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Liceo classico "Plauto" di Roma(Spinaceto) BARONCELLI: Buongiorno. Siamo qui per parlare di tolleranza. Io mi chiamo Flavio Baroncelli, insegno Filosofia morale all'Università di Genova e il motivo per cui mi sono interessato un po' tutta la vita del problema della tolleranza è il fatto che da ragazzo, più o meno alla Vostra età, partecipavo a dei campi di lavoro come volontario di un'associazione internazionale pacifista, dove persone di tutte le culture, di tutte le nazioni lavoravano tranquillamente insieme in armonia. E quindi, da quell'esperienza, nacque la curiosità di capire come mai esiste l'intolleranza nonostante questa possibilità di vivere tranquillamente insieme. Direi che possiamo vedere una scheda filmata per introdurre la discussione.
BARONCELLI: Mi sembra di capire dalla Sua domanda, che Lei si chiede se deve tollerare anche eventuali veli che le persone hanno davanti agli occhi, che non Le fanno vedere quella che per Lei è la verità. Cioè tollerare che pensino delle cose che Lei ritiene sbagliate. Penso che ci sia questo dovere. Vede la tolleranza era partita proprio come sopportazione. Allora, si pensava che qualcuno fosse in errore e si pensava che questo fosse un male, ma per qualche altra ragione si sopportava questo. Qualcosa di questo tipo di tolleranza io credo che sia vivo ancora adesso, perché credo che abbiamo davvero il dovere di tollerare, di discutere naturalmente, di cercare di capire e di far capire. Però arriva il momento in cui noi dobbiamo tollerare anche cose che ci danno fastidio e che ci sembrano sbagliate. Cioè dobbiamo venire a compromessi con i nostri principi, quando questi non siano proprio principi fondamentali. STUDENTESSA: Recentemente Negli Stati Uniti si è cercato di eliminare dal Natale tutti quegli elementi prettamente cristiani che vi sono in questa festività, per paura di offendere le altre religioni. Non Le sembra questo un concetto degenerato di tolleranza? BARONCELLI: Bisogna stare attenti quando si parla di quello che succede negli Stati Uniti. Spesso succede una cosa in una città e noi diciamo che succede in America; uno dovrebbe sapere esattamente che cosa è successo. C'è in generale una certa attenzione negli Stati Uniti per tentare di far diventare davvero più neutrale l'ambiente in cui diverse culture vivono. Ci sono tante cose che a noi sembrano ovvie, naturali, neutrali. Per esempio, il Natale. Io per esempio faccio dei regali a mio figlio, che è un figlio adottivo, è turco. Glieli faccio a Natale e lui si stupisce. Non li vorrebbe a Natale. Ecco. Cioè c'è sempre da imparare quanto la storia ha raggrumato sulla natura, c'è sempre da imparare quanto poco neutrale è la nostra cultura. Porsi il problema della tribalità del Natale non mi sembra una brutta idea. Certo poi queste cose possono essere realizzate anche in modo ridicolo, ma tutto può essere fatto in modo ridicolo. STUDENTESSA: Ma non Le sembra che alla base di tutti questi discorsi sull'intolleranza e sul razzismo ci sia un concetto sbagliato di uguaglianza? Cioè chi si pone non razzista, comunque, nello stesso tempo ha un concetto di uguaglianza, per cui noi tendiamo a vedere l'uguaglianza come qualcosa per noi di diritto, mentre per gli altri è qualcosa che bisogna che conquistino. BARONCELLI: Questa è una domanda veramente fine. Cioè, è vero, noi abbiamo, quando si danno giudizi per esempio sui progressi dell'uguaglianza, in particolare negli Stati Uniti, ma poi questo succederà anche qui, vedrete, questi giudizi non vengono mai dati a partire dal fatto che l'uguaglianza dovrebbe essere il punto di partenza, ma vengono dati a partire dal fatto storico che l'uguaglianza non c'era e quindi tendiamo