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Il Grillo (24/2/1999)

Franco Bonsignori

Il ripudio della guerra

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Liceo classico "Plauto" di Roma (Spinaceto)

BONSIGNORI: Buongiorno, mi chiamo Franco Bonsignori e sono uno studioso e docente di Filosofia del diritto. Studio con passione la Filosofia del diritto perché è una disciplina che affronta il mondo giuridico politico a livello di fondamenti, cioè la dimensione istituzionale in senso ampio. Dicevo: studio queste cose con interesse da tanto tempo, perché ciò mi consente di conoscere, di indagare una dimensione fondamentale della cultura umana, che è appunto quella che consente, organizza, struttura la relazione sociale fra gli uomini, che è la base da cui nasce la cultura. Oggi parleremo di un tema centrale nell'ambito della disciplina politico-giuridica, cioè il tema della pace e della violenza, del loro rapporto con le istituzioni. Guarderemo subito una scheda filmata e dopo inizieremo a discutere sull'argomento.

GANDHI: Credo che, nel caso in cui l'unica scelta possibile fosse fra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. Quando mio figlio maggiore mi chiese quello che avrebbe dovuto fare se fosse stato presente quando nel 1908 fui aggredito e quasi ucciso, se cioè avrebbe dovuto fuggire e vedermi uccidere, oppure se avrebbe dovuto usare la sua forza fisica, come avrebbe potuto e voluto e difendermi, io gli risposi che sarebbe stato suo diritto difendermi, anche facendo ricorso alla violenza. In base a questo principio ho partecipato alla guerra contro i Boeri, alla cosiddetta Ribellione del digiuno e all'ultima guerra. .E sempre per questo stesso principio mi sono dichiarato favorevole all'addestramento militare di coloro che credono nel metodo della violenza. Preferirei che l'India ricorresse alle armi per difendere il suo onore, piuttosto che, in modo codardo, divenisse o rivenisse testimone impotente del proprio disonore. Tuttavia sono convinto che la non violenza è infinitamente superiore alla violenza, che il perdono è cosa più potente della punizione. La clemenza nobilita il soldato, ma si ha vera clemenza soltanto quando esiste il potere di punire. Essa è priva di senso quando proviene da una creatura impotente. È difficile che un topo perdoni un gatto mentre viene fatto a pezzi da questo. Ma io non credo che l'India sia una nazione impotente e non credo che io sia una creatura impotente. Voglio soltanto usare la forza dell'India e la mia per un fine migliore. Noi in India, prima o poi, comprenderemo che non è possibile che centomila inglesi incutano timore a trecento milioni di esseri umani, e il perdono significherà il riconoscimento della nostra forza. Non violenza non significa docile sottomissione alla volontà del malvagio, ma significa l'impiego di tutte le forze dell'anima contro la volontà del tiranno.

STUDENTESSA: Noi abbiamo scelto come oggetto per la trasmissione, l'euro, perché, secondo noi, è il simbolo di una unità anche socio-culturale raggiunta dalle nazioni europee, però d'altra parte è anche forse una manifesta guerra contro quella che è l'egemonia del dollaro. Quindi pace e guerra sono due facce di questa stessa moneta. Che cosa ne pensa di questa contraddittorietà dell'euro?

BONSIGNORI: Contraddittorietà nel senso di essere un elemento di unificazione economica e al contempo di superamento di possibilità di conflitti? Non vi vedo molta contraddittorietà in ciò, perché un processo di integrazione è un elemento fondamentale perché siano superati rischi di conflitti. Sicuramente all'interno dell'Europa conflitti di tipo tradizionale, come c'erano in epoche storiche precedenti, non possono esserci più. E anche l'integrazione economica è una forma di integrazione. Quindi sicuramente un processo di integrazione economica, di condivisione di ricchezze o di beni, di attività produttive, è un processo di pacificazione, che avviene attraverso istituzioni culturali - l'economia è una istituzione culturale - che può essere matrice di conflitto, ma che può essere anche strumento di pacificazione.

STUDENTE: La guerra è giustificabile quando ha come obiettivo il raggiungimento della pace?

