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Il Grillo (29/5/1998)

Massimo D'Alema

Il progetto della politica

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D'Alema: Oggi, che registriamo questo programma, è il 20 aprile e compio 49 anni. Ho dedicato gli ultimi trent'anni della mia vita alla politica, intesa come impegno pieno, non soltanto come passione, ma anche come professione, e ho vissuto in questi trent'anni la vicenda difficile, una vicenda segnata da sconfitte, da amarezze, ma anche da successi e da momenti pieni di emozione, della Sinistra Italiana. Personalmente mi ritengo un uomo fortunato. Ho ricevuto uno stipendio per fare ciò che mi appassiona. Però mi chiedo: oggi, che cosa pensa un giovane della politica? Quanti giovani sarebbero disposti a fare ciò che ho fatto io, allora, nel '68, quando decisi di dedicare la mia vita alla politica? Che senso ha oggi questa parola per un giovane? Ecco noi siamo qui per cercare di rispondere insieme a questo interrogativo, in una conversazione che spero potrà interessarvi e nella quale, insieme a queste ragazze e a questi ragazzi, discuteremo.

INTRODUZIONE: Racconta l'Antico Testamento che gli ebrei, fuggiti dall'Egitto, sotto la guida di Mosé, peregrinarono per quaranta anni nel deserto, prima di raggiungere la terra dei Padri. Quaranta anni sono tanti, troppi per attraversare il braccio di sabbia, grande, sì e no, come il vento. Dal che si deduce che devono essere andati avanti a zig zag. Se Mosé avesse tirato diritto, il viaggio sarebbe durato qualche mese appena, ma non lo fece. Il motivo di tanto girovagare, spiegano i rabbini, era la necessità di liberarsi dalle tossine della passata schiavitù, prima di esercitare appieno la propria libertà. Quell'attesa rappresentava dunque il bisogno di una maturazione collettiva. Quella biblica è una meravigliosa metafora della politica e della sua aspirazione più alta: trasformare radicalmente lo stato delle cose presenti. Un compito che richiede tempo e soprattutto la nascita di un soggetto, capace di interpretare adeguatamente la volontà collettiva. Non a caso Mosé viene indicato da Machiavelli, uno dei fondatori del moderno pensiero politico, come esempio di condottiero ideale e di quel principe che avrebbe dovuto fondare il nuovo Stato. Oggi tuttavia, non è più tempo di leaderships assolute; la democrazia richiede partecipazione, si fonda sugli organismi collettivi. Nelle sue note su Machiavelli, Antonio Gramsci individua nel partito il moderno principe, il partito non inteso come semplice destinatario di voti, ma come luogo di elaborazione di idee e progetti. Ora che il Novecento volge al termine però dobbiamo fare i conti con la fine delle ideologie che hanno contraddistinto il nostro secolo e, di conseguenza, con la crisi della politica, spesso ridotta al suo livello più basso, quello della mera amministrazione. Forse stiamo attraversando anche noi il nostro deserto, in cerca non della Terra Promessa, ma di un nuovo progetto, che riesca a tradurre i valori, che non muoiano, in una speranza concreta di cambiamento, e che restituisca alla politica il suo significato più alto.

STUDENTESSA: Buongiorno. L'entrata dell'Italia in Europa prevede la riduzione del debito pubblico. Ora, come pensa la Sinistra di conciliare questo progetto con i principi della solidarietà e dello Stato sociale.

D'Alema: Beh, vede, negli ultimi anni noi abbiamo avuto una crescente responsabilità nel governo del paese e abbiamo fatto una politica, che si direbbe di rigore finanziario, cioè di riduzione delle spese, di maggiore attenzione, resa necessaria anche da tutti i debiti che erano stati accumulati negli anni passati. Nel corso di questi anni la politica non ha aggravato le diseguaglianze sociali. Strano questo, ma le diseguaglianze sociali in Italia sono cresciute di più negli anni in cui si spendeva tanto, rispetto a quello che è accaduto in questi anni, perché allora si spendeva male e i soldi andavano a quelli che ne avevano già. Difendendo il valore della nostra moneta e riducendo l'inflazione - l'inflazione è quel meccanismo che consuma il valore del denaro - noi abbiamo fatto in modo che i salari dei lavoratori siano più forti. Negli ultimi due anni il potere d'acquisto delle famiglie è cresciuto. Abbiamo ridotto i tassi d'interesse, il che significa che chi va a prendere i soldi per un mutuo paga meno il denaro, gli abbiamo ridotto il fabbisogno dello Stato. Prima lo Stato emetteva moltissimi BOT, doveva pagare un alto tasso di interesse per avere questi soldi. Adesso lo Stato ne ha meno bisogno e questi denari, che sono il risparmio delle famiglie, possono essere utilizzati per investimenti produttivi e per lo sviluppo. Tanto è vero che quest'anno e l'anno prossimo si prevede uno sviluppo del Paese, una crescita, e la crescita è la condizione per creare lavoro. Quindi, come vede, questa politica di rigore finanziario, è una politica che ha difeso i salari dei lavoratori, che ha tolto soldi alla rendita finanziaria, cioè a quel meccanismo per cui il denaro produce denaro - ma lo produce per chi ne ha già -, e ha reso disponibili risorse per lo sviluppo del Paese. Io credo che questa è una politica di Sinistra. Una volta la Sinistra era rappresentata come spendacciona. Oggi abbiamo scoperto che invece i valori fondamentali, in cui crediamo -il lavoro, la possibilità di avere un lavoro per chi non ne ha -sono legati ad una politica di rigore finanziario. Capisce? Insomma, è un po' complicato, forse, ma credo che si capisca il senso di queste cose.