a considerare un grande progresso, che per esempio, gli afro-americani siano quasi uguali e pretenderemmo che loro facessero delle manifestazioni di gioia perché non sono più schiavi, perché hanno acquisito più diritti, eccetera. Spessissimo noi abbiamo questa mentalità. I diversi giudizi sui progressi dei diritti civili negli Stati Uniti e sui progressi, diciamo, delle minoranze, vengono spessissimo da questo stupido punto di vista che noi abbiamo. STUDENTE: Dobbiamo tollerare l'intolleranza? BARONCELLI: No. Anche se si crea uno pseudoparadosso, direi di no. È chiaro che una risposta precisa dipende poi dagli esempi concreti. Normalmente si pensa che dottrine religiose e politiche che in qualche modo sembrano, logicamente quasi, portare chi le osserva a comportamenti intolleranti, possono essere tollerate in quanto appunto dottrine, in quanto appunto discorsi, e che si debba invece, come dire, punire, sanzionare solo le azioni intolleranti. STUDENTE: Non è più facile che la tolleranza accolga nel suo circolo un intollerante piuttosto che lo escluda? Se ciò non accade andiamo di fronte a un'altra intolleranza, perché è sempre più facile che un intollerante diventi tollerante piuttosto che venga escluso e rimanga sempre nel suo punto di vista. BARONCELLI: Ti sei dato una stupenda risposta. Uno dei motivi per cui bisogna tollerare il più possibile, anche chi predica intolleranza è proprio il fatto che si spera che impari a essere tollerante. Bisogna anche, credo, essere un po' saggi in questo tipo di cose e rendersi conto che gli uomini non sono quasi mai coerenti, che milioni di adepti a partiti che avevano dentro la loro dottrina progetti, anche sanguinari, in realtà poi hanno passato la vita a fare i buoni cittadini e questi progetti sanguinari non li hanno mai realizzati. Quindi sarebbe un grave errore andare a vedere nelle dottrine, e dire: "Ah, ma se tu sei coerente con questa dottrina, allora poi diventerai violento e intollerante". In realtà la vita comune può essere spesso più forte poi di quelle dottrine. Ecco, uno può, prima di andare a letto, ricordarsi e dire: "Ah, ma io dovrei massacrare il mio nemico". E poi vivere tutta la giornata. Ecco, bisogna saperlo questo, non essere sempre in allarme. STUDENTE: Dunque è più giusto tollerare? BARONCELLI: Sì, certo. Ma non le azioni, perché, quando con le azioni si tolgono le libertà altrui, allora la cosa è diversa. C'è il Codice Civile che dovrebbe impedire di fare queste azioni. STUDENTESSA: Professore, il male permesso fa parte della bontà? BARONCELLI: Penso che ci sia male e male. Forse ci potrebbe aiutare se vedessimo l'intervista a quel filosofo. Magari Le rispondo dopo, una volta che abbiamo ascoltato quest'intervista, perché c'è una parte della risposta.
BARONCELLI: Ecco, mi sembra che nell'ultima parte di questo discorso ci sia un inizio di risposta alla Sua domanda. Allora, se per male intendiamo la sofferenza delle persone e noi tolleriamo che le persone soffrano senza cercare di fare qualche cosa, io penso che questo non sia la tolleranza buona, diciamo. Dovremmo essere intolleranti nei confronti del male inteso come sofferenza delle persone. E allora anche intolleranti nei confronti di chi ha dei comportamenti che provocano sofferenza tra le persone. Però può esserci anche un'altra concezione di male. Uno potrebbe intendere: "Devo tollerare il male in un senso morale o in un senso religioso, che non abbia a che fare con la sofferenza delle persone, con la sofferenza o la dignità delle persone, sofferenza non solo fisica, ma anche forte sofferenza morale". Allora io devo tollerare quello che per me è male nel comportamento delle persone, quando non ha queste conseguenze. Secondo me, sì. Secondo me la parola "tolleranza" ha un senso anche di sofferenza, di sopportazione, proprio perché io debbo essere capace di capire fino in fondo, che per altre persone quello che per me è male non lo è, e devo capire che è più importante riuscire a vivere insieme, riuscire a vivere in pace con persone che la pensano diversamente, piuttosto che tentare di togliere questi tipi di mali. Ma ovviamente non c'è in questo elenco di mali da tollerare, per esempio, togliere i diritti ad altre persone. STUDENTESSA: Ma non c'è una sorta di contraddizione se noi diciamo che non dobbiamo tollerare chi fa del male? BARONCELLI: Mi faccia Lei qualche esempio. STUDENTESSA: La pena di morte! BARONCELLI: Lei ha trovato proprio un caso limite, difficilissimo. Complimenti! Ciò rende tutto difficile; allora, se Lei considera che la pena di morte sia una lesione dei diritti umani fondamentali, ha ragione a cercare di toglierla. Perché chi dà la pena di morte, non ha semplicemente un comportamento che Lei considera male, come potrebbe essere, che so io, avere dei comportamenti sessuali che Lei considera innaturali, o cose di questo genere. Ma fa delle cose ad altre persone. Fa delle cose al corpo, all'anima di altre persone. Allora in questo caso Lei farebbe bene a non tollerare la pena di morte, dove ovviamente, per non tollerare la pena di morte, spero che Lei non andrà in giro a sparare alla gente, ma attui dei processi pacifici per cercare di eliminarla. STUDENTESSA: Professore, fino a che punto devo tollerare per essere tollerante? Diventerei un'intollerante, se non tollerassi l'ingiustizia? BARONCELLI: Se io - è chiaro che grammaticalmente funziona -, non tollero l'ingiustizia, sono intollerante a proposito dell'ingiustizia. E allora? Cioè non mi spaventa il fatto che il termine intollerante, relativamente all'ingiustizia, possa essere applicato o meno. Io sarei fiero di essere intollerante nei confronti delle cose che non vanno tollerate, per esempio la sofferenza gratuita altrui. Sarei molto preoccupato se, per ragioni logico-grammaticali, mi ritrovassi a tollerare i campi di sterminio, solo perché nessuno possa dirmi: "Ah, ma allora sei intollerante anche tu! Non tolleri i campi di sterminio". STUDENTESSA: Quindi dovrei essere intollerante nei confronti dell'ingiustizia? BARONCELLI: Certo. Normalmente non usiamo la parola intollerante in questo senso, però nessuno vieta ai suoi nemici di dirLe: "Ah, ma tu sei intollerante, vedi, nei confronti dell'ingiustizia!". Spero che Lei non si preoccupi di una critica di questo tipo. STUDENTESSA: È più facile tollerare o essere intolleranti? BARONCELLI: Vi è mai capitato, non so, sull'autobus, di vedere quelli che improvvisamente partono e fanno un comizio contro gli immigrati? E fanno proprio una scena che abbiamo già visto tante volte al cinema, cioè è una scena che si ripete sempre uguale. Una persona - e noi lo capiamo in qualche modo che è una persona piena di complessi, di problemi, eccetera - che ha trovato il momento adatto per essere protagonista, per essere un personaggio pubblico, per essere, per un attimo - forse è l'unica volta nella sua vita -, un leader, perché è sicuro di avere il consenso e di non correre nessun rischio, perché gli immigrati sono deboli, da tutti i punti di vista. No? Allora, io so di avere consenso e so di non avere sanzioni, perché gli immigrati non reagiranno. Ecco, se una persona ha quel tipo di problemi, certo, è più facile essere intolleranti, che essere tolleranti. Perché c'è un ambiente che rende facile fare queste cose. Non ci sono sanzioni, anzi ci sono dei premi psicologici. Quello si è sentito un leader per un momento, no? Allora è chiaro che dipende dalle circostanze. Certo che tollerante in senso buono è una virtù e