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Il Grillo (1/6/1998)

Dacia Maraini

Raccontare il mondo: il romanzo

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Maraini: Mi chiamo Dacia Maraini e scrivo. Ho cominciato molto presto, perché vengo da una famiglia di scrittori. Mia nonna scriveva, mio padre pure, anche se non romanzi - è uno scrittore di Etnologia -, poi anche mio nonno da parte materna. Quindi diciamo che la scrittura è una cosa di famiglia, è un mestiere tramandato da padre, da madre, padre in figlio. Ho cominciato molto presto. Scrivevo nel giornale della scuola e poi ho fondato una rivista, quando avevo 17 anni, e poi ho cominciato a scrivere il primo libro che ne avevo 18. A 24 ho pubblicato il primo romanzo. Ecco, poi ho continuato sempre.

-Si visiona la scheda:

COMMENTATORE: Ogni libro è un viaggio per chi lo scrive, una mappa con cui orientarsi nella geografia della propria anima. E la scrittura è uno strumento di scavo, un aggirarsi tra le cose di dentro. Ogni libro segna una tappa, scandisce l'incedere di un moto interiore. In compagnia di Marianna Ucrìa, la protagonista di un suo recente romanzo, Dacia Maraini ha sostato a lungo. Quella buffa sicurezza di sordomuta simboleggiava un universo femminile da esplorare e interpretare. Poi un'insofferenza innata, una feconda inquietudine, un naturale anomalismo l'hanno condotta altrove, verso un'altra scrittura, un altro mondo a cui dare voce, un altro viaggio: "Per cinque anni ho abitato con Marianna Ucrìa, poi lei se ne è andata. Io, che non riesco mai a rileggere i miei libri, l'ho persa di vista. E lei si è allontanata coi suoi scarponcini alla viennese, che la figlia Giuseppa considerava spregiativamente fuori moda. Così ho scoperto che quelle scarpe non erano le mie, quei pensieri neppure. Il fatto è che i personaggi rimangono fedeli a loro stessi. Noi invece cambiamo e c'è, nel nostro cambiamento, qualcosa di misterioso e crudo che ci fa stare all'erta mai saziati, mai contenti. Ora succede che provo ad entrare in altre scarpe, in altri pensieri e ci riesco anche, e cammino e vado avanti. Sebbene ancora non abbia trovato un personaggio come Marianna, che mi acchiappi con tanta impudenza per le manica, che si accampi dalle parti del cuore con tanta determinazione".

-Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTE: Per uno scrittore che rapporto intercorre tra viaggio intellettuale, magari narrato attraverso un libro, e viaggio fisico?

Maraini: Ma sono due cose molto diverse, uno è un viaggio in cui ci si sposta col corpo e non necessariamente con la mente, con l'immaginazione, invece il viaggio che si fa attraverso un libro, attraverso le parole, attraverso la creazione è un viaggio completamente immaginario, fatto di immaginazione. Questa è la differenza: un viaggio in cui si entra nel mondo altro attraverso le parole, attraverso l'incantesimo delle parole, mentre il viaggio vero è fatto di spostamenti. Non necessariamente comportano un movimento dell'immaginazione, della fantasia. Certo il viaggio attraverso l'immaginazione è il viaggio più forte, più profondo che noi possiamo fare. Poi le due cose si possono anche, si possono anche incontrare, non è che necessariamente che siano la negazione l'uno dell'altro.

STUDENTESSA: Sì. E, a proposito, volevo chiederLe che rapporto c'è, per Lei, nel momento in cui scrive, fra viaggio fisico e mentale, cioè se ha necessità di abbinarli oppure se riesce solamente attraverso la mente, attraverso il pensiero a costruire delle realtà diverse, che in fondo si discostano fortemente dalla quotidianità che vive.

Ma io viaggio molto, anche fisicamente, perché sono sempre in giro, però per me il viaggio che mi dà più gioia, più emozione è il viaggio attraverso i libri. Allora io, anche quando viaggio fisicamente, mi porto dietro dei libri, e cerco di entrare nel paese in cui sto andando in due modi: fisicamente, col mio corpo, e con la mia mente attraverso la conoscenza dei libri. Di solito, quando vado in un paese, prima di andare in questo paese, leggo soprattutto dei romanzi. Non leggo dei libri di saggi, di descrizioni naturali oppure di studi antropologici. Leggo dei romanzi che mi parlano di quel paese. Quindi c'è una conoscenza sensuale, dell'immaginazione, che mi introduce nel paese, ecco. E questi sono i viaggi per me meglio preparati. Non m'importa niente delle guide, di quello che mi spiega politicamente o socialmente cos'è un paese, ma cerco di vedere qual'è il lavoro di immaginazione che fa questo paese. Allora mi dice di più un romanzo, un libro di poesie, un personaggio particolarmente riuscito di un romanzo, piuttosto che un lungo saggio, almeno per me, perché io passo attraverso la narrativa.

