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Il Grillo (11/2/1999)

Giulio Giorello

Fede e scienza

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Liceo classico "Plauto" di Roma (Spinaceto)

GIORELLO: Buongiorno a tutti, mi chiamo Giulio Giorello, insegno Filosofia della scienza a Milano, e siamo qui quest'oggi per parlare di un tema assai impegnativo che si chiama Scienza e fede, e per il quale, come al solito, l'organizzazione ha predisposto una scheda filmata che adesso vedremo tutti insieme.

 

La separazione tra scienza e religione come discorsi indipendenti segna la nascita stessa della modernità. L'antichità e l'epoca di mezzo hanno fine quando la natura cessa di essere un mondo di singoli e di eventi soprannaturali e diventa invece un regno governato da leggi, da cui sono estromesse le intenzioni, le speranze e i sogni degli esseri umani, un regno la cui comprensione richiede uno sguardo spassionato e freddo. C'è bisogno di un occhio disincantato dai miti e dalle narrazioni religiose, per vedere il mondo com'è veramente. Nella natura non ci sono i colori e i sapori, la bellezza, il giusto e l'ingiusto, che riempiono le nostre vite. A mano a mano che il sapere scientifico si consolida, la religione deve a sua volta ritrovare qual'è la sua sfera di realtà e ha buon gioco nel mostrare che il senso delle cose, il perché del mondo e della nostra vita non trovano risposta nella scienza. E in ciò la religione è in compagnia di altri saperi e discorsi, come la filosofia e la letteratura. Proprio perché la scienza fa a meno delle intenzioni e dei significati, non sa dare risposta agli interrogativi sul senso delle cose o su chi ha voluto questo mondo. Il nostro secolo, che ha portato la scienza a una chiarezza di sé mai raggiunta prima, è stato anche il secolo in cui più la scienza ha cercato di dare una risposta a quesiti religiosi e morali. Grandi filosofi, come Heidegger e Wittgenstein, sono accomunati dal timore che la scienza crei l'illusione di saper rispondere a tutte le ansie dell'uomo. Ma anche il Cristianesimo, che ha accolto l'indipendenza della scienza, ha cercato tuttavia di limitarne le pretese e di porre se stesso come sapere superiore, capace di dispensare legittimità. La separazione tra questi due discorsi non è ancora conclusa. Ma quale aspetto avrebbe la fine di questo conflitto? Non è forse connaturata sia al Cristianesimo che alla scienza moderna una pretesa a occupare l'intero spazio del sapere? Non sono entrambi infatti discorsi sulla verità?

STUDENTESSA: Come vede, oggi in trasmissione abbiamo portato un cannocchiale. Questo perché, non appena si parla di scienza, forse uno dei primi nomi che viene alla mente è quello di Galilei, che fu il primo ad usare il cannocchiale anche nell'ambito scientifico. Galilei affermava che la fede era quella che insegnava all'uomo come arrivare allo Spirito Santo, come arrivare a Dio, e invece la scienza era quella che insegnava all'uomo come invece andava il mondo. Quindi faceva una netta distinzione fra scienza e fede, dicendo che, laddove la scienza non poteva arrivare, subentrava la fede. Ora io volevo chiederLe: secondo Lei bisogna fare questa netta distinzione fra scienza e fede oppure alle soglie del Duemila, quando si parla di clonazione, la fede dovrebbe intervenire nella scienza dandole anche un po' una sorta di moralità?