BONSIGNORI: Questo è il problema chiave, perché richiederebbe un lungo discorso. Io mi sforzerò di darVi risposte il più possibile brevi, per lasciarVi il maggior spazio possibile alle Vostre domande. Questo richiama le famose teorie della "guerra giusta", che sono state elaborate dal pensiero anche filosofico, e poi politico, da tanto tempo. Io ritengo che la guerra sia giustificabile come strumento di pace, la guerra e, direi, la violenza in generale - perché la guerra è una forma della violenza, una forma particolare della violenza - sia giustificabile come strumento di pace a condizione che sia veramente strumento di pace. E le condizioni per cui un atto di violenza è veramente strumento di pace, sono condizioni, a mio avviso, rigorosissime, condizioni che io definirei in un concetto, il concetto di "difesa legittima". Solo nella misura in cui un atto di violenza e, in particolare, un atto di guerra si può inquadrare entro un concetto rigorosissimo di difesa legittima, può essere accettabile come strumento di pace. Quindi può essere configurata in qualche modo coerente con il valore di pace.

STUDENTE: Io vorrei riallacciarmi al filmato di Gandhi. Parla appunto di vita passiva nel senso di agire e non agire. Io sono per il non agire, ma non il non agire passivo, ma attivo, perché ritengo che l'agire, il macchiarsi della stessa violenza di cui appunto siamo molte volte vittime, significa essere un po' come degli animali, che agiscono un po' d'istinto senza mai riflettere. Forse è troppo forte questa immagine che uso, cosa ne pensa Lei?

BONSIGNORI: Ma mi sembra che in quello che hai detto prima c'è già una risposta implicita. Io ritengo che in situazioni estreme, qualificabili come legittima difesa, sia consentito agire e sia consentito fondamentalmente per la difesa della pace. E questo rappresenti un diritto dell'etica e anche un dovere, che la pace ha per la difesa di se stessa. Quindi sono per una teoria di pace, tendenzialmente non violenta, finché è possibile non violenta, ma non all'estremo, radicalmente non violenta. Questa è la mia opinione.

STUDENTESSA: Lei sta facendo una distinzione tra violenza legittima e violenza punibile. Mi sembra che il limite tra queste due sia abbastanza labile. Allora volevo chiederLe se mi può spiegare meglio qual'è la linea di demarcazione tra queste due violenze e qual'è la mente suprema che si arroga il diritto di disporre della vita degli uomini.

BONSIGNORI: Menti supreme non ce ne sono, purtroppo. Qui siamo nel campo delle menti umane, in cui la definizione di dottrine, di teorie, di valori, è sempre una definizione ipotetica, è sempre una visione del mondo e specialmente il discorso sui grandi principi, sui grandi valori, sulle dottrine di alta portata teorica è un discorso che poi apre il problema della loro traduzione nella pratica. Il che non esclude che queste dottrine vadano formulate, perché è fondamentale formularle, che i valori vadano pronunciati, che gli ideali vadano assunti. La linea di discriminazione, a livello dottrinale, con tutte le difficoltà della individuazione nella pratica, poi, di dove va tracciata, a mio avviso è quella, appunto, della difesa legittima, la quale esiste soltanto ove una violenza agisce non contro un contesto di pace - perché contro un contesto di pace non c'è da agire - agisce contro condizioni al contorno che non sono pacifiche, ma sono violente, perché contro condizioni al contorno di pace si agisce con la pace - non c’è bisogno di violenza, quindi contro condizioni al contorno violente, per inibire questa violenza, soltanto dopo che tutto sia stato tentato fino all'estremo con strumenti di pace, e, una volta che si agisce, usando i mezzi minimi necessari allo scopo, non andando oltre neppure di un capello. Questi mi sembrano i concetti teorici che definiscono, sempre sul piano della dottrina, il limite di una violenza legittima a fini di pace, compatibile con gli ideali. Poi c'è il problema del riconoscimento di queste discriminazioni nella pratica. E questo è tutto un altro problema.

