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Il Grillo (14/1/1999)

Paul Ginsborg

La giustizia italiana e' in crisi?

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14 gennaio 1999

Puntata realizzata con gli studenti del liceo classico "Socrate" di Roma

GINSBORG: Mi chiamo Paul Ginsborg, sono inglese, da sei anni sono qui in Italia e insegno Storia dell'Europa Contemporanea all'Università di Firenze. Stasera abbiamo il compito non facile di discutere sulla giustizia in crisi in Italia. Vediamo prima insieme la scheda che introduce il tema di oggi.

- "Si riaccende la polemica sulle riforme. Il detonatore ancora una volta è la questione"giustizia"".
- "Sulla giustizia è sempre scontro aperto tra politici e magistrati... ".
- "Quelli della giustizia sono problemi centrali per questo paese e non possono rimanere estranei a un disegno di riforma istituzionale ... ".
Riformare la giustizia: sembra questa la principale preoccupazione di gran parte della classe politica italiana. Dallo scoppio di Tangentopoli in poi infatti la magistratura è quotidianamente accusata di far politica, di utilizzare le inchieste come arma impropria contro un solo schieramento, in particolare contro il leader del principale partito d'opposizione, imputato in numerosi processi per concussione e falso in bilancio.
- "Davanti alla stampa estera Berlusconi parla di Tangentopoli e denuncia l'azione violenta della magistratura, 'che - dice - ha portato i comunisti al governo'".
La verità è che le magagne della giustizia sono altre e ben poco hanno a che spartire con Tangentopoli e i suoi celebri protagonisti. Quella che proprio non funziona in Italia è la giustizia ordinaria, quella penale, che si occupa di reati comuni come il furto, lo spaccio di droga, l'emissione di assegni a vuoto, e quella civile, che ha per oggetto cause di lavoro, fallimenti societari, banalissimi divorzi. A dirlo sono i numeri. A metà del '97 i procedimenti penali pendenti erano 4.414.920 in primo grado, 124.698 in appello e 20.375 in Cassazione, dati a cui naturalmente vanno aggiunti i circa 8.500.000 nuovi procedimenti avviati nei dodici mesi precedenti. A confronto la giustizia civile sembra il paradiso terrestre, avendo in quella data solo un milione abbondante di cause da dirimere.
Mai slogan fu dunque tanto appropriato, come quello che parla di una "giustizia al collasso". In Italia mancano giudici, aule giudiziarie,  personale, mentre le carceri sono piene oltre l'inverosimile, per lo più di pesci piccolissimi. Non a caso recentemente è stata proposta la depenalizzazione dei reati minori, come per esempio lo spaccio di marijuana. Sennonché non se ne è fatto ancora nulla, mentre alcuni potenti hanno suggerito di depenalizzare, cosa mai vista in nessun paese civile, anche il falso in bilancio, fonte principale del finanziamento illecito ai partiti.

STUDENTE: Noi sappiamo che nella nostra società civile la detenzione, anche per principi costituzionali, dovrebbe avere esclusivamente l'intento di un recupero della persona in vista di un futuro inserimento nella società. Allora mi viene spontaneo chiedermi: cosa ci fanno dei tossicodipendenti in carcere? E comunque sia, fino a poco tempo fa noi avevamo ancora l'ergastolo che è la negazione di quel principio costituzionale. Se si pensa a un futuro reinserimento nella società e a una riabilitazione della persona, come pensiamo poi di condannarla alla detenzione a vita?

GINSBORG: Questa è una bella domanda e non è facile rispondere, onestamente. Penso che sia molto importante che il carcere sia utilizzato per rieducare alla società, per migliorare la persona. Ma rarissimamente - parlo come storico - il carcere è servito a questo: è servito soprattutto a punire, non a rieducare. In Italia poi, quasi metà delle persone sono ancora in carcere ad aspettare il processo E questo è gravissimo, perché non è una punizione giusta e ancora meno una rieducazione, perché il carcere in Italia, come in quasi tutto il mondo, è duro e alienante.

STUDENTE: Appunto: non trova che il carcere in Italia sia in questo momento più una discarica, un posto dove allontanare la parte della società di cui noi non ci vogliamo occupare? Parlo di tossicodipendenti, di extracomunitari, che mi pare sono la stragrande maggioranza dei detenuti nelle carceri italiane o anche di molta gente che commette crimini che potrebbero essere veramente depenalizzati. Non Le sembra che il carcere in Italia in questo periodo sia un modo per allontanare quella parte di società che ci dà fastidio?