GIORELLO: Intanto, io apprezzo molto la scelta del cannocchiale, perché mostra come un elemento importante dell'impresa scientifica è l'aspetto della macchina, della tecnica, dell'apparato. E questo è già una cosa significativa. Ed è significativo proprio che Voi stessi siete partiti da Galileo Galilei, una delle poche persone che realizza come l'apparato sia importante per capire il mondo. Cioè non basta la speculazione pura ci vogliono degli strumenti che ci rendono visibili quelle cose che non sono visibili. In questo senso il cannocchiale di Galileo è l'antenato di tutte le grandi macchine, come, per esempio, il microscopio o anche i grandi rivelatori delle particelle in fisica. Sono, in questo senso, macchine che discendono come idea dalla intuizione di Galileo. E con il suo cannocchiale, Galileo appunto vedeva come vanno i cieli. Invece la fede dovrebbe mandarci in cielo, in un altro senso della parola "cielo", naturalmente. Usiamo il termine "cielo" in sensi un po' diversi. Lei ha una maglietta con scritto sopra Pickwick. Al circolo Pickwick di Dickens si divertivano a giocare con le parole facendo vedere quanti doppi sensi possono avere. Quindi doppio senso, doppio regime. L’organizzazione della Chiesa si occupa di un regime, mentre invece l'organizzazione scientifica si occupa di un altro regime. L'uno è quello della comprensione, l'altro è quello della salvezza. Già uno dice: "Ma la scienza cambia i nostri modi di vivere. Non ci fa soltanto capire il mondo". Farci capire il mondo è un passo per cambiarlo. E anzi il cambiare il mondo è già un elemento al di sotto della comprensione del mondo. Ecco perché c'è la macchina, ecco perché c'è l'apparato. Allora in questa sua pretesa di autonomia, la scienza sembra configurarsi come un qualche cosa che è, non accetta limiti. La Sua domanda è un po' questa. È possibile che ci sia una forza così irresistibile che qualunque altra istituzione deve cedere il passo? Questa è la grande sfida, non tanto per quanto riguarda i cieli, ma per quanto riguarda le cose di tutti i giorni. La clonazione, si comincia col clonare le pecore. A quando l'uomo? Oppure nei settori ancora più vicini a noi: interventi sul nostro corpo, per esempio. E allora uno si domanda: sono gli scienziati che devono decidere? Se gli scienziati devono decidere, violano la norma di Galileo, perché Galileo distingueva i campi. Invece finirebbe che gli scienziati si decidessero, in nome di quello che ritengono scientifico, ciò che va fatto per l'intera società. Sarebbero i nuovi sacerdoti. Ma se non sono gli scienziati che decidono, chi decide? Cioè chi pone i paletti, entro i quali incanalare l'impresa scientifica? I sacerdoti? I politici? O forse tutti noi come cittadini, dopo tutto, come soggetti responsabili di quella che oggi chiamiamo una società democratica libera, ammesso che ce ne sia qualcuna?

Non è che ho risposto molto, ma Vi ho rigirato la domanda.

STUDENTESSA: Ho parlato di moralità e appunto di clonazione, perché, come ha detto Lei, si parte dalle pecore, ma, purtroppo, si arriverà anche all'uomo, e a me sembra una cosa abominevole clonare l'uomo, in quanto è una macchina, tra virgolette, "perfetta", e non vedo perché riprodurla quando poi la natura riesce in un'opera così bella.

GIORELLO: Pensi poi cosa ne pensano le pecore dal loro punta di vista, eh! Anche per loro poi magari è immorale clonare una pecora. Sto scherzando, non sappiamo cosa possono, fra virgolette, "pensare gli animali". Quello che sappiamo è però che la scienza può presentarsi anche con una violazione nell'ordine naturale. Eppure, non è questa violazione in molti casi un elemento di successo e di conquista. Io porto gli occhiali. Se non esistessero, io sarei morto, perché con la miopia che ho, se mi tolgo gli occhiali non Vi vedo. Quindi si è un po' violato, diciamo così, il destino naturale e la scienza e la tecnica, mi hanno permesso appunto di fare in piccolo con questi occhiali quello che Galileo faceva in grande col suo telescopio, cioè di riuscire a vedere quello che per ragioni puramente naturali non vedo più. Uno dei clonatori della pecora ha fatto la battuta, che il "compito della scienza è di infrangere i dettami della natura, non di ubbidirlo, ma di piegarlo, con intelligenza naturalmente, agli scopi umani". Anche questo è un punto su cui varrebbe la pena di riflettere.

