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Il Grillo (4/2/1999)

Gennaro Sasso

Rivoluzioni e riforme

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...un sistema si "riforma" tramite l’introduzione di nuove leggi nel quadro costituzionale, in modo che quest’ultimo ne risulti arricchito ma non modificato (...) ma nei casi in cui la politica non collima più con le autentiche esigenze della società, allora la rivoluzione – in quanto atto di violenta rottura dell'ordinamento - diventa inevitabile...

Liceo classico "Plauto" di Roma (Spinaceto)

SASSO: Mi chiamo Gennaro Sasso ed insegno Filosofia teoretica nella Prima Università di Roma La Sapienza. Oggi parleremo di rivoluzioni e riforme, un argomento piuttosto urgente. Lo studio della filosofia ci deve servire soprattutto a rafforzare la nostra consapevolezza di cittadini, perché è proprio in quanto cittadini che veniamo investiti dai concetti di rivoluzione e di riforma.

Le rivoluzioni sono strategie del cambiamento. Sono state oggetto di ammirazione o di critica per il modo in cui sono riuscite a trasformare le condizioni di vita. Forse è alla luce della più grande ingiustizia e dello sfruttamento radicale dell'uomo sull'uomo, che appare opportuno farla finita subito e nel modo migliore. Questa era l'idea che stava dietro le grandi rivoluzioni come quella francese e quella russa: la trasformazione totale e immediata della società, il massimo del cambiamento nel tempo più breve. È possibile ottenere il cambiamento in questo modo? I critici della rivoluzione hanno sostenuto il contrario: la rivoluzione è essenzialmente fallimentare ed ha effetti futili perché non modifica le strutture profonde della società, oppure perché ha conseguenze perverse in quanto ottiene il contrario di ciò che si prefiggeva. Ma vi è anche una critica più profonda: è il metodo stesso che è stato considerato inaccettabile, indipendentemente dalla sua efficacia. Secondo la concezione delle riforme, infatti, l'idea stessa del cambiamento deve passare attraverso la presa di coscienza degli individui. Forse ciò non elimina un certo paternalismo. I movimenti di riforma socialisti e fabiani britannici, avevano certamente una concezione molto elevata di sé e della loro distanza dalle classi inferiori, ma ritenevano che il cambiamento passasse attraverso l'educazione e quindi attraverso l'assunzione di responsabilità in prima persona. La trasformazione dell’individuo, però, non è anch'essa una forma di rivoluzione, un rivolgimento radicale nel modo di vedere? Come si misura, quindi, la distanza tra le due concezioni? Nel ruolo dell'individuo o nella fiducia nella storia?

STUDENTESSA: A differenza di ciò che è stato detto nella scheda filmata, ritengo che la rivoluzione non sia fallimentare, ma che, al contrario, costituisca un profondo cambiamento, o per lo meno la speranza di un rinnovamento. Lei cosa ne pensa?

