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Il Grillo (5/2/1999)

Claudio Pavone

I periodi della storia

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...la distinzione tra cronaca e storia è una distinzione che bisogna comunque operare, perché la cronaca si limita a elencare i fatti in un ordine cronologico, mentre il fulcro della storia sta nell’interpretazione, vale a dire nella capacità di unire una corretta esposizione dei fatti – una cronologia – a dei criteri interpretativi che includano una determinata periodizzazione...

5 febbraio 1999

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Plauto" di Roma (Spinaceto)

PAVONE: Buongiorno. Mi chiamo Claudio Pavone e sono nato a Roma nel 1920. Per qualche tempo ho lavorato negli Archivi di Stato - dove si conservano i documenti che servono agli storici - poi ho insegnato Storia contemporanea all'Università di Pisa e ora sono in pensione. Oggi parleremo dei criteri e dell’importanza della periodizzazione storica. La base di tale periodizzazione sta nella nostra necessità di scandire in un certo modo la continuità temporale, anche per poter meglio utilizzare la nostra memoria. Nonostante voi siate così giovani, riuscite comunque ad avvertire il bisogno di distinguere l'infanzia dall'adolescenza. Lo stesso fenomeno può essere notato anche all’interno della memoria e della storia collettiva. Il modo tramite cui scandire il tempo non è uniforme: bisogna vedere quale criterio dover adottare per dare più importanza all'uno o all'altro elemento temporale. Con "criterio di periodizzazione" si intende un determinato evento che riteniamo talmente importante da poter caratterizzare ciò che è avvenuto prima e ciò che è avvenuto dopo come due momenti totalmente distinti, sebbene in essi vengano conservati degli elementi di continuità. In ambito scolastico, ad esempio, è mantenuta la partizione tradizionale: Antichità, Medioevo, Storia moderna e Storia contemporanea. Su questo punto mi aspetto di sentire alcune Vostre domande e, sempre su di esso, vedremo una scheda filmata che hanno preparato per noi.

La narrazione storica ha bisogno di scansioni e di partizioni. I fatti storici acquistano significato poiché vengono ricondotti a orizzonti più vasti, alle forme del potere, alla configurazione della società e della cultura, alla mentalità e alla vita materiale. Questi più ampi addensamenti di eventi e di circostanze sono i periodi della storia. Essi offrono il contesto che consente allo storico di spiegare i fatti. L'individuazione di un periodo storico presuppone un'affinità tra certi eventi e un elemento che li stabilizzi intorno a un centro. Ma la percezione di tale elemento - che può caratterizzare un'epoca come rivoluzionaria o come conservatrice - è strettamente connesso alla nostra idea di civiltà e di decadenza. Se prendiamo il decennio che segue la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, esso fu percepito dai contemporanei come un'era rivoluzionaria, mentre alla luce degli eventi degli anni Trenta è apparso come conservatore, legato a preoccupazioni ottocentesche liberali e costituzionaliste. Croce ha espresso tale consapevolezza affermando che la storia è sempre "storia contemporanea". I critici dello storicismo, però, hanno visto in questo atteggiamento il pericolo di esprimere solo la storia dei vincitori e i loro interessi, poiché gli sconfitti non lasciano mai tracce ai successori. Tramite il suddetto atteggiamento vi è anche la possibilità di cristallizzare certi eventi in una costellazione che fuoriesca dal corso omogeneo della storia. Tutto dipende da noi, dalla nostra percezione di una costellazione come significativa e carica di tensione, come una storia silenziosa a cui è ora importante dare voce. Ma ciò non dimostra, forse, un'eguale dipendenza dall'epoca presente?

STUDENTESSA: Per quale motivo il nostro secolo è stato definito "secolo breve"?