STUDENTESSA: Io volevo chiedere se secondo Lei il progresso tecnologico, anche attuale, è necessariamente connesso a un sistema capitalistico.

No, non credo che si possa pensare che la storia sia finita, che non ci possa essere una evoluzione dei rapporti sociali, oltre i confini del capitalismo. Però bisogna riconoscere che la società di mercato è quella che ha favorito l'economia di mercato, cioè l'economia fondata sulla concorrenza, che ha coinciso con il capitalismo, che è poi quella che ha favorito di più la crescita, lo sviluppo, il dinamismo e l'innovazione. Mentre invece una visione statalista dell'economia non ha favorito questa innovazione, e la sconfitta del cosiddetto socialismo reale, dei paesi governati dai comunisti, è proprio stata questa: l'incapacità di questi sistemi di favorire una forte dinamica economica e una forte innovazione tecnologica. Adesso il vero grande problema è: ma dentro una società aperta, come quella in cui viviamo, in cui c'è una forte competizione, una forte innovazione, come affermare e difendere anche i diritti della persona: il diritto al lavoro, il diritto ad essere padrone del proprio destino? Cioè in che modo conciliare un'economia dinamica con una società giusta? E questa è la grande sfida che abbiamo di fronte in questi anni, perché l'economia dinamica produce anche diseguaglianze, nonchè profonde. E noi dobbiamo cercare di porre rimedio a queste diseguaglianze. E' una sfida continua. Io sono convinto che, mentre una volta la Sinistra sognava di costruire una società perfetta - e in questo tentativo ha fallito -, la Sinistra di oggi si sforza di difendere i diritti delle persone nella società reale, quella che esiste, cercando continuamente di combattere le ingiustizie che la società produce, le diseguaglianze che lo sviluppo produce, attraverso l'azione politica.

STUDENTE: Buongiorno. Io volevo chiederLe: lei ha detto prima che il potere d'acquisto di una famiglia è aumentato. Però ho letto dei dati recentemente che i poveri in Italia, però, sono aumentati. Perché?

In Italia c'è una parte della popolazione, che viene considerata al di sotto della soglia di povertà, e questo mondo di esclusi, che rappresenta, si calcola, intorno ai sei milioni di persone, è un mondo che non ha beneficiato dello sviluppo di questi anni e neppure delle politiche di solidarietà. Perché il grande problema è che le politiche sociali, che sono state perseguite, hanno soprattutto difeso i lavoratori che, in qualche modo, erano già garantiti, mentre c'è un mondo di esclusi che non hanno beneficiato neppure di queste politiche sociali. Io credo che una delle grandi questioni che si devono affrontare e che abbiamo cominciato ad affrontare è proprio quella di una politica di solidarietà, che sia volta verso gli esclusi e non verso i garantiti. Per esempio, una delle misure del governo, di cui non si è mai parlato, ma che io considero importante, è di avere istituito un fondo per i bambini poveri. Si calcola che nel nostro paese ci sia circa un milione di bambini che vivono in famiglie che sono sotto la soglia di povertà, cioè ai limiti della sopravvivenza. E si è costituito un fondo nazionale per finanziare progetti per questi bambini: progetti di recupero scolastico, progetti per creare centri dove si possa giocare - i bambini hanno diritto anche a giocare - naturalmente. Io penso che questa è una nuova politica sociale. Ripeto: è anche responsabilità della Sinistra essersi preoccupata molto poco di questa parte della società, perché le pensioni di anzianità, la Cassa Integrazione, sono tutti diritti importanti, ma che hanno riguardato un mondo che non è quello degli esclusi, ma quello dei lavoratori. Noi abbiamo guardato molto - e giustamente - ai diritti dei lavoratori e molto poco ai diritti degli esclusi. Oggi una nuova politica sociale comporta invece un'attenzione ai diritti di chi non ha nulla. Ripeto: abbiamo cominciato. Si è aperto un dibattito sul diritto di ciascuno ad avere un reddito di cittadinanza, e cioè che chi non ha nulla abbia comunque un aiuto da parte dello Stato. Si intende sperimentare questo reddito di cittadinanza, a cominciare da alcune città, dove è più forte il problema dell'emarginazione. E credo che questo sarà un grande tema. In Italia, per dire la verità, chi si è occupato di più di questo problema è stato la Chiesa Cattolica, il mondo cattolico. Lo dico in modo autocritico: poichè se ne è occupato di più della Sinistra tradizionale. Oggi io credo che se ne debba occupare lo Stato, che se ne debbano occupare le istituzioni, che se ne debbano occupare le amministrazioni locali, e credo che questo sia una nuova frontiera, diciamo, delle politiche sociali.