STUDENTESSA: Lei prima faceva riferimento ai casi estremi in cui la violenza poteva essere applicata, quindi volevo sapere una Sua opinione sulla massima espressione di violenza che possa esserci: la pena di morte

BONSIGNORI: Sono radicalmente contrario alla pena di morte, proprio perché la pena di morte è prevista dal diritto. E allora il ruolo del diritto, a mio avviso, è fondamentalmente quello di agire sulla violenza sociale diffusa, di concentrarla, di sottrarla all'esercizio indifferenziato da parte di soggetti privati, di gestirla collettivamente in forme ritualizzate, a scopi di difesa del corpo sociale, di mantenimento, di consolidamento del corpo sociale. Allora ritengo che ciò implica l'esercizio di una forma di violenza, perché il diritto pone delle sanzioni e quindi pone degli obblighi, dei doveri, che costringono i soggetti ad adeguarvisi, e quindi esprime, in qualche modo, esso stesso una forma di violenza. Ritengo che in questo, in questa misura di violenza esercitata dal diritto, non sia necessario, per gli scopi di difesa sociale, per gli scopi di conservazione del gruppo, la pena di morte. Quindi per questi motivi sono radicalmente contrario. Il diritto può fare a meno della pena di morte, per assolvere il suo compito di controllo della violenza sociale. A questo proposito, siccome abbiamo parlato di violenza e di diritto, Vi parlerei degli oggetti simbolici che ho portato. Ho portato un fodero di spada vuoto e un pezzo di carbone di legna. Sono metafore della violenza. Nel primo caso, il fodero di spada, la violenza è rappresentata dalla spada, la quale però non è nel fodero, è altrove. Però la presenza del fodero indica che la spada è lì, da qualche parte, vicino, a disposizione, a portata di mano. E allora la condizione dell'uomo di pace, ove l'uomo di pace può esercitare un minimo di violenza per la difesa della pace, è quella di portare un fodero di spada mostrando che all'occorrenza la spada c'è, non ne è privo, e intanto usando il fodero per scopi di pace, ci può portare il grano, acqua, o altre cose, sul piano dell'immagine simbolica. Nel caso del carbone qui la violenza è il fuoco. Immaginate un incendio che scoppia in un bosco, un incendio distruttivo che distrugge un bosco. Questo incendio è possibile perché il legno è infiammabile. E allora simbolicamente si può dire che il legno è fuoco potenziale, è energia di fuoco virtuale, congelata vorrei dire, che scoppia quando poi è acceso. Ecco, il carbone è un pezzo di legno, il quale è stato sottoposto a un trattamento nella carbonaia, è stato bruciato, quindi attraverso l'utilizzazione della energia del fuoco, attraverso questa operazione ha perso una parte della sua energia potenziale, perché non è più legno fresco, che può bruciare, però può ancora bruciare, quindi ha conservato un parte della sua energia. Ma adesso può bruciare in modo controllato, non esplode più l'incendio, brucia in modo controllato e perciò può essere usato a fini positivi. Può essere usato per riscaldare, per cucinare, per produrre altra energia. E questa mi sembra una metafora proprio della gestione della violenza sotto il diritto. Perché il diritto, usando la violenza, quindi il fuoco della carbonaia, interviene sulla violenza sociale diffusa, l'incendio del bosco, e la trasforma in carbone, la trasforma cioè in qualcosa che può essere controllato, non è totalmente inibito, e può essere indirizzato a finalità sociali positive, tipo la difesa pubblica e privata, tipo tutto ciò che si può fare con la violenza ritualizzata, anche le stesse attività sportive. Lo sport è una forma di violenza ritualizzata, una forma di competizione, di conflitto ritualizzato.

STUDENTESSA: Cosa ne pensa di uno Stato che ripudia la guerra, ma obbliga al servizio militare?