GINSBORG: Riflette i problemi della società, ha sempre riflettuto i problemi della società, non solo in Italia, ma anche in tutta l'Europa. Non si può dire che in Inghilterra il carcere sia meno affollato. È terribilmente affollato. Le condizioni anche lì nel mio paese non sono belle. Sono d'accordo con Lei: ci vuole un sistema dove solo per i reati gravi c'è la detenzione preventiva. Ci vuole una giustizia però molto più veloce. Questo è il problema: portare quelli che sono accusati di reati a una giustizia veloce ma equilibrata, non sommaria. Questo ritardo che abbiamo visto nel filmato è il problema chiave per risolvere questa cosa. Sulla tossicodipendenza sono d'accordo che sarebbe un grave errore punire con il carcere un uso minimo di stupefacenti. Queste sono cose che fanno parte di una riforma più generale, che stenta molto a venire fuori.

STUDENTESSA: Nel caso in cui un magistrato, per sua superficialità o per preparazione inadeguata, giudichi colpevole una persona  che poi in appello viene giudicata innocente, dovrà rispondere di questo suo errore?

GINSBORG: C'è stato un referendum, alla fine degli anni Ottanta, su una legge che ha cercato di rendere i magistrati più responsabili per le loro azioni. Questo è stato approvato dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana. Però, effettivamente, per quanto mi risulta, il magistrato non risponde - almeno non in modo grave; forse a livello di carriera. Possiamo prendere per esempio il caso del povero Tortora. Ecco, quello era un caso veramente tragico, che conoscete tutti, credo. Lì onestamente non so che fine hanno fatto i magistrati. Certamente non sono in prigione, e Tortora ha fatto mesi e mesi di prigione. E questa mi pare una cosa veramente grave. Dall'altra parte Vi invito alla cautela su questo problema, perché, se ogni magistrato vede sulla sua spalla l'ombra della galera, di una multa, di un declassamento, allora non trova mai il coraggio d'indagare. La cosa più bella della magistratura italiana è la sua autonomia. Questa è un'autonomia nata solo recentemente, con la Repubblica Italiana, con la Costituzione degli anni Quaranta; prima la magistratura era totalmente sottomessa, al fascismo prima, alla classe politica poi. Dunque questo è stato un passo avanti. Ma oltre l'autonomia, deve avere anche un grande senso di responsabilità. Non sempre ce l'ha.

STUDENTESSA: Non Le sembra che stia diventando una cosa un po' difficile e poco conveniente per il cittadino collaborare con la magistratura? C'è gente che si trova a essere testimone di crimini gravi, teme di essere coinvolta ed esita a testimoniare per poca fiducia nell'organo giudiziario e nella collaborazione.

GINSBORG: Questo è verissimo. Ci sono anche dei film che raccontano questo dramma del testimone che poi, in qualche modo, si trova indagato o almeno perseguitato per avere avuto il coraggio di testimoniare, di dire: "Sì, ho visto questa cosa". E così si rompe la fiducia fra l'istituzione e il cittadino. Il cittadino deve sentirsi protetto dalla legge, dallo Stato. Forse questa è la grande differenza fra il mio paese e l'Italia: che nel mio paese il cittadino sente lo Stato amico, mentre qui, diffusissimamente, il cittadino - forse anche Voi - sente lo Stato nemico o certamente non ben disposto; uno Stato punitivo, che qualche volta c'è ma qualche volta non c'è, che non protegge. Lo Stato dovrebbe assolutamente proteggere questi testimoni, queste persone coraggiose che dicono: "Io ho visto un agguato mafioso. Adesso che protezione mi offrite?". Se lo Stato non offre protezione, se non è amico del cittadino onesto, allora si spezza quella fiducia. Una volta che i cittadini sono sfiduciati, allora la democrazia è a rischio: è sempre a rischio se non c'è questo legame forte fra un senso di dovere che viene da voi e un senso di responsabilità e di aiuto che viene dallo Stato. Per tanti anni in Italia questo collegamento, questo circolo virtuoso fra Stato e cittadino è mancato. Lentamente si comincia a ricostruirlo, ma questo viaggio è molto lungo.