STUDENTESSA: Io volevo chiederLe come si farà a combattere la disoccupazione nel Meridione.

Guardi, questo è il problema intorno al quale stiamo cercando di iniziare un nuovo cammino, insomma. Questo problema della disoccupazione non è una questione squisitamente italiana. Noi siamo di fronte, in tutte le società europee, a livelli di disoccupazione che si aggirano intorno all'11%-12%. E questa è una sfida perché non è facile trovare una ricetta, una bacchetta magica. Nel passato la crescita economica produceva nuova occupazione. C'era un rapporto lineare tra queste due grandezze. Adesso non è più così, perché l'innovazione tecnologica consente di avere una crescita di produttività senza crescita di lavoro. Questa è la verità. E quindi non c'è più quel rapporto lineare tra crescita economica e crescita dell'occupazione, che ha caratterizzato per tanti anni le società occidentali. In Italia questo problema è reso più drammatico dal fatto che si concentra nel Sud del Paese. Noi abbiamo deciso di promuovere un insieme di azioni politiche diverse, proprio considerando che non esiste una soluzione. Ci sono molte cose che devono essere fatte. Bisogna fornire il Sud d'Italia delle infrastrutture più avanzate, non soltanto un sistema stradale, ferroviario, ma anche le nuove infrastrutture, le telecomunicazioni. Bisogna combattere la criminalità organizzata. Una delle ragioni della difficoltà economica del Sud è che gli imprenditori hanno paura ad investire in certe aree del Sud, temono poi di avere il mafioso che passa a chiedere il pizzo. E quindi bisogna creare sicurezza nel Sud. Bisogna sostenere la formazione professionale e la formazione di nuovi imprenditori. Bisogna incoraggiare le imprese ad investire, attraverso facilitazioni fiscali, attraverso accordi locali anche sul costo del lavoro, e ciò è stato fatto in alcune aree. Insomma io credo che bisogna intraprendere una serie di azioni diverse, che, assieme concorrano a creare le condizioni dello sviluppo e di una nuova occupazione nel Sud. Queste sono misure che sono contenute nel documento di programmazione economica del governo. Fra queste misure, per creare occupazione, io penso che anche la riduzione di orario di lavoro possa avere una sua utilità, naturalmente là dove la riduzione dell'orario di lavoro si accompagna alla creazione di nuovi posti di lavoro. Si è fatta molta polemica su questo. Io credo che una parte di questa polemica sia ideologica. Anche qui la riduzione di orario non è di per sé la bacchetta magica, però se un imprenditore, che ha cento operai, firma un accordo per ridurre il loro orario di lavoro e assumerne altri dieci, io credo che lo Stato lo debba incoraggiare con un incentivo. E una legge, che incoraggi le parti sociali a ridurre l'orario, creando nuova occupazione, è una legge utile. Una legge che obbliga - secondo me -funziona poco, ma una legge che incoraggia a creare nuovo lavoro, riducendo l'orario, può essere anch'essa, insieme a tutte le cose che ho detto, uno strumento utile per affrontare il dramma della disoccupazione.

STUDENTE: Io volevo chiederLe: in quanto e in che cosa Lei si sente diretto erede di quello che è stato il Comunismo in questo secolo, e quindi in che cosa ora il Suo partito si differenzia dalla destra?