BONSIGNORI: La nostra Costituzione fa così. Nell'Articolo 11 ripudia la guerra, come strumento di offesa per la libertà degli altri popoli e come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. E poi l'Articolo 52, mi sembra, stabilisce che la difesa della patria è un sacro dovere del cittadino. Poi all'Articolo 78, mi sembra, disciplina lo stato di guerra, la dichiarazione dello stato di guerra: il Parlamento delibera lo Stato di guerra e concede al governo i poteri necessari. Ecco mi sembra che dalla combinazione di questi articoli, anche in una visione sistematica della Costituzione, specialmente per quanto riguarda la prima parte, la parte che pone i valori e i principi, si possa dedurre che la nostra Costituzione sancisce un ripudio della guerra, tranne che a fini difensivi. Ripudio della guerra, ma non nella misura in cui è utile per difendere la patria. E allora in questo contesto è prevista la presenza di un esercito. Quindi non mi sembra che ci sia contraddizione. Diverso è il discorso poi della libertà per i cittadini di fare il militare e di fare un esame di coscienza. Questo è tutto un altro discorso. Ma la previsione normativa e la istituzione, in un paese che rifiuta la guerra, di un esercito a scopi puramente difensivi non mi sembra in contraddizione. A proposito, visto che abbiamo parlato della Costituzione, potremmo mandare un altro contributo filmato, che è un'intervista a un giurista internazionalista importante, che ci parla proprio dello sfondo culturale, ideale e ideologico, che fu dietro la elaborazione dell'Articolo 11 della Costituzione.

 

L'Articolo 11 della Costituzione fu votato dalla Costituente il 24 marzo 1947. L'Italia usciva da una grave sconfitta e affermava la sua volontà di pace. Come giudica quella scelta?

CASSESE: Ma intanto fu una scelta, mi sembra, senz'altro positiva. Lei sa bene che ci sono state varie motivazioni per questa scelta. C'era la motivazione politica, sostenuta soprattutto da Togliatti e da Nenni, i quali ritenevano che l'Italia, uscita appunto, come Lei ha detto, da una guerra, dovesse liberarsi da questa ipoteca del passato e quindi ripudiare in modo netto la guerra. Una motivazione poi molto importante, di carattere etico, fu avanzata da Don Sturzo, il quale sostenne che la guerra era immorale e quindi era una cosa da scartare a priori. E poi ci fu una motivazione, secondo me la più importante, che venne prospettata da De Gasperi, già addirittura nel '43, nel programma della Democrazia Cristiana, una motivazione direi ideologica. Cioè De Gasperi diceva: "Se noi vogliamo affermare una democrazia al livello dello Stato italiano, all'interno dello Stato, bisogna che questa democrazia sia proiettata verso l'esterno". Democrazia significa rispetto dell'altro, significa tolleranza, significa desiderio di capire l'altro e quindi nei rapporti internazionali la democrazia significa appunto rinuncia alla guerra.

 

BONSIGNORI: Volevo aggiungere soltanto una piccola cosa alle ultime cose che ha detto Antonio Cassese. La democrazia è veramente un modo fondamentale di risoluzione dei conflitti. Al punto che Norberto Bobbio la chiama "una tecnica non violenta". E quindi la democrazia è strettamente connaturata alla pace. Non ci può essere vera democrazia senza pace e non ci può essere pace se non in una struttura che consente la soluzione democratica dei conflitti. E all'interno di questa struttura, siccome pace non è solo assenza di conflitto, pace è qualcosa di più, pace è un valore positivo, una costellazione di valori, bisogna che si inserisca anche la dimensione dei diritti fondamentali, quindi dei grandi valori, che la maggior parte delle costituzioni moderne, specialmente di tipo occidentale, ormai sancisce e che sono sancite nelle grandi Carte Internazionali dei diritti.

STUDENTESSA: Da che mondo e mondo l'uomo non ha fatto altro che combattere per ottenere la libertà, come dicevamo prima, ma secondo Lei esiste un altro modo per ottenere la libertà?

BONSIGNORI: Ma io ritengo che fino all'estremo bisogna lottare fino all'estremo per la propria libertà con strumenti di pace. Ci sono delle situazioni in cui ciò non è possibile. Faccio riferimento, per esempio, a contesti di ordine che sono solo in apparenza contesti di pace. Un ordine repressivo, per esempio, un ordine fortemente autoritario, che reprime le libertà e i diritti, è un ordine, è però, a mio avviso, una forma di guerra che si esercita in una certa maniera, in una maniera ambigua. E allora credo che, in quei casi, scattino i concetti della difesa legittima, quindi in quei casi si possa e si debba combattere per realizzare la propria libertà. E quindi parlo delle guerre di liberazione, con cui i popoli cercano di riconquistare la propria libertà. Ecco, in quei casi, ritengo che sia legittimo, perché siamo all'interno di un concetto di difesa legittima.

