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RODOTA': Sono Stefano Rodotà, insegno Diritto civile all'Università di Roma La Sapienza. Sono Presidente dell'Autorità garante per la privacy e faccio parte del Comitato Etico dell'Unione Europea. Oggi parleremo proprio di Etica e diritto. Una scheda, ci aiuterà ad avviare la discussione.
STUDENTE: Buonasera. Io dovevo presentare l'oggetto simbolico che abbiamo scelto: è
una catena. Abbiamo preso spunto da una frase di Rousseau che nel 1700 affermava che:
"Gli uomini nascono liberi, ma ovunque sono in RODOTA': Si è detto molte volte che il diritto è uno strumento di imposizione della volontà dei gruppi dirigenti su tutti gli altri. Però nelle età moderne e soprattutto attraverso le Dichiarazioni dei diritti, che sono anche figlie del tempo in cui Rousseau scriveva, si è cercato di mutare il significato del ricorso al diritto. L'attribuzione a ciascuno di noi di diritti fondamentali, che lo Stato deve rispettare, che non può violare, significa anche avere potere nei confronti dello Stato. Questo diritti "dovrebbero", ci metto un condizionale, consentire a ciascuno di noi di spezzarle quelle catene. Naturalmente, detto questo, abbiamo solo fatto un primo passo, ci sono degli strumenti e si è obiettato che sono strumenti formali. Se all'affermazione del mio diritto di libertà non si aggiungono poi le possibilità concrete di esercitare la libertà, e cioè l'istruzione, il lavoro, la salute, la libertà, rimangono scritte sulla carta. Quindi il diritto non si può fermare alla proclamazione dei nostri diritti. STUDENTE: Ma quindi io mi posso anche opporre al diritto? Ma, se mi oppongo al diritto, è sempre mio diritto oppormici? RODOTA': Già nel Settecento, viene elaborato il cosiddetto "diritto di
resistenza": il cittadino può resistere alla tirannia, e quindi alle leggi ingiuste,
ha diritto di ribellarsi. Nelle nostre società democratiche il cittadino ha diritto di
operare perché le norme, le regole, che ritiene contrastanti proprio coi diritti
fondamentali siano rimosse, eliminate, ma può fare anche di più: agire perché siano
introdotte regole, che mi consentano di superare la mia situazione di discriminazione e di
oppressione. STUDENTESSA: Professore, in un caso limite, l'uomo deve seguire l'etica o il diritto? RODOTA':. Io vedo questa contrapposizione molto difficile da risolvere. Dove c'è una
regola giuridica vincolante, il problema è: rimango o no nella legalità? E' un vecchio
dilemma. STUDENTE: Professore, scusi, ma, se la legge impone la libertà agli individui, non è una violenza? Una libertà che è regolata dallo Stato. Quindi lo Stato in un certo senso ha una forma parallela di tirannide. E come se ci imponesse una libertà; ad esempio, io voglio protestare contro questa democrazia, ma se non accetto la democrazia, andrei contro la legge e quindi non ho più una libertà assoluta. RODOTA': In un paese democratico la possibilità del dissenso è uno dei diritti
fondamentali della persona, quindi anche il quadro delle leggi, delle norme deve partire
dalla affermazione del diritto di ciascuno a dissentire. Guardate che, quando si affermano
dei diritti, attraverso le leggi, questa è una garanzia per le minoranze, perché le
maggioranze la legge se la fanno con la forza del numero o con la forza del potere
economico. Quando io riconosco il diritto di libertà, non è una costrizione della legge,
è uno spazio che mi viene riconosciuto. STUDENTE: Ecco mi veniva da pensare, appunto in base a quello che Lei diceva, che uno dei problemi odierni della democrazia sia stabilire un diritto di libertà, un diritto di uguaglianza è anche un problema etico, in fondo Libertà da che cosa, in che cosa è uguaglianza? Quali sono i criteri in base ai quali si può perseguire l'ideale o il diritto di uguaglianza? RODOTA': Lei ha toccato la questione che è tra le più difficili, perché in nome
dell'eguaglianza, anche in questo secolo, si sono commessi molti delitti. Si è detto:
"Io vi voglio rendere uguali e per questo nego le vostre libertà, perché io ho il
criterio, il parametro per stabilire quali sono le condizioni dell'eguaglianza".
