei medici olandesi, che hanno accettato la legge sull'eutanasia, come si rapportano, come si rapportebbero con gli italiani in questo caso?

Io infatti ritengo che una delle ragioni di critica alla legge olandese all'eutanasia, sia il fatto che trasforma una professione che è nata per la vita, è nata per salvare la vita, per migliorare la vita, in una professione che comprende tra i uoi doveri, tra i suoi compiti anche quello di somministrare la morte. E vedo questo molto pericoloso, vedo una distorsione. Comprendo pure che l'animo, la tendenza, ecco, che porta i medici olandesi a fare questa pratica, è una tendenza che, secondo loro, ha un contenuto benefico - risparmiare sofferenze -, però son molto perplesso sull'applicazione.

Ma l'altra alternativa sarebbe il suicidio, a questo punto. Visto che il medico non può portare la morte, però il malato spesso ne ha bisogno, quindi un'altra alternativa valida sarebbe soltanto il suicidio, che peraltro è penalizzato gravemente.

No, il suicidio in alcune leggi, ma non nei tempi modernissimi, era considerato un reato. Per esempio, in Inghilterra, il suicida veniva punito. Non che potesse essere punito materialmente, ma, per esempio, gli venivano confiscati i beni, oppure il tentato suicidio era considerato reato. Poi, nella gran parte delle legislazioni moderne, questo tipo di reato è stato cancellato. Ora, verso il suicidio uno può anche esprimere un giudizio morale negativo, può criticare chi si suicida, anche per il fatto che la propria morte può causare dolore agli altri, può essere anche uno stimolo ad altri a seguire questo esempio. Quindi il suicidio non è soltanto un fatto personale, è un fatto di relazione anche, però, pur essendo legittimo criticare chi si suicida, io non credo che sia possibile dire: "Tu non lo devi fare", perché molto spesso - o meglio, non molto spesso -, a volte, la vita per lui è peggio della morte. Allora lui considera che la vita che gli si prospetta davanti è peggio della morte.

Però non è moralmente accettato il sucidio e non è moralmente accettata l'eutanasia. E però il malato cosa ne pensa, in questo caso?

No. Il suicidio è moralmente accettato solitamente, nel senso che, pur essendo da alcuni deprecato, è considerato una scelta legittima, ecco, a differenza dell'eutanasia attiva, quella che si chiama eutanasia attiva, cioè somministrazione della morte da parte di altri, in particolare i medici, che è considerata invece, non solo moralmente criticabile nei singoli casi, ma è anche considerata un reato. Anche se fortunatamente la magistratura considera anche le motivazioni e quindi non c'è stata mai nessuna tendenza, nessuna sentenza che abbia dichiarato omicida un medico che ha fatto l'eutanasia. Ecco la distinzione, la si fa.

Il Parlamento italiano che decisione ha preso riguardo al problema dell'eutanasia?

Nessuna. A volte i ritardi del Parlamento sono criticabili. Secondo me, in questo caso, sono encomiabili, perché erano state presentate delle proposte di legge già venticinque anni fa, per legalizzare l'eutanasia, e nessuna di queste è andata avanti, non ha neanche mosso i primi passi nel cammino legislativo. E, secondo me, bisogna agire in questo campo con moltissima prudenza, ecco, evitare delle decisioni che possono essere affrettate e sbagliate, perché coinvolgono la vita stessa.

E allora in Italia come si gestisce questo problema?

Ma si gestisce in questo modo, che solitamente si tiene conto della volontà del soggetto. Non sempre, ma solitamente si tiene conto della volontà del soggetto, negli ospedali, nei luoghi in cui a un certo punto si decide di interrompere le cure, o meglio di interrompere la sopravvivenza artificiale, che è la cosa che è più criticabile, cioè mantenere in vita artificiosamente, senza possibilità di guarigione, senza possibilità di ripresa, un soggetto, il quale è solo torturato dal fatto che ha l'apparato cuore-polmone che gli permette di respirare, di far circolare il sangue, ha le fleboclisi o l'intubazione, che gli permettono di nutrirsi e di avere i liquidi necessari per far funzionare i meccanismi biochimici dell'organismo, eccetera. In questi casi io considero pienamente legittimo interrompere, anche perché poi tutto questo costa, costa. Questo può essere un considerazione secondaria, nel senso che, quando ci sono questioni di vita o di morte, non se ne dovrebbe tener conto, però, insomma, è anche questa una considerazione da tenere presente.

E se il malato non ha lasciato una sua opinione, cioè il suo volere, perché è in coma, oppure non possibilitato, come ci si comporta?

Solitamente decidono i medici, dopo aver sentito i parenti. Questa è solitamente la procedura.

Nel caso in cui interviene la morte cerebrale, in Italia attualmente come ci si comporta?