PAVONE: Lei si riferisce al libro Il secolo breve dell’inglese Eric Hobsbawm,  uno dei maggiori storici di questo secolo, nato ad Alessandria d’Egitto e dotato di una notevole esperienza internazionale. Questo appellativo deriva dalle date scelte dallo stesso autore: egli, infatti, ha adottato un particolare criterio di delimitazione del nostro secolo, ponendone i confini tra il 1917 - data della Rivoluzione Russa - e il 1989-91 – gli anni della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell'Unione Sovietica. Non si tratta di un secolo intero, ma di un po’ più di settant’anni. È una situazione abbastanza ricorrente nella definizione dei secoli. A scuola, ad esempio, si insegna che l’età contemporanea inizia con il Congresso di Vienna, vale a dire con il 1815, perché sia la Rivoluzione francese che tutto il precedente periodo napoleonico vengono assimilati all’età moderna. Il Novecento può essere definito un "secolo breve" a sé stante anche perché al suo interno si esaurisce un certo tipo di esperienza rivoluzionaria. Com’è ovvio, non è detto che determinati eventi non si ripetano mai più: anzi, uno degli aspetti più interessanti della storia sta proprio nella rinascita di esperienze che si credevano sepolte per sempre. Questo secolo, comunque, è stato caratterizzato da parecchie rivoluzioni, sia animate da intenti progressisti di liberazione del genere umano, sia determinate da atteggiamenti reazionari, come con il fascismo italiano o il nazismo tedesco. Il Novecento di Hobsbawm è connotato dall’emergere e dall’estinguersi di questo tipo di esperienze, accompagnato dall’esplosione di due guerre mondiali. La Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, può essere considerata come la fine di una lunga Guerra dei Trent'Anni cominciata nel 1914 - con la Prima Guerra Mondiale - e finita nel 1945.

STUDENTE: La periodizzazione storica non potrebbe essere costruita in base alla nazione o al popolo predominanti in un determinato arco temporale?

PAVONE: Si tratta di uno dei possibili criteri di partizione. I canoni, infatti, possono essere vari e difformi, e non esiste un'unica periodizzazione accettata da tutti. A tale proposito potremmo anche fare l’esempio di un oggetto di uso comune: il calendario. La datazione dei cristiani, come sappiamo bene, comincia con la nascita di Cristo, mentre quella dei mussulmani ha inizio dalla fuga di Maometto, ben 632 anni dopo. Tornando alla Sua domanda, possiamo affermare con una certa sicurezza che un determinato periodo storico può essere definito anche da quei popoli che hanno esercitato una grande influenza al di fuori dei loro confini. A tale proposito si potrebbe fare l’esempio dell’antica Roma e dell’enorme influenza che essa ha esercitato sul Mediterraneo; avvicinandoci ai giorni nostri, invece, potremmo ricordare Voltaire, che usò l’espressione "il secolo di Luigi XIVo" per rilevare i tentativi egemonici del sovrano francese e il peso che essi assunsero in Europa. Andando avanti, potremmo anche individuare un "secolo di Napoleone" o un "secolo di Hitler". Quest'ultimo, fortunatamente, non ha portato alle conseguenze che il dittatore tedesco si aspettava, vale a dire a una "nazificazione" dell’Europa: se il nostro continente fosse caduto sotto l’egemonia della Germania nazista, allora il nazismo avrebbe costituito lo spartiacque tra due età differenti. In Unione Sovietica, ad esempio, la fine dell’età moderna coincideva con la data della Rivoluzione russa, ossia con il 1917, ma non credo che oggi qualcuno voglia ancora adottare tale criterio, né in Russia né altrove. Per quanto riguarda l’Italia, forse vi è capitato di avere sottomano una lettera dei vostri nonni, i quali erano costretti a datare le loro missive rispettando la datazione fascista. Mussolini, infatti, pretendeva che il nostro secolo fosse un secolo fascista e che, quindi, il regime meritasse un calendario particolare. Anche la Rivoluzione Francese inventò un calendario repubblicano, che durò poco perché Napoleone ripristinò la datazione cristiana.

STUDENTESSA: Tra gli oggetti che abbiamo portato spiccano un libro di storia e un cesto di pane, il quale dovrebbe simboleggiare le masse popolari. Abbiamo voluto menzionare le masse perché esse non assumono mai una posizione rilevante all’interno dell’insegnamento della storia. Non crede che, invece, costituiscano il vero motore della storia e che dovrebbero avere più spazio in ambito didattico? Perché vengono costantemente snobbate?