STUDENTESSA: Volevo sapere come mai il viaggio verso gli Inferi è una costante. Penso ad Omero, a Ulisse, Dante, Gilgamesh. Quindi in tutte le civiltà, bene o male, c'è questo viaggio-catabasi negli Inferi.

Sì, lei ha detto bene: il viaggio spesso è una conoscenza di un mondo diverso e qualche volta è anche un mondo sconosciuto e che fa paura. No? Questa è un po' la metafora. Il viaggio negli Inferi è andare dentro un mondo che noi non conosciamo e che ci mette paura, che ci inquieta. Sto pensando, per esempio, a L'asino d'oro. L'asino d'oro, per esempio, è un viaggio non solo nello sconosciuto, ma nella trasformazione. Un uomo si trasforma in asino e nelle vesti dell'asino conosce delle realtà che non aveva mai immaginato. Ed è quindi un viaggio di iniziazione, come sono poi tutti i viaggi. Però la scommessa è: potrà riuscire a tornare uomo? D'altronde questo mi fa venire in mente, mi ha fatto venire in mente subito, per esempio, anche Pinocchio. Se vi ricordate Pinocchio a un certo punto va nel mondo, si trasforma in asino, no?, e va nel mondo degli asini, dove tutti gli studenti son diventati asini, perché sono ignoranti, perché non avevano voglia di studiare. Ecco lì la paura sta nel perdere completamente i propri ricordi di essere umano. Tornerà Pinocchio a essere burattino, poi bambino? Pinocchio credo che sia uno dei più bei libri che siano stati scritti, perché c'è dentro questa metafora straordinaria: perdere l'umanità, essere qualcos'altro, essere di legno, desiderare diventare di carne, e poi, alla fine, conquistare lo stato di umanità, diventare uomo, diventare essere umano, perché lo si è guadagnato, si è conquistata una certa maturità, una crescita. Beh, insomma, è una storia bellissima.

STUDENTE: C'è uno scrittore americano del Novecento che scrive racconti onirici. Però il mondo onirico che lui racconta è un mondo onirico particolare, perché, diciamo, la linea di demarcazione che c'è fra realtà empirica e mondo onirico viene distrutta e quindi le due dimensioni si fondono. Ecco, un viaggio di questo tipo che cosa significa e soprattutto a che cosa porta?

Ma, mi viene in mente un altro libro, che tratta i sogni, che si chiama Metamorfosi, che è un libro di Lalla Romano, una scrittrice italiana, adesso ancora viva, ha novant'anni. E' una donna straordinaria, ha scritto dei bellissimi libri. Ecco, per esempio, le Metamorfosi - credo che poi sia il suo primo libro - lei dipingeva e a un certo punto è passata dal mondo delle immagini al mondo delle parole, ed è passata attraverso il sogno, perché lei ha capito che c'era qualcosa. Ecco, se c'era qualcosa di comune fra il mondo delle immagini e il mondo della parola passava attraverso i sogni, perché i sogni sono un mondo in cui le parole coesistono, come nei quadri, senza connessione logica. Sono le immagini, sono attaccate fra di loro senza una vera connessione. Nei sogni avvengono gli accostamenti più strani, no? Uno si trova in un posto stranissimo, poi dice delle cose stranissime, si incontra con delle persone che magari non ha mai visto oppure che sono morte. Ecco, i sogni hanno questa capacità: di costruire una logica che non appartiene alla logica istituzionale. Ecco, e quindi sono rivelatori, proprio perché sconvolgono la struttura razionale con cui noi, di solito, ci avviciniamo alla realtà. Ecco, quel libro, che era semplicemente un racconto di tanti sogni, finiva per dire molto sulla psicologia, sui rapporti della psicologia coi sensi, con la realtà. Quindi credo che, quando uno scrittore si avvicina al mondo dei sogni, di solito lo fa per carpire qualcosa di inedito alla realtà, per arrivare da un'altra parte, da un'altra ottica, a capire poi come stanno le cose. Poi non ci si arriva mai, non si capisce mai veramente fino in fondo. Però questo bisogno di capire appartiene, diciamo, al moto della scrittura.

STUDENTESSA: D'altra parte io ricordo anche che in altri libri, per esempio Le città invisibili di Calvino, nel momento in cui Marco Polo deve descrivere i suoi viaggi e quindi usa oggetti, o anche, non so, quando Pasolini, per esempio, ne Le lettere luterane parla della poesia che sta nelle cose, anche in tabaccheria, ecco si avvicinano alla realtà materiale, che contiene poesia. Lei personalmente da dove parte, dal sogno o dalla realtà?