La morte cerebrale è un concetto che è stato introdotto negli ultimi decenni, ecco. Significa che l'individuo è considerato morto, quando tutto il cervello non funziona più, ed è accertato che il cervello, tutto, non funziona più, che si distingue da un'altra definizione della morte, che è la morte corticale, cioè la condizione in cui soltanto la corteccia del cervello, la sede, anche se non è esattamente così, della coscienza dei processi mentali superiori, non funziona più. E questa legge sulla morte cerebrale è una legge di garanzia: permette di evitare che ci sia un, insomma, un accertamento troppo disinvolto della morte, ecco, cosa che suscita grandi timori, ecco. Io vorrei anche aggiungere, però, che questi concetti sono concetti storici. Ho detto la morte cerebrale oggi. Nel passato la morte era considerata diversamente. Per esempio, la parola "spirare", "è spirato", che cosa significa? Significa che ha cessato di respirare. Si identificava la morte con la funzionalità polmonare. Poi, quando si è visto che a volte i polmoni sembravano non funzionare, ma il cuore continuava a battere - e lo si è visto quando ci sono stati gli strumenti per accertare il funzionamento cardiocircolatorio -, allora, dalla morte polmonare, si è passati alla morte cardiaca e ora alla morte cerebrale. Insomma la morte non è soltanto un evento, è anche un processo, e la sua definizione dipende dallo stato delle conoscenze. Le conoscenze attuali ci dicono che dalla morte cerebrale mai nessuno è tornato indietro, perché la morte cerebrale è diversa dal coma.

Come sono spiegabili quei casi, che sono successi, di persone giudicate morte, che poi invece si sono risvegliate?

Queste persone erano in coma, cioè cessazione della coscienza, ma non cessazione di tutte le funzioni cerebrali. Non è mai successo che uno, in cui l'elettroencefalogramma fosse piatto, per il numero di ore che la legge prescrive, sia ritornato in vita. Mai successo.

Riallacciandomi al discorso del Parlamento, Le volevo chiedere: secondo Lei, in che modo si dovrebbe comportare quest'organo legislativo e che tipo di legge dovrebbe approvare, riguardo all'eutanasia.

Secondo me, nessuna.

Perché?

Perché, già con leggi che esistono, si stabilisce che un cittadino ha dei diritti, che la sua volontà deve essere rispettata, e quindi, più che un problema di riformulare le leggi, si tratta di modificare la coscienza, cioè di rendere conto a tutti, che sono loro che devono decidere e rendere conto ai medici che la volontà del medico non deve prevaricare la volontà del soggetto. Pr fare questo non c'è bisogno di nessuna legge. E' un problema di crescita morale, d'informazione e di sviluppo della coscienza.

Ma c'è qualche legge, già approvata, sull'eutanasia o proprio non ce n'è nessuna?

No, non esiste nessuna legge. In qualche caso il fatto che non esista una legge è un bene

Come ha detto prima, mantenere in vita un malato può servire per trovare una cura alla malattia che lo sta forzando. Ma dare l'eutanasia significa dargli la morte buona e dolce. Ma secondo Lei qual'è, dal punto di vista morale, il metodo da seguire?

Il metodo da seguire è evitare che ci siano morti che si possono prevenire o malattie che conducono a morte e che si possono invece curare, ecco. Io vorrei richiamare la vostra attenzione sul filmato, che avete visto. C'è la parte iniziale, che è bellissima poeticamente e che contiene una falsa verità. Il vecchio dice: "Da noi, per la vita naturale che conduciamo, la gente arriva a morire quando deve morire". Ora questo non è affatto vero. Nei villaggi, nei villaggi di cento, di mille o di diecimila anni fa, la gente moriva giovane. Hanno fatto delle indagini sui cimiteri, sugli scheletri, di persone morte cinquecento anni fa, mille anni fa, o diecimila anni fa, ed è risultato che l'età media - che si può definire dal fatto che i processi di ossificazione proseguono nel tempo e quindi uno scheletro, uno scheletro ha un'età abbastanza precisa -, la media era intorno ai 25-30 anni. Il che vuol dire che moltissimi morivano prima. Allora le due grandi novità che abbiamo oggi sono che la scienza, il progresso economico, la maggiore giustizia, eccetera, permette davvero oggi di morire quando è venuto il tempo. E la seconda grande novità che abbiamo è che permette di morire col minor dolore possibile. Ecco, all'epoca antica un tumore, un cancro era un cancro. Non poteva esser curato. E la morte per cancro è sempre dolorosissima, non era così pacifica, come appare dalle parole. Anche se, anche se, poi, quando la morte sopravviene, all'età in cui, più o meno, deve venire, è giusto avere questo atteggiamento filosofico: considerarla come un evento naturale, anche se è naturalmente difficile per la persona, a volte. Però questo dipende dall'educazione della persona, dalla coscienza, anche dalle relazioni, gli affetti, i sentimenti, che lo circondano.

Voglio fare una domanda: Lei prima ha parlato di living guill, di testamento di vita. E io volevo sapere se in Italia questa pratica è in vigore oppure, oppure no.

Si sta cominciando ad affermare, si sta diffondendo. Ci sono associazioni, che informano su questo, e forse questo è un punto che bisognerebbe anche riconoscere con qualche disposizione di legge, forse è l'unico punto.

Perché io lessi che, appunto in America, ogni qual volta che una persona entra in ospedale per determinati motivi, lascia praticamente, può o, per lo meno, ha la possibilità di lasciare una sua volontà nel caso in cui entrasse in stato di incoscienza.