PAVONE: Nella scheda filmata che abbiamo visto in precedenza sono scorse diverse immagini, tra cui alcuni fotogrammi relativi alla Rivoluzione russa e all’Ellis Island, l’isolotto newyorkese su cui gli immigrati approdavano prima di poter entrare in America. Nella stessa scheda, però, c’è un punto sul quale non mi trovo particolarmente d’accordo: quando si menziona il rapporto tra vincitori e vinti, infatti, si sostiene che solo le ragioni dei vinti passano alla storia, mentre la voce dei più deboli e dei perdenti è destinata a essere dimenticata. Da questa affermazione emerge un preciso criterio di periodizzazione: vi si sostiene, cioè, che la caratteristica fondamentale per distinguere un’epoca da un’altra sia data dalla lotta per il potere politico. I veri fatti, dunque, sono solo quelli relativi alla lotta politica, che avrà sempre e comunque dei vincitori e dei vinti, sebbene non in maniera così netta. La storia, fortunatamente, non è data solo da fatti di questo tipo: eventi del genere assumono una maggiore importanza solo se adottiamo un certo criterio. Se ci si trova in un regime libero, infatti, anche i vinti hanno la possibilità di dire la loro. Casomai la distinzione dovrebbe essere di altro tipo, e dovrebbe riguardare le differenze che intercorrono fra i regimi in cui parlano solo i vincitori e quelli in cui possono parlare pure i vinti, come è avvenuto in Italia dal '45 in poi. La storia, però, è costituita anche da eventi di altro genere: accanto a fatti politici sicuramente importanti come la caduta del muro di Berlino o l'attentato di Sarajevo, bisognerebbe anche menzionare la scoperta del DNA - ossia del meccanismo con cui avviene la trasmissione genetica - che obbedisce a un criterio completamente diverso. Gli studi sul DNA, infatti, non c'entrano nulla con le guerre e con la conquista del potere. Se applicassimo il criterio della lotta politica a ogni aspetto della società, allora le Sue affermazioni sarebbero molto giuste. Nel corso della storia, però, sono accaduti eventi relativi alla cultura diffusa che non rientrano immediatamente nella sfera politica – sebbene possano esercitarvi una qualche influenza – e non riguardano la lotta per la conquista del potere, sanguinosa o pacifica che sia. Sono sicuramente preferibili i passaggi di potere pacifici a quelli sanguinosi, ed è bene che nei manuali tale concetto sia espresso in modo chiaro. In questo senso, la Sua è una critica giustificata, perché spesso nei testi scolastici non viene precisato il rapporto fra i movimenti collettivi da una parte, e i regnanti o i generali dall'altra.

STUDENTESSA: Secondo Lei quali sono i criteri per distinguere ciò che è ancora un fatto di cronaca – e, come tale, di pertinenza dei mass media – da ciò che può già essere considerato un oggetto di studio dell'indagine storica? La cronaca di oggi, infatti, può essere considerata la storia di domani.

PAVONE: Fra gli storici è in corso una discussione che dura da secoli, all’incirca da quando è cominciata la storia contemporanea. Il primo a scrivere una grande opera di storia contemporanea è stato Tucidide, che ci ha tramandato le vicende della guerra del Peloponneso, alla quale lui stesso aveva partecipato. Tucidide non si è affatto sentito inibito dal raccontare le vicende a lui contemporanee. Ne trasse un capolavoro che viene giustamente considerato il primo testo della storiografia. Nonostante esempi del genere, però, non è detto che il problema non esista e che non si possa confondere con quello della memoria. Finché vivono i protagonisti di un grande evento – compresi gli eventi a noi più vicini come l’ultima guerra mondiale, la Resistenza o il fascismo - allora posso essere raccolti dei fatti di cronaca immediata, esistono dei ricordi che non si sono mai fossilizzati, che appartengono alla nostra esperienza individuale e che ognuno elabora continuamente nella propria memoria. Nonostante voi siate molto giovani, siete comunque capaci di far emergere alla memoria dei fatti che due anni fa avreste interpretato in maniera diversa. Situazioni del genere possono presentarsi non solo nelle vicende individuali, ma anche nella storia collettiva delle nazioni, dei popoli, delle classi sociali e dei ceti culturali. La distinzione tra cronaca e storia è una distinzione che bisogna comunque operare, perché la cronaca si limita a elencare i fatti in un ordine cronologico, mentre il fulcro della storia sta nell’interpretazione, vale a dire nella capacità di unire una corretta esposizione dei fatti – una cronologia – con dei criteri interpretativi che includano una determinata periodizzazione. Una persona che si ritrovi a descrivere un determinato periodo storico, sceglierà dei fatti piuttosto che degli altri in base al suo criterio di periodizzazione: si tratta di un’operazione che non intende alterare nulla, ma che pone gli eventi in una specifica prospettiva. Il rapporto tra cronaca e interpretazione, e quello fra storia e memoria, sono delle relazioni che si allentano man mano che scompaiono i protagonisti di certi eventi, nonché i loro figli e i loro nipoti. Sono stati portati avanti numerosi studi sulla trasmissione sociale della memoria, un elemento strettamente connesso all'alternarsi delle generazioni: c’è una bella differenza tra un fatto raccontato dal proprio padre, un fatto raccontato dal proprio nonno e un fatto che non è stato raccontato da nessuno perché tutti coloro che vi hanno assistito sono morti. Lo statista Francesco Crispi – così come tutti i crispini – è morto da tempo: in tal caso il rapporto con la memoria va ricostituito tramite le opinioni di coloro che per primi hanno raccontato certe vicende.