viene considerata una virtù. Di una persona diciamo che è tollerante senza aggiungere altre qualifiche . E intendiamo che è una persona virtuosa, insomma, proprio perché la tolleranza si dimostra solo quando c'è l'intolleranza. E allora, quando c'è l'intolleranza, essere tolleranti è difficile. Voglio dire: noi non potremmo dire propriamente che in questo momento siamo tolleranti nei confronti, che so io, degli omosessuali americani. Non c'è nessun omosessuale americano, non c'è nessuna situazione. La tolleranza si dimostra là dove c'è l'intolleranza; in situazioni normali è difficile essere intolleranti, non se ne parla neanche. STUDENTESSA: Ma Lei non crede che in alcuni casi la tolleranza possa anche identificarsi con l'indifferenza oltre all'aspetto prettamente positivo dato al termine? BARONCELLI: Purtroppo la parola "tolleranza" si può usare in tantissimi modi. E si può intendere anche "indifferenza". Intendiamoci io non ce l'ho con l'indifferenza, non sono così contrario all'indifferenza. C'è tanta aggressività che, tutto sommato, una persona indifferente comincia già a andarmi bene. È forse sulla strada verso la tolleranza. STUDENTESSA: Però quando si identifica con il disinteressamento nei confronti di ciò che succede intorno, non so quanto possa essere considerata un atteggiamento positivo. BARONCELLI: Se fossi membro di una minoranza oppressa, perseguitata, sono quasi sicuro che avrei una scala, in cui prima ci sono quelli che mi perseguitano, poi ci sono gli indifferenti, che cominciano già a piacermi parecchio di più e poi ci sono quelli che mi aiutano. Semplicemente questo. È chiaro che la cosa migliore sarebbe che gli indifferenti diventassero tutti attivi, come persone tolleranti. Ad un indifferente propriamente non è direi che è tollerante, perché, effettivamente se non fa nessuna fatica, non ha nemmeno a che fare con il fenomeno. Sì, è giusto distinguere tolleranza e indifferenza, in fondo. Però guardi che, se al mondo fossero tutti indifferenti dal punto di vista, per esempio, delle libertà religiose, delle diversità religiose, avremmo già fatto un bel passo avanti! Indifferenti nel senso non turbati dal fatto che altre persone, rispettando le leggi e i diritti altrui, hanno un modo di vita completamente diverso. Sarebbe già un bel passo avanti. Siamo talmente indietro che quello sarebbe un passo avanti. STUDENTESSA: Ma in tal caso non sarebbe indifferenza. In tal caso sarebbe accettare differenze e diversità di altre persone, accettarle in maniera positiva. Io pensavo all'indifferenza nel momento in cui consideriamo il diverso, ma lo ignoriamo. Cioè tollerare: non mi oppongo, però non accetto neanche, non sostengo che possano esistere altre diversità, ma nello stesso tempo non gli vado contro. Semplicemente vivo per la mia strada. BARONCELLI: Di fatto forse, nella concretezza della vita, gli indifferenti, in realtà, non possono essere del tutto indifferenti. In certe situazioni saranno oggettivamente complici dell'intolleranza che si applica, senza che loro cerchino di ostacolarla, per esempio. Ecco, l'indifferente che non reagisce, che non va in soccorso in nessuna situazione, non si può dire propriamente indifferente. C'è un dovere di soccorso. STUDENTESSA: Debbo tollerare anche quello che mi indigna come uomo, o l'indignazione è uno dei sentimenti cardine della tolleranza? Per esempio, lo sfruttamento dei bambini. BARONCELLI: Dunque, se l'esempio è lo sfruttamento dei bambini, credo che l'indignazione sia parte della tolleranza, cioè ritorniamo a quel tipo di cose che non vanno tollerate. Non si può essere tolleranti nei confronti di cose di questo genere. Cioè voglio dire: noi non dobbiamo vivere - volendo essere persone per bene -, non dobbiamo