STUDENTE: Sappiamo che il capo dell'attuale opposizione del nostro paese, pur avendo una storia infinita di processi a carico e pur essendo stato condannato in sede giudiziaria, si arroga il diritto di parlare di giustizia, rivendicando dei provvedimenti quali la revisione della carriera dei magistrati e tanti altri che toglierebbero molto potere alla magistratura inquirente; secondo me lo fa per difendere alcuni suoi interessi e di altre persone che hanno processi a carico. Ma poi se si chiede a queste persone che credono di essere garantiste: "Siete d'accordo con l'abolizione dell'ergastolo?", essendo uomini di Destra dicono di "No", "l'ergastolo deve restare". Però allo stesso tempo premono per alcuni provvedimenti ipergarantisti, come la separazione della carriera dei magistrati. Non crede che una riforma della giustizia debba essere una riforma globale del sistema "giustizia", e debba essere fatta senza intromissioni di questi "poteri forti" che vogliono soltanto strumentalizzarla? Non crede che soprattutto i magistrati - come diceva Lei un attimo prima - debbano mantenere la loro autonomia?

GINSBORG: Ripeto che la magistratura deve mantenere la sua autonomia, e l'Italia si distingue in questo da altri paesi democratici. Per esempio in Francia il Ministro della Giustizia ha un grande controllo sui magistrati; fino a poco tempo fa, se un magistrato metteva il naso dentro gli affari dei politici, era subito allontanato da quel caso, mandato in un altro posto, a fare un'altra cosa. Dunque l'autonomia è un guadagno per la democrazia, se utilizzato, come nella stragrande maggioranza dei casi di Tangentopoli, con grande senso di responsabilità da parte dei magistrati. Questo non per dire che sono perfetti. Ci sono stati momenti - forse ci torneremo sopra - in cui si sono commessi errori, ma, presa nel suo complesso, io credo che l'inchiesta di Mani Pulite abbia reso un servizio enorme alla democrazia italiana, perché ha indagato proprio sulla corruzione dilagante della classe politica, dell'amministrazione pubblica. In risposta alla prima parte della Sua domanda, non ho intenzione di entrare nel merito dei processi in corso, di discutere di Berlusconi. Questo non mi spetta, proprio perché è un processo in corso e io sono uno storico, non sono un commentatore giornalista e ancor meno sono un uomo politico italiano. Posso solo dire una cosa, di nuovo facendo i paragoni con il mio paese. In Inghilterra se un uomo politico è imputato di accuse, gravi o lievi che siano, da parte della magistratura, nel 99% dei casi si dimette e aspetta finché il processo non ha fatto il suo corso. Poi, se il suo nome viene, come diciamo noi, cleared, pulito, se esce assolutamente indenne, se risulta assolutamente senza colpa, può riprendere la sua attività politica; ma finché non c'è chiarezza si ritira dalla scena. Questo mi sembra il corretto comportamento di un amministratore pubblico o di un politico: se c'è un'accusa, allora si ritira - un po' come ha fatto Pippo Baudo - finché non c'è il risultato del processo, almeno in primo grado.

STUDENTESSA: In quanto storico, Lei crede che la giustizia italiana abbia patito un lungo decadimento protratto nel tempo o sia sempre stata in queste terribili condizioni?

GINSBORG: È peggiorata molto e ci sono saggi scientifici che documentano con un grande numero di dati statistici quanto tempo in più il cittadino deve aspettare per avere un po' di giustizia, e quante persone semplicemente rinunciano a chiedere giustizia a causa delle lungaggini del processo italiano e delle conseguenti elevatissime spese: sette-dieci anni per avere giustizia. Chi paga? È nell'interesse degli avvocati questo allungamento del processo. È nell'interesse delle compagnie assicurative. Ma il punto chiave è un altro: la debolezza della pubblica amministrazione italiana. Qui torniamo alla questione dello Stato nemico o amico. Se c'è un problema centrale dello Stato italiano è che la pubblica amministrazione è complicatissima, lentissima e manda in bestia il cittadino. Un Ministro riformatore, Sabino Cassese, ha fatto un'indagine su quanti giorni all'anno un cittadino impiega a combattere - non ho un altro verbo per descriverlo - la pubblica amministrazione: fra i quindici e i venti giorni lavorativi, ogni anno, per andare a questi uffici. No, bisogna andare a un altro ufficio. No ci vuole questo pezzo di carta. No, ci vuole quell'altro pezzo di carta. È complicato. Uno straniero lo vede subito. Questa inefficienza, questa mancanza di semplicità della pubblica amministrazione si riversa sulla giustizia e questa diventa un cosa lunghissima. E dunque è lì che non funziona la cosa. Ci vuole la semplificazione delle procedure, la velocità delle procedure; più soldi investiti nella giustizia - a questo torneremo. Ma il problema di fondo è la pubblica amministrazione, che tuttora non funziona.