Ah, dalla Destra. Beh, la dialettica del secolo non è stata soltanto tra il Comunismo e la Destra, c'è stata anche una Sinistra Democratica, diciamo, che .... . Mah, vede, io mi sento erede del Comunismo italiano. Questo è innegabile, questo appartiene alla mia vita. Io sono stato Segretario Nazionale delle Federazione Giovanile Comunista; quando Berlinguer era Segretario del PCI, sono stato uno dei dirigenti del Partito Comunista. Il Partito Comunista Italiano ha cessato di esistere nel momento in cui è venuto meno il Movimento Comunista nel mondo. Ci sono stati due modi diversi di smettere di essere comunisti in Italia. C'è stato chi, per conto proprio, diciamo, è passato dall'altra parte - ci sono numerosi esempi, diciamo -, e c'è stato chi invece ha condotto una riflessione collettiva, che muoveva da un altro modo di ragionare. Io non sono pentito della mia vita passata. Io credo di avere scelto la politica per affermare alcuni valori. Credo nell'eguaglianza tra le persone, sono contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, credo nella libertà e ho visto nel comunismo italiano il modo per affermare questi valori. Quando ho compreso che quella strada non era una strada possibile ho cercato un'altra strada in una Sinistra Democratica, che vuole affermare gli stessi valori, ma in un modo diverso. Quindi in questo senso c'è una continuità e c'è un cambiamento. Questa continuità è la continuità delle idee che mi hanno mosso e che mi hanno spinto a fare politica. Il cambiamento è la ricerca di nuovi strumenti, di nuove vie. E penso che chi non abbia il coraggio di ricercare nuove vie, in realtà si fossilizza. Io non credo che il cambiamento sia un segno di trasformismo. E' un segno di vitalità, se naturalmente in questo cambiamento uno si fa guidare dai suoi valori. Io credo di poter dire di non aver tradito gli ideali della mia giovinezza, diciamo meglio. Naturalmente il comunismo italiano è stata una cosa un po' diversa dal comunismo che ha dominato una larga parte del mondo, perché, diciamo, ha avuto una tradizione democratica. E' stato un movimento, il Movimento Comunista Italiano, che ha cercato di conciliare gli ideali del comunismo con quelli della democrazia e quindi ha avuto una storia originale, diversa. Ha avuto un comunismo diverso, diciamo. Nessuno oggi in Italia ricorda Berlinguer così come i Russi ricordano Breznev. Sono due figure diverse, diciamo, non sono la stessa cosa. E' chiaro questo. E quindi noi abbiamo potuto cercare una nuova strada e non siamo stati schiacciati sotto le macerie del fallimento storico del comunismo, perché eravamo dei comunisti diversi, perché abbiamo tenuto vivo un ideale democratico, che ci ha reso appunto assai dissimili da quei comunisti che hanno costruito delle dittature. Poi, insomma, questa è la nostra storia. Però c'è una cosa che mi ha colpito. E cioè dal crollo del comunismo non è venuta la scomparsa della Sinistra, anzi la Sinistra conosce oggi nel mondo una rinascita, che molti consideravano impossibile. La Sinistra governa gran parte dell'Europa, la Sinistra risorge anche nell'Est europeo. Il che vuol dire che il fallimento del comunismo, tuttavia, ha lasciato intatto il bisogno di una forza, che si misuri criticamente con le contraddizioni che sono create dalla società capitalistica. Il che equivale a dire che il capitalismo trionfante porta con sé un carico pieno di ingiustizie, di contraddizioni, che rendono necessaria una forza critica, una forza capace di correggere queste ingiustizie. E quindi, paradossalmente, la fine delle dittature dell'Est europeo non ha segnato la fine della Sinistra, ma, per certi aspetti, ha aperto una stagione nuova della Sinistra, più creativa, più innovativa. Basta guardarsi intorno: in fondo, oggi, in Europa, se si toglie la Germania e la Spagna, tutti i paesi dell'Europa occidentale sono governati dalla Sinistra. Il che vuol dire evidentemente che noi apparteniamo ad un movimento vivo, vitale, non ad un movimento morto.

STUDENTE: Buonasera. Le volevo chiedere: Lei ha parlato di politiche sociali. Non crede che si rischi di cadere nuovamente nell'assistenzialismo, che è stata poi la causa del mancato sviluppo, insieme a ragioni storiche, del Sud Italia?

Ma vede, tutte le società sviluppate hanno delle forme di assistenze e di aiuto verso i più deboli. L'Italia è uno dei paesi che spende meno per questo. Grosso modo nei paesi europei, intorno al 23%-24%-25% del prodotto interno lordo viene speso per le politiche sociali. Che cosa distingue una politica dell'assistenza dall'assistenzialismo che abbiamo avuto noi in Italia? Innanzi tutto il fatto che una politica dell'assistenza deve essere condotta sulla base di criteri oggettivi. Noi abbiamo avuto, nel Sud dell'Italia, un clientelismo sfrenato, spesso governato politicamente, per cui, vede, in Italia non esiste un sussidio di disoccupazione per un giovane, che invece esiste in Inghilterra o in Germania. Però c'erano le pensioni di invalidità, in massa, che venivano date spesso a chi non era invalido, ma aveva un qualche deputato di un partito di governo, che lo proteggeva e che gliela faceva avere. Ora io dico una società, che produce queste forme di clientelismo, è una società che non produce sviluppo, perché, quando un giovane sa che, per avere qualcosa deve bussare alla porta di qualche onorevole, non è spinto a cercarsi un lavoro, a produrre a costruire un'impresa. Questo è stato il male del Mezzogiorno. Ma eliminare questo male non significa eliminare invece il necessario impegno dello Stato a sostengo dei più deboli. Sono due cose molto diverse: una cosa è lo stato sociale, che è il fatto che bisogna destinare una parte delle nostre risorse a sostenere chi è più debole, altra cosa è l'assistenzialismo e il clientelismo. Lo stato sociale è una condizione perché la società stia insieme, ecco,una condizione della coesione sociale, ed è il modo in cui si organizza la solidarietà. Il clientelismo invece, e l'assistenzialismo, sono un modo di scoraggiare l'iniziativa, l'impresa, e sono un modo di utilizzare la miseria come strumento per costruire su questo il consenso, appunto la clientela, e per mantenere il potere. Sono due cose molto diverse. Spesso le si confonde, ma è sbagliato confonderle.