STUDENTESSA: La guerra come difesa legittima è ancora giustificabile, pur conoscendo benissimo tutte le conseguenze disastrose a cui porta, le vittime innocenti?

BONSIGNORI: Questo è il problema di fondo: la guerra è sempre cattiva, porta sempre distruzione di cose, di uomini, di animali. Tutti noi la respingiamo fin dal profondo. Quindi, proprio per questo motivo, bisogna cercare il più possibile di essere non violenti. Ma ci sono dei casi limite, in cui non è possibile farlo.

STUDENTESSA: La guerra si può giustificare solo come strumento per arrivare alla libertà, sono d'accordo; in tutti gli altri casi sono contraria alla guerra, anche alla guerra che sta conducendo Clinton, cioè gli Stati Uniti, contro l'Iraq. A questo proposito, volevo chiederLe se secondo Lei è giusto che una potenza vada a combattere una guerra contro un altro Stato, quando la comunità internazionale è contraria, quasi senza interpellare gli altri, mandando a combattere uomini della propria nazione, che magari vengono spinti anche da un po' di demagogia che viene fatta all'interno della nazione, e si vadano a distruggere civili, che comunque poi non c'entrano niente con tutto ciò che sta accadendo, per dare poi una sicurezza al resto del mondo, che, secondo me, non si avrà comunque.

BONSIGNOTI: No, sono radicalmente contrario a queste azioni. Ero contrario alla Prima Guerra del Golfo - ero fra i contrari - e continuo ad essere contrario a questi interventi che vengono fatti in Medio Oriente, perché, a mio avviso, sono interventi che, innanzi tutto, non sono giustificati sotto il profilo dell'etica della difesa legittima, quindi sotto un profilo teorico generale. In secondo luogo non sono giustificati nemmeno politicamente, perché, a mio avviso, si muovono in modo non rituale, per quanto riguarda la struttura politica, giuridica e internazionale data dalle Nazioni Unite, le quali prevedono che si possa intervenire, in caso di crisi locali, però si possa intervenire secondo i meccanismi delineati nello Statuto delle Nazioni Unite, e quindi meccanismi giuridici precisi, che consentono, in casi estremi, mi sembra l'Articolo 51, o l'autotutela dello Stato che è aggredito, ma finché non intervengono le Nazioni Unite, nella mora di tempo che passa tra l'aggressione e l'intervento collettivo internazionale, ed escludono l’eterotutela, cioè escludono la possibilità che uno Stato si faccia poliziotto nel mondo. Ecco io sono radicalmente contrario ad azioni di questo tipo.

STUDENTESSA: Per Lei la guerra è la voce dell'istinto oppure è la massima espressione della razionalità umana?

BONSIGNORI: Questa è davvero una bella domanda. Credo che sia ambedue le cose. Credo che la guerra, essendo una forma di violenza, abbia radici istintuali profonde, radici che, nella psicologia del profondo, si chiamano "archetipiche". Così gli archetipi, le dominanti archetipiche di riferimento sono: il passaggio ad una fase all'altra dell'esistenza, la diade morte e rinascita, la creazione di un nuovo ordine per distruzione di un ordine precedente, l'unione fallica Eros-Tanatos, sono motivi archetipici di fondo, che sono all'origine della violenza e ne fanno una dominante dell'istinto umano, probabilmente ineliminabile, anche se trasformabile, e quindi anche una dominante della psiche profonda dell'umanità. Però questo vale per la violenza in generale, quindi anche per la guerra. Ma la guerra in più mette la dimensione istituzionale, perché la guerra è una forma di violenza istituzionalizzata, compiuta attraverso la politica, il diritto, gli eserciti, gli armamenti, le tecnologie. Quindi è un contesto in cui la ragione strumentale, la ragione politico-giuridica è in primo piano. Direi che, parlando ancora in termini di psicologia del profondo, con la guerra entra in campo, nello spazio di queste dominanti archetipiche, un altro archetipo, che è quello della politica, della ragione politica, che è impersonata nella nostra mitologia classica da Minerva, la ragione del padre come potere.

