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Natoli: Quest'introduzione ci dà la traccia del tipo di ragionamento che possiamo
sviluppare. Si parla sempre di crisi dei valori. Qualsiasi fatto succeda come, si dice:
"Eh, non ci sono più valori". Molto probabilmente però non si capisce bene che
cosa vuol dire che questi valori sono in crisi. Anche perché la parola
"valore", nella morale, è una parola molto tarda. Nei tempi antichi, nelle
antiche società, ma fino all'Ottocento, anche in alcune propaggini novecentesche, quando
si parlava di vita morale, il concetto dominante non era valore, il concetto dominante era
il "bene", la differenza tra il "bene" e il "male". E la
definizione del "bene" nel mondo antico era anche abbastanza semplice, perché
il "bene" si identificava col costume ordinario, colla vita di una comunità,
colle regole che si ripetevano attraverso la tradizione. E quindi l'atteggiamento etico
era sostanzialmente un atteggiamento di conformità a queste regole. Poi, più avanti, si
è sviluppato questo concetto meglio, dicendo che l'oggettività del "bene"
consiste nel seguire la natura, perché si partiva dall'idea che la natura avesse un
decorso, e un decorso obbligato. Staccarsi dalla natura, violarla, significava appunto
fare il "male". Allora conformità alle condotte di una comunità, conformità
alle regole della natura. Allora il "bene" e il "male" erano molto
evidenti, molto chiari. Essere difformi dalla tradizione diventava "male",
essere difformi dalla natura diventava "male", essere conformi diventava
"bene". Ed erano società fondate fondamentalmente sulla obbedienza. Le regole
si trasmettevano di generazione in generazione e, attraverso questo, le società si
conservavano, perché la morale, che noi facciamo coincidere molto spesso con il dovere;
è qualcosa di più. La morale è una strategia che nel tempo l'umanità ha elaborato per
conservarsi, per riuscire, per vivere. Ecco, nella modernità le comunità naturali
cominciavano ad allentarsi. Si partiva, si andava per il mondo. Gli uomini non morivano
più dove nascevano, conoscevano altre realtà, altre storie, altri popoli. E questo
metteva in crisi i valori originari, i valori di appartenenza. E allora in questa
dimensione il valore tende sempre di più a staccarsi dalla oggettività del bene, per
diventare invece la scelta di un individuo, il termine di una valutazione del soggetto. E
allora nella modernità fondamentalmente il soggetto diventa il titolare del valore,
perché valuta. E allora capite bene che dalla oggettività del "bene" si passa
alla prospettiva della valutazione. Il valore è qualcosa che si scambia. Ecco, il termine
nasce dall'economia. Il valore si patteggia, si scambia, si contratta. E dalla moderinità
il sistema dei valori è diventato un sistema di accordi-disaccordi. Lo stato moderno
nasce in base al "patto" e, così, avanti. E in questa situazione, per evitare
il relativismo, che cosa ha fatto la modernità? La modernità ha cercato di costruire
progetti universali di valore. Allora i grandi ideali, dalla Rivoluzione francese in
avanti, erano ideali universali e, nello stesso tempo, salvaguardia delle prerogative
individuali. Allora la modernità è in questa tensione forte, tra un progetto di
universale e la istanza a garantire i successi personali, i successi individuali. E
questa, questa è stata la tensione tra particolarismo soggettivo e universalismo etico. E
i grandi ideali, i grandi totalitarismi, il comunismo, i grandi progetti di trasformazione
erano dei progetti in cui si cercava di combinare insieme l'estrema libertà dei singoli,
ma anche la realizzazione complessiva della comunità e della società.
Lei pensa che ci siano valori assoluti, valori che sono da mettere in primo piano per far sì che la società vada in modo giusto? Direi, per essere un po' breve nella risposta, che, se è vero che l'oggettività del
bene è tramontata, non si capisce in modo concreto fino a che punto una cosa è
assolutamente buona o no. C'è tuttavia un criterio in base a cui la valutazione può
essere condivisa tra gli uomini. Ed è fondamentalmente questo: il valore che noi
assumiamo nella società moderna, il valore "residuo", ma importante, è quello
della libertà.