STUDENTESSA: Spesso la giustizia italiana funziona meglio quando deve colpire il cittadino ordinario che quando deve colpire invece personaggi di spicco.

GINSBORG: Questo succede sempre perché i grandi personaggi possono permettersi i grandi avvocati. Il povero tossicodipendente, per tornare alla Sua domanda, non ha i soldi per organizzare la sua difesa. La stessa cosa per un extracomunitario. Ma in questa società qualsiasi persona deprivata o povera è in questa condizione; quando la legge attacca gli interessi grossi, non è che fa peggio: ha più difficoltà, perché gli interessi grossi storicamente si sono sempre difesi benissimo, perché possono impiegare grosse somme di denaro. Queste cose che abbiamo visto nel filmato, del falso in bilancio, della probabilità che adesso scompaia come reato, dal mio punto di vista è molto grave, perché significa che si dice alle grandi compagnie e alle grandi imprese: non è che dovete essere limpidi, come un cittadino deve essere limpido per pagare le tasse. Se viene permesso a chi ha grossi interessi economici, allora anche il cittadino può benissimo prenderlo come un invito a dichiarare un falso in bilancio anche a livello familiare. Cioè ci deve essere la stessa legge per tutti. Ci deve essere, ma non c'è e non c'è mai stata. Tornando alla tua domanda, in Inghilterra c'è più difesa dei poveri, ci sono più soldi messi da parte per conto di quelli che non hanno i mezzi per difendersi; in Italia questi fondi sono minimi.

STUDENTE: Lei prima ha parlato di indipendenza da parte dei magistrati e della magistratura italiana. Ma, secondo Lei, , c'è davvero questa indipendenza, oppure è più fittizia che reale? Poi prima Lei ha parlato anche di Tangentopoli, dicendo che ha reso un grande servizio alla nazione, e questo è fuori discussione. Ma anche in quel caso, secondo Lei, non si è cercato di fare dei processi mirati, colpendo alcune persone e salvaguardandone altre? Infine una mia considerazione: come è giusto che un politico, se indagato, si dimetta, non è giusto che anche un magistrato che manda in prigione una persona attraverso la carcerazione preventiva, senza che ci sia davvero un pericolo che questa persona scappi o inquini le prove - e magari dopo diversi mesi di carcerazione quest'imputato si suicida - non è giusto che il magistrato si dimetta?

GINSBORG: Sono due problemi molto grossi. Credo che l'autonomia della magistratura in Italia sia un'autonomia reale. È verissimo che i magistrati hanno scelto. Scelgono sempre rispetto alla competenza territoriale, scelgono rispetto al grande carico che gli viene addosso. Non possono fare tutto, perché non ci sono i mezzi. Ecco, torniamo alla domanda della studentessa lì: non ci sono i mezzi. Nel caso specifico di Tangentopoli, credo che onestamente si sia toccato l'1% della vera corruzione e concussione che c'è stata in quel sistema di tangenti, ma non credo, per quanto mi risulta, che ci sia stato un insabbiamento di certi casi e un accanimento verso altri - anche se, ripeto, bisogna parlare con grande cautela perché tutta la storia di Tangentopoli è ancora da ricostruire. E ci sono molti processi che non sono finiti. Dunque non lo so. Questa è una mia impressione personale, che non è che sono andati proprio a uno e non all'altro. Sarebbe molto grave se fosse stato così. Per quanto riguarda la seconda domanda, dobbiamo andare avanti con molta cautela anche qui. Cito un esempio molto recente, la morte tragica di Lombardini: i giornali sono subito usciti dicendo: "Il Procuratore Capo di Palermo, Giancarlo Caselli - che onestamente io considero forse il servitore pubblico più coraggioso di tutta Europa - è responsabile per la morte di Lombardini". C'erano anche le richieste di dimissione di Caselli. Poi è emerso, quasi subito, che Caselli durante quell'interrogatorio quasi non ha aperto bocca, che non era responsabile in nessun modo per questa cosa, che anzi quando è intervenuto lo ha fatto per calmare le acque. Allora bisogna vedere i meriti di ogni caso. E di nuovo non posso entrare nei meriti particolari. Certamente è una cosa terribile se una persona si suicida in carcere; il magistrato per forza si sente in qualche modo responsabile. Però non sono d'accordo con Lei che parla in questi casi di automatiche dimissioni.