Dunque, no, io parto molto dai personaggi; stiamo parlando di scrittura naturalmente Quando io devo scrivere un libro, di solito è un progetto attorno a un personaggio. Qualche volta faccio questo paragone: immagino che la mia mente sia come una stanza, una stanza che viene abitata da fantasmi, questi fantasmi, come sono spesso i fantasmi, vanno, vengono, entrano, escono se ne vanno. Quando invece un fantasma - naturalmente sono fantasmi benigni, non hanno niente che faccia paura -, quando un fantasma decide di rimanere, si accampa in questa stanza e chiede di diventare corpo, quello è il momento per me di scrivere un libro. Quindi è il personaggio di solito che mi invoglia, che mi trascina, che mi spinge a scrivere un libro. E così ha fatto Marianna Ucrìa, per esempio, che ho incontrato in un mio ritorno in Sicilia, l'ho incontrata in un quadro. Mi ha molto inquietata la sua figura, la sua immagine, già fisicamente. Però io non avevo nessuna intenzione di scrivere un romanzo storico, perché mi sembrava una cosa fuori dalla mia, così, esperienza, dalla mia volontà. Invece, tornando a Roma, mi sono portata dietro questo personaggio ed è diventato talmente assillante che veniva di notte a bussarmi alla finestra, mi tirava per la manica. Insomma aveva una presenza, un po' pirandellianamente tale, che, ad un certo punto, ho dovuto arrendermi e dire: "Va bene, ho capito scriverò di te". Ecco, c'è un rapporto un po', diciamo così, a tu per tu col personaggio che mi porta a scrivere i romanzi.

STUDENTE: Io volevo chiederLe sempre di Marianna Ucrìa: come, che viaggio ha fatto per cercare la sua storia, cioè, sia fisico che mentale? Che viaggio è stato?

Guardi, ho fatto il viaggio più affascinante che si possa fare, perché è un viaggio nel tempo. Quindi non è soltanto un viaggio nello spazio, ma è un viaggio nel tempo. E credo che sia una delle più grandi forze che ha la letteratura, di farti viaggiare nel tempo. In fondo noi siamo un po' stretti nella nostra vita, no? Andiamo a scuola, parlo di voi, andiamo a casa, i genitori. Cosa fa uno? Massimo fa un viaggio, non so, a Londra, per imparare l'inglese. Ma è un po' stretta la vita, tutti la sentiamo un po' stretta, infatti qualche volta avremmo voglia di vivere altre vite, di moltiplicare le nostre esperienze. Ma non lo possiamo fare perché la vita è una. Ecco, con i libri noi possiamo riempire questo sogno: moltiplicare le esperienze, viaggiare sia nel tempo che nello spazio. Allora, ecco, io ho fatto, come autrice, questo viaggio nel tempo, cioè nel Settecento siciliano, che è stato un viaggio faticoso, difficile, che mi ha preso moltissimo, perché io non conoscevo il Settecento siciliano, soprattutto non sapevo le cose quotidiane: che cosa mangiavano, quanto costava un chilo di pane, che scarpe si mettevano, come illuminavano? Per esempio, per leggere, che cosa usavano? Che, non so, che libri leggevano? Ecco, tutto questo nei libri di storia non c'è. Quindi ho dovuto andare a documentarmi su documenti dell'epoca, tipo lettere, testamenti, cronache, eccetera. Questa è stata la materia del mio viaggio. Devo dire che è stato un viaggio che mi ha coinvolto completamente, dal punto di vista proprio dei sensi. Non è un viaggio soltanto astratto, ma mi ha coinvolto moltissimo. Era come se io sentissi i sapori di quei cibi. Gli odori di allora. Piano piano ho scoperto quali erano gli odori, che erano, sono diversi da quelli di oggi, odori gradevoli e sgradevoli insomma. E così, pian piano, mi sono introdotta in questo mondo. Quindi è stato per me un bellissimo, anche faticoso, ma un bellissimo viaggio nel tempo. Grazie a lei. Ho sentito una voce, ma non so dove sia.

STUDENTESSA: Ecco, io volevo chiederLe: che cosa Le rimane di tutti i personaggi che Lei, diciamo, ha inventato, oppure ha, cioè, preso dalla sua mente? Vorrei sapere, dopo che ha finito di scrivere un libro; che cosa ricorda? è ricordo oppure una nostalgia?

Sì, è un po' come, è un po' come degli amici, è un po' come avere degli amici, fare una grande amicizia, entrare dentro la pelle di un altro, scambiarsi tante cose e poi allontanarsi. A tutti sarà capitato di avere avuto un'amica o un amico molto vicino, con cui uno sente un'affinità, e poi questo amico o questa amica se ne va; parte per un'altra città, per un posto lontano. E si sente come uno strappo, si sente come una perdita, un vuoto. Però poi, piano piano, un po' ci si abitua, forse ci si fanno anche delle telefonate, si scrivono delle lettere. Ecco, è un po' così con un personaggio con cui si è convissuto per diversi anni. Marianna Ucrìa, per esempio, cinque anni, son stati lunghi. Adesso l'ho persa di vista. Un po' mi manca, però va per i fatti suoi. I personaggi poi, veramente - questa è un'esperienza che ho fatto - vanno via e camminano, vanno via per i fatti loro, non sappiamo più dove vanno, non sappiamo chi incontrano, non sappiamo in che case vanno, se ne vanno, un po' come i figli. Però ogni tanto si ha qualche notizia. Per esempio, dopo diversi anni - è del Novanta Marianna Ucrìa - quest'anno '97, un anno fa, è stato fatto un film. Allora è un po' come se io fossi rientrata - quindi Faenza -, è come se fossi rientrata, un po', attraverso una finestra in quella casa a rivedere Marianna, anche se era completamente diversa da come io la immaginavo, perché il cinema è così naturalmente. Trasforma, deforma moltissimo le cose che noi abbiamo immaginato in un libro.

