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Il Grillo (8/3/1999)

Umberto Curi

La scelta estetica

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8 marzo 1999

Liceo classico "Plauto" di Roma

 

 

CURI: Sono Umberto Curi e insegno Storia della filosofia all'Università di Padova. Con le ragazze e i ragazzi del Liceo Plauto di Roma discuteremo oggi del problema de La scelta estetica. E, proprio per introdurre l'argomento, vediamo ora una scheda filmata che è stata predisposta dalla redazione.

La risposta alla vita, alla forza e all'intensità delle situazioni segue i moti del nostro animo. L'interesse e la simpatia vanno dove vanno, indipendentemente da ciò che abbiamo deciso o dai decreti della moralità. La libertà e la spontaneità dei nostri sentimenti sono una componente importante del senso di gioia della vita, anche se è sempre stata controllata dalla voce del dovere e delle convenzioni, che hanno accusato di irresponsabilità e di frivolezza la risposta fresca e appassionata alle situazioni, il gesto gratuito in fondo, lo scegliere di non scegliere. Ma una vita che sceglie di limitare le fonti dell'interesse a ciò che è stato pianificato e deliberato con razionalità e responsabilità mostra una spaventevole austerità. Ed è anche una vita piena di moralismo perché ha rinnegato la spontaneità dei sentimenti e della simpatia.
Ibsen ha rappresentato nei suoi drammi il conflitto tra il moralismo di una vita responsabile e fredda e i valori della gioia di vivere e dell'entusiasmo. Nei drammi di Ibsen i desideri del cuore vengono rinnegati poiché appaiono come la ribellione alla legge morale. Ma il rifiuto di dare loro ascolto è la negazione della vita stessa, è il trionfo della menzogna e della rovina dei destini delle persone. Mentre riconosciamo grande significato e unità in una vita attraversata dalla profondità e dal fascino delle situazioni, dall'amore e dall'odio, che si lascia sedurre dalla bellezza delle cose e dalla forza dell'orgoglio personale. Tuttavia l'attrazione per ciò che è intenso e seducente può condurre anche a un'inquietante estraneità morale dalle cose, a uno sguardo estetico immune dalla pietà e dalla giustizia.

STUDENTESSA: La vita estetica è quella dell'uomo che non si impegna e che passa da un piacere all'altro, soprattutto nella scoperta degli altri individui e nella distruzione anche dell'altro. Questa vita secondo Kierkegaard è una vita che necessariamente porta alla morte, a una morte dello spirito, sotto però l'illusione di una vita che è piacere. Si può comunque parlare, secondo Lei, di una scelta, cioè il seduttore compie comunque la scelta di non scegliere?

CURI: Ma mi sembra già evidente dalla domanda, che è anche ben posta: è solo un'illusione quella di poter prescindere dalla scelta, perché è del tutto evidente - mi pare che sia intuitivo per ciascuno di noi, sulla base dell'esperienza della vita quotidiana, prima ancora che della riflessione filosofica -, è evidente che qualunque gesto, atto, comportamento della nostra vita, proprio in quanto ne escludono altri, che pure sono possibili, implica una scelta. Credo che il riferimento che è stato fatto a Kierkegaard, questo grande filosofo, questa grande figura di pensatore solitario, tra l'altro, della metà dell'Ottocento, è opportuno per farci capire che Kierkegaard cerca di tipizzare alcune figure che però sono in modi diversi figure della scelta, piuttosto che della non scelta. Anche la figura del seduttore, che apparentemente è colui che vuole sottrarsi a qualunque obbligo, a qualunque vincolo di scelta, in realtà è qualcuno che fa una scelta in una direzione molto determinata, quella cioè di farsi guidare nei suoi comportamenti da quella che noi potremmo chiamare una percezione immediata di quello che si ritiene essere il proprio piacere, il proprio interesse. Ma in fondo, se Voi ci pensate, il comportamento di ciascuno di noi è sempre orientato al raggiungimento di qualche obiettivo che ci sta a cuore. Probabilmente le differenze sono nella valutazione che ciascuno di noi dà di quello che ritiene essere importante, di quello che ritiene essere interessante, e cioè conforme ai propri interessi.

