Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
www.filosofia.rai.it
Search RAI Educational
La Città del Pensiero
Le puntate de Il Grillo
Tommaso:
il piacere di ragionare
Il Cammino della Filosofia
Aforismi
Tv tematica
Trasmissioni radiofoniche
Articoli a stampa
Lo Stato di Salute
della Ragione nel Mondo
Le interviste dell'EMSF
I percorsi tematici
Le biografie
I brani antologici
EMSF scuola
Mappa
© Copyright
Rai Educational
 

Il Grillo (17/3/1999)

Salvatore Natoli

Un'etica per l'ambiente

Documenti correlati
...il dovere non è di per sé sacrificio. Il dovere è economico perché realizza bellezza. La bellezza e l'etica stanno insieme. L'etica ha un carattere estetico. Siamo noi diventati brutti, che fraintendiamo e pensiamo a un etica sempre in termini di sacrificio e di rinuncia, senza guardare invece gli effetti di riuscita e la grandezza dei risultati che si ha. L'etica è una strategia di riuscita, non è un obbligo coercitivo...

 

Liceo Classico "Michelangiolo" di Firenze

17 marzo 1999

 

 

NATOLI: Mi chiamo Salvatore Natoli e insegno Filosofia teoretica alla II Università di Milano. Mi sono interessato di problemi di etica e ho scritto un dizionario Dei vizi e delle virtù. Il tema di oggi è Un'etica per l'ambiente. Allora prima di cominciare a ragionare e a discutere tra noi, vediamo la scheda di presentazione.

Il cielo stellato suggeriva a Kant l'ordine della natura, a cui, nella coscienza individuale, faceva riscontro la legge morale. Ancora per Kant si poteva pensare ad una corrispondenza tra cosmo e microcosmo. Oggi ci chiediamo, diversamente da Kant, se il cielo stellato possa diventare il soggetto di un'etica. Possiamo pensare all'ambiente come al tema di un'etica? L'etica è la scienza del bene e del male. Ma allora perché è eticamente un male distruggere l'ambiente ed eticamente un bene difenderlo? La questione non è ovvia, anche se è senza dubbio un bene difendere l'ambiente. Chiediamoci infatti se è l'ambiente in se stesso a rappresentare un valore che va dunque difeso, oppure se esso è un valore perché costituisce una risorsa vitale per gli uomini. Ad una simile questione si è giunti solo negli ultimi tempi, quando il problema ecologico si è reso manifesto in tutta la sua pressante evidenza. Per molti filosofi del passato era ovvia l'idea di un'assoluta corrispondenza tra etica e natura. L'etica di Spinosa parte dal principio che la natura è Dio e che Dio è natura. E Giordano Bruno, che anche lui, come Kant, di cieli stellati sapeva qualcosa, immaginava i suoi infiniti mondi come l'espressione di Dio. Secondo questi filosofi la natura dà la regola dell'etica, come dire etica e natura sono la stessa cosa. Per questi pensatori non esisteva nemmeno il problema di un'etica del rispetto della natura e non esisteva l'idea che la natura, piuttosto che rappresentare un valore in se stessa, fosse un valore solo in quanto utile alla vita dell'uomo. Nel mondo moderno invece l'unità di etica e natura si è scissa. Come si è determinata questa scissione? Dietro il problema di un'etica per l'ambiente non si riaffaccia il più antico quesito della filosofia: che cos'è la natura?

STUDENTESSA: Come si può definire la natura dopo la sua scissione dall'etica?

