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Il Grillo (2/2/1999)

Giulio Ferroni

La storia tra biografia e romanzo

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...in qualche modo, attraverso la rappresentazione si interviene sul senso della realtà: il significato reale di ciò che accade non lo potremo mai afferrare. Lo ricostruiamo sempre attraverso un punto di vista...

Liceo Classico "Plauto" di Roma (Spinaceto)

FERRONI: Salve ragazzi, mi chiamo Giulio Ferroni ed insegno Letteratura italiana all'Università La Sapienza di Roma. Mi sono occupato di varie cose sulla letteratura italiana, ho fatto anche un Manuale per la scuola. Stasera siamo qui per parlare di un tema che riguarda sia la letteratura che la storia, cioè il romanzo come genere letterario, la storiografia come genere letterario, tra biografia e romanzo. Per introdurre la nostra discussione vediamo una breve scheda filmata.

La letteratura racconta la storia. Sin da quando ha narrato le vicende mitologiche degli eroi, fino ai grandi affreschi sociali del romanzo realista dell'Ottocento. Nel nostro secolo ai romanzi si sono aggiunti i film, con la loro capacità narrativa e la presa che hanno su un grande pubblico. Se letteratura e cinema riescono a raccontare la storia, non dipende però da ciò che essi descrivono. Forniscono dati e informazioni, ma ciò che li distingue dalla prosa storica, è la modalità della comunicazione. Romanzi e film provocano un turbamento e una partecipazione da cui sono in genere immuni i lettori delle opere di scienze sociali. Si può venire informati di molte cose circa le persone, i loro modi di vita e le circostanze sociali e pure mantenersi a distanza da tale conoscenza. Ma i romanzi e i film favoriscono l'identificazione e ci costringono a reagire. Ci fanno entrare in un mondo emozionale, in cui i nostri stessi punti di vista, i nostri giudizi sono chiamati in causa e messi in discussione. Dickens intendeva il romanzo in questo modo, come un appello al cambiamento morale dei suoi lettori, e alla fine di "Tempi difficili" lo dichiara esplicitamente: "Caro lettore, dipende da te e da me se nei nostri due campi d'azione cose di questo genere accadranno o no". Film come "Anni di piombo" incoraggiano una analoga partecipazione e riflessione morale da parte del pubblico, che è chiamato a percepire intere possibilità di vita e di felicità e quindi anche di frustrazione e di sofferenza e a ritrovare la propria posizione nei confronti delle ingiustizie che sono rappresentate.

STUDENTESSA: Noi abbiamo portato qui come oggetto il quadro di Picasso Guernica, come esempio di come la storia possa essere narrata anche attraverso forme artistiche, quindi anche attraverso l'immaginazione dell'artista, del pittore, in questo caso. Quindi, secondo Lei, qual'è la differenza tra un racconto di finzione o comunque filtrato attraverso l'immaginazione dell'artista, dello scrittore, e il racconto storico puro e semplice?

FERRONI: Il caso di Guernica è un caso molto particolare, perché è una risposta a caldo nei confronti di un avvenimento spaventoso. Non è soltanto un racconto di un evento storico, ma anche un atto di partecipazione umana, morale, politica ad una situazione tremenda, non soltanto per la Spagna, ma per tutta l'Europa, per tutto il mondo. Ci dà un grande esempio di come l'arte costituisca non solo un racconto della storia, ma una partecipazione alla storia, una risposta alla storia, un tentativo di dire "no" anche agli orrori che la storia produce. Ecco, quindi, in effetti, l'arte, la letteratura e tutte le forme artistiche - non a caso poi siamo partiti da una forma che non è letteraria, che non è un racconto vero e proprio, ma è un racconto per immagini, è una trasposizione dell'evento in immagine -, siamo partiti da questo celebre quadro, proprio per mostrare come in fondo l'arte abbia una forza di risposta autonoma alla storia, la racconti, ma in qualche modo la giudichi. Naturalmente c'è un'arte, una letteratura che racconta da dopo, che ricostruisce a posteriori, e c'è un'arte, una letteratura che partecipa da questo punto di vista. In fondo anche la finzione, a volte, la finzione estrema, in fondo è una risposta alla storia. Naturalmente non possiamo ricostruire la storia basandoci sulle finzioni, ma le finzioni letterarie e artistiche qualche volta hanno la virtù di rivelarci il senso di quello che sta accadendo, trasponendolo nell'invenzione, nell'immaginazione, nel falso. Ecco, quindi direi che sempre l'arte, la letteratura costituiscono un contributo determinante per capire gli eventi, per capire il senso di ciò che accade.