vivere la nostra vita dietro a questo semplice scherzo del vocabolario, per cui qualcuno ci può dire: "Ma allora sei intollerante!". Non ha alcuna importanza. Lo sfruttamento dei bambini, Lei mi cita un esempio su cui non ci sono dubbi. Perché uno dovrebbe impegnarsi ad essere gentile nei riguardi degli sfruttatori? STUDENTESSA: Quindi il tollerante si indigna per i mali della società? BARONCELLI: Certo. Però attenti, ci sono delle persone che si indignano ed hanno paura di cose che non fanno male a nessuno. Non so, voglio dire, se io mi indigno e ho paura, e penso che la mia società crollerà e che la mia cultura è sull'orlo dell'abisso, perché 17 bambine vogliono portare il chador a scuola, questa non è un'indignazione. La paura già fa parte dell'intolleranza, la facilità con cui la gente si indigna già fa parte dell'intolleranza. STUDENTESSA: Può l'ebreo tollerare il nazista o lo schiavo tollerare il padrone? Fino a che punto si può tollerare? BARONCELLI: Ma che cosa intende per tollerare? Cioè, lasciarlo fare? STUDENTESSA: No. Se il principio di tolleranza è comunque rispetto della opinione altrui, fino a che punto si può rispettare un'altra opinione? È umanamente possibile che un ebreo in un campo di concentramento abbia tollerato il nazista? BARONCELLI: Io non credo che il rispetto sia dovuto a tutte le opinioni. Non credo assolutamente questo. Mi riferisco ancora una volta a quella frase finale dell'intervista: una cosa è certa, cioè che la sofferenza delle persone - e non solo delle persone - e la loro dignità non debbono essere violate. Se non partiamo da un presupposto di questo genere, allora poi possiamo dire che noi rispettiamo tutto, ma non abbiamo niente in testa, non abbiamo niente in testa né nel cuore. STUDENTESSA: Sì, ma se le massime forme di intolleranza non vengono tollerate, allora che cos'è la tolleranza? È troppo semplici essere tolleranti. Se io non tollero ciò che è totalmente diverso da me e che mi lede in prima persona, allora come posso definire me stesso tollerante? BARONCELLI: Ma io cercato, ho già cercato di spiegarlo prima questo. Questo è un gioco linguistico. Normalmente si dice tollerante in un senso buono e si intende una persona con ampie vedute, che rispetta tutti e cose di questo genere; di qui viene poi il fatto che noi pretendiamo che la parola "tollerante" abbia un senso buono in assoluto. Ma tollerare vuol dire semplicemente "colui che tollera". E il giudizio che diamo su questa tolleranza, in realtà, dipende da cosa si tollera. Se io tollero che il mio vicino di casa venga torturato e squartato, sono grammaticalmente tollerante, nel senso che sto tollerando questa cosa orrenda. Ma questo è un fatto puramente grammaticale. Non sono ovviamente tollerante nell'altro senso, che usiamo più spesso, che allude al fatto di una persona che rispetta le altre. No? Io ho sempre notato questo: la parola "tolleranza" abbaglia. Deve avere per forza un significato positivo, in assoluto, senza precisazioni, senza oggettivazioni. E allora poi si cade in questo tranello. Non, non preoccupatevi troppo del razzista che Vi dice: "Siete intolleranti", preoccupatevi del fatto che quello lì è razzista, e di non esserlo voi. Poi i giochi grammaticali sono cosa diversa. STUDENTESSA: Perché lincomprensione genera da una parte paura e dall'altra disprezzo? BARONCELLI: Non è sempre così. Ci sono casi nella storia di incontri fra culture che sono andati benissimo nella reciproca incomprensione, perché l'uno mitizzava l'altro. La storia è così varia che ci sono anche casi di questo genere. Quindi bisogna vedere cosa si capisce e che cosa non si capisce. Certo, i casi più frequenti sono di incomprensione perché non c'è interesse. Cioè la cosa pericolosa non è