STUDENTESSA: Prima, nel filmato si diceva che Lei non rilegge mai i suoi libri. E perché non li rilegge mai?

E' vero. Non rileggo perché è come se fossero dei mondi... Ecco, forse l'esempio giusto è la casa. Quando uno ha vissuto e sofferto, così, ha vissuto intensamente in una casa, poi cambia casa, tende a non ritornare - almeno per me è così, poi ognuno è fatto in modo diverso. C'è chi invece va in pellegrinaggio, continuamente a rivedere i posti della sua infanzia, dove ha vissuto -, a me invece è difficile, mi fa, mi fa un leggero, come rientrare in una pelle vecchia, che non mi appartiene più. Quindi preferisco andare oltre. Ecco, poi sono sempre presa da un progetto che mi affascina, che mi appassiona, e quindi preferisco essere proiettata verso il futuro.

STUDENTE: Tutti quanti viaggiano e quindi scrivono per qualche motivo: uno vuole scappare, un altro vuole insegnare qualcosa, un altro ancora magari non ha motivo. Lei perché scrive?

Perché scrivo? Perché viaggio.

STUDENTE: Perché scrive e quindi perché viaggia.

Viaggio con la mente certo. Io scrivo per il piacere di scrivere. Proprio veramente non ho un perché, che sia fuori dal piacere. Per me è un piacere fisico scrivere, è una gioia mettermi davanti al foglio bianco, un momento di ebbrezza, anche, se vogliamo, di panico, perché non è che la scrittura sia soltanto rose e fiori. Ci sono dei momenti in cui uno ha l'impressione del fallimento, di non riuscire a dire quello che vuole, ha l'impressione di navigare nel buio. Ecco, se vogliamo tenerci all'immagine del viaggio, qualche volta si ha l'impressione, viaggiando, di stare in acque infide, di poter in ogni momento incontrare una roccia, un iceberg, e di andare a picco, di avere nebbia intorno a sé. Quindi non è che sia sempre facile, ecco, il viaggio nella scrittura. Però è un istinto di, non so come, un'inquietudine, un istinto di allontanamento, di moto, che spinge al viaggio. Io non potrei farne a meno. Non potrei farne a meno. E' proprio una grande, come posso dire, un'abitudine di grande intensità, è un piacere immenso, che mi appartiene, che, ecco, veramente si identifica con la mia vita. Ecco, non potrei pensare alla mia vita senza la scrittura, sono due attività, vivere e scrivere, che sono profondamente intrecciate, l'una mi porta all'altra e l'altra mi porta alla prima, insomma.

STUDENTESSA: Volevo chiederLe di spiegarci cosa sono questi oggetti, sia quelle foto sia quelli.