STUDENTESSA: Vorrei sapere qual è il significato degli oggetti che ha portato in studio.

PAVONE: Si tratta di immagini relative a eventi che assumono una diversa rilevanza a seconda dei criteri di scansione adottati. La prima immagine rappresenta l’attentato di Sarajevo, l’evento culminante che diede inizio alla Prima Guerra Mondiale. Molti storici sono convinti che il secolo XIXo, ossia l’Ottocento, finisca proprio nel 1914: in tal caso l’attentato di Sarajevo assumerebbe anche un significato simbolico perché, oltre ad aver scatenato la Grande Guerra, avrebbe provocato una catastrofe in grado di cambiare radicalmente il corso degli eventi. La seconda immagine riguarda la caduta del Muro di Berlino un avvenimento che, nella sua forma definitiva, rappresenta un altro fatto politico.

A differenza della Prima Guerra Mondiale, però, esso non è sanguinoso e segnala la fine di un regime sociale e politico. È indicativo come il muro sia stato scavalcato da est verso ovest; su questo fatto si può discutere parecchio: c’è chi sostiene che si viveva meglio da una parte e chi, invece, è convinto che si stava meglio dall’altra. Indubbiamente, però, nella memoria collettiva rimarrà la consapevolezza che la gente che ha scavalcato il muro di Berlino veniva dalla Repubblica Democratica Tedesca, e non da quella Federale. Se il muro fosse stato scavalcato in senso contrario, avrebbe probabilmente assunto un significato del tutto opposto. Eventi come quello di Berlino – un fatto politico non sanguinoso – possiedono un grandissimo valore, tanto simbolico, quanto generale. La terza immagine, invece, è relativa alla scoperta del DNA, uno dei più grandi successi della ricerca biologica contemporanea: tramite l’individuazione del DNA, infatti, si è cominciato a capire il meccanismo della trasmissione genetica. Ovviamente potevo scegliere molti altri successi scientifici del genere, tanto nell’ambito della fisica, quanto in quello delle scienze naturali. Mi sono deciso per la scoperta del DNA per farvi capire come certi fatti possano sfuggire a determinati criteri di periodizzazione. Si potrebbe obiettare che il DNA è stato isolato quasi contemporaneamente in Inghilterra e in America, e ci si potrebbe anche chiedere perché non sia stato scoperto in altri Stati. Dubbi del genere porterebbero a delle lunghe discussioni. Resta il fatto che questo risultato scientifico assume una grandissima importanza, nonostante non collimi con la scansione delle guerre – 1914 e 1945 – e non corrisponda con la caduta del Muro di Berlino. Per poterlo evidenziare bisogna adottare altri criteri. Se prendessimo in considerazione la storia economica, ad esempio, non potremmo non citare la grande Crisi del 1929, un evento fondamentale per gli inizi del Novecento. Si trattò di un'enorme crisi economica che - nata negli Stati Uniti e in seguito diffusasi in tutto il mondo – costituì una delle cause indirette dell'avvento del nazismo in Germania. In tal caso abbiamo adottato un criterio che non prende in considerazione nessuna guerra. Com’è ovvio, però, non possiamo dimenticare che questa crisi colpì duramente la Germania, che fu una delle cause dell’ascesa di Hitler e che, di conseguenza, determinò lo scoppio della guerra. In tal caso vengono ristabiliti dei nessi. Per chi si occupa di storia economica, però, il 1939 – l’anno dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale – non avrà la stessa rilevanza del 1929.

STUDENTE: Lei pensa che le nuove tecnologie - in special modo Internet e i sistemi multimediali – possano arrivare a modificare il modo di fare storia attraverso un inedito utilizzo di testi, immagini e filmati?