Quando si sceglie questa strada, c'è non solo la via dell'oppressione, ma si pone la base
di una diseguaglianza più forte. Perché c'è qualcuno che, in realtà, ritiene di essere
sopra gli altri e poter stabilire al loro posto. Non so se qualcuno di Voi ha letto quella
bellissima, apparente favola moderna che è La fattoria degli animali di Orwell, in
cui si dice: "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più eguali degli
altri...." STUDENTE: Ci sono molti casi in cui oggi etica e diritto sono in conflitto, in cui il diritto va a ledere la libertà dei cittadini. Per esempio, Lei si è pronunciato di recente sul tema delle intercettazioni telefoniche. RODOTA': Sì. Lì ci sono delle regole che sono state introdotte a difesa della libertà. Ma questa è l'affermazione: io intercetto, per esempio, per poter scoprire i criminali. I criminali sono persone che mettono a repentaglio i diritti, che sono la libertà personale, la proprietà, rubano, uccidono, rapinano. E quindi, in questo caso la legge sulle intercettazioni telefoniche, serve, in via di principio, a tutelare questi valori, e quindi la liberà di tutti. STUDENTE: Non le sembra che ne è stato fatto un abuso? RODOTA': E' questo il problema. Ci sono sufficienti garanzie? Abbiamo la certezza che le intercettazioni telefoniche sono adoperate solo nei casi in cui è strettamente necessario? E poi quali tutele hanno coloro i quali parlano con l'intercettato. Io sono un mascalzone, un mio interlocutore non lo sa. Mi racconta i suoi fatti privati, che non hanno nulla a che fare con le indagini. Questi fatti privati possono finire sui giornali di una persona del tutto estranea poi alla vicenda criminale, per la quale è stata predisposta l'intercettazione? Ma forse possiamo fermarci un momento, vedere che cosa ci racconta, uno studioso tedesco, proprio sui rapporti tra etica e diritto.
STUDENTE: Qual è il limite di legalità del diritto di resistenza? RODOTA': Ma ormai nelle democrazie è il principio di non violenza, perché si dice che la democrazia è anche uno strumento per risolvere in modo non violento i conflitti che esistono all'interno di un'organizzazione sociale. Però la premessa che rende possibile poi luso di mezzi non violenti è che lo Stato sia libero, che i cittadini siano rispettati nelle loro libertà, che il dissenso sia riconosciuto come diritto. Negli Stati totalitari quest'affermazione diventa più difficile. STUDENTESSA: È più etico che un tiranno prenda le decisioni per la comunità o che lo Stato, che si definisce democratico, poi subdolamente prenda queste decisioni per gli altri? RODOTA': Io direi che nessuna delle due cose è eticamente accettabile: né il potere del tiranno di decidere per tutti e quindi di imporre la sua volontà, né il sotterfugio democratico, se così lo possiamo chiamare, che nega la stessa democrazia. Perché una delle tante, infinite definizioni di democrazia che sono state date è anche quella di "governo del popolo" , ma anche "governo in pubblico", cioè decisioni trasparenti, conoscibili da tutti, controllabili da tutti. Ecco, dove è il punto essenziale. Non ci deve essere imposizione nella democrazia, ci deve essere decisone, il più possibile partecipata, di modo che tutti possano far sentire la propria voce, nella logica però che ci ricordava prima il giurista tedesco: tener conto del proprio punto di vista, ma anche del punto di vista dell'altro, perché lo snodo difficile in questo momento è rappresentato dal fatto - lo ricordava la scheda iniziale - che noi veniamo da una storia, da una tradizione di valori condivisi, profondamente fondati in una storia, ormai siamo al Duemila: la tradizione cristiana, che si è diffusa in tutto l'Occidente, che poi è stata arricchita anche da contributi di altre religioni e di altre culture. Le dichiarazioni dei diritti sono figlie anche della ibridazione di culture. Quando io oggi vedo i timori di alcuni di essere contaminati dalla presenza degli