SASSO: Credo che Lei abbia sostanzialmente ragione, sebbene si debba precisare meglio il concetto. Nell’età moderna, come sappiamo bene, sono avvenute due grandi rivoluzioni: la prima è la Rivoluzione Francese – che forse non si risolve in un’unica rivoluzione ma che risulta variamente articolata – e la seconda è la Rivoluzione Russa del 1917. Questi due eventi - che sono stati anche messi in relazione da certa storiografia - hanno caratterizzato la storia recente ed hanno indirizzato la nostra riflessione sull’argomento. Per quanto concerne la Rivoluzione Francese, mi sembrerebbe alquanto temerario sostenere che essa non abbia prodotto nessun cambiamento e non abbia avuto effetti duraturi: il patrimonio ideale di larga parte dell'umanità – dall’Europa agli Stati Uniti d’America – deriva proprio da questo evento. Ciò significa che il patrimonio ideale consegnatoci dalla Rivoluzione Francese non è ancora stato messo seriamente in discussione e che molti dei nostri concetti continuano a rielaborare le idee nate da tale importantissimo avvenimento. Detto questo, non bisogna dimenticare le critiche che sono state mosse ad alcuni aspetti discutibili della Rivoluzione Francese e che hanno portato a sostenere la sostanziale inutilità delle rivoluzioni in genere. All’interno della Rivoluzione Francese, infatti, si suole distinguere due momenti: il primo è detto anche della "Rivoluzione liberale", mentre il secondo risulta caratterizzato da Robespierre, dal giacobinismo spinto e dal Terrore, ossia da eventi clamorosi che portarono in primo piano il problema della violenza. Su questo secondo aspetto si focalizza l’attenzione dei detrattori della Rivoluzione Francese. Ritengo, però, che giudicare un evento del genere soltanto in base a tale risultato estremo sia profondamente ingiusto, e che non sia possibile decretare il suo fallimento tenendo conto solo dell'esperienza robespierrista. Non bisogna inoltre dimenticare che dopo il Terrore si sono succeduti sia la Reazione che Napoleone. Questo fa parte della complessità della storia, la quale non si esaurisce mai in un unico stadio. La questione si fa più delicata nel momento in cui si cerca di analizzare la Rivoluzione d'Ottobre in Russia. Anche in tal caso, non credo si possa tranquillamente affermare che quest’evento non ha avuto alcun significato: tutto il Ventesimo secolo, infatti, è stato determinato dai problemi che esso ha sollevato. Sicuramente, accanto alle speranze di liberazione dei popoli delle Russie, la Rivoluzione di Ottobre ha comportato anche dei risultati catastrofici. La pesantissima dittatura di epoca stalinista, ad esempio, ha gravemente segnato la coscienza dell'Europa. Anche in questo caso, però, non mi azzarderei ad affermare che "rivoluzione" significa fallimento. Sosterrei, piuttosto, che essa porta al conseguimento di certi risultati e al non conseguimento di altri. Si tratta di una situazione che si può presentare in qualunque evento della storia, anche nell'ambito delle cosiddette "riforme" di cui parleremo nel corso di questo dibattito.

STUDENTESSA: Lei crede che l'ordinamento democratico sia il più idoneo a risolvere i conflitti sociali e ad evitare le rivoluzioni? Oppure ritiene che le conoscenze da noi accumulate ci possano far prefigurare nuovi e migliori modelli democratici, in modo da assicurare il rinnovamento senza dover necessariamente ricorrere ad una rivoluzione?

SASSO: Un regime democratico, sia di tipo parlamentare - come il nostro - sia di tipo presidenziale - come quello degli Stati Uniti -, può effettivamente evitare l'insorgenza di rivoluzioni violente attraverso il suo stesso esercizio. Perché? Perché un sistema democratico, per sua stessa costituzione interna, dovrebbe avere un contatto più stretto con le forze sociali che si muovono nel fondo. Si tratta di un regime maggiormente capace di esprimere le esigenze che nascono nella società e di incanalarle - attraverso le riforme - all'interno di un sistema di leggi. Un sistema si "riforma" tramite l’introduzione di nuove leggi nel quadro costituzionale e istituzionale, in modo che quest’ultimo ne risulti arricchito ma non modificato. Com’è ovvio, però, possono presentarsi delle situazioni che fuoriescono da questo schema e che potrebbero ugualmente portare a dei fenomeni rivoluzionari. Tanto più una rivoluzione possiede delle ragioni profonde e delle maggiori possibilità di attuazione, quanto più si determinerà una frattura fra la realtà politica e la realtà sociale di un determinato paese. Si tratta di casi in cui la politica non collima più con le autentiche esigenze della società. In tali situazioni la rivoluzione – in quanto atto di violenta rottura dell'ordinamento - diventa inevitabile.

STUDENTESSA: Locke affermava che il popolo è in diritto di partecipare al potere e che, quando una sola persona si impossessa dell'autorità, ha la facoltà di stipulare un contratto con quest’ultima. Qualora la suddetta persona dovesse deludere le sue aspettative, il popolo può portare avanti una rivoluzione. La storia, però, ci ha insegnato che spesso la rivoluzione è il frutto della volontà di una minoranza che agisce secondo i propri interessi e secondo le proprie idee. Eppure, dovrebbe trattarsi di un evento che investe tutti i cittadini. Qual è la Sua opinione in proposito?