STUDENTESSA: Volevo farLe una domanda che ci riguarda direttamente: come intendete promuovere concretamente il dialogo con i giovani e quali sono le nostre prospettive per il futuro?

Piccola è, insomma, diciamo pure. Noi siamo un partito, un partito di massa. Abbiamo 850.000 iscritti. Una parte di questi sono giovani. Personalmente, credo che ce ne vorrebbero di più, di giovani, in Italia. E innanzi tutto spetta a questi giovani discutere con i giovani e fare in modo che, nell'azione del nostro partito, il punto del vista dei giovani sia presente in modo più forte. Che cosa pensiamo del vostro futuro? Il vostro futuro dipenderà in modo notevole da voi, diciamo. Io credo che noi qualcosa abbiamo fatto. Tutto sommato la nostra generazione si è trovata sulle spalle un discreto fallimento. Questo Paese ha rischiato di andare a rotoli e invece lo abbiamo rimesso in cammino, diciamo. Oggi l'Italia è un Paese più sicuro, più forte, più rispettato. Credo che questo avrà dei vantaggi anche per voi. Abbiamo cominciato a fare delle riforme importanti: la scuola, il fisco, la pubblica amministrazione. Poi, a un certo punto, verrete voi, prenderete il timone e vi costruirete questo futuro. Ognuno si costruisce la sua storia. E' difficile che qualcun altro la costruisca per te.

STUDENTE: Durante il lavoro della Bicamerale, di cui lei è Presidente, Lei è dovuto scendere spesso a compromessi con l'opposizione. Questi quanto, quanto influiscono sul risultato generale?

Ma vede io non credo di aver fatto poi tutti questi compromessi.... I compromessi sono una parte dell'azione politica, soprattutto quando si tratta di definire le regole, poichè le regole appartengono a tutti. O no? E' un pò come discutere delle regole del gioco, insomma. Come quando si gioca a pallone, diciamo. Quello che è antipatico è mettersi d'accordo sul risultato della partita, il che non va fatto, ma mettersi d'accordo su dove si mettono le strisce, su dove comincia l'area, credo che questo sia fondamentale per poi giocare la partita. Quindi sulle regole ci si deve mettere d'accordo. Però nei lavori della Bicamerale noi non abbiamo fatto particolari compromessi. Abbiamo votato. Su alcune questioni ha prevalso il nostro punto di vista, su altre questioni no. Io non credo che il risultato complessivo sia così negativo. Io credo che il risultato complessivo segni un notevole progresso per il nostro sistema democratico, anche se ci sono parti che si possono migliorare. D'altro canto sono previste ben due letture parlamentari. Non è altro che questo... Nel complesso credo che questa riforma è un'occasione importante per il nostro Paese. Capisco che, come spesso accade in Italia per le riforme, molti non le vogliono. L'Italia è un Paese formidabile, dove tutti vogliono le riforme a parole. Primo: a parole; secondo: purché riguardino gli altri. Quando le riforme invece si devono fare veramente e riguardano anche la tua vita, la mia vita, allora tutti cominciano a dire che non va bene, magari dicendo che ci vorrebbe ben altro. E nel frattempo lasciamo le cose come stanno. Io credo che la Riforma sia importante e spero che si faccia. E continuerò a battermi perché si faccia.