STUDENTESSA: Per Heidegger l'unica scelta giusta e autentica era l'essere per la morte, che quindi portava ogni altra scelta - estetica, etica o religiosa - all'annullamento e alla inautenticità. Anche secondo Lei è possibile che avendo una concezione della morte, tutte le altre scelte diventino inutili?

CURI: Ma se non altro credo che si possa dire che la scelta della morte, o meglio, la scelta di riconoscere che ciò che è proprio della nostra condizione è essere per la morte - questo mi pare che potrebbe essere il modo di rappresentare molto in sintesi, la posizione di Heidegger - non credo che annulli completamente le altre scelte, però rende le altre scelte, in qualche modo subalterne o subordinate rispetto a questa scelta, a questa decisione, che è la decisione fondamentale. Ma questo - pensateci anche Voi - è qualcosa che ci accade sempre. Cioè noi stessi, quando scegliamo di comportarci in un certo modo, non necessariamente cancelliamo tutte le altre scelte, ma stabiliamo, più o meno esplicitamente, una gerarchia di importanza di valore tra una scelta e quelle che riteniamo essere meno importanti o comunque subordinate alla scelta principale. Io provo a immaginare quale può essere, ad esempio, nella Vostra condizione attuale - siete giovanissimi, siete studenti del Liceo- quale può essere il campo delle scelte possibili, e credo - ma naturalmente mi interessa molto sentire quali sono le vostre esperienze e le Vostre riflessioni su questo tema - credo che in ciascuno di noi c'è una scelta di fondo, che potrebbe in qualche modo essere assimilata, anche se magari nel merito è diversa a quella di cui parla Heidegger - quindi una scelta di fondo, che può essere, per esempio, la solidarietà nei confronti degli altri; ecco, ammettiamo che questa sia la scelta che a qualcuno di Voi stia più a cuore, tutte le altre scelte vengono inevitabilmente subordinate, non vengono cancellate, perché credo che, tra l'altro, una delle esperienze che ciascuno di noi ha è che quando operiamo la scelta in una direzione non abbiamo completamente abbandonato ciò che non è stato scelto. Gli abbiamo attribuito un ruolo, un rango, una condizione subordinata rispetto alla scelta principale.

STUDENTESSA: Il divertissement di Pascal può essere definito un tentativo di affermarsi senza negarsi e quindi un modo per fuggire la finitudine?