STUDENTESSA: Lei ritiene giusto che in uno Stato un uomo che abbia compiuto violenza e che quindi sia punito con l'ergastolo oppure, nel massimo caso, con la pena di morte, non abbia più il diritto di riscattarsi e di mostrare alla società che ha capito il suo sbaglio?

BONSIGNORI: Sono per una concezione rieducativa della pena, e quindi questa esclude radicalmente la pena di morte e, a mio avviso, anche l'ergastolo, perché l'ergastolo non dà speranza di vita sociale, ma soltanto di vita entro le mura del carcere, e ha scarse possibilità rieducative, forse solo da un punto di vista interiore, morale del soggetto, ma non certamente dal punto di vista della sua integrazione sociale, perché non è più prevista una integrazione sociale, quanto meno con la società generale.

STUDENTE: Senta, pochi giorni fa abbiamo assistito all'intervento del Papa per fermare una condanna a morte. Lei cosa ne pensa del ruolo della Chiesa all'interno di queste azioni di violenza?

BONSIGNORI: Il ruolo della Chiesa è stato importante, perché la Chiesa, non parlo del ruolo della Chiesa nel corso della storia, perché Voi avete studiato la storia e sapete che nel corso della storia ha fatto tante cose che non erano molto coerenti con il sacro e la sua dottrina , ma il ruolo della Chiesa ai nostri tempi, diciamo da dopo la Seconda Guerra Mondiale, mi pare che sia stato fondamentalmente, almeno nelle espressioni politiche, fondamentalmente un luogo di pace, di pacificazione. E d'altra parte è il suo compito. La Chiesa è portatrice di una dottrina di pace e di una dottrina di fratellanza e di amore fra gli uomini, quindi non può che rifiutare la guerra. Però credo che la dottrina della Chiesa ammetta certe forme di violenza.

STUDENTESSA: È coerente uno Stato che di per sé programma il ripudio della guerra, poi induce, se anche per difesa, il suo stesso popolo alla violenza, alla guerra, quando di fatto il popolo sappiamo che non c'entra nei giochi del potere che ci sono dietro una guerra?

BONSIGNORI: Non sono soltanto i governanti che fanno fare la guerra, il popolo è coinvolto. Il popolo italiano, coinvolto in una ipotetica guerra di difesa, perché la Costituzione lo prevede, quindi diciamo sotto la regola del diritto italiano questa cosa sarebbe inevitabile, insomma. È chiaro che le motivazioni per cui si fa una guerra devono essere veramente motivazioni di difesa, non possono essere motivazioni economiche, di interesse, neppure di difesa dei propri interessi. Ecco, io, nel concetto di difesa legittima, non metto, o metto in ultimo proprio, la motivazione economica, forse non ce la metto affatto. Difesa legittima significa proprio che tu sei messo alle corde: o muori o ti difendi, insomma. O muori o ti difendi. E allora, a questo punto, tu ti difendi. È una figura riconosciuta universalmente nel diritto, il concetto di legittima difesa. Anche nelle relazioni fra privati. Se uno ti aggredisce per ucciderti, tu sei eticamente legittimata a difenderti, per impedire l'uccisione.

STUDENTE: Quanto, secondo Lei, è ed è stata importante la diplomazia, per sanare dei conflitti già in atto?