SASSO: Credo che, prima di parlarne, converrebbe vedere un secondo contributo filmato.

ALAN RYAN: La rivoluzione di Locke, per usare il linguaggio degli studiosi medioevali, si presenta come un duello divino, come un'ordalia. La rivoluzione, preceduta da un appello al Cielo, è il momento in cui il popolo prende le armi per opporsi al sovrano che sta usando contro di lui il potere di prerogativa. In tal caso il destino dello scontro sarà deciso dalla volontà divina. Proprio per questo Locke parla con linguaggio biblico. La rivoluzione prende la forma di un conflitto armato il cui risultato manifesterà il giudizio divino che, attraverso le sorti della lotta, dirà se la ragione era dal lato del sovrano, che faceva ricorso alla prerogativa, o del popolo, che accusa il sovrano di abusare di essa.

SASSO: Mi pare che questo intervento sia piuttosto opportuno. In esso viene messo in evidenza un conflitto insanabile fra la figura che detiene il potere – potrebbe trattarsi tanto di un re, quanto di un sistema politico - ed il popolo che ne è sia oggetto, sia soggetto. Se gli interessi del sovrano e del popolo divengono drasticamente divergenti, allora la situazione rivoluzionaria è considerata inevitabile. Nel contributo viene anche sottolineato un punto di grande importanza: l’appello alla divinità. Tramite esso la rivoluzione viene percepita come una sorta di giudizio divino: non è più possibile rivolgersi all'autorità prevista dalle leggi e bisogna rifarsi ad un'istanza che trascende il piano fattuale dell'ordinamento politico. Ciò avviene perché l'atto rivoluzionario è sempre un atto di rottura nei confronti di un ordinamento legislativo. La rivoluzione, quindi, è da considerarsi come un’impresa illegale e violenta che non può essere giudicata dalle leggi contro le quali si rivolge. Essa è tanto più legittimata, quanto più si connota come una manifestazione della voce di Dio: l'ingiustizia che il sistema vigente aveva reso usuale, diviene oggetto della condanna di un giudice superiore. In Locke è presente un appello alla diversa legittimità degli atti rivoluzionari, che scardinano con violenza un determinato ordinamento. Detto questo, rimane da considerare che la violenza è pur sempre violenza. In Locke, però, vi è anche il tentativo di rendere giustizia a quelle imprese politiche che si battono contro l’iniquità degli ordinamenti vigenti. In situazioni del genere emerge il conflitto tra la "legge di natura", che non è scritta in un codice specifico, e le leggi positive che regolano la vita degli uomini in determinate società.

STUDENTESSA: Perché molte rivoluzioni finiscono? Quali sono i fattori interni ed esterni che contribuiscono al mutamento di una rivolta in rivoluzione?

SASSO: Generalmente le rivoluzioni terminano quando vengono represse dall'autorità contro la quale si rivolgono, oppure quando risultano vincitrici: una rivoluzione, infatti, non può rivoluzionare continuamente se stessa. Giunta ad un certo punto la rivoluzione deve dar luogo ad una situazione politica, giuridica e sociale che abbia una sua stabilità e una sua fisionomia e che, quindi, cominci ad essere regolata da leggi e non più da atti rivoluzionari. Nel nostro secolo c’è stato anche chi ha teorizzato il concetto di "rivoluzione permanente". Si è notato, infatti, che molte rivoluzioni hanno avuto degli esiti sostanzialmente reazionari: si pensi, ad esempio, alla figura di Napoleone, che mise fine all’epoca rivoluzionaria che lo aveva immediatamente preceduto. Di conseguenza, alcuni pensatori politici – compresi certi politici rivoluzionari, come Trotzkij - elaborarono un concetto che tendeva ad evitare il fallimento dei risultati rivoluzionari. Tale concetto teorizzava una forza in grado di rivoluzionare continuamente se stessa. In un libro pubblicato nella prima metà di questo secolo - La crisi della ragione dialettica - Jean Paul Sartre riprese il concetto trotzkijsta di rivoluzione permanente e lo rielaborò improntandolo ad un certo pessimismo, perché, secondo Sartre, la rivoluzione non aveva nessuna possibilità di rivoluzionare perennemente se stessa al fine di non scadere nella burocrazia. Tra le critiche che furono rivolte all’URSS, ad esempio, c’era proprio quella di un’eccessiva burocratizzazione degli esiti rivoluzionari: gli entusiasmi del 1917, infatti, erano progressivamente scaduti in atti restaurativi dell’ordine, totalmente alieni da qualsiasi ispirazione rivoluzionaria. La vittoria di Stalin su Trotzkij potrebbe in qualche modo simboleggiare la vittoria della burocrazia sul concetto di rivoluzione permanente.