CURI: Sì, certo. Per quanto riguarda poi in particolare Pascal, che è tra l'altro una figura come Kierkegaard che porta in campo un orizzonte di scelte molto significativo, l'orizzonte della scelta religiosa. E cioè, se Voi ci pensate, il vero problema non sono le scelte più specifiche della vita quotidiana, ma quello di cui si parlava anche prima, cioè, qual'è la scelta di fondo, che poi riduce le altre a essere scelte di minore importanza. Secondo Heidegger, dicevamo prima, c'è questo riconoscimento di una condizione di essere per la morte. Nel caso di Kierkegaard, che è stato pure citato prima, ci troviamo in presenza di una scelta che è sovrastata dalla più importante scelta religiosa. Nel caso di Pascal, anche questa tematica del divertissement richiama molto da vicino una gerarchia di rapporti tra le scelte in cui il problema di fondo è: qual'è la scelta più importante di tutte, quella che consente di riassumere le altre scelte particolari? E badate questo poi è una questione che, a conferma che la filosofia si occupa esattamente dei problemi che dobbiamo fronteggiare nella vita di tutti i giorni - la filosofia non è affatto una elucubrazione astratta, lontana dagli interessi dei giovani, è semplicemente un modo per dare maggiore rigore alle domande, agli interrogativi che continuiamo a porci tutti i giorni - e allora, credo che, anche per quanto riguarda la nostra vita noi ci troviamo costantemente nella necessità di fare delle scelte, che però possibilmente non sacrifichino quello in cui noi ci riconosciamo come scelta che caratterizza la nostra vita. Non so se avete notato, ma il filmato che è stato predisposto dalla redazione comincia con un brano di un film molto bello, molto suggestivo, che immagino Voi tutti avrete visto, e cioè: Momenti di gloria, che rappresenta uno spaccato di vita, di questi giovani di un college inglese, i quali si trovano in presenza della necessità, in particolare uno di loro, di scegliere tra la fedeltà a una ispirazione di fondo, di carattere religioso, che vietava per esempio di partecipare alle gare in una giornata particolare della settimana e invece il vincolo, l'obbligo, contratto anche con gli altri compagni, di correre, di partecipare alle gare, per la loro importanza. Questo conflitto, io credo, è un conflitto che ciascuno di noi, più o meno consapevolmente, è indotto ad affrontare tutti i giorni. Tutti i giorni della nostra vita, se ci pensate, è una vita nella quale costantemente siamo posti di fronte alla necessità di scegliere e questa decisione non è mai una decisione tranquilla, non è mai una decisione priva di problemi o di conseguenze, probabilmente anche perché, forse ci avrete anche pensato, visto che il termine "scelta" richiama il termine "decisione", "decidere" originariamente vuol dire "tagliare" e qualunque decisione, qualunque taglio è qualcosa che ha un carattere, starei per dire chirurgico, cioè è fatto in vista di qualcosa di positivo, ma comporta anche il dolore o comunque una quota di sofferenza, che è proprio connessa con questa tematica del taglio.

STUDENTESSA: Per quale motivo tra gli oggetti da Lei scelti c'è una maschera?

CURI: Abbiamo deciso di individuare due oggetti che fossero, in qualche modo, simbolici del discorso che stiamo facendo. Detto per inciso: Voi ricordate, immagino, che cosa vuol dire "simbolo". Così capiamo perché è stata scelta una maschera. "Simbolo" è un termine che deriva direttamente dal greco, dal verbo greco "simballo", che vuol dire "mettere insieme". E c'è un luogo famoso nella storia della filosofia, in cui si parla del "simbolo". Probabilmente lo avrete anche presente, c'è un passaggio del Simposio di Platone, in cui viene introdotto il mito dell'androgino, cioè di questi esseri umani originari che sarebbero composti di due sessi, di due teste, di quattro arti superiori, quattro arti inferiori. Ebbene, Platone dice, in quel caso, che, quando Zeus interviene tagliando a metà gli esseri umani, fa sì che ciascuna delle due parti sia un simbolon. Cosa vuol dire questo? Vuol dire, per restare per un momento nell'esempio platonico, che una parte trova il suo significato nel rapporto con l'altra, una parte è simbolon solo in quanto deve ricongiungersi con l'altra per riformare la forma piena originaria. Quindi, quando noi pensiamo al simbolon, è bene che teniamo presente questo aspetto. Simbolon è qualcosa che trova il suo significato se ricongiunto ad un'altra parte. L'esempio che di solito viene in mente a tutti: una bandiera, il nostro tricolore è un simbolo. È un simbolo perché? Perché tre colori hanno un loro significato perché richiamano all'unità nazionale e cioè al nostro paese. Detto questo proviamo a capire questa maschera di che cosa è simbolo, cioè qual'è la parte con la quale può riformare questa unità originaria. Ecco io ho proposto di individuare questa maschera, perché è uno dei modi, uno dei simboli, attraverso i quali è possibile - almeno così mi pare - rappresentare la figura di quello che incarna il più grande, il più importante, il più ricorrente mito della modernità, cioè Don Giovanni. Provate a pensare, qualcuno si è preso la briga di contare quanti sono i libri editi che riguardino la figura di Don Giovanni, e ancora quarant'anni fa erano più di cinquemila e quattrocento le versioni diverse in cui ritornava la figura di Don Giovanni, quindi un potentissimo mito della modernità - che ha una delle sue espressioni più significative proprio nella maschera, perché Don Giovanni - questo, per esempio sia nella versione di Molière, che soprattutto nella versione di Mozart e Da Ponte - ama travestirsi. Questo è un punto importante - poi magari ci ritorniamo, intanto provate a riflettere - perché quello che dovrebbe essere l'archetipo, il modello del seduttore seduce solo a condizione di apparire diverso da come è, seduce soltanto travestendosi e quindi come se non fosse sicuro del proprio aspetto per poter essere un seduttore. Ma proprio su questa figura del seduttore, su questo grande mito del Don Giovanni c'è un contributo filmato che è stato preparato e che penso possa essere utile che vediamo insieme.