Sì, sì è verissimo, tra l'altro mi ha colpito. Son stato recentemente negli Stati Uniti e nell'aeroporto si vendevano dei Compact Disk e ce n'era uno di istruzione su come formulare questo testamento di vita. Mi ha dato un po' fastidio francamente, vedere..., però, poi, mi son reso conto che il fastidio era ingiustificato, perché, siccome si tratta di eventi che possono capitare, non c'è niente di male che si ricorra anche ai mezzi di comunicazione, d'informazione moderni, per far sì che tutti possano esprimere la propria decisione.

Nel caso di un malato in coma, da tanto tempo magari, a che punto del coma il dottore inizia a pensare quale sarà, diciamo, il futuro di questo malato, dato che ho sentito di casi in cui si sono risvegliati dei malati dal coma, anche dopo tanto tempo, dopo anni.

Ma io penso che debba pensarci il più tardi possibile, proprio in rapporto a questa eventualità, che, pur essendo rara, deve essere tenuta presente. Ecco, io ho paura delle decisioni troppo affrettate in questi casi.

E dal punto di vista religioso, pensa che la morale cattolica faccia bene ad opporsi così radicalmente all'eutanasia o un domani possa favorirla e andare incontro ai malati che soffrono.

Io mi auguro che non vada mai incontro ai malati che soffrano, ecco, e che continui ad opporsi all'eutanasia. Al tempo stesso però nella morale cattolica c'è, secondo me, una certa prevaricazione nei confronti della volontà dell'individuo, perché l'idea che la vita sia sacra, dono di Dio, e quindi soltanto Dio possa toglierla, può limitare la decisione di una persona, che, di fronte a sofferenze sopportabili, dice: "Cessate ogni cura". Ecco. E questo, secondo me, non è giusto.

L'opinione religiosa, su questo argomento, che l'uomo non può interferire nella sua vita, quindi che la vita è un dono, è semplicemente un dono, allora non è il curarsi stesso, cioè la ricerca medica, ma anche a livello basilare, cioè, un interferire?

Sì, se spinge all'eccesso questa concezione, si può arrivare anche a questa conclusione. Fortunatamente la Chiesa cattolica non considera questo.

E qual è il limite tra queste due cose?

Il limite è la questione dell'autonomia. Cioè, se la vita ci appartiene, la nostra vita appartiene a ciascuno di noi, oppure la nostra vita deve essere decisa dall'alto, da altri. Questi altri secondo alcuni può essere Dio - e io rispetto pienamente quest'idea -, secondo la pratica corrente questo "altri" è il medico. Cioè esistono due poteri, che sono anche, che possono anche essere considerati "poteri benefici", che però incombono e evitano che ci sia una decisione, una libertà personale. E quindi bisogna, non dico liberarsi dai medici o liberarsi da Dio, guai, non è questo il mio pensiero, ma, insomma, bisogna porre al centro la volontà individuale.

Ma la Chiesa cattolica non si pone il problema della libertà individuale, che è stata, secondo il suo stesso insegnamento, data da Dio. Secondo Lei questo opporsi all'eutanasia è, appunto, un rifiutare questo principio che è proprio stato dato basilarmente da Dio, nel senso che Dio non ha mai, non ha mai obbligato l'uomo a fare nulla. Cioè Lei è d'accordo con questa mia visione o no?

Io considero la posizione della Chiesa cattolica contro l'eutanasia una posizione giusta. Da laico, ho la stessa posizione verso l'eutanasia attiva, cco. Però, anche se Dio non ha detto: "Tu sei vincolato", il fatto di considerare la vita indisponibile da parte del soggetto, o per cessazione delle cure o per suicidio, costituisce una limitazione e quindi io critico questo.

Volevo sapere, riguardo alla donazione di organi, mediante la quale uno, adesso come adesso, può, in ogni modo, esprimere la sua volontà per questo gesto, io volevo sapere quando, appunto, questa donazione viene effettuata, ossia in quale stato fisico del paziente, e se, in qualche modo, questo gesto è collegato all'eutanasia.

No, non deve essere assolutamente collegato all'eutansia. Guai, se prevalesse l'idea che riconoscere l'eutanasia è condizionata dal prelevamento di organi. Non ci sarebbe più garanzia del fatto che la vita di una singola persona sia in mani sicure. Guai se questo accadesse. Ecco, la costituzione della donazione di organi è collegata invece alla morte cerebrale. Cioè, quando esiste la morte cerebrale, gli organi si possono prelevare, perché in quel caso appunto non c'è ritorno per la vita, ecco. La questione degli organi ha un altro aspetto interessante, cioè che, in un certo senso, è un prolungamento della vita, cioè è una parte della vita di una persona, che si trasfonde in un'altra e gli permette di guarire e di vivere la propria vita. Quindi in un certo senso ha un aspetto, ha un carattere trascendente, riguarda il passaggio della vita dell'uno alla vita di un altro, il che ha anche un grande significato morale.


Biografia di Giovanni Berlinguer

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