STUDENTE: Il Salmo 8 inizia dicendo: "O eterno Signor nostro, quanto è magnifico il Tuo nome su tutta la terra. Quando io considero i cieli, opera delle Tue dita, la luna e le stelle, che hai disposte, che cos'è l'uomo, che Tu ne abbia memoria, e il Figliolo dell'uomo che ne prenda cura? Eppure Tu l'hai fatto poco minore degli angeli e l'hai coronato di gloria e d'onore ....". Poi il Salmo continua e alla fine ripete di nuovo le parole: "O eterno Signor nostro, quant'è magnifico il Tuo nome su tutta la terra". Ora secondo me questa è la posizione, l'unica posizione che possa assumere un animo sobrio di fronte alla scienza. Anch'io, quest'anno, per esempio, studiando l'astronomia e pensando che esistono radio galassie a diciotto miliardi di anni luce - e la luce è la velocità maggiore in tutto l'universo - non ho potuto fare a meno che ripetere queste parole di questo Salmo e pensare anzi che questa è l'unica posizione che può assumere una persona di fronte alla scienza, con animo sobrio.

GIORELLO: Sì, son d'accordo. Con animo sobrio, sono d'accordo. Uno dei termini che più ricorre presso scienziati di impostazione religiosa, presso scienziati cosiddetti "laici", presso filosofi, è la parola "meraviglia", cioè lo stupore rispetto al creato, o lo stupore di fronte all'immensità del mondo, o la complessità che scorgiamo anche nell'infinitamente piccolo, non soltanto nell'infinitamente grande. E come diceva il filosofo Whewell: "La scienza va avanti, spiega certe cose, fa delle macchine, meravigliose, anche queste per farci capire di più, e alla fine, però, lo stupore rimane". Cioè non è che finisce, è solo spostato. Non so se mi spiego.

STUDENTESSA: Come dicevamo prima, in un'epoca in cui la scienza e la tecnologia quindi continuano ad ottenere risultati clamorosi, raggiungendo primati che, fino a ieri erano considerati impossibili, come si conciliano quindi ragione e religione se non con la fede? C'è un'alternativa?

GIORELLO: È una domanda molto difficile, mica è tanto facile, perché la religione è qualcosa di più della semplice fede individuale. È un modo di vita organizzato, ma è un modo di vita organizzato intorno a quella che viene considerata una verità, perché chi è dispensatore di un insegnamento religioso ritiene appunto di avere una via per avvicinarsi alla verità. D'altra parte anche lo scienziato parla di verità, parla di un "grande libro del mondo", la cui scrittura va con pazienza decifrata, ma nella speranza di saperne di più. E quindi la tematica della verità è un po' l'elemento, secondo me, che accomuna due imprese: la scienza e la religione, che però sono imprese non solo individuali, ma sono collettive, quindi pongono regole, hanno bisogno di finanziamenti, hanno una portata politica e hanno un complicato gioco di interazione. Allora forse, per capire di più questo punto - poi forse, possiamo tornare a parlarne -, direi che sarebbe utile far vedere il contributo della trasmissione pertinente, che, per di più, è un contributo tratto dalle parole di uno che di religione se ne intende, cioè Karol Woityla.

WOITYLA: Si può definire l'uomo come colui che cerca la verità. Non è pensabile che una ricerca così profondamente radicata nella natura umana possa essere del tutto inutile e vana. La stessa capacità di cercare la verità e di porre domande, implica già una prima risposta. L'uomo non rinizierebbe a cercare ciò che ignorasse del tutto o stimasse assolutamente irraggiungibile. Solo la prospettiva di poter arrivare a una risposta, può indurlo a muovere il primo passo. Di fatto, proprio questo è ciò che normalmente accade nella ricerca scientifica. Quando uno scienziato, a seguito di una sua intuizione, si pone alla ricerca di una spiegazione logica e verificabile di un determinato fenomeno, egli ha fiducia, fin dall'inizio, di trovare una risposta. E non s'arrende davanti agli insuccessi. Egli non ritiene inutile l'intuizione originaria solo perché non ha raggiunto l'obiettivo. Con ragione dirà piuttosto che non ha trovato ancora la risposta adeguata.

STUDENTE: Visto che la scienza moderna muove ormai grandi masse, come ad esempio è il caso Di Bella, non rischia un po' di sostituirsi alla fede e di creare, non so, un nuovo positivismo?