Il seduttore è colui che sta nei confronti degli altri - non solo degli altri, ma anche delle cose che gli succedono - pronto ad accoglierle tutte, pronto a scoprire in tutte una occasione, una virtualità che altri non vedono. Il seduttore è colui che ha una raffinata capacità di cogliere le differenze. Ecco perché nella vita estetica siamo chiamati a essere maestri nell'arte della differenza. Chi vive così, il maestro dell'arte della differenza, in realtà è condannato ad appiattire tutto in una uniformità senza nessuna differenza. E perché questo? È abbastanza ovvio, comunque è inevitabile. Là dove qualsiasi cosa suscita in me un'emozione grande e raffinata, allora non c'è più differenza tra le singole cose.

CURI: Avete visto in questo contributo due luoghi molto importanti del Don Giovanni di Mozart-Da Ponte, la scena della seduzione - così almeno è considerata - in cui Don Giovanni cerca di sedurre la contadinella Zerlina, e poi la scena conclusiva, in cui appunto il Commendatore invita Don Giovanni al pentimento. Avrete notato nella scena, che è considerata proprio il modello della seduzione, questo: "Là ci darem la mano", che è diventato, come dire, quasi un refrain per indicare la capacità seduttiva che Don Giovanni non è mascherato, almeno non porta sul viso la maschera. Però Don Giovanni per indurre Zerlina a compiacere ai suoi desideri, gli deve promettere ciò che poi egli non ha nessuna intenzione di mantenere, cioè promette a Zerlina di sposarla. Anche questo è un travestimento. In questo caso, per ritornare al tema del quale ci occupiamo oggi, è un modo per mascherare la propria scelta, è un modo per travestire, per dare una veste diversa a quella che in realtà è la propria decisione, nel senso che Don Giovanni vuole semplicemente divertirsi con Zerlina, possederla, ma per poterlo fare, invece che rendere esplicita - che questa è la sua scelta, questa è la sua decisione -, la traveste, la maschera e si impegna a sposarla. Credo che una situazione di questo genere, in cui per compiacere una propria scelta di carattere estetico nella migliore delle ipotesi - forse sarebbe più giusto dire passionale - si invoca invece una importante categoria, come è la categoria etica del matrimonio. Questo è un tipo di conflitto che dovrebbe esserVi abbastanza familiare non foss'altro proprio per tutte le riflessioni che anche Kierkegaard ha fatto sul rapporto tra la scelta estetica, la scelta etica e poi il piano religioso.

STUDENTESSA: Una descrizione radicale della scelta estetica ci è data da Il diario del seduttore di Kierkegaard, dove il protagonista, il Don Giovanni appunto, rifiuta la realtà perché rimane insoddisfatto, quindi cerca una realtà esteticamente migliore. A questo proposito perché la scelta estetica viene considerata una scelta degradata rispetto agli altri tipi di scelte che possono essere etica o religiosa, quando poi alla base della stessa scelta estetica c'è comunque un proposito di ricerca di qualcosa di migliore?