STUDENTESSA: Vorrei farLe una domanda sul vero e proprio senso della parola giustizia: in quale modo si possono considerare due reati che vengono considerati appunto penali allo stesso modo. Per esempio vi sono persone che avendo truffato o addirittura ucciso delle persone, dopo essere stati interrogati vengono subito mandati a casa agli arresti domiciliari, e ci sono altre persone che non avendo pagato alcuni assegni in breve tempo, vengono protestati e considerati allo stesso modo delle prime, anche se poi il reato della persona protestata viene pubblicizzato per molto, troppo tempo. In questo caso un cittadino non può considerare la parola "giustizia" allo stesso modo nei due casi. Quindi per Lei come si può considerare questa parola dai due punti di vista?

GINSBORG: Mi fate domande da giurista, o da riformatore della giustizia, cioè da politico o da professore di giurisprudenza. Io a questa cosa stento a rispondere in modo soddisfacente, posso solo essere d'accordo con Lei, che una persona che guida un'Alfa Romeo a duecento chilometri all'ora per una strada molto affollata, investe un bambino, il bambino muore e poi non va neanche in galera, mi sembra davvero un'ingiustizia. E magari un'altra persona che ha fatto cose molto meno gravi - torniamo alla questione della droga leggera - si trova subito in galera: questa sì che è ingiustizia! Come si fa a cambiare tutto ciò? Se ci sarà un'altra puntata de Il Grillo in questa scuola con un politico, un ministro della giustizia, un grande professore di giurisprudenza, ponete loro questa domanda!

STUDENTESSA: Volevo sapere la Sua opinione sulla creazione di un tribunale internazionale per risolvere i problemi giudiziari che riguardano vari Stati, come ad esempio adesso il caso Ocalan.

GINSBORG: Credo che sia molto importante, adesso che entriamo sempre più in un campo internazionale, sempre più in rapporti internazionali - con la famosa globalizzazione - che ci sia anche un'organizzazione della giustizia a livello europeo e a livello mondiale. Il caso Ocalan è molto complicato. Secondo me sarebbe importante tenere un processo non italiano, ma europeo; l'Europa deve assumersi nuove responsabilità, adeguate al nuovo assetto internazionale che si sta configurando. Però vorrei porre l'attenzione su un altro grande caso giudiziario internazionale, quello di Pinochet, il dittatore cileno che adesso si trova di fronte a un'estradizione in Spagna, per rispondere dei terribili crimini fatti negli anni Settanta. Secondo me quella decisione da parte inglese è stata profondamente giusta. Però era sempre un tribunale nazionale. Sarebbe stato molto meglio giudicare queste cose contro l'umanità a livello europeo. Per dir la verità un inizio c'è stato. Nella guerra dell'ex Jugoslavia ci sono stati processi a livello internazionale per i criminali di guerra, ma ci vuole di più e a livello globale.

STUDENTE: Riguardo alle dimissioni dei politici, Lei prima diceva che in Italia non si può seguire l'esempio inglese soprattutto a causa delle lungaggini burocratiche. Ma non trova che questo sia dovuto anche al fatto che spesso i media danno molto più risalto al momento iniziale delle indagini e poi parlano poco dei momenti successivi, come quando c'è un proscioglimento?

GINSBORG: Quanto ha ragione su questo punto! Di nuovo può essere utile fare delle comparazioni fra paesi: nel mio paese, se uno viene accusato, i giornali mettono sempre fra virgolette l'imputazione, per dire: chissà se è vero o no, bisogna aspettare il processo. Io sono rimasto scandalizzato dal fatto che tutti i verbali di Tangentopoli si sono trovati quasi subito su tutti i giornali. Come mai queste cose, che sono di grande riservatezza, che appartengono al processo e non all'opinione pubblica, sono stati resi di dominio pubblico? Poi bisogna dire che la televisione deve comportarsi molto meglio su queste cose, deve imparare a non dare dei giudizi frettolosi, a non fare propaganda politica. Anche questo è assolutamente inaccettabile. Se c'è un processo è necessaria la riservatezza, è necessario lasciare i giudici il più possibile liberi e autonomi per la decisione. Tutt'altro succede qui in Italia, dove il processo diventa una forma di accanimento o di difesa propagandista. E questo non fa bene al paese.

STUDENTESSA: Come si può eliminare lo squilibrio che c'è in un processo, dove l'accusa ha a disposizione mezzi statali per poter indagare e trovare le prove, mentre invece la difesa di un cittadino medio non ha i soldi per pagare un investigatore privato?