STUDENTE: Come abbiamo visto molti film storici sono girati con inquadrature quasi impossibili, inquadrature dall'alto del tutto surreali. In questo modo non rischiano di diventare del tutto ingannevoli?

FERRONI: Ma, adesso tocchiamo il problema più specifico del cinema, che però è il problema del punto di vista figurativo che assume l'arte, il racconto. Naturalmente rappresentando la realtà in qualche modo la si deforma, anche con una forma di rappresentazione come il cinema che appare assolutamente realistica. Attraverso la rappresentazione in qualche modo si interviene sul senso della realtà: il significato reale di ciò che accade non lo potremo mai afferrare. Lo ricostruiamo sempre attraverso un punto di vista. Quindi l'inquadratura filmica, l'inquadratura cinematografica è un esempio molto calzante, molto bello di come ogni evento, ogni dato della realtà - anche la realtà: nel cinema sono i corpi stessi che vengono filmati -, è un esempio di come ogni dato della realtà, ogni evento, attraverso le forme artistiche venga in qualche modo proiettato, visto da un certo punto di vista. Il cinema non ci offre mai la realtà così com'è, ma ci offre dei punti di vista, e questo è un esempio interessante, di perché non dobbiamo prendere mai alla lettera la rappresentazione degli eventi. La rappresentazione è sempre un punto di vista umano, ma non soltanto nell'arte, anche nella storiografia, nei libri di storia. C'è sempre una proiezione, un punto di vista, una ricostruzione, una rappresentazione. Non abbiamo mai la realtà fenomenica, così come è accaduta, non sarà mai ricostruita tale e quale.

STUDENTESSA: Oggi non rischiamo di dare troppa importanza alla letteratura da un punto di vista storico, considerando che fino a due secoli fa non esisteva la letteratura? Tanta gente non sapeva né leggere né scrivere.

FERRONI: Lei ha toccato un'altra questione. Certo, oggi in fondo la letteratura, in realtà, se guardiamo insomma alla società contemporanea, alla comunicazione contemporanea, non è poi che si dia così tanta importanza alla letteratura, all'arte. Si dà se mai importanza al cinema, alla televisione, così. Però, insomma, è vero quello che dice Lei: che fino al secolo scorso, anche fino all'inizio di questo secolo, gran parte dell'umanità viveva lontana dal linguaggio scritto. E quindi tutti i documenti che noi abbiamo del passato, in fondo sono legati al punto di vista di coloro che invece possedevano questo linguaggio. Questo è vero insomma, però, quando si ricostruisce il passato ci si deve confrontare inevitabilmente con i documenti che si hanno a disposizione, con l'interpretazione che del passato è stata data dalla cultura che ci ha preceduto. Bisogna stare attenti a questo. E gli storici oggi lo fanno molto. Insomma, usano anche la documentazione di tipo letterario, cercando di vedere anche ciò che c'è sotto, documenti nascosti, sotterranei, che a volte emergono, perché non è vero poi che le classi popolari fossero sempre legate ad un totale analfabetismo. Qualche volta hanno lasciato tracce e documenti di vario tipo. Quindi anzi è molto interessante vedere il rapporto con cui la cultura alta, riservata ad un numero molto limitato di uomini, entrasse però in rapporto con la cultura diffusa, con la cultura popolare, questo sia per l'antichità classica, che per il Medioevo e per le epoche successive. Possiamo leggere questi testi della letteratura colta, vedendo il rapporto sotterraneo che istituiscono con la letteratura non colta, cioè nemmeno con la letteratura, ma con l'oralità, con quelle forme che non sono state affidate ad una documentazione scritta. Quindi, ecco, bisogna sempre tenere conto di questo rapporto tra le forme culturali giunte fino a noi, legate alla cultura alta, tradizionale, e la cultura di cui si sono perse le tracce, ma che abbiamo inevitabilmente alle nostre spalle.