CURI: Anzi tutto bisogna riconoscere un aspetto: chi decide sulla base di considerazioni di carattere estetico incontra meno consenso di chi invece fa una scelta per ragioni etiche, per lo più la scelta estetica è considerata meno nobile di una scelta dettata da ragioni diverse. Però non è sempre così, è bene che lo teniamo presente. Cioè, per non andare troppo lontani, proprio nell'ambito della cultura e dell'arte del Novecento, abbiamo assistito anche a un ribaltamento di questa gerarchia di valori, e vi sono stati una serie di pensatori, ma soprattutto direi coloro che nel campo della scelta estetica in senso lato operano e cioè gli artisti, che hanno mostrato invece in qualche modo la supremazia della scelta di carattere estetico rispetto ad altre. Quanto poi a quelle che possono essere le ragioni, forse Vi siete interrogati anche Voi su questo aspetto, cioè perché abitualmente si dà meno importanza, si considera, tu dicevi, più vile la scelta dettata da ragioni estetiche? Io credo che uno dei motivi fondamentali sia il fatto che, quando parliamo di scelta estetica - non dobbiamo dimenticarlo, nel termine "estetica" è presente ancora il significato originario, dal greco aistesis, che vuol dire sensazione . Allora la scelta estetica in un modo o nell'altro sembra essere determinata o fortemente condizionata da quell'aspetto del nostro processo conoscitivo, che è considerato meno importante, meno nobile di tutti quanti, cioè quello di carattere sensoriale. Siccome noi riteniamo - giusto o sbagliato che sia - che ciò che è caratteristico degli uomini, a differenza degli animali è che non sono soltanto sensorialità, ma sono anche intelletto e ragione, allora una scelta che sia dettata dagli aspetti più - diciamo così, in senso lato - animaleschi, più legati alla sensorialità, ci sembra essere meno importante. Quello che conta però, a me pare - ma su questo tema vorrei sentire anche il Vostro punto di vista - è che la scelta, comunque sia influenzata, determinata, abbia un certo grado di consapevolezza, cioè sia una scelta nella quale davvero ci si assume la responsabilità di optare per uno dei due corni del dilemma che c'è di fronte.

STUDENTESSA: Però mentre Kierkegaard vede questo aspetto come aspetto negativo, quindi l'istintualità dell'uomo è negativa, altri filosofi, come per esempio Nietzsche, pongono l'istintualità, l'aspetto dionisiaco come fondamentale dell'uomo, come l'unico che forse riesce ad affermare l'umanità.

CURI: Certo, anzi era un po' un accenno che stavo facendo io stesso alludendo a autori che hanno un'impostazione diversa da quella di Kierkegaard. E per esempio Nietzsche, da questo punto di vista, è un riferimento molto significativo. Però tenete anche presente un punto. In Nietzsche, come per lo più in coloro che tendono non semplicemente a abbandonarsi, diciamo così, a scelte estetiche, ma che teorizzano la necessità di una scelta estetica, in fondo c'è un atteggiamento che riscatta la scelta estetica dall'essere solo ed esclusivamente sensorialità, perché conferisce a questa scelta un carattere in qualche modo di assolutezza. E quindi non è più soltanto riduttoriamente sensoriale, perché è una scelta che impegna complessivamente la vita di un individuo. E a questo punto io quasi vorrei rilanciare a Voi un tipo di problema, domandandoVi, sempre nelle riflessioni che certamente su questo tema avrete fatto, se Vi siete mai chiesti per quale ragione, quando si è in presenza di una scelta, questa ci provoca angoscia. Credo che ciascuno di noi abbia avuto un'esperienza del genere, cioè, in una gradazione che va semplicemente dall'imbarazzo - quante volte diciamo: sono imbarazzato, non so che cosa scegliere -, a una situazione di vero e proprio disagio, fino a un momento in cui certe scelte possono davvero provocare ansia e alla fine angoscia; perché lo scegliere è tanto carico di emotività? Cioè un atto, un gesto che è in fondo di carattere razionale, è accompagnato da una così forte carica di emotività, perché ci turba così tanto? Cioè perché scegliere, o se volete, per tornare a ciò di cui si parlava prima, decidere, cioè tagliare, perché è per noi motivo di così grande turbamento? Ci avete pensato, avete qualche idea?