STUDENTESSA: Mi hanno chiesto di cercare dei siti in Internet dove i giovani possano discutere di politica, dove possano in qualche modo prendere parte a un progetto politico. Va bene, tenuto conto che io sono una navigatrice, francamente, mediocre, e che ..., e comunque, forse, per questo rappresento una grande parte della popolazione, devo ammettere che non ho trovato praticamente nulla. Ci sono alcuni siti di informazione, alcuni anche abbastanza, sì, fra l'altro, datati, e ci sono alcuni siti di "discussione", fra virgolette, ovviamente legati ai partiti, quindi molto politicizzati. Niente, non ho trovato ..., niente, la sezione del PDS di Torino, la sezione della Federazione Socialista di Torino e una storia, una storia dell'evoluzione della Destra, legata al FUAN e a vari..., sì, a varie sezione di Estrema Destra. Lì c'è una parte di E-mail, per cui in un certo senso si possono mandare dei messaggi, e probabilmente risponderanno, non so. Però, purtroppo, sì, su Internet manca, non vedo questo futuro della telecomunicazione, della discussione tra giovani, come insomma, rispecchia un po'....

Beh, la discussione tra giovani non lo so. Io non sono più giovane, però utilizzo Internet. C'è anche un mio indirizzo, un mio sito e ho uno scambio abbastanza continuo di informazioni, in questo sito che è "proprio mio", come Segretario del PDS. C'è un sito nostro, dove diamo molte informazioni, e che cerchiamo di tenere abbastanza aggiornato, e poi c'è un mio sito, personale, nel quale avviene uno scambio di lettere, perlopiù. Molte persone lo utilizzano. Si è anche creato un primo nucleo di democratici di Sinistra, di popolo Internet di democratici di Sinistra, che hanno discusso tra di loro, elaborato. Io credo che è uno strumento crescente di comunicazione. A me è utile. A me è utile perché, naturalmente, quelli, i navigatori intendo, non sono ancora un campione significativo del popolo italiano, però sono comunque un popolo giovane. E' un popolo colto, quello che utilizza Internet, e a me è utile per capire cosa pensano questi giovani navigatori, e per spiegare il nostro punto di vista. Abbiamo avuto, in un periodo recente, un'intensa comunicazione sul tema della giustizia, e sulle riforme. Devo dire che mi è utile perché capisco quello che pensano e poi cerco di rispondere, di spiegare cosa penso, spero con successo. Qualche volta c'è qualche riscontro positivo, qualche volta no, diciamo.... Vi posso fare io, ora, una domanda ? Ma qualcuno di voi - a parte le domande che fate a me, su questo o quest'altro - ha curiosità per la politica, per l'impegno politico? Sì? Avete mai messo il naso in una sede politica? No? Mai? Nessuno? Che cos'è che vi tiene lontani?

STUDENTE: Io volevo chiederLe una cosa riguardo sempre a come avvicinare i giovani alla politica. Francamente i giovani sono abbastanza disinteressati della politica, per lo meno una grossa parte. Non crede che tutto, un po' tutta, tutto il mondo politico dovrebbe impegnarsi di più a cercare di avvicinare i giovani, non una parte, questa o quella parte,ma tutto il mondo politico?

Ognuno lo farà per sé. Cioè, la politica è anche un po' una competizione, in cui ognuno cerca di convincere, perché chi ne convince di più vince le elezioni. E' una competizione legittima. Non è scandaloso essere di parte, purché si abbia rispetto verso gli altri. Vede qui hanno sistemato due strani, due curiosi simboli, che sono - comunque l'accostamento è simpatico - il libro e i tortellini, "Meglio il libro e i tortellini che il libro e il moschetto", come si diceva una volta -, ma i tortellini non sono soltanto un importante simbolo, diciamo, di una civiltà, di cui questa città è la capitale. Noi li abbiamo fatti mettere qui come simbolo di un'altra cosa, cioè come simbolo del fatto che ogni anno, nelle feste de L'Unità ci sono molte migliaia, decine di migliaia di persone, che fanno i tortellini, e che poi organizzano dei ristoranti. E in questo modo il nostro partito ne trae un certo guadagno. Però la cosa interessante è che questi tortellini, che vengono fatti, vengono fatti gratis. Cioè, in una società che si fonda sul mercato, in cui ognuno fa qualcosa in cambio di un guadagno, ci sono molte persone che invece fanno qualcosa in cambio di nulla, semplicemente perché gli fa piacere partecipare ad un'iniziativa collettiva, ad un modo di stare insieme, ecco. Io credo che questo è molto importante. Questo è uno dei valori, per esempio, della politica. E' un valore che si realizza anche in altri campi. Anche il volontariato è un modo di fare qualcosa in cambio di nulla, ecco. Cioè io vorrei ringraziare tutte quelle donne e quegli uomini che fanno i tortellini, che li vendono, e che passano una parte delle loro vacanze, spesso, a fare questo lavoro in cambio di nulla. Invece il libro vuol dire un'altra cosa: cioè vuol dire che, per affrontare il futuro, bisogna conoscere, e che la chiave del futuro è la conoscenza. E noi vivremo in un mondo nel quale sempre di più l'abisso sarà tra chi sa e chi non sa. Anche voi, voi dovete sapere per essere più forti, perché quella è la ricchezza più forte di cui disporrete per affrontare le sfide dell'innovazione continua, del cambiamento. E che, quindi, la cultura è davvero la condizione per essere persone libere. Quindi volevamo in qualche modo comunicare due valori: uno è il valore dell'impegno, del dare qualcosa per stare con gli altri, e l'altro è il valore della conoscenza. Però, ogni partito proporrà i suoi di valori. Non si può fare un'associazione tutti insieme. Io credo però che la politica, se la politica si libera dal suo essere - come è stato in Italia - un puro gioco di potere, corruzione, eccetera, allora la politica sarà in grado di attirare di più anche i giovani, però, ripeto, sempre in competizione, perché in una società democratica la politica è competizione, è sfida. Qui poi uno sceglie, ma se viene meno questa possibilità di scelta, allora è peggio.