STUDENTESSA: Sappiamo che la storiografia del passato non era molto obiettiva. Non crede che rivalutandone l'aspetto letterario si rischi di renderla meno attendibile come documento?

FERRONI: Questa questione dell'inattendibilità è molto relativa, naturalmente. Bisogna vedere. C'è una storiografia più attendibile, una storiografia meno attendibile, anche oggi. In realtà, quando leggiamo i libri degli storici antichi dobbiamo tener conto del rapporto particolare che istituivano con la loro società, con la loro cultura. Quindi lo storico, oggi, deve vagliare continuamente i documenti e mettere in rapporto la documentazione oggettiva con il racconto degli storici antichi. Ma anche se tanti storici antichi non erano obiettivi - ma questo accade solo in parte -, non sono totalmente attendibili, ci danno comunque un punto di vista essenziale necessario sul senso del loro mondo. Quindi, in fondo, è importante, anche dal punto di vista documentario e così, paradossalmente, diventa attendibile perfino uno storico che racconta balle. Perfino nel racconto inventato, nel racconto modificato in modo artificiale, c'è il senso dell'esperienza di quel tempo. Insomma, lo storico oggi deve saper distinguere. Però, ecco, i grandi storici del passato, che ne so, prendiamo Tito Livio, le narrazioni relative alle origini di Roma. Sono tutte cose mitiche, leggendarie, che Livio racconta in un certo modo, che non corrisponde certo a dei dati oggettivi, però è di estremo interesse per capire la cultura di Livio, per capire la cultura romana, per capire il modo di vita dei Romani, eccetera, eccetera. Ecco, quindi dal confronto anche con la storiografia, che oggi riteniamo meno attendibile, si possono ricavare dei dati di conoscenza forti, per come effettivamente si viveva e si concepiva il mondo in un certo periodo.

STUDENTESSA: È possibile considerare il fenomeno del neorealismo in Italia, quindi nel limitato dopoguerra, come il contributo più decisivo che la cinematografia ha offerto alla società per la conoscenza della storia?

FERRONI: Prima parlavamo di cinema in generale. Il neorealismo è uno degli esempi di cinema che vive a ridosso della realtà, che non ricostruisce rappresentazioni legate a racconti del passato, ma rappresenta, documenta il presente. Lo documenta attraverso un certo punto di vista, attraverso naturalmente delle deformazioni, degli schemi retorici, degli schemi narrativi. Però ci dà un'immagine così viva di quell'Italia di allora, che è di particolare intensità, di particolare interesse. Per esempio: poco tempo fa mi è capitato di rivedere Ladri di biciclette di De Sica, che, indipendentemente dal valore artistico, mi dà un'immagine così viva di come era la città di Roma e di come non la vediamo più, che già è un documento di fortissima intensità. Ma poi ci fa sentire come si viveva la vita quotidiana nella sua concretezza, nella sua particolarità. È questo ciò che fa in genere la letteratura di tutti i tempi. Ci dà - anche quando inventa - il senso della vita concreta, della quotidianità, proprio del modo di vita che spesso non ci dà la storiografia, l'immagine dei grandi personaggi, come del Napoleone, per esempio, di cui abbiamo là il busto. Sapete che nel romanzo di Tolstoj Guerra e pace, dove è tutta una polemica sulla storiografia basata sui grandi personaggi, l’autore dice invece che la storia è legata alla vita concreta; è un romanzo che sulla campagna di Russia e di Napoleone ci dice molto di più di tanti trattati storiografici.

STUDENTESSA: Per quanto riguarda il cinema italiano moderno, quanto in questi film di oggi vede di realismo e quanto invece di banalità?