STUDENTESSA: Perché implica conseguenze nel futuro, cioè necessariamente porterà a qualcosa, la vita cambierà in qualche modo.

CURI: Certo, anch'io penso che questo sia uno dei motivi fondamentali, ma volevo cercare di capire se qualcun altro ha ...

STUDENTESSA: Io credo quest'angoscia si determini proprio perché dentro di noi si crea un conflitto tra ciò che noi vorremmo esteticamente e ciò che noi per etica invece magari siamo "costretti" a fare, quindi un conflitto tra ciò che è quasi obbligatorio per..., perché siamo uomini e perché viviamo in una società, e ciò che invece noi, per nostro gusto, vorremmo fare. Quindi non soltanto una scelta causata da ciò che verrà dopo, ma anche proprio un problema presente dentro di noi.

CURI: Allora mi pare che siano venute due risposte molto interessanti; una dice: perché la scelta è un impegno sul futuro, cioè su una dimensione che non ci appartiene immediatamente, perché non ce l'abbiamo ancora, e quindi questo ci provoca turbamento. E l'altra risposta sottolinea il conflitto che si stabilisce tra due ordini di esigenze diverse. C'è qualche altra opinione? Voi avete qualche altra idea della ragione per cui la scelta è così difficile?

STUDENTE: La scelta religiosa non potrebbe essere una fuga dall'angoscia del quotidiano? Cioè, se io abbraccio un sistema di valori in toto, non è per esimermi dallo scegliere ogni giorno?

CURI: Poi ritorniamo a commentare quelle interessanti risposte che avete dato. Certamente la scelta di carattere religioso tenete presente, anche in questo caso, cosa vuol di religione: religione la si fa derivare da religio, e cioè da religo, cioè nego, stringo, la religione è quella che ci costringe che ci lega e quindi non ci consente a quel punto di poter sbandare, di fare scelte diverse. Ci lega ad un sistema di valori e a una gerarchia di scelte rigida. Bene, si può fare una scelta religiosa, almeno secondo la mia opinione, sia scegliendo dal punto di vista della religione in senso stretto, sia scegliendo un sistema di valori, non, virgolette, "religiosi", a cui però si aderisce con la stessa logica ferrea. Tanto per spiegarmi: non più di questi tempi, ma fino a che c'erano le grandi ideologie, molto spesso le scelte di carattere politico erano scelte in realtà religiose, nel senso che qualcuno si legava per la vita e per la morte a una certa scelta di carattere politico. Non c'è dubbio che in casi di questo genere, quando siamo in presenza di scelte religiose, è come se avessimo trovato un punto a cui riferire ogni altra scelta e quindi probabilmente, diciamo così, anche il tasso di emotività che accompagna di solito le scelte, diminuisce. Sarà probabilmente per questa ragione che - e ne abbiamo tanti esempi nella storia, probabilmente li avete presenti anche Voi - coloro che hanno fatto una scelta fondamentale in campo religioso, in campo politico, in campo morale o altro, per lo più non sembrano essere attraversati da grandi sbandamenti, travagli, dubbi, o altro, perché la loro scelta l'hanno fatta e anzi per lo più noi ci sorprendiamo se vediamo, non lo so, qualche religioso che per una qualche ragione ci si dimostra appunto attraversato dal dubbio, perché pensiamo che lui la sua scelta di fondo l'ha compiuta e quindi problemi non ne ha più.