immigrati, delle altre culture, dico: ma se noi fossimo sempre stati chiusi, avari, gelosi, non avremmo avuto neanche le grandi Dichiarazioni dei diritti, che erano anche punto di raccordo tra culture diverse. Allora, oggi, uno dei punti giuridicamente ed eticamente più importanti è il riconoscimento dell'altro, la possibilità che, all'interno di un'organizzazione sociale, i diversi punti di vista possano convivere, confrontarsi, senza che nessuno pretenda di sopraffare gli altri. STUDENTESSA: È il diritto che si deve adattare all'etica o letica che si deve adattare alle regole del diritto? RODOTA': Io direi che c'è una eticità che il diritto deve mantenere. So benissimo che lo Stato moderno si è anche fondato su una divisione tra etica e diritto proprio per evitare che lo Stato, in nome dell'etica, possa utilizzare gli strumenti del diritto per imporre il punto di vista di pochi o di una maggioranza a tutti gli altri. Un grande pensatore liberale dell'Ottocento francese, Alexis de Toqueville, ha parlato di "tirannia della maggioranza", come problema della democrazia. Quindi il diritto non può violare, se così possiamo dire, alcuni principi che tante volte è lo stesso diritto che vuole. Noi viviamo in questo momento in stati costituzionali. Le Costituzioni pongono alcuni diritti fondamentali, che traggono ispirazione dalle tre grandi parole della Rivoluzione Francese: libertà, eguaglianza fraternità. La libertà, l'eguaglianza - oggi noi non diciamo più "fraternità", anche se la parola non mi dispiace affatto, diciamo "solidarietà", aggiungiamo una parola "dignità". L'essere umano deve essere rispettato nella sua dignità. Ecco, qui la connessione tra diritto e etica è molto forte. Quando il diritto traduce alcuni principi etici fondamentali nelle parole che Vi ho ricordato, ha un forte radicamento in quello che può essere anche un sentire comune. Naturalmente poi l'etica ha i suoi percorsi. C'è un'etica individuale, che io devo poter manifestare. Qui il diritto deve essere: stare molto attento, non invadere la sfera delle decisioni personali, quando non è assolutamente indispensabile. STUDENTESSA: Lei ha parlato di Costituzioni. Le Costituzioni vengono fatte da uomini, che in teoria dovrebbero essere uguali agli altri. Ma questi uomini si devono basare su regole etiche. Però, allora, cosa viene prima l'etica o il diritto? RODOTA': Questa è una domanda, rivolta a un giurista quale io sono, alla quale potrei essere portato, come dire, per patriottismo di materia a rispondere: il diritto.. Qui, devo dire, dobbiamo avere, fare almeno il tentativo di non mettere in opposizione etica e diritto. Cominciare col dire che l'etica e il diritto sono due sistemi di regole diverse. Le regole giuridiche sono delle regole che tendono poi alla fine a essere imposte, diciamo, anche con la forza. Se io violo la regola: "non uccidere", interviene lo Stato e mi ... - se riesce ad acchiapparmi -, mi condanna. Quindi la regola giuridica si impone anche con la forza. La regola etica ha altre strade. Rifugge, per la sua stessa natura, da questa possibilità. Allora dobbiamo stabilire: fino a che punto noi possiamo lasciare al sistema dell'etica, alle regole della morale, la disciplina dei comportamenti, e quando invece non è necessario l'intervento del diritto proprio per evitare che siano violati i principi che noi riteniamo principi etici fondamentali. Quando vediamo in pericolo la libertà, quando riteniamo che alcune regole siano necessarie? Per esempio: assicurare una retribuzione minima al lavoratore. Questo credo che richieda una regola, proprio per evitare che, in ragione della forza minore che ha il lavoratore rispetto al datore di lavoro, si possa arrivare a forme di sfruttamento, di lavoro sottopagato, di lavoro nero, purtroppo realtà che conosciamo. Ecco, qui la regola giuridica dovrebbe essere il presidio di un'esigenza etica fondamentale: nessuno deve essere sfruttato, la dignità delle