STUDENTESSA: Lei ha parlato di competizione e di rispetto tra i vari partiti e quindi tra chi è al governo e chi è all'opposizione. Lei crede che anche con l'ultimo congresso, il primo Congresso di Forza Italia, ci sia stato rispetto tra entrambi le parti, comunque tra i vari leaders dei partiti politici?

Ma io ho fatto un lungo viaggio e sono rientrato proprio da poco. Sono ancora un po' così, per quella cosa, il fuso orario. In generale, quando ci sono i congressi degli altri partiti, io ascolto, cerco di capire quello che dicono. Non credo, non è necessario commentare sempre. Ho cercato di capire dove vanno, che cosa dicono. Sa, cosa vuole: Forza Italia è un movimento molto diverso da me. Nei valori, nel modo di stare insieme. Tuttavia rappresenta diversi milioni di Italiani e quindi bisogna cercare di capire cosa pensano. Magari per sconfiggerlo, quel movimento, come siamo riusciti a fare. Io penso che sia stato una fortuna per il nostro paese. Però c'è un momento per capire e poi c'è un momento per lottare. La politica comporta questo. Io credo che la virtù più importante dell'uomo politico è cercare di comprendere che cosa succede nel profondo della società, per poi cercare di indirizzare questo movimento della società verso un progetto, verso.... Non è necessario stare tutti i giorni sui giornali. Si può fare a meno di questo.

STUDENTE: Onorevole, quali sono le caratteristiche di un leader? Cosa, cosa bisogna fare per diventare un leader?

Ma non c'è un concorso. Ti scelgono gli altri. Quindi la prima cosa importante è riuscire ad avere un qualche rapporto con gli altri. Ognuno lo costruisce a modo suo. C'è chi è piacione, cioè chi cerca di compiacere gli altri, per averne il consenso, c'è chi, invece, nei confronti con gli altri, ha un rapporto pedagogico. Chi cerca di intimidirli, per averne il consenso. Ognuno ha un suo stile diciamo. Comunque la cosa fondamentale è che non c'è un concorso per diventare leader. Uno diventa leader in quanto ci sono altri che ti scelgono, e la forza di un leader è la fiducia che altri gli danno. E, se un leader perde la fiducia degli altri, cessa di essere leader. E quindi questo significa che un leader vive in quanto vive in una comunità di persone ein quanto le ascolta, e che sa coltivarne e rispettarne la fiducia. Non è mai una persona sola. E' sempre un uomo - o una donna - che dà voce ad una comunità. Altrimenti è una dittatura, ma nei paesi democratici quest'ultimo caso non è previsto.

STUDENTESSA: Volevo chiederLe se, secondo Lei, i valori per i quali Lei stesso ha intrapreso questa carriera politica possono essere presenti anche in una nostra generazione, che è definita, propriamente, "senza valori".