STUDENTESSA: Lei crede che in futuro sarà possibile parlare di valori diversi da quello dell'uguaglianza?

SASSO: Tutto può accadere. Nel corso della storia, il concetto di uguaglianza è stato applicato tante volte quanto è stato calpestato. Non è improbabile, quindi, che in futuro tale nozione non costituisca più un valore riconosciuto e apprezzato da tutti. Il concetto di uguaglianza, d'altra parte, non è un concetto semplice, e richiede una definizione per poter comprenderne il significato. In proposito vi sono varie idee: vi è quella di Rousseau, vi è quella della parità matematica degli individui che costituiscono l'orizzonte sociale, e vi sono anche dei concetti più sfumati e più elaborati.

STUDENTESSA: È in nome dell’uguaglianza che i cittadini delle società industrializzate occidentali devono rispettare leggi e regole - spesso non chiare o addirittura non condivisibili - che limitano la loro libertà?

SASSO: In tal caso si tratta di omogeneità piuttosto che di uguaglianza: tutti diventano uguali perché tutti assumono le stesse preferenze, gli stessi gusti e così via. Questo è il grande problema delle società industriali o, come si dice oggi, delle società postindustriali. In esse la capacità di ottenere consenso da parte del potere politico ed economico è talmente forte, che l’adesione nei suoi confronti non risulta realmente tale, ma potrebbe meglio essere descritta come una semplice acquiescenza alle regole che questo stesso potere ha posto. Si tratta di un grande problema della società contemporanea a cui è difficile dare una risposta. Personalmente ritengo che bisognerebbe incrementare al massimo quei luoghi dove il pensiero critico viene tenuto vivo e viene elaborato.

STUDENTESSA: Lei crede che le odierne democrazie occidentali riescano a concretizzare il concetto di uguaglianza fra tutti gli uomini o, per lo meno, ad assicurare ad ognuno delle pari opportunità?

SASSO: Io credo che ci provino, sebbene covino il desiderio di agire in maniera opposta. A domande di questo genere sarei tentato di rispondere in modo leggermente velleitario: i regimi democratici a cui Lei si riferisce hanno come strumento fondamentale il voto, ossia la periodica espressione della cosiddetta volontà popolare. Il sistema liberal-democratico è un sistema in cui, almeno in teoria, la possibilità d’iniziativa e d’espansione della libertà costituisce l'unica garanzia a disposizione per aderire all'intento di coloro che lo teorizzarono e lo organizzarono. Per tale motivo sosterrei che il senso di responsabilità – un elemento sostanzialmente soggettivo - deve essere potenziato al massimo, affinché gli stessi sistemi si trasformino in ciò che hanno intenzione di essere ed in ciò che corrisponde ai nostri desideri.

STUDENTESSA: Pensando ad episodi come quello dei sudditi inglesi che, avendo chiesto delle riforme e non essendo stati soddisfatti, fecero scoppiare la rivoluzione, Lei non crede che quello rivoluzionario sia l’unico mezzo possibile per ottenere un rinnovamento non concesso?