MARAINI: Sì. Allora questa foto è una bellissima foto che mi ha regalato un amico fotografo, - un gran fotografo -, che si chiama Mario Dondero, ed è la fotografia di Pasolini e me, ragazza giovane ventenne, in Africa. Abbiamo fatto con Pasolini, tanti viaggi, forse una ventina di viaggi, ogni anno. Andavamo per un mese, un mese e mezzo in Africa. Lui spesso andava per vedere i luoghi, per trovare, scovare i luoghi dei suoi film, però non per girare, perché, quando girava non è che si andava in giro, stava fermo, era tutto preso. Sono andata qualche volta sul set dei suoi film in Africa. Ma in realtà quando noi giravamo, giravamo molto liberamente, andando, spostandoci da un posto all'altro. Questa era al Mali, adesso non mi ricordo neanche più precisamente dove era, comunque era, questo sguardo di Pasolini e mio, era uno sguardo sull'Africa, su questa, su questa gioia della natura africana, che è anche inquietante, che fa anche paura, perché è una natura che non si domina, che non si controlla e che così come, non so, i frutti, e i fiori sono giganteschi, perché in Africa ogni cosa è colossale, è carnale, è sontuosa, così anche le malattie, perché anche i microbi sono enormi e sontuosi come lo sono i fiori e le piante. Quindi è inquietante, però, nello stesso tempo, dà il senso veramente del viaggio. Perché in fondo, quando si viaggia in Europa si ha l'impressione del déjà vu, ecco: sono già stato qua. Si ha l'impressione che uno ha già visto tutto, mentre in Africa si ha l'impressione di qualcosa che non si è veramente mai visto, parlo dell'Africa Nera soprattutto. Invece questi oggetti sono degli oggetti, sono degli oggetti dei miei viaggi. Questo è un gatto messicano. E' carino no? E' un gatto dipinto. Io amo molto gli animali, ecco. Forse qualcuno lo sa, perché se legge i miei libri lo sa. Ho un grande amore. Ho in casa mia un cane e un gatto, che convivono molto felicemente. Ma questo gatto mi è piaciuto perché è contemporaneamente un gatto che quindi rappresenta la mobilità assoluta e poi invece, questa immobilità, questa staticità, non solo della ceramica, ma del disegno, dei colori, quindi questo insieme di mobilità e di immobilità mi piaceva molto. Questo invece è peruviano ed è un giocattolo di un bambino che me l'ha regalato. Mi è sembrato molto bello, perché, così, è molto semplice, molto stilizzato. Oggi naturalmente i giocattoli son ben diversi, voi lo sapete, perché siete vicini alla vostra infanzia, i giocattoli sono di plastica, sono molto realistici. Invece questo non è realistico, far lavorare l'immaginazione. Questo invece è uno strumento musicale. Adesso io non lo so utilizzare, però è uno strumento, ascoltate! E' bello, no? Si può fare tutto un ritmo, che io non so fare, perché si può un ritmo veloce, un ritmo lento, ecco. Questo che ho portato è africano, l'ho preso proprio quando stavamo insieme a Pasolini. Il ritmo per me è essenziale. Tutto il mio lavoro di scrittura sta nel ritmo. Allora la poesia, la prosa sono profondamente legate a una struttura ritmica. Perciò amo molto i tamburi. Io a casa - non li ho portati perché sono tamburi grandi, così - ma ho una collezione di tamburi, tamburi sia africani che italiani, e mi piace moltissimo la batteria, il tamburo. Ecco perché il visibile, il senso visibile del ritmo. Ma nella scrittura c'è come una serie di venature, che sono basate sul ritmo. E, secondo me, la comunicazione avviene proprio attraverso il ritmo.

STUDENTESSA: Allora, a proposito del ritmo, volevo sapere quale musica ascolta e se l'ha influenzata nei Suoi libri.

Sono stata, diciamo, educata alla musica classica. In famiglia, a casa mia c'era soprattutto, anzi solo, musica classica. Quindi sono venuta su soprattutto con la conoscenza della musica classica. E' naturalmente un insegnamento di ritmo, se vogliamo un po' severo, ecco, rispetto alla canzone. Poi c'è stato un periodo della mia adolescenza, in cui, come tutti i ragazzi, mi sono appassionata alla musica invece leggera, alla musica delle canzoni. E così ballavo, ecco. Il ballo per me è molto importante. Mi piace molto ballare. Anzi, certe volte penso che scrivere è un po' come ballare, voglio dire acquistare leggerezza, fare in modo che il corpo vinca, anche per pochi secondi, la forza di gravità. Questa è in fondo la scommessa del ballo: far fare al nostro corpo delle cose che assomigliano a quello che fanno gli uccelli, che fanno i gatti. Questa meravigliosa capacità di leggerezza , che ha il ballo. Ecco, scrivere è un po' così. Però, ecco, il ritmo è un fatto..., sì naturalmente è simile alla musica, il ritmo di una poesia, per esempio, ha un'altra struttura, ha un'altra ..., ha un'interiorità diversa. Spesso il ritmo - uno non se ne accorge leggendo, soprattutto la prosa - non si accorge che c'è il ritmo dentro. Invece c'è ed è quello che comunica. Anche nella prosa più prosastica, diciamo così, c'è un ritmo, un ritmo narrativo, che è importantissimo, che magari non è fatto proprio delle parole, ma è fatto di avvenimenti, il modo in cui si costruiscono le frasi, il modo in cui si lavora sulle metafore, il modo in cui si raccontano i fatti, ecco, però è un ritmo narrativo. Questo ritmo è per me essenziale. Anzi io riconosco uno scrittore dal suo ritmo.

STUDENTE: Ecco, a proposito di ritmo, il viaggio all'interno della formalizzazione linguistica.