FERRONI: Lei mi porta su di un terreno di attualità totale, mi costringe a una risposta un po' improvvisata sul valore del cinema di oggi, per cui sono molto esitante perché entrano in gioco anche dei criteri di valutazione artistica e non possiamo dare comunque un criterio di valutazione storica o storiografica, perché siamo immersi in questo presente. Quindi qui posso dire soltanto qual'è la mia impressione sul cinema di oggi. Credo che il cinema, lo sanno tutti, che dà il senso più esplicito di una civiltà basata tutta sull'artificio, sul simulacro, sulla disintegrazione completa, sulla virtualità, sugli eccessi del nostro vivere quotidiano, è il cinema americano. Ecco, ora mi pare che il nostro cinema, il cinema italiano in questo momento abbia notevole difficoltà a rendere il senso di una realtà che sta mutando. Ci sono vari tentativi, ma non ce n'è nessuno che, almeno dal punto di vista di oggi, mi sembra sappia dare un'immagine così forte del presente come l'hanno saputa dare i film del neorealismo o ancora il grande Fellini e tanti autori fino agli anni Sessanta. Ecco siamo in un periodo di debolezza da questo punto di vista. Gli "occhiali sul mondo", insomma, sono abbastanza deboli da questo punto di vista. Dico "occhiali sul mondo" perché ho portato qui appunto degli occhiali che indicano proprio, quello che dicevamo anche prima, il punto di vista che viene offerto dalla rappresentazione letteraria, artistica o anche storiografica. Non vediamo mai la realtà direttamente, ma sempre filtrata. Addirittura Pirandello diceva che la vediamo attraverso un cannocchiale rovesciato, che trasforma completamente i connotati.

STUDENTESSA: Da quanto ho capito Lei considera la letteratura una fonte importantissima per la conoscenza storica. Però, come sappiamo, la letteratura si sofferma molto sulle sensazioni, sui sentimenti, su immagini. E non crede che questo potrebbe falsare la nostra conoscenza storica?

FERRONI: No, credo di no, naturalmente bisogna sempre fare molta attenzione, discernere bene, discriminare i vari livelli, ma credo che - ed oggi ce ne rendiamo sempre più conto - il senso della storia è anche il senso della concretezza della vita di un periodo storico. Non è soltanto dato dai grandi eventi, dalle grandi battaglie o dai grandi fenomeni economici e sociali, ma è dato proprio dal concreto vivere quotidiano. Quindi i sentimenti entrano a pieno titolo, il senso della morte, della vita, come viene vissuto l'amore, entrano a pieno titolo nella storia.

STUDENTESSA: Ma non pensa che appellandosi così ai sentimenti, il pubblico venga coinvolto soprattutto a partecipare, diciamo, alle vicende più strettamente personali e quindi si interessi meno a quelle storiche?

FERRONI: Ma questo dipende dai punti di vista. È anche bello che il pubblico partecipi a queste cose, purché lo storico sappia discriminare tra la partecipazione emotiva e l'analisi della realtà. Però, insomma, che un grande romanzo ci costringa ad identificarci con i personaggi, in qualche modo costituisce anche un atto di autentica comunicazione col passato. Ma sul rapporto narrazione-storia ha lavorato molto un grande filosofo contemporaneo, Paul Ricoeur, di cui ora vediamo una breve intervista-lezione.

RICOEUR: Mi piace fare riferimento all'ammirevole dichiarazione di Proust alla fine de Il tempo ritrovato, quando dice di augurarsi che i lettori del suo libro siano lettori di se stessi. Diventare lettore di se stesso, dopo essere passato per la lettura dei testi, è forse il punto culminante della comprensione, ma bisogna avere molto spiegato per comprendere. E se lo scopo è quello di spiegare molto per comprendere meglio, che cos'è il comprendere meglio? È aumentare le risorse di comprensione narrativa che avvicinano la storia degli storici alle storie che noi raccontiamo. Il livello comprensivo è lo stesso del romanzo, in cui cerchiamo di comprendere azioni e personaggi che agiscono gli uni sugli altri e producono un certo risultato che è la conclusione della storia. Ma mentre la comprensione narrativa fa appello solo a risorse di buon senso, di senso comune, mettendo in gioco le ragioni di agire e i motivi comuni degli uomini ordinari, la storia deve passare invece per le mediazioni della demografia, dell'economia, della sociologia, aumentando così in definitiva la sua capacità narrativa.