SASSO: L'idea di rivoluzione e la sua attuazione sono sempre da considerare come eventi che scardinano - a volte violentemente - un sistema che già contiene dentro di sé tutte le esigenze e tutte le forze a cui la stessa rivoluzione vuole dare espressione. Nello stesso tempo, però, il suddetto sistema è in possesso di alcune strutture che rendono assolutamente impossibile l’espressione libera e legale di queste forze. In tali situazioni, quindi, sono contemporaneamente presenti delle esigenze di espressione attraverso le leggi, e delle forti delusioni in conseguenza all’impossibilità di tale espressione: schematicamente parlando, un contesto del genere potrebbe far scoppiare una rivoluzione. Quando un corpo politico e sociale non riesce più ad esprimersi, i suoi elementi migliori non riescono a comunicare, e in tal modo la rivoluzione diventa uno strumento indispensabile. Com’è ovvio, ogni rivoluzione ha una propria storia e può anche dare luogo a delle delusioni o a dei terribili momenti di violenza. Non ritengo, comunque, che la violenza o il fallimento siano degli argomenti contro la rivoluzione. Li definirei piuttosto come uno degli inconvenienti che tutte le azioni umane incontrano nel momento della loro realizzazione. Quello della rivoluzione è un tema a cui bisogna guardare con spregiudicatezza, tentando di evitare tanto il "misticismo rivoluzionario", quanto un insensato bigottismo. Gli eventi vanno visti nella concretezza delle loro determinazioni sociali e politiche.

STUDENTESSA: Secondo Lei la violenza che spesso accompagna un processo rivoluzionario può essere giustificabile sul piano morale? Lei crede che essa risulti indispensabile ed intrinseca a qualsiasi rivoluzione?

SASSO: Sul piano morale la violenza non è giustificabile. Tenendo conto di tale limite, è molto difficile sostenere che determinati atti di violenza sono condivisibili perché fanno parte di un movimento rivoluzionario atto a liberare l’intera umanità sterminandone una parte. Pretendere di esercitare la violenza a fin di bene, è una posizione piuttosto complicata e alquanto ridicola dei rivoluzionari. Ciononostante le rivoluzioni accadono e la violenza viene esercitata. Nella società si presentano delle situazioni che determinano dei nodi, delle strettoie, e dei punti di non sviluppo che non sono governabili tramite le leggi in vigore: in casi del genere l'azione rivoluzionaria diventa inevitabile. Ma la violenza rivoluzionaria non è mai giustificabile in sede morale. Tuttavia, si possono presentare delle situazioni all'interno delle quali – evitando di interrogarsi sul bene e sul male - l'uso di determinati mezzi si rivela come l'unico a disposizione. Personalmente, non mi definirei un critico della rivoluzione in quanto tale, così come non mi sognerei di sostenere che essa è l’unico modo per risolvere i problemi politici e sociali. Avete mai pensato che la Rivoluzione Francese avrebbe anche potuto non avvenire? Seppure ci immaginassimo una situazione del genere, non potremmo mai veramente credere che tutti i molteplici, notevoli e crudeli atti di violenza avvenuti in quel periodo non possano essere assunti in una visione storica positiva per la formazione degli assetti sociali, sebbene essi non siano giustificabili sul piano morale. Questo è il punto di vista dal quale, secondo me, bisogna abituarsi a guardare. Se non si assume un atteggiamento realistico nei confronti dei fatti rivoluzionari, allora saremo costretti a condannarli senza appello. A tal punto, però, si porrebbe il problema dei fattori che li hanno causati e del perché della loro violenza. La Rivoluzione Francese e quella Russa non sono nate per caso. Esse sono state evidentemente causate da una profonda sofferenza della società di quei paesi, un disagio che ha portato i capi rivoluzionari a prendere delle iniziative, a volte molto violente. In certe sedicenti "società equilibrate" si presentano delle situazioni di violenza che non possono non generare altra violenza. L'ideale politico sarebbe costituito da una società non violenta che non ha bisogno di atti aggressivi per essere abbattuta. Le cose, però, non vanno così e il vero giudice non è altri che la nostra coscienza.