Molto spesso si è parlato di svalutazione dei valori, si è anche detto che "tutto equivale a tutto" Come si può discriminare tra ciò che è bene e ciò che è male, se poi tutto viene messo allo stesso livello? Tutto viene messo allo stesso livello, appunto se si considera la libertà come puro
arbitrio. Riprendo la domanda di prima. Se per libertà intendiamo che l'uomo può vivere
senza nessuna condizione, e quindi lui è autore incondizionato della propria vita, allora
questo soggetto può esser capace di tutto, dalla distruzione del mondo
all'autodistruzione. Normalmente il risultato è l'autodistruzione. Perché? Perché,
nonostante nella libertà incondizionata ci sia una voglia di onnipotenza, gli individui
non sono una potenza infinita. Noi siamo puntuazioni di forza, siamo una quantità di
potenza finita. Qual è l'assurdo della libertà incondizionata, di questo volersi a ogni
costo? Di sentirsi potenza illimitata. Questo è pericoloso per il mondo, è pericoloso
per sé e porta alla catastrofe.
Non sarebbe più facile e comodo vivere senza valori? Direi che in parte ho risposto a questa domanda. Cosa vuol dire vivere senza valori? Vivere senza valori vuol dire vivere senza valutare, cioè senza prendere posizione nei confronti della realtà, senza essere responsabili, non solo nei confronti degli altri, ma essere responsabili di se stessi. Io dico che l'uomo è riuscito, riesce, quando diventa titolare della sua finitezza, cioè si rende conto di quello che può fare, di quali sono le sue forze, di come deve rapportarsi con gli altri. Queste sono le strutture fondamentali dell'etica. Allora non avere valore, non avere prospettiva sulla realtà, vuol dire non avere neanche prospettiva su di sé. E quindi colui che pretende di vivere senza valore si autodissolve. Infatti in genere chi è.., il soggetto che vive senza valore - e lo vediamo nel nostro mondo - tende a liberarsi dal tempo, perché il tempo è una figura della responsabilità. Basta pensare a un appuntamento. "Appuntamento" vuol dire andare a incontrare una persona. Se si va in ritardo non la si trova. E la vita è fatta di appuntamenti, che vuol dire finitezza, che vuol dire rapporto, che vuol dire - ecco l'altra parola - "impegno". Essere senza valori vuol dire anullare il tempo. Ma noi siamo tempo, perché nasciamo, moriamo. Annullare il tempo vuol dire pretendere di essere Dio. Ma siccome non siamo Dio, chi vive senza valori è un Dio mancato e quindi il suo destino è l'autoddissoluzione. Noi possiamo cambiare i valori, criticare i valori, costruire i valori, ma non possiamo fare a meno dei valori.
Sicuramente esiste una crisi dei valori, ma secondo me la crisi comunque è un fenomeno che può avere anche risvolti positivi. Infatti anche dall'etimologia della parola: "crisi" appunto "scelta". Quindi si vengono a creare con questa crisi nuovi valori. Quindi tutti i giovani hanno la possibilità di scegliere tra nuovi valori e quelli vecchi. Questo appunto potrebbe creare anche poi un divario, un divario generazionale tra i vari valori. Lei che ne pensa? La crisi è un fenomeno non solo negativo, ma molte volte è un fenomeno di crescita.
Nelle malattie un tempo si parlava di punto critico, in cui il soggetto o moriva oppure
passava verso un cammino di guarigione, di ripresa. Il punto critico quindi è un punto di
passaggio, di scelta, e quindi anche di avanzamento. La crisi non è di per sé negativa.
Il problema è: come si esce dalla crisi, come si risolve la crisi, come si è all'altezza
della crisi.
Di crisi dei valori già si poteva parlare trent'anni fa, più o meno, diciamo nel '68 e da lì in poi. C'è questa crisi continua, fino ad oggi. Secondo lei potrà mai finire questa crisi che già da trent'anni è in atto. E poi nel '68 già non si pensava di aver risolto più o meno questo problema della crisi con nuovi valori, che invece adesso probabilmente non ci sono più? I punti di crisi nella storia della modernità sono tantissimi, si potrebbe anche
arretrare, ma il problema appunto non è di ricostruzione. Andiamo alla sostanza della
domanda. Certo, nel '68 c'è stata una crisi, una crisi che ha avuto la caratteristica
fondamentale di dissolvere - parliamo per esempio per l'Italia - i vecchi quadri della
tradizione morale. Prendiamo alcuni esempi significativi. Si è messa in questione la
famiglia, cioè il vincolo obbligato della famiglia. E' stato tematizzato, è emerso il
tema della liberazione sessuale, un diverso uso della corporeità. Si è sviluppato
fondamentalmente - si è sviluppato e si è incrementato - un processo che era iniziato
con la modernità, come dicevo prima. Nella modernità si apre questo orizzonte, che rompe
la tradizione, cioè questa nave che parte. E Nietzsche quando parla del moderno e poi
anche della sua contemporaneità, parla del columbus novus, il nuovo colombo,
che apre le frontiere di un mare aperto, cioè questa prora di nave, che taglia, ecco.