persone, deve essere in ogni caso riconosciuta. STUDENTE: Lei è garante per la privacy - se io ho un comportamento non etico nella mia privacy, nella mia intimità, vado contro il diritto oppure no? RODOTA': In generale, dovrei dire che non c'è una violazione, perché la violazione della privacy si ha quando io invado la sfera privata di un altro soggetto. Questa è una violazione. Se io mi comporto, metto, non lo so, metto in piazza i miei fatti privatissimi, che forse il costume corrente, la buona educazione, mi dovrebbe indurre a tenere assolutamente riservati, io tengo un comportamento che forse può essere riprovato. Ma perché va raccontando queste cose? Ma dal punto di vista del diritto non c'è nessuna violazione, perché è Lei che ha deciso di tenere un certo comportamento, mettendo in evidenza, rendendo trasparenti alcuni fatti della Sua vita e nessuno glielo può impedire. STUDENTE: Quindi etica e diritto sono divisi? RODOTA': E certamente. In queste situazioni io credo che la libera scelta individuale sia eticamente da rispettare. Il problema nasce per il diritto soprattutto quando io interferisco nella sfera di un'altra persona, quando io rivelo, senza essere stato autorizzato, senza che ci sia una ragione socialmente apprezzabile, vicende che riguardano un'altra persona, e invece vorrebbe che quei fatti rimanessero riservati. STUDENTE: Cioè il diritto non è etico se riguarda una cosa che faccio in privato? RODOTA': No, no. Ma è etico in tutte e due le situazioni, perché in quel caso rispetta la scelta individuale. E' lei che decide di fare qualche cosa. Nell'altro caso è altrettanto etico perché Le impedisce di violare la libertà di scelta di un'altra persona. Perché, se io ho deciso di tenere per me una certa cosa, nessuno deve poi renderla pubblica. Quindi in tutti e due i casi ciò che viene rispettato è la libertà di scelta. Nell'un caso di mettere in piazza i miei fatti privati, nell'altro di non mettere in piazza i fatti privati di un'altra persona, che li vuole tenere riservati. Deve essere salvaguardata la libertà di scelta, come esigenza etica. STUDENTESSA: Professore scusi, ma in Italia si sta combattendo per il diritto alla privacy. Giusto? Mentre nel resto del mondo si stanno organizzando per tenere sotto controllo tutta la popolazione, nessuno escluso. Non Le pare che, da una parte ci sia il diritto dello Stato a sapere ciò che avviene, dall'altra il diritto dell'uomo a ..mantenere propria la propria intimità, insomma a non rendere pubblica la propria privacy? Quindi non Le sembra che siano contraddittorie le due cose? RODOTA': Ma certo, che in questo momento si sta aprendo una contraddizione molto forte. Intendiamoci: anche in passato la riservatezza delle persone, anche in assenza di queste tecnologie così invasive non sempre era rispettata. Chi viveva o chi vive in un piccolo paese sa che la sua privacy; usiamo questa parola, la sua sfera privata era conosciuta da tutti. Tutti sapevano a che ora si usciva di casa, chi si frequentava. Il "pettegolezzo", quello che noi chiamiamo così, è sempre - ed è stato studiato. Ci sono tanti libri, saggi interessanti e divertenti - è uno strumento di controllo sociale. Io controllo le altre persone attraverso il "pettegolezzo", cioè racconto i suoi fatti, li raccolgo e li rendo noti ad altre persone. Quindi le piccole comunità sono fortemente costrittive. Io poi vado nella grande città e il controllo si abbassa. Le tecnologie invece in questo momento rendono possibili molte forme di controllo, perché tutto ciò che può essere conservato come dato, oggi lo si fa con grande facilità e questi dati possono essere ritrovati, messi in relazione con altri, grazie alle tecnologie elettroniche. Uso una carta di credito, uso una carta telefonica, lascio le cosiddette tracce elettroniche. I satelliti ormai consentono anche forme di controllo molto capillare: si legge la targa di una macchina, si identifica una persona, la si può