STUDENTESSA: Lei non crede che sia stato fatto un abuso dei concetti di rivoluzione e di riforma? Non ritiene che troppo spesso abbiano subito una schematizzazione che ne ha ridotto la complessità? Talvolta, infatti, la rivoluzione e la riforma risultano complementari: la rivoluzione può sfociare nella riforma o può essere preparata dalle riforme.

SASSO: Certo. Durante la storia questi due concetti si sono spesso intrecciati, sebbene mantengano delle differenze: la rivoluzione, infatti, suppone un atto violento che spezza l’ordine costituito. Questo intervento rivoluzionario può risultare più o meno giustificato: se all’interno di una certa società vengono reiterati degli squilibri tali da non permettere alcuna via d’uscita "legale", allora l’atto rivoluzionario può aver luogo. La riforma, invece, può essere definita come una rivoluzione che avviene attraverso le leggi. In genere le riforme – anche le più radicali - non sovvertono l'apparato fondamentale dello Stato, il suo sistema giuridico e il suo sistema politico. Sebbene gli effetti possano essere visti come rivoluzionari, essi non vengono attuati con gli stessi metodi delle rivoluzioni. Si tratta di elementi che devono essere valutati in concreto.

STUDENTESSA: Popper affermò che le attuali democrazie liberali – il cui modello sono gli Stati Uniti - si possono progressivamente trasformare - tramite le opportune riforme - in ciò che egli definì una società aperta. Nella società aperta ogni cittadino ha a disposizione lo stesso patrimonio ed è in possesso delle possibilità iniziali di tutti gli altri: tramite il differente investimento delle proprie ricchezze, ognuno avrà l’opportunità di distinguersi dal resto dei cittadini. Lei è d’accordo con questa teorizzazione?

SASSO: La società aperta di Popper potrebbe essere considerata un auspicio. Essa è una società in cui le idee di libertà si sono realizzate nella loro forma più piena e in cui tutte le velleità burocratiche e autoritarie sono state progressivamente ridotte al silenzio. Considerando la realtà dei fatti, però, quello di Popper è uno schema utopistico. Personalmente preferisco una società liberale in cui gli individui abbiano la possibilità di "realizzarsi" senza costrizioni e regole imposte. Anche in tal caso la realtà si presenta molto più complicata. Sicuramente, la liberalizzazione dei rapporti e delle strutture sociali rimane un obiettivo fondamentale: la libertà politica è un bene inalienabile che deve essere messo in atto, sebbene non sia concretizzabile tramite la società aperta di Popper. Tra una società "chiusa" e una società "aperta" – che, allo stato puro, sono delle semplici astrazioni - vi sono molteplici livelli intermedi che costituiscono la vera materia del nostro quotidiano contendere.

STUDENTESSA: Sto facendo una ricerca su Internet che riguarda un altro tipo di rivoluzione: quella dei mass media. In che misura, alle soglie del Duemila, i mass media potranno influire sulla società? È possibile parlare di "rivoluzione dei mass media"- ad esempio di Internet - al posto delle "rivoluzione di massa"?

SASSO: E’ una domanda molto difficile a cui forse dovrebbe rispondere qualcuno più giovane di me perché, in realtà, io sono cresciuto in un periodo in cui tecnologie del genere non esistevano. All’epoca non era presente uno strumento di condizionamento di tale potenza. Se attraverso Internet si potesse dare espressione a diverse voci per creare una sorta di dibattito permanente - mai guidato, né manipolato – tramite cui comprendere le urgenze della società, allora questo mezzo diverrebbe un potente strumento di innovazione e di affermazione democratica. Al contrario, se esso fosse usato male diverrebbe un media terrificante. Forse sono troppo vecchio per non guardare con diffidenza a certi strumenti, che posseggono un enorme potere di persuasione e di imposizione di tesi, di idee, di immagini, di gusti e di preferenze. Queste tecnologie dovrebbero sviluppare degli anticorpi in modo da offrire ai loro utenti un’ampia possibilità di scelta.
Vi ringrazio per l’attenzione e vi saluto.


Biografia di Gennaro Sasso

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