Allora in questa operazione, in questo cammino, in questa prora, in questa vela, che
frange le onde, ci si stacca dalla terra, che è pensata come stabilità. Il mare è
l'azzardo, è l'impresa, il rischio. Ecco, da questo punto di vista è la possibilità di
scoperta di nuove terre, di nuove frontiere, di fondare nuove città, nuovi popoli. Tutto
il modello dell'utopia. Allora qui la trasgressione si lega a un'altra parola,
"costruzione"; Il viaggio è l'avventura, la scoperta, la costruzione di mondi
nuovi. Ecco allora i due momenti - già rispondevo -, le due facce della crisi: tagliare
col passato per diventare fondatori di morale, non dissolutori di morale, fondatori di
morale, essere creativi in questo senso: costruire nuovi rapporti. Ma per abitare la
terra. Costruire nuovi rapporti, per fecondare patrie che si scoprono e si conoscono. Ecco
questo è il cammino. Però il modello della nave - e questo vale per Nietzsche - non è
soltanto la scoperta, le nuove terre, il cotruire nuovi valori, ma la nave è anche la
deriva, l''aridità. Il mare come dicevano i Greci, è "infecondo", se non si
pianta niente. Sono flutti, naufragio. Se non si diventa costruttori, se non si raggiunge
una nuova terra - e in fondo Nietzsche in questo è stato troppo preso dal pathos del
rischio - se si pretende di potere vivere nella aridità del mare, allora a questo punto
si fa naufragio.E' il tema del sentirsi assolutamente liberi. Trovare la terra vuol dire
trovare un nuovo vincolo. Ecco questo è il significato della modernità. Ecco, allora
queste crisi si sono sviluppate e nella storia della nazione, nella storia italiana, il
68 è stato una emergenza di queste crisi. Allora vecchi valori, per esempio
l'integrità della famiglia, i tabù sessuali, che nella pratica erano infranti, ma non
era esplicitamente tematizzata questa libertà come un diritto, come un diritto alla
fruizione della propria corporeità, e poi sul piano della politica.
Secondo lei esistono dei valori principali su cui ci si deve basare per la ricerca di altri nuovi valori? I valori devono essere interpretati in maniera soggettiva, oppure devono essere, inculcati in maniera passiva, per esempio dalla famiglia, oppure dalla religione, e quindi si deve fare affidamento a dei valori assoluti? Cosa ne pensa? Direi che nel mondo in cui noi viviamo non possiamo pensare il valore in termini
contenutistici, del tipo: "Fai questo, che è bene, sempre, in ogni caso; non fare
questo, perché è male sempre e in ogni caso". Questo suppone una società statica.
Già Aristotele aveva capito che le cose non stavano così, quando aveva detto che
"l'essenza della morale sta nella "mesotes"", nel "giusto
mezzo", cioè a dire tra gli estremi trovare il momento della moderazione, del giusto
mezzo. Aristotele, quando parlava di "giusto mezzo", non intendeva gli estremi,
come gli estremi di un segmento, di cui sono noti i limiti. Questo è un modo sbagliato.
Aristotele, quando intendeva il giusto mezzo, intendeva l'appuntamento col tempo. Cioè in
questo momento qualè il giusto mezzo. Per cui non c'è una ricetta. I due limiti, noi
sappiamo sempre qualè il mezzo. Sarebbe anche il mezzo un contenuto. Mentre per
Aristotele il mezzo è un'azione, cioè nella circostanza capire quello che è
moderazione, che non è estremo, l'appuntamento col tempo, che i Greci chiamavano
kairoi, cioè essere, l'appuntamento giusto con la situazione.