PAVONE: In parte credo di sì. Penso, comunque, che il "fare storia" rimarrà sostanzialmente immutato, perché esso rappresenta il rapporto che stabiliamo con il passato. Il passato non può restare una massa uniforme: dobbiamo dividerlo in scompartimenti per poter distinguere, ad esempio, l'Impero Romano da quello Napoleonico. Ciò significa che bisogna stabilire delle differenze. Il problema fondamentale rimane quindi il nostro rapporto con il passato e, in prospettiva, con il futuro. Nel corso dei secoli, gli strumenti tecnici sono cambiati conformemente al tipo di documentazione con cui gli storici avevano a che fare: dalla documentazione su papiro si è passati a quella su pergamena e su carta, e in seguito a quella stampata e a quella dattilografata. Fino a un certo punto, però, si è sempre trattato di documentazione scritta. La grande novità inaugurata dall’informatica sta proprio nell’affiancare alle fonti scritte altri tipi di documentazione. Anche i giornali sono una fonte di informazione scritta, un documento che gli storici hanno usato fin dal Settecento. L’informatica, però, ci offre enormi possibilità: essa, infatti, ci consente di avere più tipi di informazione, di registrare molti dati e di incrociarli con maggiore facilità. Se qualcuno di Voi volesse fare una tesi di laurea in storia, non si potrebbe limitare ad andare in biblioteca o in archivio a leggere dei libri. Si dovrebbe anche procurare delle fonti audiovisive: registrazioni di telegiornali, di documentari o di trasmissioni. Mentre in passato – talvolta anche adesso - ci si lamentava della scarsità di fonti documentarie, oggi rischiamo di imbatterci in un "ingorgo" di documentazioni. Penso che nessuno storico, infatti, potrà mai leggere e vedere tutto ciò che riguarda un evento come la Guerra del Golfo: spenderebbe una vita solo per analizzarne ogni informazione. Il problema sta quindi nella selezione delle fonti. Non possiamo semplicemente affidarci alle macchine nella convinzione che pensino a tutto loro: i nuovi strumenti sono in grado di darci una risposta solo se noi poniamo loro una domanda. Se siamo capaci di formulare buoni quesiti, allora otterremo buone risposte, se non riusciamo in questo intento, invece, saremo noi a incontrare problemi, non certo le macchine.

STUDENTESSA: Lei pensa che la storia sia realmente determinata dai vincitori?

PAVONE: In senso assoluto credo di no. La storia è determinata dai vincitori, dai vinti e anche da coloro che non si sono mai compromessi né con i vincitori, né con i vinti, vale a dire gran parte della società umana. Sicuramente, un ambito come quello della storia politica tenderà a dare maggiore risalto ai vincitori. Se, però, ci spostiamo nel campo della storia sociale, della storia della cultura o della storia della famiglia, non risulta più così facile distinguere la parte vincente da quella perdente. In questo caso il nostro criterio deve subire una mutazione. Un marito brutale che tratta male la moglie può essere definito un vincente? Forse qualcuno sarebbe tentato di rispondere affermativamente, ma non si tratta di un criterio storiografico. In casi come questo bisogna analizzare i cambiamenti che intercorrono in un determinato ambito, e non si tratta di un'operazione particolarmente semplice. In letteratura, ad esempio, non ha molto senso affermare che l'ermetismo "ha vinto" sul dannunzianesimo. I vinti e i vincitori sono figure che emergono solo adottando un criterio di storia politica. Con ciò non voglio assolutamente affermare che non bisognerebbe tenere in considerazione l'ambito politico - un atteggiamento fin troppo di moda; desidero solo farvi capire che la politica è fatta da persone su cui, talvolta, i vinti possono esercitare una qualche inconsapevole influenza.

STUDENTESSA: Lei, che è stato un professore di storia dell'età contemporanea, pensa che sia più importante lo studio dell'età antica o quello dell'età più vicina a noi? Quale delle due può fornirci una migliore formazione e un maggiore contributo anche dal punto di vista dei valori o dei comportamenti?