FERRONI: Su questo rapporto tra storia e narrazione c'è stata una grande riflessione in tutti i tempi. A livello scolastico poi, voi specialmente nell'ultimo anno del liceo, vi incontrate e scontrate con Alessandro Manzoni, che proprio ha meditato sul senso del romanzo storico ed è arrivato poi alla fine a negare proprio il valore del romanzo storico, perché la finzione, in qualche modo, comunque sia, anche se è legata alla storia, deforma la realtà. Però, ecco, qui, si tratterebbe di indagare un po' su questo rapporto, che è un rapporto molto aleatorio, molto difficile. Oggi, tra l'altro, ci sono filosofi e teorici che insistono fino all'eccesso sulla dimensione narrativa della storia e perfino della scienza, per cui alla fine qualsiasi atto della cultura umana sarebbe legato alla narrazione e avrebbe in sé comunque una dimensione di finzione. Ora bisogna stare attenti a non arrivare a queste posizioni estreme che oggi sono molto diffuse.

STUDENTESSA: Secondo Lei, oltre al romanzo, la poesia ha un forte valore storico?

FERRONI: Naturalmente ha un fortissimo valore storico, però - come anche prima, quando parlavamo del romanzo - bisogna sempre stare attenti a non voler usare le opere soltanto come documento. Le opere possono essere anche documento, perché rappresentano una vita concreta di un mondo lontano - o vicino, se è poesia contemporanea -, però sono qualcosa di più. Sono un documento che è nello stesso tempo partecipazione ad una situazione, immersione in un'esperienza. Ecco, un'opera, una grande opera letteraria di poesia, ma non solo di poesia, in ogni forma artistica, ci comunica prima di tutto un'esperienza, che può essere un'esperienza distante, lontana da noi, ma che, in qualche modo, nel momento in cui entriamo in comunicazione con essa, ci dà una nuova vitalità, ci fa partecipare. Direi quindi che l'opera è collegata strettamente ad una storia, ne vanno individuati tutti i significati storici, però le grandi opere della letteratura sono anche qualcosa di più. In un altro senso fanno vivere la storia nel presente. Nella nostra esperienza di oggi ci fanno comunicare con le esperienze più lontane del passato. Non soltanto con dei libri, ma con delle vite concrete.

STUDENTESSA: Professore, da un punto di vista storico, reputa più attendibili le autobiografie o le biografie?

FERRONI: Dipende: una biografia moderna, fatta da uno storico serio, con tutti gli elementi a disposizione, può darci dei dati concreti, reali. Però a volte ci possono essere delle biografie romanzesche, che magari non ci diranno la verità su dei fatti specifici, ma sul senso profondo di una vita storica ci dicono moltissimo. C'è, per esempio, un grande romanzo contemporaneo, Le memorie di Adriano, di una grande scrittrice del Novecento, Marguerite Yourcenar, che si presenta tra l'altro come un'autobiografia fittizia, una finta autobiografia dell'imperatore Adriano, fatta però attraverso una vera documentazione. L’autrice è andata a studiare documenti e ha poi ricostruito un'autobiografia fittizia. Lei racconta - è Adriano che racconta la propria vita - delle cose suggestive sul senso di quella civiltà, di quella distanza, del significato di quel mondo così lontano da noi, ci dice delle cose molto più intense, molto più ricche, di quanto non capiti a certi trattati di storia romana che ci parlano di Adriano.

STUDENTESSA: Nell'autobiografia non crede che la persona potrebbe voler raccontare la propria vita a suo piacimento?

FERRONI: Certo, l'autobiografia, come dicevamo prima, può contenere tutte le deformazioni possibili. Non lo si può prendere alla lettera come documento storico, anche se se ne possono ricavare dati storici essenziali. È un genere letterario, contiene un inevitabile elemento di deformazione, mentre una biografia costruita scientificamente può essere un'opera molto seria. Però le biografie antiche tra l'altro partivano proprio dall'idea, dal riconoscimento, che è importante storicamente, dell'autonomia della vita personale. A noi sembra una cosa ovvia ma nel mondo più antico non era tanto semplice. C'è un grande studioso russo di letteratura di questo secolo, che si chiama Michail Michailovic Bachtin, che ha sottolineato come un momento fondante della nascita della grande letteratura sia la scoperta dell'autonomia della vita dell'altro, dell'altra persona. E questa scoperta è possibile solo quando si concepisce l'altra persona come finita, come morta. L'individuazione di un personaggio come eroe di una storia, è legata solo al momento in cui si percepisce che l'altro non c'è più, che è morto e che la sua esistenza è conclusa. Allora dalla percezione di questa esistenza conclusa, si comincia a percepire il senso di una individualità. Quindi la biografia è stata la scoperta delle biografie. L'invenzione della biografia, con tutte le finzioni a cui può essere stata collegata, è stata un fatto determinante nella storia occidentale, perché ha costituito il riconoscimento della personalità individuale come un fatto autonomo.