seguire nei suoi spostamenti. Questo rischia di diventare uno strumento di controllo autoritario. Certamente c'è un conflitto aperto. Ecco perché non dobbiamo ridurre la privacy. Io lo dico non per interesse di bottega, dato che presiedo un'autorità che dovrebbe e si occupa di queste cose. La privacy è una condizione della democrazia. Può esserci uno Stato, possono esserci apparati pubblici, che implacabilmente registrano ogni nostra mossa? Questo è il problema della democrazia oggi. Gli spazi di libertà individuale di ciascuno debbono essere tenuti al riparo degli apparati di sorveglianza, anche se questi sono giustificati con tante buone ragioni: la lotta al fisco, la lotta alla criminalità, e via dicendo? Questo è uno dei grandi temi della fine di questo secolo, anzi, diciamo, dell'inizio del prossimo millennio. STUDENTESSA: Ma quindi in questo caso, l'etica si scontra con il diritto? RODOTA': No, il diritto dovrebbe essere messo al servizio della tutela di questa esigenza fondativa di ciascun individuo, di avere una sfera di libertà, all'interno della quale non può entrare nessun altro, potere pubblico o potere privato che sia. STUDENTESSA: Qual è il confine tra la privacy e il diritto alla cronaca? RODOTA': Questa è una cosa molto difficile! Io credo che non si possa tracciare una volta per tutte questo confine. Per esempio, si dice: le figure pubbliche, i politici, gli attori, gli sportivi hanno un diritto alla privacy minore del cittadino comune. Questo mi pare giusto, perché il politico deve essere più controllato. Ha scelto lui di fare questo mestiere! Se voleva rimanere nellombra, non avrebbe assunto cariche pubbliche, per le quali il controllo anche della moralità, delle frequentazioni è maggiore. Può essere rilevante sapere chi vede, chi frequenta abitualmente un politico, perché questo mi può aiutare a capire perché vota in un certo modo piuttosto che in un altro. L'attore, l'uomo di spettacolo si espone all'interesse - non voglio dire alla curiosità - dei suoi ammiratori.? Quindi in questo caso mi pare che la soglia della tutela della riservatezza possa essere più bassa. Andiamo all'altro estremo: il minore coinvolto in una vicenda giudiziaria, la donna violentata. In questo caso ci può essere un interesse a comunicare i nomi di queste persone. La curiosità forse spingerebbe in questa direzione. La tutela della libertà e della dignità della persona ha fatto dire al legislatore italiano, che in questo caso è vietato fare il nome del minore coinvolto in fatti giudiziari, che non si possono fare i nomi delle donne, coinvolte in vicende di violenza sessuale. Quindi, vedete, in un caso meno privacy, in un caso privacy totale. In tutto il resto evidentemente io credo che dobbiamo essere molto prudenti, nel senso che ci sono diritti fondamentali che vanno rispettati, ma il diritto all'informazione, che è anche un diritto costituzionalmente riconosciuto, non deve essere compresso, perché, in una società democratica, è sempre pericoloso introdurre elementi di censura. E' difficile trovare l'equilibrio, però, ecco, dobbiamo contemperare queste due esigenze: essere lasciati soli e permettere che, quando i nostri fatti privati assumono una rilevanza pubblica, sia data la comunicazione all'esterno, rispettando in ogni caso la dignità delle persone. STUDENTESSA: Però noi sappiamo che molto spesso non avviene così, in quanto essendo il quarto potere, quello della stampa, avviene che molti avvenimenti di cronaca vengono veramente distorti. RODOTA': Qui ci sono due problemi che Lei pone, giustamente. Da una parte quello che io ho chiamato "l'accanimento informativo": stare addosso a una persona anche quando ormai le esigenze dell informazione non ci sono più. E in questo caso siamo, forse perfino al di là della tutelaela della privacy, siamo in quella che il diritto penale chiama "le molestie". Io non posso essere molestato da altre persone. E poi la distorsione. La distorsione