Ah, così, lapidario! (risata della Maraini). Dunque, beh qui si apre una voragine, che sarebbe tutto il discorso sul linguaggio, ed in particolare sull'italiano. Adesso io se dovessi affrontare questo discorso, potrei parlare per due ore e mezzo, ma cercherò di limitarmi moltissimo. Noi siamo un paese che ha uno strano rapporto col linguaggio, forse è anche per questo che si legge poco, perché abbiamo avuto delle grandi lingue regionali, che sono quelle che vengono chiamati dialetti, ma sono delle vere e proprie lingue, perché il sardo, il siciliano, non so il veneto, il toscano, sono delle lingue che hanno avuto un loro sviluppo straordinario, quasi fuori della lingua scritta. Sono state lingue parlate. E quindi la lingua scritta è esistita, ma è esistita quasi fuori dalla quotidianità. Tant'è vero che, ad esempio, Settembrini, che era uno studioso dell'Ottocento, diceva: "Noi scriviamo una lingua che non conosce mestieri", perché i mestieri sono quelli che fanno le persone tutti i giorni, nella vita di tutti i giorni, e quelli che fanno i mestieri parlano quella lingua, cioè parlano il dialetto, non parlano la lingua colta, la lingua alta. L'unificazione linguistica è avvenuta da noi, teoricamente sulla carta, nel 1860, ma in realtà non c'è stata forse ancora fino al 1950, cioè l'anno in cui la radio ha diffuso la lingua italiana in tutto il paese, in maniera fisica, capillare. E quindi potremmo dire che la lingua italiana ha cominciato a formarsi cento anni dopo. Oggi potremmo dire che la lingua nazionale ha sostituito le lingue regionali, però si porta dietro tutti quei ritardi, quelle fatiche, quelle difficoltà, quel non..., ecco, quella lingua non dei mestieri. E io tendo a credere che questa è la ragione per cui il nostro paese, pur essendo un paese molto avanzato, dal punto di vista dei rapporti con la lingua scritta è arretrato. Noi siamo in Europa il paese che legge di meno, e questo non si può spiegare se non con questa difficoltà; col linguaggio, col linguaggio. Adesso, quindi, questa è una prima fase. Poi si potrebbe parlare di tutto quello che si ..., il rapporto fra linguaggio scritto e linguaggio parlato, il rapporto fra il linguaggio poetico e il linguaggio, per esempio, tecnologico. Noi abbiamo oggi una mitologia, un mito del linguaggio tecnologico, perché le macchine parlano il linguaggio tecnologico, che è molto spesso legato al linguaggio dominante nel mondo, che è l'inglese, però curiosamente noi introduciamo dei termini in inglese, dove in realtà non ce ne sarebbe bisogno. C'è un po' di servilismo nei riguardi dell'inglese. No? Usiamo tante parole inglesi e invece non parliamo l'inglese. Non lo dico per me, perché lo parlo, ma spessissimo quelli che usano continuamente infarcire il loro linguaggio quotidiano di parole inglesi, poi, magari, non parlano l'inglese bene. Allora questa è un po' una contraddizione, un contraddizione che però segna debolezza e non forza. Quindi ecco, va bene, non continuo, perché il discorso è lunghissimo.

STUDENTESSA: Sto pensando al primo viaggio della storia, quello di Parmenide, un viaggio alla ricerca della verità. La sua produzione può essere paragonata alla ricerca di un verità? Ogni suo libro può essere una tappa fondamentale nella ricerca di una propria identità, in qualche modo?

Sì, io credo che lei abbia detto molto bene. Scrivere vuol dire andare nel profondo, nel buio. E' un po' come il palombaro, che scende sott'acqua e cerca a tentoni di capire cosa c'è intorno a sé, che cosa, di che cosa è costituita la materia che lo circonda. Quindi, questa materia, così, questo ignoto, questa oscurità, che illuminiamo pezzetto per pezzetto, potrebbe chiamarsi verità, anche se io ho un po' paura, ho un po' di timore di fronte alle grandi parole. La verità, la vita non so bene che cosa siano, però diciamo che è un viaggio verso la conoscenza. In questo sono d'accordo con lei.

STUDENTE: Volevo chiederLe se con i personaggi, che fa nei romanzi durante i suoi lunghi viaggi, ha mantenuto qualche rapporto ancora oggi.

Come no, certo! Ho mantenuto dei rapporti che ormai fanno parte del mondo della memoria. D'altronde la scrittura è profondamente legata, proprio fisicamente, alla memoria. Non si può scrivere se non attraverso una elaborazione della memoria. E anzi direi di più: la memoria è la nostra coscienza. Se non avessimo la memoria saremmo dei vegetali. Quindi il nostro legame col passato ed anche col futuro passa attraverso la memoria. E scrivere vuol dire lavorare con la memoria, vuol dire indagare nella memoria, vuol dire accompagnarsi alla memoria, vuol dire dare corpo alla memoria. E quindi chiaramente tutti i miei personaggi sono, vanno e vengono all'interno di questa memoria.

STUDENTESSA: Per quanto riguarda il viaggio che il narratore compie con i suoi personaggi, io volevo sapere, riguardo alla Sua esperienza, lo compie in solitudine o rende partecipi persone che lo circondano nella propria vita concreta, di questo viaggio con i personaggi, i suoi personaggi, all'interno dei propri romanzi?