tanto l'errore culturale, non è tanto il fatto che io sorrido e credo di sorridere a una persona per cui il sorriso significa un'altra cosa, perché poi ci vuol poco a capirsi, a mettersi d'accordo. Il problema è il disinteresse, che poi porta all'ignoranza, a inventare delle cose false ; disinteresse perché non vorrò mai ammettere fino in fondo che l'altro esiste davvero come l'altro o l'altra cultura esiste davvero come me. Normalmente il disprezzo e l'ignoranza hanno spesso dei vantaggi nella storia. Per esempio, l'Europa è sempre stata convinta per trecento anni che gli indiani d'America non coltivassero, perché questo serviva a dire che erano barbari. E la gente un po' non li vedeva, i campi coltivati, un po' non li voleva vedere, e gli intellettuali, per trecento anni, hanno sempre detto questo. Ma questo serviva per giustificare l'occupazione, perché, se uno non coltiva la terra, allora io ho il diritto di coltivarla. Nella storia poi le cose bisogna andarle a vedere e spessissimo c'è l'utilità del capro espiatorio, l'utilità della nazione inferiore, eccetera. STUDENTESSA: E perché alcune volte genera anche paura, allora? BARONCELLI: Diciamo che quello che non conosciamo ci fa paura; a volte ci fa paura, a volte ci incuriosisce. A volte abbiamo voglia di andare a guardare dietro. A volte può essere perfino una questione di atteggiamenti individuali, da come uno è stato educato. Penso che, se una persona è stata educata alla curiosità, la paura non gli viene. È un po' come la paura del buio. Se ti insegnano ad avere paura del buio, avrai paura del buio. Se uno ha dei genitori che hanno già paura tutte le volte che c'è uno che si tinge i capelli di verde, allora può darsi che se non reagisci diventi così. Io penso che dipenda fondamentalmente dall'educazione. STUDENTESSA: La tolleranza non indica forse un rapporto di disuguaglianza che mi pone quasi al di sopra della persona, dell'individuo che deve essere tollerato? BARONCELLI: Dunque, il problema dell'intolleranza non è un problema serio se chi è intollerante è più debole di chi non viene tollerato. Cioè, se io non tollero Lei, ma Lei è molto più forte di me, non è che si creino tanti problemi. Allora i problemi si creano quando c'è uno più forte che può fare del male o che fa parte in qualche modo di una maggioranza più forte che può fare del male. Allora, per forza, la tolleranza che conta è quella di quello più forte. STUDENTESSA: Già il fatto che io devo essere tollerato mi pone in una posizione di subordinazione, rispetto a colui che mi tollera. BARONCELLI: Diciamo che noi dobbiamo parlare di un diritto alla tolleranza. Non devessere come se uno mi facesse la carità. Ecco è chiaro che non è un fare la carità, perché essere tollerato è un mio diritto; non devo ringraziare nessuno se mi tollera. Ecco questo deve essere chiaro. STUDENTESSA: Sì. Ma d'altro canto una assoluta ed eccessiva tolleranza non può diventare permissivismo.? BARONCELLI: Mi può fare un esempio, per favore. STUDENTESSA: Se io tollero tutti i comportamenti di una persona, in nome dei suoi diritti, come diceva Lei prima, non potrebbe diventare, non dico libertinaggio, però ecco permissivismo. BARONCELLI: Io non vedo nessun motivo di tollerare che un immigrato musulmano compia un crimine. Se fossi il suo avvocato potrei usare la sua cattiva condizione per cercare di farmi dare delle attenuanti. Quello che, secondo me, devo tollerare è, per esempio, che faccia delle cose che per lui sono estremamente importanti, come musulmano, e che la nostra legge proibirebbe, come, per esempio, macellare gli animali in un certo modo, oppure, quando c'è la festa della pecora, organizzare arrosti di montone all'aperto, che magari le nostre leggi, dal punto di