Lei prima ha parlato di morale e di trasgressione. Morale e trasgressione, per essere tali, implicano necessariamente l'esistenza di regole. Sono le regole che discendono direttamete dai valori o sono i valori che discendono direttamente dalle regole? La domanda è interessante. Intanto tra regola e valore non c'è lo stesso significato, ma c'è una familiarità, nel senso che, se il valore è un patto su cui ci si accorda, nel senso che lo si valuta positivamente, dà successo al nostro rapporto nella vita, perché abbassa la crudeltà, ci permette di vivere meglio - ecco questo è il valore patteggiato, cioè il reciproco interesse che è la realizzazione collettiva, poi, ecco -, allora in questo senso il valore è una regola di condotta, come strategia di riuscita di una comunità e di un a società. Ecco allora, se è vero questo, il valore tende sempre di più a strutturarsi, a conformarsi come una regola, ma non tanto nella dimensione repressiva dell'obbligo, quanto dell'orientamento. La regola è qualcosa che orienta, che indica, che indirizza, la regola è quello che chiunque di noi apprende per fare una cosa. Per suonare il pianoforte ci sono regole, per usare il computer ci sono regole. La regola ha una funzione non di repressione, ma di orientamento. Detto questo, non ci può essere trasgressione se non c'è norma. Uno dei pericoli del nostro tempo, - e io qui lo avanzo come un discorso indicativo - è che noi siamo in una società che, avendo distrutto le regole, non riesce più neanche a trasgredire. Oggi siamo in una società anomica. Ecco perché allora c'è la vita istantanea, l'atto brutale, l'ubriacarsi, l'uccidere immediatamete, senza responsabilità e senza motivo. Uno dei pericoli della nostra società è che non esistono più neanche motivi per il male. Il male è l'assoluta banalità. E oggi quindi non ci può essere trasgressione. Una volta la trasgressione era segno di libertà. Oggi non si può più trasgredire e quindi c'è una crisi di identità. Ecco il movimento autodissolutorio, che l'assenza di riferimento e di regole produce in alcuni uomini. Per altro verso nella società si patteggia e molto e tanto. Ecco, dico questo per avviarmi un po' ad una riflessione conclusiva, che voi potete ricavare guardando quell'oggetto lì, ecco, che può essere un po' emblematico di questa situazione. Come vedete è un segnale stradale, che è un bivio, ma potrebbe essere immaginato come un trivio, un incrocio di vie ecco. Se un modello dell'etica antica classica poteva essere il focolare, il tavolo, la comunità, dove tutti stavano lì, trasmettendosi la tradizione, se l'idea della modernità può essere la nave, con il vantaggio dell'impresa, dell'avventura, ma anche il rischio del naufragio, se c'è onnipotenza, ecco il crocicchio, il crocevia è che noi andiamo nel mondo, camminando e incontrandoci per strade diverse. E là dove ci incontriamo, se vogliamo vivere, dobbiamo accordarci, dobbiamo fare comunità, dobbiamo attendarci, ecco. Essere capaci di trovare tende lungo il nostro cammino. E le tende è appunto darsi regole. Non è importante l'origine nella nostra società, lo è sempre meno. Non è importante neanche la meta, non è importante dove arrivare, ma il saper transitare, il sapere stare su questa terra. E voglio concludere questo mio ragionamento, portandovi un esempio, tratto dalla Bibbia. Voi sapete che il popolo ebreo andò nel deserto dall'Egitto e Dio promise a questo popolo che avrebbe raggiunto una terra, dove c'era latte e miele, una terra di ricchezza, di fecondità. Ma questo messaggio che Dio diede al popolo ebreo, lo diede a un popolo ancora bambino, poco maturo, che aveva bisogno di sogni per ancdare avanti. La terra che grondava latte e miele. Aveva bisogno di questo sogno di pienezza, per andare avanti, perché non era maturo. Ma nella Bibbia c'è un'altra parola importante. Cosa vuole Dio dal popolo? Tu devi diventare un popolo di sacerdoti e di santi. Questo devi diventare. Il fine non è tanto raggiungere la terra di latte e miele, ma diventare un popolo di sacerdoti e di santi. Se noi siamo capaci di etica, cioè di mettere in accordo il sentimento della nostra libertà con il sentimento della comunità, se noi siamo capaci di etica, allora facciamo fiorire il deserto. Non è necessario uscire dal deserto. La nostra azione morale nel passaggio fa fiorire il deserto. Se siamo capaci di patteggiare valori, possiamo far fiorire il deserto. Se non siamo capaci di questo, anche se vivessimo in un meraviglioso giardino, questo tornerebbe a essere deserto. Questo vuol dire diventare capaci di morale. E concludo con un altro pensiero. Il patto è un accordo di interessi. Ed è una cosa buona, direi anche necessaria, ma non è il massimo. Soltanto nel dono c'è una anticipazione assoluta. Se l'etica si costruisce solo sul patto, in fondo è motivata dall'interesse. Lo scatto più grande è essere disponibili all'altro. E questo è il dono. E c'è una parola che lo contrassegna, che si chiama "amore". Il culmine dell'etica è la capacità di amare. Trasmissioni sul tema I valori
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