Ma, direi che invece è un viaggio solitario, è un viaggio solitario. Naturalmente c'è la compagnia di questi personaggi, e quindi si è sempre in compagnia, quando si viaggia, con l'immaginazione, però, diciamo, che il moto, la partenza è un moto solitario, e spesso richiede proprio il distacco, l'allontanamento, anche dagli affetti, dalla nostra vita quotidiana. Non so perché l'immaginazione è così solitaria, ma l'immaginazione è solitaria. Poi però ha dei punti d'incontro. Poi si incontra naturalmente, si incontra magari in momenti diversi con gli altri. Però la partenza è solitaria.

STUDENTESSA: Volevo chiederLe che rapporto ha avuto nella Sua vita con Pasolini e che cosa lui Le abbia lasciato.

Sì. Pasolini era un grande amico. Prima di tutto lui era amico di Moravia e io l'ho conosciuto attraverso di lui. Poi è diventato anche un amico mio direttamente. Abbiamo lavorato anche insieme, abbiamo fatto un film, nel senso che io ho fatto la sceneggiatura insieme con lui. Abbiamo lavorato al doppiaggio di molti film - questo magari alcuni non lo sanno - perché lui aveva un'idea del doppiaggio completamente rivoluzionaria. Voleva che il doppiaggio fosse fatto con un'attenzione, che di solito non c'è, nel senso di scegliere con cura le voci, che dovevano essere voci reali, non di attori, abituati a doppiare, ma voci di persone che in qualche modo entrassero dentro la carne del personaggio. Poi voleva per esempio che coloro che doppiavano vedessero tutto il film, cosa che di solito non si fa, perché si doppia vedendo quei pezzetti di film. Poi voleva che il personaggio che doppiava fosse in qualche modo dentro al progetto linguistico del film. Insomma, quindi era un rapporto molto diverso da quello solito del doppiaggio e mi ha coinvolto nel doppiaggio di alcuni film: Tarkovskij, per esempio, Fassbinder, dei film che gli avevano chiesto di doppiare e l'abbiamo fatto insieme. Questo per me è stata una grande scuola, diciamo quasi sul dialogo, ecco, lavoro sul dialogo, sulla credibilità, la poeticità del dialogo. Poi era un amico meraviglioso, perché era un uomo molto sereno, era un uomo tranquillo, silenzioso. Parlava pochissimo Pasolini, faceva delle grandi risate silenziose, faceva... questa è la sua risata. Quindi risate senza rumore, strane no? Silenzioso, ottimo compagno di viaggio, non si stancava mai, aveva una grande curiosità, una grande voglia di vedere. Quindi abbiamo viaggiato molto bene insieme e mi manca sia come compagno di viaggio sia come amico.

STUDENTESSA: Dunque, abbiamo detto che il viaggio di un personaggio è anche di chi lo scrive e di chi lo legge. Secondo Lei questo viaggio arricchisce di più lo scrittore, che dà vita al personaggio, o il lettore, che vive attraverso questo libro la vita del personaggio?

Tutti e due. Però è vero quello che dice lei. E' un viaggio che avviene forse in tempi diversi, è uno stranissimo incontro, perché io sono convinta che il libro è un luogo di incontro, fra il lettore e l'autore. E non solo, ma io credo che chi legge un libro lo riscrive. Quindi c'è una grande responsabilità nel lettore, perché riscrive il libro. Però questo incontro fra lettore e autore avviene in tempi diversi, quindi è un incontro stranissimo, differito diciamo, nel tempo. Però tutti e due devono essere arricchiti da questo viaggio, sia l'autore che il lettore e, se veramente l'incontro funziona, l'arricchimento avviene da tutte e due le parti. Non è che uno se ne arricchisce più dell'altro. Ricordo Ortega y Gasset, grande studioso di letteratura saggista spagnolo, che diceva: "Quando si entra in un libro, si entra come in un paesaggio che ci avvolge, ci si impaesa in un libro e quando si esce da questo paesaggio si è come, si è come storditi, si perde qualche cosa, si vorrebbe ritornare dentro il paesaggio". Quindi il paese è come un cappotto, che ci si mette addosso, in cui si sta caldi, si sta bene, e non si ha voglia di spaesarsi.

STUDENTE: Se un regista Le proponesse di realizzare un film su un Suo romanzo, Lei cosa gli risponderebbe?

Ma prima di tutto vedrei chi è il regista, perché naturalmente tengo molto alla qualità del regista. Se fosse un regista commerciale, abituato a fare dei prodotti commerciali, forse direi di no. Se invece è un regista serio, che stimo, gli lascio una grande libertà, perché la sua è un'altra interpretazione, quindi io non debbo pretendere che il film sia un'illustrazione del libro, perché non lo è. Il film è una reinterpretazione del libro. Quindi si deve lasciare libero il regista di dare la sua interpretazione del libro.

STUDENTE: Ma volevo sapere se, dopo che ha scritto un libro, lo rilegge una seconda volta e scopre di aver dato un altro significato anche, di aver trasmesso un altro messaggio al lettore.