vista igienico, proibirebbero. Io sono convinto che queste cose vadano tollerate, perché c'è una sproporzione tra i motivi per cui noi le negheremmo e l'importanza che hanno per queste persone. Certo che se mi viene uno che per sua cultura ogni settimana deve ammazzare una persona, non mi viene neanche in mente di sopportare lui e la sua cultura. STUDENTESSA: Quanto influiscono il benessere e il livello culturale sulla tolleranza? BARONCELLI: Guardi Voltaire era convinto che quando tutti i paesi fossero diventati abbastanza ricchi, non ci sarebbe più stata intolleranza. Lo pensiamo ancora noi, ecco, e pensiamo che ci sia una relazione stretta fra benessere e tolleranza. Questo è solo parzialmente vero. In realtà Voltaire non poteva neanche al suo tempo immaginare un paese mediamente così ricco come era la Jugoslavia qualche anno fa. Nel Settecento non si poteva immaginare che si arrivasse a quei livelli di benessere. Cioè, se uno gli avesse fatto vedere il benessere della Jugoslavia di qualche anno fa, lui avrebbe detto: "Ne consegue che sarà un paese tollerante". E si sarebbe sbagliato. Quindi non ha una relazione così stretta. STUDENTE: La tolleranza è tale anche quando scade in comportamenti di facciata, come potrebbe essere il politicamente corretto il linguaggio non offensivo. BARONCELLI: Un linguaggio non offensivo potrebbe essere un atteggiamento di facciata. Diciamo una cosa molto banale, innanzi tutto, che noi tendiamo a svalutare le regole della buona educazione, perché appunto sono cose superficiali, di facciata. Normalmente le svalutiamo fino al momento in cui qualcuno si comporta in maniera maleducata con noi. Questo come base. Poi, c'è un tipo di linguaggio politicamente corretto, che, secondo me, ha un valore, ma non tanto per come ci si esprime, non tanto per il suo risultato comunicativo, che pure ha un certo valore, cioè evitare di dire, come dice un personaggio televisivo continuamente: "Porco Giuda!"; sarebbe già una bella cosa! Però la cosa più importante è che la gente si renda conto che la lingua c'è stata trasmessa da una storia, che è una storia di razzismo, di prevaricazione, contro le donne, eccetera. Queste cose si riflettono in larga parte nella lingua, ed è molto importante che gli appartenenti a quei gruppi, che non hanno mai avuto questo tipo di problemi - bianchi, maschi, eccetera, eccetera - si pongano questo problema. Un modo di ricordarsi che gli altri hanno più problemi di noi. Io penso che sia utile ricordare che gli altri hanno più problemi di noi. STUDENTE: Navigando su Internet ho trovato un problema di cui oggi abbiamo accennato:
se sia giusto o meno che le ragazze islamiche indossino il chador in classe. Infatti, alla
fine della pagina, c'è un sondaggio, dove vi sono BARONCELLI: Allora, c'è da precisare che l'opinione pubblica ha spesso pensato che fosse ingiusto perché pensava che fosse una specie di maschera. Non è vero. È semplicemente una specie di velo, per lo meno quello che è in questione, una specie di velo che è come quello che le nostre donne portano in Chiesa. Non ha niente a che fare col nascondere l'identità e cose di questo genere. Quindi escluso questo problema, che però ha fatto pensare a molti che si debba rifiutare il chador, io credo che questo sia un tipico caso di esagerazione della paura di noi occidentali. Noi prendiamo per nemici dell'Occidente delle ragazzine, che magari portano il chador per ragioni che sono molto lontane dall'aggredire l'Occidente, dal voler essere terroriste e cose di questo genere. È successo molto spesso. Questo è un caso di paura collettiva senza veri motivi. Biografia di Flavio Baroncelli Trasmissioni sul tema Etiche contemporanee
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