PAVONE: Nonostante corra il rischio di fare un'affermazione "salomonica", Vi rispondo: tutte e due. Non c'è assolutamente bisogno di operare una scelta drastica. Sicuramente, la direzione presa dai recenti provvedimenti ministeriali - che hanno focalizzato i programmi dell'ultimo anno di superiori sullo studio del Novecento - è giustificata dal fatto che il nostro secolo risulta più adatto di altri a rispondere alle nostre urgenti domande. In Italia, di solito, lo studio della storia si ferma più o meno a Vittorio Veneto o alla Prima Guerra Mondiale: in tal modo si perdono gli avvenimenti di tre quarti di secolo. Non bisogna comunque dimenticare che i fenomeni di lunghissima durata hanno ancora la capacità di influire su di noi. Per questo la civiltà più antica - la cultura dalla quale deriviamo - deve essere conosciuta, per lo meno nei suoi fondamenti. A essa, però, si dovrebbe applicare un criterio più sintetico e più selettivo: è del tutto inutile conoscere con esattezza ogni battaglia della Guerra di Successione spagnola o della Guerra di Successione austriaca, perché si tratta di particolari che possono essere tranquillamente omessi. Lo studio della storia greca o della storia del cristianesimo, però, non può essere trascurato: bisogna conoscerne le origini e gli sviluppi. È importante, ad esempio, tentare di stabilire se la Chiesa abbia o non abbia tradito il messaggio evangelico, una questione che, nel corso dei secoli, ha scatenato discussioni, eresie e scissioni, tra le quali quella messa in atto dalla Riforma protestante. Dobbiamo anche saper isolare le differenze tra Chiesa ortodossa orientale e Chiesa protestante. La profondità e l'antichità del problema del rapporto fra ebraismo e cristianesimo, inoltre - una questione nata duemila anni fa - ci devono spingere a conoscerne le origini.

STUDENTESSA: Quindi, secondo Lei, sarebbe meglio soffermarsi sui "concetti".

PAVONE: Esattamente: bisogna liberarsi dalle nozioni superflue e trasmettere il senso di alcune esperienze fondamentali. Le vicende minute possono essere utili a chi deve studiare approfonditamente un certo periodo storico. Coloro che si dovranno occupare di storia della storiografia, ad esempio, non potranno fermarsi alla Seconda Guerra Mondiale, ma dovranno risalire fino a Tucidide e alla Guerra del Peloponneso.

STUDENTESSA: Lei non crede che, al fine di una corretta periodizzazione, sia meglio adottare il punto di vista di Machiavelli, il quale chiamò la storia magistra vitae perché in essa - a causa dell'immutabilità delle passioni e degli ideali dell'uomo - si ripetono sempre le stesse situazioni?

PAVONE: Quella dell'Historia magistra vitae è una formula alquanto in disuso perché risulta troppo "letterale": un individuo impara dagli eventi e poi, se si è dimostrato un cattivo allievo, sarà "bocciato" dalla storia. Si tratta di una convinzione senza senso. Sicuramente, però, per capire noi stessi dobbiamo riferirci sia agli avvenimenti più recenti, sia a quelli più antichi, anche solo per la curiosità nei confronti delle cose che potrebbero apparire morte e che, invece, non lo sono del tutto. Potrei portarLe l'esempio degli archeologi: il piacere che essi provano nel trovare dei reperti antichi è un'esigenza che non ha senso mortificare, anche se mai nessuno userà i loro dati per tornare a vestirsi come gli egiziani.

STUDENTESSA: Forse la storia dovrebbe avere una funzione catartica, in modo da insegnare agli uomini come non compiere i vecchi errori. Non di rado, infatti, l'umanità tende a riprodurre situazioni negative del passato, anche se in forme e in modi diversi.

PAVONE: In realtà qualche novità c'è stata. Impostando il discorso in maniera prettamente eurocentrica, vorrei sottolineare il fatto che, dal '45 a oggi, nel nostro continente non ci sono più state guerre - per lo meno nella sua parte occidentale. La Prima e la Seconda Guerra Mondiale, infatti, hanno mietuto decine di milioni di morti, e lo stesso processo di unificazione europea può dirsi un tentativo per non ripetere quella e altre carneficine. Come può notare, quindi, non tutto va perduto. Il motivo per cui la storia non è sufficiente a creare una completa catarsi è dato dalla stessa natura del genere umano e richiede una risposta antropologica. Tra i nostri sentimenti, infatti, vi sono tanto la bontà e la solidarietà, quanto l'aggressività e l'odio. Si tratta di elementi che, nel corso dei secoli, hanno assunto forme diverse, e non possiamo sapere quali forme assumeranno in futuro. Dobbiamo restare vigili per poter avvistare quegli atteggiamenti che credevamo sepolti da secoli: questo è l'unico insegnamento.

STUDENTESSA: In che misura i cambiamenti del clima e dell'ambiente influenzano il passaggio da un periodo storico all'altro?