Ma io non credo che voi siate "senza valori". Comunque questo dovreste dirlo voi. Voi non dovete dire come vi definiscono. Definitevi, si fa prima. Io non credo che questa, la vostra generazione, sia senza valori. La politica non è una carriera che si intraprende. E' una cosa che ti prende. E' diverso. Io, sì, io sono nato in una famiglia dove era molto forte la passione, l'impegno politico. Mio padre era stato militante clandestino del Partito Comunista e poi aveva combattuto nella Resistenza. Però sono entrato nella politica trent'anni fa, nel '68, tra un'assemblea e una manifestazione. Poi mi sono trovato "legato". Non è che a un certo punto ho deciso di intraprendere. Mi sono trovato legato, mi ci sono trovato dentro, perché in qualche modo altri mi avevano dato fiducia, mi avevano coinvolto, mi avevano chiesto qualcosa. E credo che è difficile che uno faccia una scelta di questo tipo, se non dentro un'esperienza collettiva. Non è un fatto solitario. No? E' sempre un fatto collettivo. Uno nasce insieme agli altri, poi, lavorando con gli altri, a un certo punto ti accorgi che gli altri ti danno fiducia, ti riconoscono la capacità di dire quello che anche loro pensano. Improvvisamente ti trovi investito di una responsabilità. E' un processo difficile da descrivere. Io credo che l'attuale generazione sia una generazione solida, meno insicura forse di quello che si pensa. E penso che il bisogno della politica tornerà prepotentemente di attualità. Sono convinto che nella società in cui viviamo c'è bisogno di un'azione consapevole delle persone. Ho abbastanza fiducia, diciamo, che questo accadrà. E, comunque, se non accadrà, non sarò io che potrò provocarlo. Ci sono delle cose che nascono, o non, dal profondo della società. Ma io ho abbastanza fiducia che ... Vedete questo è un problema complesso: che cos'è la politica, come può nascere lo stimolo alla politica? Pensiamo alla nostra vita quotidiana, le immagini che vengono in casa nostra. Sono immagini a volte terribili: le stragi, abbiamo vissuto la tragedia della Bosnia, gli stupri etnici, l'Algeria, eccetera. Allora, ci sono due modi diversi di reagire a questo mondo che ci entra in casa attraverso la televisione. C'è un modo che è quello di sentire l'orrore e il senso di impotenza. Cioè io non posso fare niente di fronte a tutto questo, e allora, piano piano, questo senso di impotenza genera cinismo. Dite: "Va bene, ma che ci posso fare?". Allora mi preoccupo di me stesso, del mio particolare, della mia famiglia dei miei amici? E questo isolamento, questo cinismo genera il rifiuto della politica. C'è un altro modo di reagire ed è quello appunto di dire: che cosa si può fare, come ci si può organizzare, in che modo io che, da solo non posso fare nulla, posso cercare di organizzarmi per fare qualcosa contro la guerra contro la violenza. Allora si scopre la politica. Perché l'unica dimensione che ti consente di fare qualcosa è quello di metterti insieme ad altri e di usare gli strumenti dell'azione politica. Io credo che oggi la vostra generazione è al bivio tra queste due possibilità. Una è quella di chiudersi nel privato, di fronte ad un mondo, grande, terribile, che genera come un senso di impotenza. L'altro invece è quello di ricostruire dei percorsi per fare qualcosa. E la politica è esattamente questo: fare qualcosa, per combattere le ingiustizie, o le sopraffazioni, o le cose che non vanno per il verso giusto diciamo, ecco. Siccome io ho fiducia che questo bisogno di fare qualcosa prevarrà, credo che la politica non è destinata a morire, è destinata a tornare di moda, diciamo, per usare una brutta espressione.

STUDENTESSA: Volevo chiederLe: per quanto riguarda le riforme scolastiche noi cosa ci dobbiamo aspettare?

La principale riforma scolastica è l'autonomia scolastica - poi ce ne sono anche altre - ma che io sappia questa è molto discussa tra gli studenti. L'autonomia scolastica vuol dire che le scuole saranno gestite molto meno dal Ministero e molto di più dagli insegnanti, dagli studenti, dalle famiglie. Io credo che voi più che chiedervi che cosa vi dovete aspettare, dovete cercare di usare questa riforma per fare funzionare meglio la scuola, perché è una riforma che soprattutto offre a voi molto spazio e molto potere in più. Certo è una sfida. Magari era meglio pensare a una società in cui tutte le cose venivano dall'alto. Però io credo che invece sia meglio una scuola nella quale si possa governare di più dal basso.

STUDENTE: Una domanda che ci riguarda più da vicino, ancora: per quanto riguarda la riforma classica, la riforma lì, del liceo classico, l'opinione della politica o della scena politica, più in particolare della Sinistra, qual'è?

Io credo che l'educazione classica resti fondamentale. Io credo che il nostro sistema scolastico ha un vantaggio rispetto a sistemi scolastici, anche di Paesi più forti di noi, e sta proprio nel fatto che noi forniamo le basi di una cultura classica. Vede, per una certa epoca si è pensato che fosse determinante la conoscenza tecnica, ma dato che l'evoluzione delle tecniche è rapidissima, il rischio è che, sempre più rapidamente, ciò che si impara non serva più, perché soppiantato da nuove tecniche. Mentre invece quello che serve è quella formazione di base che fornisce a voi gli strumenti per imparare. Io credo che nulla come la cultura classica dia quella capacità continua di apprendere che è la chiave per affrontare l'evoluzione tecnologica. Io credo che bisogna difendere l'impianto fondamentale della nostra scuola, aggiornarlo, ma senza buttare a mare una cultura classica che credo sia una grande ricchezza, proprio per affrontare le sfide della innovazione continua che il presente e il futuro ci riservano.


Biografia di Massimo D'Alema

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