STUDENTESSA: Leggendo l'uomo in chiave simbolica, non è possibile che il senso di angoscia sia dovuto da una mancata interezza che si viene a creare quando l'uomo non si trova più di fronte una pluralità di scelte e di ambizioni? In un certo senso, anche riferito al Don Giovanni, la pluralità dà all'uomo il senso della vita. Il senso unico spaventa e porta a scappare. Quindi probabilmente potrebbe essere questa la causa del senso d'angoscia.

CURI: Sì. Abbiamo visto tre risposte molto interessanti. Le prime due le abbiamo già anche, in parte, commentate. Questa terza è quella che mi piacerebbe che ci rifletteste, che ci porta più vicino, io credo, al cuore del problema, perché la scelta inevitabilmente è un processo di riduzione di due a uno. Cioè noi abbiamo di fronte almeno due possibilità, dobbiamo inevitabilmente sceglierne una e quindi sacrificare l'altra. E allora qual è il punto? Noi esseri umani, nella nostra condizione umana, abbiamo questa capacità di ridurre a uno o nel ridurre a uno non ci sentiamo noi stessi mutilati, non sentiamo che una parte di noi viene rescissa, viene tagliata, viene in qualche modo sacrificata? Credo che in effetti questa sia la ragione di fondo per la quale la scelta suscita angoscia, perché in qualche modo noi l'avvertiamo come una minaccia nei confronti della interezza del nostro essere, della nostra condizione umana. La nostra condizione umana, salvo rarissimi casi - non so se qualcuno di Voi abbia questa fortuna - è continuamente attraversata, lacerata, da tensioni diverse. Non siamo, io credo, nessuno di noi, né angeli né demoni. L'essere uomini vuol dire condividere una condizione di duplicità, inevitabilmente, perché provate a pensare, già dalle origini della filosofia insomma, in ciascuno di noi c'è una scintilla del divino - diceva qualcuno - e poi c'è la corporeità. Questa dualità è ben rappresentata da Platone che parlava, ricordate, dell'anima che però vive incarcerata nel carcere del corpo, del soma. Quindi la condizione umana è una condizione di doppiezza, di duplicità. La scelta obbliga a fare una opzione per una possibilità contro l'altra. E quindi io credo che ci sentiamo proprio in pericolo e ci sentiamo minacciati nella compattezza dell'unità del nostro essere.

STUDENTESSA: In base a tutto ciò che abbiamo detto, anche in risposta alla Sua domanda, ogni scelta quindi ci porta a un'angoscia e, in un certo senso, ci lacera. Però noi continuiamo a fare delle scelte. Questo può essere riferibile, soprattutto nella scelta estetica, a un bisogno di trovare completamento negli altri individui, proprio perché noi, noi da soli, non ci sentiamo completi? Perché, poi, il Don Giovanni da un po' questa l'idea del cercare un po' aiuto negli altri perché è annoiato dalla vita e perché non trova completamento in se stesso.

CURI: Sì. È vero che spesso - anche questo mi pare essere un'esperienza comune - noi cerchiamo negli altri ciò che possa darci il senso di completezza, che ci soddisfi pienamente. Però, se avete osservato quelli di noi o quando noi stessi tendiamo a privilegiare questo atteggiamento, per lo più restiamo più insoddisfatti di prima. Non c'è dubbio che coloro che cercano di trovare al loro interno, non una soluzione dei problemi- che probabilmente non è possibile - ma un ragionevole punto di equilibrio, cioè un momento di armonia con se stessi - provate a pensare "armonia", già appunto dal greco, non vuol dire affatto "calma piatta", tanto per capirsi, armonia non vuol dire che niente si muove, ma presuppone che ci siano delle tensioni che trovano un punto di equilibrio, un punto di armonizzazione. Questo punto di armonizzazione quelli di noi che riescono a trovarlo in loro stessi, per lo più sono meno inquieti, se notate, sono meno ossessionati dalla ricerca di qualcosa di esterno, che possa dare loro quello che evidentemente non trovano in loro stessi. Ma è una ricerca difficile, è un punto di equilibrio, tra l'altro mai definitivo, sempre precario, proprio perché la condizione umana, non è appunto una condizione angelica, che non sia mai attraversata dal dubbio.