GIORELLO: Intanto il caso Di Bella è un caso abbastanza significativo, soprattutto perché sono quei contesti in cui siamo coinvolti direttamente. È in gioco la nostra salute, la nostra vita, in situazioni che possiamo incontrare nella nostra esistenza: le malattie, il rischio, soprattutto la sfida di malattie incurabili. Ora, secondo me, quello che Lei ha chiamato "il nuovo positivismo", è un grosso rischio, tra l'altro un rischio a cui fa riferimento in un altro passo Karol Woityla, nella Enciclica di cui Voi avete sentito un capitolo. Io credo che sia un pericolo molto grave, questa forma di nuovo scientismo, secondo la quale si affida all'impresa scientifica la risposta di tutti i nostri problemi, sperando che dalla scienza venga quella salvezza che non è venuta da altre forme di vita. Perché dico che è pericoloso e grave? Perché poi, quando la scienza non risponde a queste aspettative, il sentimento si gira immediatamente e dice:"Ah, ecco, la scienza ci prende in giro!". Quindi è molto facile passare dal troppo entusiasmo alla disillusione, dal dire: "La scienza risolve tutto" al dire: "La scienza non risolve niente". Ora i problemi che la scienza affronta col suo modo di procedere tante volte può sembrare lento a chi è impaziente, a chi, per esempio, ha bisogno di una cura, chi soffre ad esempio o chi ha un parente che soffre. Ecco, allora, a chi è impaziente la scienza può sembrare lenta. E ragionamento naturale è: "Come, dicevate che i medici - poniamo - o gli scienziati, sono infallibili. Io sto soffrendo, i miei cari stanno soffrendo e voi state ancora lì a parlare di verifiche, controlli sperimentali, eccetera, eccetera, quando invece ho bisogno della salvezza". Questo è un grave rischio, perché i problemi che la scienza affronta sono difficili, e non è affatto dato per scontato che ci si riesca a risolverli. Quindi prendere atto della propria fallibilità, cioè del fatto che noi possiamo sbagliare e che gli scienziati sbagliano come tutti gli esseri umani, che l'impresa scientifica è un'impresa che può cadere in errore, può imboccare strade sbagliate, ma cosa distingue allora da l’andare alla cieca? Intanto lo distingue il fatto che l'impresa scientifica è un'impresa collettiva, in cui l'atteggiamento critico permette di far tesoro dei propri errori, cioè di imparare anche da dove si è sbagliato. E non si butta via - ha ragione Woityla nel passo che noi abbiamo citato - l'intuizione di partenza, per il fatto che questa si è rivelata inadeguata. La si corregge. Questa è la cosa importante. Questa è la ragione per cui l'impresa scientifica è necessariamente un'avventura di tutti gli uomini. Certo ci sono i grandi geni, ma c'è anche il paziente lavoro dell'équipe, il controllo degli esperti, il lavoro appunto proprio di mettere al vaglio una certa ipotesi di lavoro, l'utilità che poi viene dagli strumenti. Torno di nuovo all'esempio del cannocchiale, il primo grande strumento della scienza moderna. Questo lavoro paziente non può essere dimenticato, nella speranza che arrivi lo scienziato e trovi la soluzione immediata di tutto quello che ci tormenta, perché fare dello scienziato un nuovo mago, o fare dello scienziato un nuovo sacerdote è fare un pessimo servizio a noi stessi, ma soprattutto alla scienza, soprattutto a quello spirito critico e coraggioso, ma anche modesto, che è quello dei migliori scienziati. In questo senso allora il nuovo scientismo, o anche il vecchio scientismo, sono i peggiori nemici della libertà scientifica.

STUDENTESSA: Se la scienza non ha limiti, questa non si limita nemmeno quando provoca problemi, per esempio, sull'ambiente.