BONSIGNORI: La diplomazia è fondamentale. Quando io dico che prima di passare alla violenza bisogna fare di tutto per risolvere i problemi in forma di pace, la diplomazia è uno strumento chiave nei rapporti politici, generali, ma poi anche una diplomazia, nel senso di buonsenso, nei rapporti interpersonali, quindi diplomazia come incontro fra le opinioni, come volontà di capire l'opinione dell'altro, come mediazione, come capacità di compromesso in senso positivo, eccetera. D'altra parte la diplomazia è lo strumento fondamentale previsto anche dalla Carta dell'O.N.U.che prevede che, in caso di crisi, innanzi tutto si devono prendere tutte le misure preventive necessarie per risolverla. Il famoso Capitolo VII descrive il procedimento di interventi in caso di crisi internazionali. Innanzi tutto l'Articolo 39 dice: bisogna riconoscere la presenza della crisi, che ci sia una minaccia, un'aggressione, una violenza. Poi bisogna mettere in atto tutti gli strumenti diplomatici per risolvere la crisi a questo livello. Ove ciò non ottenga successo, si passa a misure che però sono misure che non implicano l'uso della forza, tipo misure economiche, l'embargo e altre pressioni di un certo tipo. E soltanto dopo che sono fallite anche queste, allora si può passare all'uso della forza, che però è gestito centralmente dall'O.N.U., dal Consiglio di Sicurezza, anche se può essere affidato ad alcuni membri, però sempre sotto l'egida, il controllo, la gestione della cosa dell'O.N.U., non attraverso autorizzazioni preventive o carta in bianco o così via.

STUDENTESSA: Prima diceva che la Chiesa molte volte ammette certe forme di violenza. Non crede che sia un vero paradosso il fatto che comunque l'espressione massima di pace non intervenga in modo molto più radicale su queste forme di espressione di violenza?

BONSIGNORI: È un paradosso, ma nell'etica di pace c'è un paradosso inesprimibile, che è che la violenza è probabilmente insopprimibile. È soltanto trasformabile, culturalizzabile, ritualizzabile, ma poi alla fine è insopprimibile. E quindi la pace è una continua lotta contro le ragioni della violenza senza riuscire mai, in fondo, a venirne a capo. Però è una lotta che vale la pena di essere combattuta. E anche le dottrine non violente di un certo rilievo, avete sentito Gandhi, che, a mio avviso, in quell'intervista, non esprime neppure una vera e propria dottrina non violenta, perché riconosce un un ruolo etico alla violenza, anche se riconosce la superiorità della non violenza sulla violenza, sotto un profilo sia etico sia strategico, perché mi sembra che lì dice che la non violenza è superiore, è un valore più alto. Ma soltanto certe espressioni estreme, forse ingenue, forse estremamente idealizzanti della non violenza assoluta escludono ogni possibilità di azione violenta, ogni possibilità. Ma credo che ne esistano proprio poche.

STUDENTE: Su un sito Internet ho trovato delle pagine su Euripide che ci dice che chi ha la mente sana deve lasciare la guerra e tornare ai rapporti sociali. Volevo sapere che cosa ne pensava.

BONSIGNORI: Sì, quello che dice è interessante, perché non si può pensare che la pace sia una conquista soltanto dei tempi moderni. L'ideale di pace è sempre esistito. Diciamo che nei tempi moderni si è diffuso di più, perché c'è tutta una storia culturale che è andata anche nel senso della attuazione sempre più ampia del valore di pace, anche sulla scorta delle grandi religioni universali, che hanno portato questi umori,. Ma poi anche nelle grandi religioni civili, di grandi visioni del mondo di tipo laico. Però esiste fin dall'antichità, probabilmente esiste fin dall'origine dell'uomo. Io credo che non dobbiamo essere troppo pessimisti perché la violenza istintuale fa parte della nostra natura animale, quindi è probabilmente ineliminabile nella misura che è ineliminabile la nostra natura animale. Però anche la pace è istintuale. Un grande antropologo parla della pace come di "istinto originario", alla stessa stregua della violenza, probabilmente un istinto legato all'istinto di sopravvivenza, all'istinto di unità della specie. Per sopravvivere può essere utile uccidere chi ti minaccia, ma può essere utile anche metterti in relazione con altre persone, costruire un corpo sociale all'interno del quale tu elabori una serie di meccanismi di difesa contro le aggressioni dall'esterno. E questo comporta un'opera di pacificazione, quindi un istinto di pace, che è all'opera, in funzione dell'istinto di sopravvivenza. E quindi fin dall'origine, specialmente in un pensiero così profondo, così raffinato, come il pensiero classico, l'elemento della pace, l'ideale di pace ha avuto spazio e vita importantissimi.


Biografia di Franco Bonsignori

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