STUDENTESSA: Ma anche se la scelta estetica per definizione riguarda i sensi, poi, in verità, viene fatta anche in parte della ragione, perché vediamo che Don Giovanni si maschera e comunque il mascherarsi avviene in seguito a un procedimento logico, per cui tu non ti ritieni in grado di affrontare una cosa per come sei e senti la necessità di mascherarti. Quindi poi la scelta estetica diventa anche un po' una scelta logica, razionale, non è più affidata solo ai sensi.

CURI: Sì, credo che abbiate ragione, questa è una posizione che è stata espressa, avete colto, secondo me, un punto vero, quello che non esiste una scelta estetica pura, cioè una scelta totalmente irresponsabile. Questa è forse, come dire, una grande illusione, un desiderio che molti di noi avrebbero: poter fare una scelta puramente estetica senza doverne rispondere, quindi senza doversi poi trovare di fronte ad altri o a noi stessi, che chiediamo di rispondere di questa scelta. Scelte veramente irresponsabili credo che non ce ne siano. C'è un diverso livello di consapevolezza di questa responsabilità.

STUDENTE: Navigando in Internet, abbiamo scelto il sito riguardante Vittorio de Sica, in quanto è il protagonista di un celebre film di Roberto Rossellini, che si intitola: Il generale Della Rovere. Abbiamo scelto questo sito perché in qualche modo il protagonista, Vittorio De Sica, ha un cambiamento durante il film: all'inizio è un vero e proprio Don Giovanni, mentre poi alla fine, posto davanti a una scelta eroica si mette in gioco e quindi compie in qualche modo una scelta etica. Quindi nell'uomo sono presenti ambedue le caratteristiche?

CURI: È un bell'esempio questo che è stato trovato, anzi tutto perché tratto da un testo che non è un testo scritto, non è un libro. È un testo cinematografico, cosa che ci fa capire un punto, che io raccomanderei ai giovani, e cioè di rendersi conto che i testi intorno ai quali lavorare e sui quali esercitarsi proprio filosoficamente, cioè ponendo delle domande, interrogandoli, non sono soltanto i libri. Testi possono avere la natura più diversa, un melodramma straordinario, qual'è il Don Giovanni di Mozart, o un'opera dell'arte figurativa, o i film, sono dei testi che possono essere suscettibili di una lettura di carattere filosofico, il che vuol dire che possiamo trovare in questi testi poste alcune delle domande fondamentali che riguardano la condizione umana. E Il generale Della Rovere sicuramente è qualcosa di questo tipo, è appunto una figura che esordisce come piccolo, modesto, direi quasi impiegato del piccolo malaffare, non ha la statura del personaggio eroico. E poco alla volta, per una serie di equivoci viene incarcerato, identificato per essere uno di coloro che tengono le fila della Guerra di Liberazione Nazionale della Resistenza, e c'è questo processo molto interessante, per il quale egli alla fine si immedesima con la persona che gli altri credono che egli sia e alla fine ne assume anche il rigore morale, preferendo morire e quindi sacrificarsi - appunto una conclusione da eroe - piuttosto che cavarsela raccontando la verità. È questo, mi pare, un caso emblematico, che, mi pare, possa chiudere bene la conversazione che abbiamo fatto oggi. È un caso emblematico proprio perché ci fa capire come ci sono delle scelte che spesso diventano più importanti di altre, anche se dobbiamo sempre tenere presente che con questa scelta il protagonista del film muore, e quindi le scelte più importanti sono sempre scelte nelle quali ci mettiamo in gioco.


Biografia di Umberto Curi

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