GINSBORG: Si torna al vecchio problema: non c'è dubbio che servono subito investimenti per la giustizia: per le aule, per avere più magistrati. Ci dovrebbero essere più magistrati donne anche in posizioni importanti, non solo a occuparsi del tribunale minorile. Ci vogliono investimenti su di Voi, sul Vostro futuro; si deve investire di più sulla preparazione dei magistrati, che svolgono un ruolo di grande responsabilità, in modo che la difesa venga protetta dalla velocità del processo, dalla preparazione e dalla passione per la giustizia dei magistrati, da quella equanimità di cui ho cercato di parlare durante tutta la trasmissione. La revisione della procedura civile del 1989 andava in questa direzione: di proteggere di più la difesa, di dare più diritti, di mettere il Pubblico Ministero e la difesa a pari livello. Io credo che non ci siamo ancora arrivati e soprattutto, ripeto, per i più poveri, per i diseredati della società.

STUDENTESSA: Durante il lungo corso della storia qualcuno ha detto: "Cercavo giustizia invece trovai la legge". Questo mi fa pensare a una netta ed effettiva contraddizione di tutta la giustizia a livello mondiale. Come si può andare incontro a questo problema ed evitare che un uomo si trovi a pronunciare una frase del genere?

GINSBORG: Si può cercare di andare incontro a questo problema secolare, come giustamente ha detto Lei, solo lottando per la democrazia. La democrazia è giovane in Italia: sono cinquant'anni, poco più. L'Italia non ha una grande tradizione democratica. Allora è molto importante che le nuove generazioni interiorizzino questi valori, riguardo a ciò che è giusto, al diritto alla libertà d'opinione e di religione. Poi saranno più capaci di lottare per la giustizia e non solo per il diritto, saranno più disposti ad agire e a protestare contro l'ingiustizia. Se invece dicono: "Va bene, guardiamo gli interessi della mia famiglia o della mia persona, onestamente non mi interessa il resto del mondo", questo non è un atteggiamento democratico. E con questi elementi di egoismo non è possibile risolvere il grossissimo problema che Lei ha sottolineato, perché è solo con un senso del dovere del cittadino, con va volontà di mettersi tutti insieme per affrontare un certo problema, che si arriva a risolverlo. Ho paura però che questo problema sia irrisolvibile, nel senso che non si arriva mai a una giustizia perfetta, ma certamente a una giustizia meno imperfetta.

STUDENTESSA: Se la giustizia continua a essere monopolizzata dai politici, sono d'accordo con Lei!

GINSBORG: Già è un grande passo avanti che il Consiglio Superiore della Magistratura - organo di autogoverno dei magistrati nato con la Costituzione Repubblicana - sia un organo indipendente. Quindi mai più giudici che sono subordinati a un dittatore, a una figura carismatica di partito, che dà le direttive e i magistrati: "Sì, agli ordini". Mai più questa cosa! Questo è un grande passo in avanti.

STUDENTE: Navigando su Internet abbiamo scoperto alcuni provvedimenti che verranno presi, come il ridimensionamento dei reparti investigativi speciali e l'abolizione del carcere (http://www.geocities.com/CapitolHill/Lobby/7079/41.html) duro per i mafiosi. Questi due provvedimenti non Le sembrano due errori grossolani?

GINSBORG: Io chiudo questa trasmissione parlando solo un attimo di una cosa storica, che è stata sollevata ora: la mafia. Storicamente parlando, la mafia è una particolarità dell'Italia. Per la prima volta, durante gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, dei magistrati di grande coraggio (Falcone e Borsellino) hanno lottato e pagato, come sapete benissimo, con la loro vita la lotta contro la mafia. Non c'è dubbio che ci troviamo in una situazione di eccezionale gravità, in cui lo Stato deve dire: "Io sto con i magistrati. I magistrati sono molto esposti, rischiano ogni giorno la loro vita, dobbiamo aiutarli. Può darsi che per eliminare questo problema, o almeno per arginarlo, dobbiamo utilizzare delle leggi eccezionali per un certo numero di anni, dobbiamo avere gli strumenti giuridici adatti. Senza questi strumenti non riusciamo a andare avanti!". Caselli dice questo e, secondo me, ha perfettamente ragione.


Siti Internet sul tema

Ministero di Grazia e Gustizia http://www.giustizia.it/

Commissione antimafia (http://www.parlamento.it/parlam/bicam/mafia/home.htm)

La giustizia al tempo dell’Ulivo ( http://www.geocities.com/CapitolHill/Lobby/7079/index2.html)

 


Biografia di Paul Ginsborg

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