GIORELLO: Anche questo è un problema molto bello e anche molto delicato, perché io credo che la scienza ci consente di scoprire alcuni dei nostri limiti. Molte delle grandi scoperte scientifiche ci mostrano proprio quanto noi siamo limitati. Ho fatto portare qui un oggetto: questa è la riproduzione di un Atlante del Seicento, che rappresenta il Sistema Copernicano, cioè il Sistema in cui sostanzialmente, dicendo un po' male, c’è un centro del sistema e i vari pianeti gli orbitano intorno, la terra è uno di questi pianeti. È declassata al rango di un pianeta qualsiasi. Quindi non è più il centro del mondo. E questa è già la scoperta di un limite, del fatto che noi non siamo al centro dell'universo, non viviamo su un luogo privilegiato, facciamo parte di un pianeta, abbastanza piccolo, del sistema solare, e, dopo Copernico, ci hanno spiegato che nemmeno il nostro sistema solare è così importante nell'economia generale dell'universo. Ecco, allora, questa è una lezione di umiltà: è il farci capire che, appunto, noi non siamo i signori assoluti del mondo, non siamo dei despoti il cui potere è illimitato. La scienza ci fa toccare con mano proprio quello che tante volte non possiamo fare. E questo non vale solo per la lezione che viene dall'astronomia. Voi, credo, studiate la termodinamica. La termodinamica dice un mucchio di cose interessanti, ci dice anche come si possono costruire delle macchine molto importanti, dalla macchina a vapore in poi. Però ci dice anche, per esempio, che alcune forme di energia non si possono tranquillamente convertire in altre, cioè ci mostrano dei limiti: che non si possono fare delle macchine di moto perpetuo. E lo stesso si può dire anche delle altre conquiste dell'impresa scientifica. Dalla logica del secolo in cui viviamo, del Novecento, abbiamo imparato che alcune programmazioni non possono fare certe cose. E quindi la scienza dice anche quello che non possiamo fare, ci insegna i nostri limiti. Quindi, la scienza stessa, dovrebbe renderci più, come dire, modesti e più prudenti e insegnarci che certe cose non si possono fare. O certe cose si fanno e però si paga un prezzo. Io credo che, per esempio, le violenze sull'ambiente siano delle cose che ci faranno pagare un prezzo molto alto. E l'impresa scientifica in molti casi ci dice: "State attenti! Non fate quel certo tipo di interventi perché potreste avere delle conseguenze difficilmente controllabili, anche con le vostre migliori tecnologie". Allora il problema delle applicazioni non riguarda, come al solito, solo gli scienziati. Riguarda tutti noi come persone responsabili, che hanno una responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, ma anche di coloro che verranno, cioè delle generazioni future, e forse anche - questa è una cosa un po' curiosa, che forse è un po' difficile a capire - responsabilità verso il passato, verso coloro che sono morti e sepolti. Perché dico questo? Perché forse in un qualche modo noi dobbiamo rispondere della eredità, che ci è stata passata. Gli Irochesi solevano fare delle discussioni, in cui consultavano, con le loro tecniche naturalmente, che cosa? Lo spirito dei trapassati. E qui c'è un'idea molto raffinata sotto. Perché? Perché noi riceviamo questo mondo da coloro che ci hanno preceduti, Il nostro paese, la nostra eredità d'ambiente, ma anche la nostra eredità culturale, e dobbiamo amministrarla, ne siamo responsabili. Ecco, allora bisogna, secondo me, quando si parla di scienza e limiti, tener conto di questo problema della responsabilità, che, secondo me, oggi, nell'età moderna - alcuni direbbero post-moderna - è una responsabilità di tutti noi. Non è demandata solo a un capo spirituale o a un capo politico. È di noi in quanto cittadini. È quello che ci definisce come cittadini.

STUDENTESSA: Sappiamo che la scienza continuamente modifica e condiziona la vita dell'uomo. Questo condizionamento non sempre può essere inteso in maniera positiva, in quanto con la scienza si modifica continuamente anche un sistema di valori che sono importanti per l'uomo e quindi la scienza opererebbe una funzione negativa sulla vita dell'uomo, più che progresso a volte si dovrebbe parlare di regresso.