No, dunque, io riscrivo tante volte, non solo una o due. Riscrivo fino a dieci volte un romanzo. Infatti ci metto tanti anni, proprio perché - minimo tre anni, per scrivere in romanzo -, perché riscrivo, poi riscrivo, poi riscrivo. Perché riscrivere non è come correggere. Correggere vuol dire rimanere sul binario e correggere degli errori, cosa che faccio anche. Ma riscrivere vuol dire prendersi la libertà di uscire dal binario, di costruire un altro binario, ogni volta. Quindi, naturalmente, posso anche proprio cambiare la rotta. Quindi, sì, il mio è un lavoro di riscrittura. Finché non sento che non posso più riscriverlo, perché ormai ho raggiunto una certa pienezza, continuo a riscriverlo.

STUDENTESSA: Lei scrivendo i Suoi libri viaggia e quindi prova determinate sensazioni. Ma si domanda mai ciò che può provare il Suo lettore?

Certo, me lo domando, però non mentre scrivo, perché mentre scrivo mi crea confusione e incertezza e non voglio domandarmi chi sarà il mio lettore e che cosa penserà. Questo non voglio domandarmelo, perché se no mi perderei. Allora dovrei fare, non so, una ricerca di mercato, quelle cose terribili che fanno gli industriali. Un autore è solo con se stesso e in fondo scrive per quel lettore, che è una proiezione di sé. Almeno questo accade a me. Io immagino di aver davanti un lettore, che in qualche modo mi assomiglia e che è intenzionato a capirmi. Poi tutto quello che verrà dopo non lo so. Può darsi anche che il libro vada in mani nemiche, oppure che vada in mani disinteressate, che nessuno si interessi a questo libro, ma questo appartiene al dopo. Mentre sto scrivendo io ho in mente un lettore amico, che mi è vicino e che mi assomiglia. E poi in realtà il primo lettore di ogni scrittore è l'autore stesso, è lo scrittore stesso, perché deve essere in grado di giudicare il libro, di vedere se ha bisogno di essere trasformato, cambiato, corretto, rielaborato. Quindi il primo vero lettore del libro è lo scrittore.

STUDENTESSA: Volevo chiederLe, il viaggio invece fisicamente inteso, per Lei almeno, è maggiormente dettato proprio dal desiderio di venire a contatto con nuove culture, nuove civiltà, o magari anche da un bisogno di evasione dalla quotidianità?

Beh, bisogna partire dal presupposto che io, quando avevo un anno, son stata messa su una nave e son partita per il Giappone. Quindi il viaggio mi appartiene proprio come ricordo atavico, ricordo lontano della mia infanzia. Forse è la prima grande esperienza della mia vita. Poi ho continuato sempre. Quindi è una necessità il viaggio. Naturalmente il viaggio però con un ritorno, il viaggio che presuppone un ritorno, che presuppone una casa, che presuppone un qui, un luogo dove io sto, ecco. Non è un viaggio di perdita, è un viaggio in cui vado, mi incontro con altre persone, conosco delle realtà diverse, che mi arricchiscono molto, però poi ritorno, rientro e so che qualcosa mi aspetta. E questo è importante.

STUDENTE: Senta, volevo chiedere una cosa. Ho sentito che Lei dà un ruolo di grande importanza alla memoria, perché prima ne parlava a lungo. Volevo chiederle nello scrivere Lei dà maggiore importanza all'immaginazione, quindi alla creazione, o al ricordo e alla memoria?

Guardi è un misto di tutte e due le cose. Allora, certamente l'immaginazione deve, deve muoversi, deve inventare, deve creare dei mondi nuovi, dei mondi, diciamo, che appartengono a quella storia, che ha bisogno di un corteo di personaggi, di luoghi, di spazi, che sono in parte inventati. Però, nello stesso tempo, non si può scrivere dal nulla. Non esiste una scrittura che non parta da una conoscenza. E quindi la memoria è molto importante, che non è necessariamente una memoria personale diretta, ma è anche una memoria indiretta di cose ascoltate, di cose vissute indirettamente attraverso gli altri. Quindi sono memorie che si allargano, che si moltiplicano in orizzontale e anche in verticale. Quindi, sì; è doppia, è un cammino doppio, diciamo così, che avviene in tutte e due i sensi.

STUDENTE: Autore e lettore, grazie al libro, viaggiano e quindi si arricchiscono. Ma i personaggi di un romanzo viaggiano anch'essi e si arricchiscono o rimangono sempre tali?

No, non solo i personaggi di un libro viaggiano, ma cambiano. Secondo me il segno del viaggio avvenuto è il cambiamento. Se non ci fosse cambiamento sarebbe sempre, ci sarebbe un'immobilità, sarebbero delle statue. Invece i personaggi viaggiano, proprio perché hanno la capacità, la facoltà di cambiare. E questo cambiamento è la spia del loro tragitto. Il tragitto lo si può constatare attraverso i gradi, i modi della trasformazione. Quindi ogni viaggio è anche una trasformazione, che avviene attraverso l'esperienza e la conoscenza.


Biografia di Dacia Maraini

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