PAVONE: Sicuramente hanno una loro importanza, sebbene le teorie climatologiche della storia siano state giustamente criticate. C'è una famosa frase di Benedetto Croce - un maestro di storicismo - che recita così: "lo stesso clima albergava le opere degli Elleni e l'ozio dei Turchi". Vale a dire che ad Atene faceva caldo sia sotto Pericle, sia sotto il dominio turco e che l'eccessiva calura aveva soffocato ogni inventiva. Detto questo, però, non bisogna privare il clima di ogni importanza: tanto nell'antico Egitto, quanto nella zona della Mesopotamia - le terre su cui fiorirono le prime civiltà e che oggi sono occupate dall'Egitto moderno, dall'Iran e dall'Iraq - le condizioni ambientali hanno esercitato una grande influenza, sebbene non in modo così determinante.

STUDENTESSA: Tenendo conto del fatto che in passato il tempo veniva misurato in maniera diversa, non crede che la sua attuale scansione - elaborata in base al nostro calendario e alla durata media della nostra vita - risulti prevalentemente arbitraria?

PAVONE: Sicuramente si tratta di una partizione arbitraria, soprattutto se teniamo conto del fatto che non esiste un criterio obiettivo. Com'è ovvio, però, si potrebbero anche adottare parametri differenti. Non è possibile immaginarsi qualcuno che, dall'alto, possa stabilire principi assoluti. Siamo stati noi a decidere che nel 476 cadeva l'Impero Romano d'Occidente e a dare all'avvenimento un taglio così netto. Benedetto Croce disse che "la storia è storia contemporanea" perché le domande che poniamo alla storia sono le domande che ci premono nel presente. Vogliamo dar loro una risposta tramite lo studio del passato, e tale desiderio non può non influenzare la nostra periodizzazione.

STUDENTESSA: Lei non pensa che la scansione della storia in età, possa portare a un eccessivo appiattimento del rapporto di causa ed effetto che intercorre tra un certo periodo e quello immediatamente successivo? Probabilmente in tal modo si rischia di far apparire la storia come un insieme di punti separati.

PAVONE: Se ogni nuova periodizzazione ricominciasse dall'età della pietra e presentasse dei tagli troppo netti, Lei avrebbe sicuramente ragione. La periodizzazione, però, non serve esclusivamente a operare differenze, ma anche a evidenziare continuità. La presenza di elementi in comune tra antichità e medioevo, ad esempio, è stata oggetto di numerosi studi: questi ultimi, però, non hanno mai negato che l'Impero Romano d'Occidente e quello Carolingio fossero delle compagini profondamente diverse e separate. I tagli che vengono posti tra un periodo e un altro non devono mai essere troppo netti, ma devono sempre conservare il rapporto fra continuità e rottura. Nonostante ogni individuo passi attraverso fasi distinte - infanzia, adolescenza, maturità e vecchiaia - nondimeno egli rimarrà sempre lo stesso individuo. Tanto l'umanità, quanto le singole persone elaborano di continuo il loro rapporto con il passato, sebbene per l'umanità nel suo complesso la faccenda si riveli assai più complessa. Detto questo, vi vorrei far ascoltare il frammento di un'intervista allo storico francese François Furet, il quale ci farà conoscere il suo parere sul bolscevismo e sulla Rivoluzione Comunista.

FURET: Nel bolscevismo è insita l'idea delle leggi della storia, ma vi è anche l'idea giacobina della preponderanza della volontà umana. L'idea bolscevica, dunque, è duale, e proprio per tale motivo, a mio avviso, ha sedotto il secolo. Essa, infatti, mescola due elementi contraddittori: la fede nella capacità dell'uomo di prendere in mano il suo destino e l'idea di legge storica. Si tratta di idee contraddittorie che, però, coesistono perfettamente all'interno dell'angoscia dell'uomo moderno. Esse permettono di attribuire all'azione dell'uomo una garanzia quasi trascendente all'interno dell'idea di scienza. La scienza ha qui assunto le funzioni della religione.

PAVONE: Furet è stato uno dei più grandi storici della Rivoluzione Francese e, purtroppo, è morto poco tempo fa in seguito a un incidente. Avete qualche commento da fare sulla dualità del bolscevismo?