è una cosa diversa dalla violazione della privacy. Quando io presento un fatto in maniera che non corrisponde a quella che è la realtà delle cose. Lì ho fatto molto di più e di peggio di una violazione della sfera privata di un altro soggetto: ho dato all'esterno un'informazione inesatta, sbagliata, volutamente distorta. E questo è un comportamento che col diritto di informare e con la libertà di espressione non ha niente a che vedere, anzi è una distorsione di questo diritto. STUDENTE: Chi può stabilire il limite tra etica e diritto? Forse un ceto dirigente, non sempre disinteressato? RODOTA': Questa è una domanda difficile! Noi abbiamo - dico noi, gli Stati moderni - trovato la via del voto del Parlamento, cioè hanno attribuito questo potere a persone non illuminate, non toccate dalla grazia di Dio o da qualsiasi altra grazia, ma scelti dagli stessi cittadini. E in quella sede si ritiene che le scelte dovrebbero rispecchiare quelli che sono gli orientamenti della maggioranza. Quindi non ci sono violenze, non ci sono arbitri. Però nello stesso tempo si è stabilito che per taluni valori fondamentali, quelli scritti nella costituzione, neanche il Parlamento con una legge può modificare i diritti che la costituzione ha riconosciuto. Tant'è che esiste in molti sistemi, anche in Italia, una Corte Costituzionale, davanti alla quale si va, dicendo: "La Costituzione dice che la mia libertà personale deve essere rispettata, il mio diritto di circolare, la mia corrispondenza non deve essere violata", questa legge, secondo me, la violazione la determina. La Corte Costituzionale dice: il Parlamento avrà votato a maggioranza, avrà addirittura deliberato all'unanimità, ma non lo poteva fare. Ecco, in questi casi si cerca di temperare o di eliminare quella tirannia delle maggioranze, di cui parlavo prima e che finisce col risolversi nella negazione dei diritti delle minoranze o dei singoli, che in una democrazia è un valore irrinunciabile. STUDENTE: Da Internet ho trovato a proposito di diritto e libertà, un sito dedicato al diritto al suicidio e in particolar modo all'eutanasia. Ne tratta alcune questioni e problemi. Lei in precedenza aveva sottolineato la libertà di scelta di un individuo. Secondo Lei ognuno di noi, cioè non ha la libertà, un proprio diritto al suicidio, cosa che però non accade però, perché un cittadino, un cittadino in teoria potrebbe avere benissimo la libertà di suicidarsi, soltanto che i malati terminali non hanno, non ne hanno la possibilità. Non Le sembra che vengano discriminati? RODOTA': Questa è una questione apertissima in tutto il mondo, di cui addirittura si è occupata la Corte Suprema degli Stati Uniti, che è l'equivalente della nostra Corte Costituzionale. Noi ormai abbiamo accettato che la vita non è un valore che dev'essere difeso a ogni costo. Vorrei non essere frainteso. Si è parlato di "accanimento terapeutico". Quando una persona è ormai in condizioni di irreversibilità, tenerlo artificialmente in vita è in qualche modo una crudeltà. Poi è stato affermato un altro diritto: ciascuno di noi può rinunciare al trattamento medico e a quel punto dire: "No, io non voglio che la cura sia proseguita". E' una mia scelta, anche se questa scelta mi porta a morire. Il problema rimane nel punto che diceva Lei: il malato terminale, che non è tenuto in vita dalla macchina o da una particolare cura, che cosa può fare? Non è in grado di suicidarsi. Io mi rendo conto che parliamo di cose molto dure, ma l'etica e il rispetto delle libertà individuali ci impone di parlare anche di questo. Noi dobbiamo tenere conto anche della sofferenza di queste persone, sperando di avere delle organizzazioni sociali all'interno delle quali anche il malato terminale possa sentire tanta solidarietà intorno a sé da non avere la propensione al suicidio, però non possiamo trascurare il fatto che non possiamo imporgli la sofferenza. 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