GIORELLO: Sinceramente non ho mai creduto molto al Progresso, quello con la "P" maiuscola. Penso che un cambiamento scientifico sia buono o cattivo a secondo di come uno lo usa. Non so se Lei ha visto quel film di Kubrik: 2001: Odissea nello spazio. È molto bello avere qualche strumento perché permette, per esempio, di fare qualche lavoro, senza farsi male, più rapidamente, eccetera. Certo che se lo strumento lo si prende per darlo sulla testa al proprio vicino le cose cambiano. Nella storia umana c'è questa doppia faccia: Caino e Abele uniti assieme. Nel film di Kubrick, se non sbaglio, un primo scimmione incivilito prende l'ascia di pietra e la dà immediatamente sulla testa dello scimmione, con cui aveva una competizione per il cibo o per la femmina. Ecco, io credo che questo ci dovrebbe far riportare proprio alla natura dell'uomo, e cioè a questo impasto di bene e di male, che ci accompagna in tutta la nostra storia. Questo è un po' un elemento con cui, diciamo così, cozza la scienza con quel sistema di valori, che certamente cambia anche questo nel tempo, si modifica, viene modificato dall'impresa scientifica stessa, ma in qualche modo c'è. Son quelle domande di giusto-ingiusto, che la scienza non tratta, ma che noi non possiamo non trattare, anche se sappiamo che le risposte che hanno dato i profeti, i grandi fondatori delle religioni, i filosofi eccetera, sono risposte diverse che variano nel tempo, che anche queste fan parte della nostra storia. Però, a questo elemento profondo, cioè il problema, detto proprio brutalmente: "del perché c'è il male nel mondo", ecco, con questo problema dobbiamo farci i conti. Perché ce li facciamo concretamente i conti nelle nostre vite. Basta sfogliare un giornale, non c'è bisogno nemmeno di andare nel Kossovo, per vedere quanto è il male nel mondo. Ce lo abbiamo anche sotto la porta di casa.

STUDENTESSA: Per quale motivo ha portato come oggetto qui in trasmissione un estintore?

GIORELLO: Avrei una battuta, che di solito faccio sempre ai miei studenti: quando si fa l'esempio di tal Giordano Bruno, il quale, come Voi sapete, resistette fino all'ultimo nel sostenere alcune idee che erano fortemente eterodosse all'epoca, per non dire alcune teorie chiaramente blasfeme e, alla fine, fu bruciato sul rogo in Campo Dei Fiori. Allora l'estintore è, come dire, un elogio della tecnica moderna. Se c'è qualch’uno che ha ancora voglia di accendere i roghi, adesso c'è l'estintore che serve a spegnerli. Era semplicemente una battuta. Non è però solo una battuta. C'è, secondo me, un elemento forte sotto. Intanto la tendenza all'intolleranza non è stata soltanto una tendenza che si è sviluppata in modo virulento dentro la Chiesa Cattolica. Tanto per dire, i calvinisti non sono stati da meno. Per questioni trinitarie il povero Servèto fu anche lui bruciato sul rogo, nella Ginevra, retta con mano ferrea da Giovanni Calvino. Quindi la tendenza all'intolleranza è generale. E di nuovo ci riporta al male che è connaturato in ciascuno di noi. Non è, credo, un vizio di una religione piuttosto che di un'altra. Io credo che parecchie religioni possono diventare intolleranti, e anche delle forme di vita non religiosa possono essere intolleranti, perché c'è anche l'intolleranza del laico nei confronti del religioso. Ecco, siccome poi dal condannare uno, perché non se ne amano le opinioni, al prendere misure di polizia su questo individuo, o addirittura arrivare a soluzioni estreme, il passo è più breve di quanto sembri, per cui: viva l'estintore! cioè viva quelle forme di tecnica moderna - se ce ne sono alcune -, che, invece di aumentare la violenza, la diminuiscono. Di solito la tecnica può aumentare la violenza. Pensi al potere distruttivo delle armi contemporanee. Ma qualche volta la tecnica può bloccare la violenza. Usiamola quando può bloccare la violenza! D'altra parte Voi vedo che avete anche un apparecchio collegato a Internet. Ecco, per esempio, certe tecnologie dell'informazione, riescono in molti casi - non dico sempre, ma in molti casi -, per lo meno a denunciare i casi di violenza e in qualche situazione, anche a intervenire. Qualche volta la tecnica può essere contro la violenza e non esserne un'ancella.

STUDENTESSA: Lei pensa, come faceva Heidegger, che la scienza e la tecnica sia solo un'illusione che l'uomo ha di conquista, o se effettivamente, come è successo fino adesso, sia portatrice di progresso, portando all'uomo molte comodità e facilitandogli la vita.