STUDENTE: In realtà la mia domanda non è in relazione con il filmato. Con l'avvento dell'anno Mille, moltissime persone non erano a conoscenza della data esatta nella quale vivevano: ciononostante molti storici hanno messo l'accento sul terrore generalizzato che colpì le popolazioni in prossimità dello scadere del millennio, soprattutto in vista della temuta fine del mondo. Lei non crede che spesso si corra il rischio di stabilire a posteriori l'importanza di un avvenimento presso i suoi contemporanei?

PAVONE: Si tratta di una situazione alquanto probabile. Non di rado i contemporanei sono gli ultimi a capire ciò che veramente sta succedendo, soprattutto se un dato periodo non è segnato da eventi catastrofici. Proprio per tale motivo si riesce a comprendere la ragione per cui, in questo secolo, le grandi guerre che hanno coinvolto intere popolazioni hanno assunto un così netto criterio periodicizzante: tutti sono stati costretti ad accorgersene. Quando è stato scoperto il DNA, invece, la stragrande maggioranza della gente non si è probabilmente resa conto dell'importanza dell'avvenimento, il quale ha creato le basi dell'ingegneria genetica. Per quanto riguarda l'anno Mille, bisognerebbe anche tener conto della minore circolazione di informazioni e del diffusissimo analfabetismo. Quando si afferma che, allo scadere del primo millennio, "tutti aspettavano l'Apocalisse e la fine del mondo", bisogna mantenere una certa cautela critica. Non ogni individuo, infatti, aveva letto gli Atti degli Apostoli dove, nell'Apocalisse di San Giovanni, si sosteneva che il mondo poteva finire alla stessa maniera in cui era cominciato, che le colpe di ognuno sarebbero state giudicate e che gli eletti sarebbero andati in Paradiso mentre gli altri sarebbero finiti all'Inferno. Si trattava di nozioni e di un modo di vedere il mondo che non potevano appartenere a tutti quanti. Rimane il fatto che le condizioni di vita erano talmente degradate, da rendere abbastanza generalizzata l'attesa di una imminente catastrofe. Anche allora, infatti, era molto forte la paura dell'avvento di una serie di "guai tradizionali" tipici dell'epoca, quali oggi potrebbero essere - o essere stati - la bomba atomica, le epidemie o l'AIDS. Queste ultimi pericoli, infatti, potrebbero essere definiti come le odierne versioni dell'Apocalisse e costituiscono le più moderne forme di attesa, sebbene non si concentrino sullo scadere di un solo anno.

STUDENTESSA: La nostra ricerca su Internet è partita dal tema delle periodizzazioni: all'indirirzzo www.goldenight.it ho trovato un sito molto interessante che tratta di argomenti storici seguendo un ordine cronologico alquanto dettagliato. Al suo interno il Novecento risulta essere il secolo più completo: vi sono anche dei files audio che riproducono alcune registrazioni originali, o anche diverse citazioni di personaggi politici. Purtroppo si tratta di un sito ancora in via di allestimento, e molte pagine sono incomplete. Nella pagina dedicata al 1970, è presente la riproduzione di una copertina dell'Avanti nella quale spicca un titolo sul divorzio.

PAVONE: L'introduzione del divorzio in Italia è indubbiamente un fatto di enorme importanza dal punto di vista del costume e della storia della famiglia, nonostante non costituisca un criterio periodizzante come l'attentato di Sarajevo o come lo scoppio della bomba di Hiroshima. Per capirne la rilevanza bisogna sforzarsi un po' di più. Sebbene molti storici non valorizzino l'avvenimento, la maggioranza degli italiani vi riconosce una data fondamentale.

STUDENTESSA: Uno studio più approfondito del 1900 durante l'ultimo anno del Liceo, probabilmente porterà gli storici a trattare con maggiore attenzione argomenti come questi.

PAVONE: Non c'è dubbio. All'interno dello studio della storia devono anche emergere gli argomenti non immediatamente politici. Ovviamente, anche il divorzio, nel momento in cui è stato discusso alle Camere ed è divenuto legge, si è trasformato in un fatto politico. In quel caso, a sollevare la questione fu la senatrice Lina Merlin del Partito Socialista Italiano: proprio per questo l'Avanti - che era il giornale del PSI - gli diede un particolare rilievo alla vicenda. La senatrice Merlin riuscì a trascinare nella faccenda un PSI alquanto impaurito dalle reazioni dei cattolici. La legge sul divorzio, comunque, passò e, quando si tentò di abolirla tramite un referendum, gli italiani la confermarono.


Biografia di Claudio Pavone

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