STUDENTESSA: Trovo più realistica l’autobiografia che non il romanzo, perché è un punto di vista proprio dell'autore e quindi viene messa in evidenza una situazione conosciuta dall'autore e che quindi potrà interpretarla nella maniera più adeguata, perché è stato lui a viverla.

FERRONI: C'è una relativa sincerità, una relativa autenticità; quando noi studiamo le autobiografie del passato ci dobbiamo rendere conto che spesso il narratore, nel ripercorrere la propria esperienza, è condizionato dall'immagine di sé che ha quando scrive, quando è vecchio. Per cui l'infanzia uno se la ricorda sempre in un modo particolare. L'infanzia autentica è stata mai narrata in letteratura? È stata narrata dal punto di vista dell'adulto naturalmente, perché il bambino non ha nemmeno gli strumenti, i mezzi, i mezzi per narrarla in quel modo. No? E le autobiografie sono affascinanti, sono suggestive anche perché, insomma, si segue tutto un gioco di trasposizioni, di deformazioni, che è interessante dal punto di vista psicologico, ma di cui va tenuto conto, anche se uno non mentisce per niente. Il testo più celebre dell'autobiografia moderna è quello di Jean-Jacques Rousseau, Le confessioni, dove tutti gli studiosi di Rousseau hanno mostrato quanti sotterfugi si nascondono dietro la sua affascinante narrazione autobiografica, che, tra l'altro, si ricollega ad una narrazione autobiografica antica, quella di Sant'Agostino - non a caso intitolata Confessiones -, dove Agostino racconta tutta la propria vita, dal punto di vista però della conversione. Quindi è un processo di conversione che inevitabilmente proietta e deforma certi atti, certi momenti della vita precedente.

STUDENTESSA: Dunque volevo parlare un attimo di una ricerca che ho intrapreso via Internet. In pratica ho trovato una rivista elettronica di storiografia che, per quello che può dare un servizio del genere, ritengo sia abbastanza soddisfacente. Ma penso, per quanto mi riguarda, che fare una ricerca per mezzo di libri sia sicuramente più costruttivo, perché si può spaziare sicuramente di più.

FERRONI: Però le può servire poi per trovare i libri, anche per andarli a trovare.

STUDENTESSA: Sì, ci sono anche riferimenti a dibattiti di professori fatti in varie università, e riferimenti anche a testi di studio.

FERRONI: Naturalmente l'informatica può essere un grande strumento di lavoro e di ricerca, soprattutto per lo storico, in quanto permette di archiviare e memorizzare tutto senza particolare fatica. Una volta memorizzato, tutto si ritrova. Quindi è uno strumento di lavoro formidabile, anche per la storia. Naturalmente se ci si limita ad usare soltanto l'informatica si rischia di trasformare tutto in virtualità. Per esempio scorrere al computer tutte le immagini della storia, tutti i racconti, insomma, e possiamo avere l'illusione che tutto sia contemporaneo, che tutto sia cronologicamente omogeneo e perdere il senso della distanza. Quindi credo che ci sia questo pericolo. La letteratura, l'arte ci permettono di accostarci al passato, talvolta con maggiore fatica che non con l'informatica, ma ci danno, continuano a darci, ancora oggi, il senso della distanza, dell'esperienza vissuta nel passato. Ci possiamo servire dell'informatica come strumento, ma l'importante è non annegare nella virtualità, saper ricostruire l'esperienza, saper rientrare in rapporto con l'esperienza del passato, cosa che l'arte, la letteratura e tutte le forme artistiche, anche quelle più moderne, come il cinema, ci aiutano eccezionalmente a fare.


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