GIORELLO: Ma guardi io credo che sarebbe difficile tornare a vivere come si viveva ai tempi di Talete o forse come si viveva ancora ai tempi di Galileo. Cioè noi abbiamo ormai acquisito un'abitudine di vita in cui la tecnica è un elemento fondamentale. D'altra parte, grazie alla tecnica, in particolare la tecnica delle telecomunicazioni, noi vediamo anche cosa succede in posti dove la tecnica non è stata una conquista interna a una certa cultura, ma è stata, o importata con violenza dall'esterno, oppure non c'è. Ecco, per cui io credo che, certo, se la tecnica è un'illusione, si tratta di un'illusione molto pesante, cioè di un'illusione che interviene su questa realtà come uno degli elementi più importanti, ai tetti del nostro secolo. Io non so se poi la preoccupazione di Heidegger fosse quella di mostrare che la tecnica è proprio un'illusione o se non volesse invece indicare un rischio, e cioè il fatto che affidare tutto alla tecnica, dimenticando la sfera del senso, non potesse portarci a una forma di accecamento. D'altra parte, l'avventura della tecnica va presa sul serio, cioè va vissuta fino in fondo, cercando di capire vantaggi e svantaggi. Io, come dicevo prima, non credo a un progresso sicuro e certo, dato per scontato. Il progresso, nel senso del miglioramento, è conquista lenta e difficile. Come tutte le conquiste, può anche andare perduta e possono presentarsi anche momenti di regressione e di barbarie.

STUDENTESSA: Oggi la scienza, quindi il progresso, ci offrono grandi cose, e tutti i giorni noi usufruiamo di queste, magari anche senza rendercene conto. Allora, l'atteggiamento sbagliato non è proprio il nostro? Noi che ogni giorno utilizziamo queste cose, ma che in realtà non ci fermiamo mai a riflettere su queste. Allora perché condannare la scienza in senso generale, quando poi in realtà siamo noi che di questo usufruiamo ogni giorno? Allora dovrebbe esserci una maggiore informazione, una maggior conoscenza di ciò che accade, probabilmente per capire quali siano le cose giuste o sbagliate, perché io sono convinta che molte persone non siano a conoscenza di tutto ciò che accade in questo grande mondo della scienza e tecnologia. Allora informiamoci di più per conoscere e per capire come vanno utilizzate le scoperte scientifiche. Hanno commentato, per esempio, il fatto che un grande scienziato - non faccio nomi - sia apparso a una trasmissione televisiva. È giusto, lo ritengo giusto, perché, finché le persone non vengono a conoscenza, anche attraverso la televisione, di ciò che accade all'uomo, la situazione non cambierà. E allora ha fatto una grande cosa: ha dato la possibilità di capire con termini semplici - e questo è importantissimo - anche a chi magari non ha il tempo di partecipare a conferenze e non ha la possibilità di studiare. Ed è una cosa molto importante.

GIORELLO: Un commento brevissimo, in due battute. Prima: io considero l'impresa scientifica una grande esperienza di libertà e una delle più grandi liberazioni dell'intelletto umano, una grande scuola proprio di libertà. La Prima Dichiarazione d'Indipendenza non è stata, con tutto il rispetto naturalmente, quella dei coraggiosi ribelli americani il 4 luglio 1776. La Prima grande Dichiarazione d'Indipendenza è stata quel Galileo Galilei, quando ha detto: "Leggiamo insieme il grande libro del mondo, perché chi non lo intende è condannato a seguire le pedate altrui", che, nel linguaggio di Galileo, vuol dire "le orme degli altri", cioè far sempre il proprio intelletto schiavo dell'intelletto di un altro. Quindi dico che in questo senso la scienza sarebbe una grande esperienza di libertà. Seconda cosa: la scienza è oggi gestita in molti casi per ragioni non certo di cattiveria, ma di difficoltà dell'oggetto, da specialisti. E allora di qui la necessità di un'educazione alla scienza, che ci porti di fronte anche alle sfide effettive e anche alla fatica che c'è da fare per poter continuare la lettura del "grande libro del mondo" come la chiama Galileo Galilei. Quindi ben venga qualunque strumento dalla scuola, direi, innanzi tutto dalla scuola, poi dalla televisione, che aiuti alla educazione scientifica, non dimenticandoci di una cosa: che i grandi scienziati, anche quelli che erano piuttosto aristocratici, come modo di fare, come stile, i grandi scienziati hanno avuto il coraggio di parlare al grande pubblico, a quello che era il grande pubblico per loro. Galileo Galilei rischia e pubblica in volgare. Isaac Newton, persona quanto mai fredda e distaccata, però incrementa presso i propri allievi tutta un'attività di traduzioni, in modo che il suo latino divenga l'inglese delle persone colte del suo tempo. Darwin: io ho portato appunto tra gli oggetti uno dei testi darwiniani. Ho preso: L'origine dell'uomo, perché è un po’ quello che è stato al centro delle grandi polemiche, di nuovo, tra fede e scienza, o tra religione e imprese scientifiche. E sono stati dei grandissimi scrittori, anche. Ecco, in tutte queste scienze ci sono grandi scrittori, capaci di farsi capire. Einstein: un altro caso di una persona fortemente comunicativa. Queste persone non avevano la televisione, allora. Einstein sì, ai tempi di Einstein, negli ultimi anni della vita di Einstein c'era la televisione. Adesso Newton forse non sarebbe andato in televisione, avrebbe mandato uno dei suoi allievi. Galileo ci sarebbe andato, però, rischiando anche il fatto di essere processato, ma non più dal Tribunale dell'inquisizione, ma dal Tribunale dei motalisti, che direbbero: "Ma come, Galileo, il grande Galileo Galilei, si permette di andare in televisione!". Io sono dell'idea che il mondo sia una grande piazza e in questa piazza ognuno venda la propria merce, poi, le persone intelligenti saranno capaci di distinguere le fesserie dalle cose sensate e, nel far fatica, impareranno. Impareranno dai loro errori.

STUDENTE: Prendendo spunto da una pagina web di un sito Internet che sto ora osservando, le volevo chiedere: ma, essendo la scienza così fondamentale nella società moderna, a che cosa serve effettivamente la fede? Cioè, l'uomo può trovare una risposta, una via di salvezza nella scienza? È autosufficiente la scienza, in questo senso, rispetto alla fede?

GIORELLO: Domanda anche questa non facilissima. Ma, per chiudere, direi così: che la scienza non credo che salvi, nel senso che ci garantisca una salvezza dai limiti della nostra condizione umana. La scienza ci può aiutare in singoli problemi, ci può aiutare anche a veder meglio, a curarci il mal di denti, ad avere nuove fonti di energia, a cercare di curare i mali del nostro pianeta, dopo delle applicazioni dissennate. Tutte queste cose la scienza può farle. Può rivelarci degli orizzonti di conoscenza sempre più ricchi e problematici, dove la nostra meraviglia, il nostro stupore, cresce e non diminuisce. Può darci una delle grandi lezioni di libertà intellettuale. Ma se noi invece vogliamo una salvezza dalla nostra condizione umana, da quel problema del male, che ci portiamo dentro di noi dall'inizio della nostra storia, se vogliamo dare un senso alla vicenda tragica di Caino e Abele insomma, se vogliamo rispondere a queste domande, dobbiamo trovare la risposta dentro noi stessi. Non ci basta più guardare dietro le lenti di un telescopio. Io credo che la fede sia un dono. Chi ce l'ha ce l'ha, chi non ce l'ha vive senza. Però io credo che tanto chi ce l'ha e tanto chi non ce l'ha devono avere entrambi il coraggio di cercare ancora e di porsi continuamente delle domande. Il mio amico Bruno Forte, col quale tante volte litighiamo, non andiamo sempre d'accordo, però dice sempre che "in ogni ateo c'è un credente che ogni tanto sonnecchia, poi si sveglia e rimette un po' in dubbio il suo ateismo". Però anche in ogni credente forse c'è un ateo, che ogni tanto dice: "Ma sei veramente sicuro?". Di nuovo, la fede è un dono e dentro questo dono, che può essere anche terribile, bisogna cercare di scavare. Ma questo non è compito dello scienziato. Questo è di nuovo il compito di ciascuno di noi, nella misura in cui si ritiene di avere qualcosa come una coscienza. Martin Lutero diceva: "La coscienza: senza la coscienza non c'è libertà del cristiano".


Biografia di Giulio Giorello

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