NATOLI: Ecco, intanto vediamo la sua connessione che nonostante tutto poi rimane. Se Voi pensate alla parola ethos, così come la impiega, per esempio, anche Aristotele, ethos significa etica, condotta, ma significa anche abitudine, cioè ha a che fare con l'abitare, con il modo di condursi degli uomini sulla terra. Allora, se noi intendiamo la natura come lo spazio di vita e di realizzazione dell'uomo, allora dobbiamo dire che l'uomo, per vivere bene deve essere coerente a questo ritmo della natura. Ma diciamo anche di più, che l'uomo egli stesso è il momento della natura e non signore della natura. Allora da questo punto di vista c'è una dimensione di euritmia, di conformità all’andatura della natura e l'uomo poi deve scoprire la sua natura per realizzarla in modo adeguato. Da questo punto di vista si vede la connessione originaria che c'è tra natura ed etica. Però, a fronte di questo problema, ce n'è un altro. Cioè è vero che l'uomo è nella natura come un momento interno alla natura e quindi deve essere conforme alla natura, ma è anche vero che è quell'entità naturale che con l'ambiente non è sempre in sintonia. Cioè l'uomo dall'ambiente è aggredito. La natura è violenta contro l'uomo, è violenta perché lo fa morire, è violenta perché costantemente lo aggredisce attraverso le intemperie. Quindi la natura, rispetto all'uomo, è nemica. Allora, rispetto a questa inimicizia, l'uomo deve armarsi. Quindi, se per un lato l'uomo è natura e quindi deve inerire ai suoi ritmi e pretenderne di uscirne è impossibile, dall'altro lato però è la natura che lo costringe a uscire da essa e a sceglierla come nemica. Esemplare in questa la doppia formula di Leopardi. Per un lato lui chiama la natura: "benignissima madre" e per l'altro la chiama: "natura matrigna". Ecco la radice originaria della scissione.

STUDENTE: Ritiene che l'etica per l'ambiente nell'uomo sia innata, oppure che debba avere le proprie basi in una conoscenza e in un'educazione particolare?

NATOLI: Ma direi che l'etica dell'ambiente come problematica etica è abbastanza recente. Prima di rispondere, se ci vuole un'educazione o meno, bisogna fare questa inevitabile premessa. L'etica dell'ambiente è un'etica recente. Perché che cosa si intende per etica dell'ambiente? Si intende una responsabilità rispetto all'ambiente, perché la caratteristica dell'etica è fondamentalmente essere responsabili, proprio dalla parola originaria respondeo, io devo dar conto. Questo è l'etica: assumersi una responsabilità e rispondere ad altri. Quindi l'uomo deve prendersi la responsabilità dell'ambiente. Ora, quando si configura questa dimensione profonda dell'etica dell'ambiente? Solo nel momento o nel punto in cui davvero l'uomo può essere responsabile nei confronti dell'ambiente. E quando l'uomo diventa responsabile nei confronti dell'ambiente? Quando ha una potenza tale da poterlo determinare. L'uomo antico, per quanto operasse, per quanto fosse attivo, era pur sempre subalterno all'ambiente. E quindi la responsabilità che l'uomo aveva in quel contesto era quello di difendersi dall'ambiente, di manipolarlo, di adattarlo al suo spazio. Io ho scelto, tra gli oggetti, questo strumento, questo arnese di selce nell'uomo primitivo, che mostra come sin dall'origine l'uomo manipola la materia. E la manipola perché fondamentalmente è il più debole degli animali. Da quando l'uomo si porta in posizione eretta, dallo spazio può in ogni momento venire un pericolo. E l'uomo è nell'attesa dell'attacco. Quindi la natura è tutt'altro che tranquilla. Il Prometeo previdente è quello che organizza la vita degli uomini, dà loro il fuoco per difenderli dalla morte, dal freddo. Quindi l'atteggiamento originario dell'uomo è inevitabilmente un atteggiamento manipolativo. Se l'uomo non avesse fatto questo, sarebbe perito. C'è un bellissimo frammento di Anassagora, che dice che: "l'uomo è intelligente perché ha le mani". Cioè, è attraverso la dimensione manipolativa che l'uomo è riuscito a vivere e quindi, a differenza degli animali che avevano la forza di resistere all'ambiente, l'uomo, per vivere, ha dovuto adeguare l'ambiente a se stesso. Ma poteva essere responsabile - responsabile di sé e della sua difesa - ma, per quanto operasse, la natura era sempre più forte di lui. Quando si pone il problema della responsabilità dell’uomo nei confronti della natura? Nel momento in cui l'uomo comincia ad essere più forte della natura. Allora, a questo punto, la situazione cambia. Ecco perché la questione ecologica o l'etica dell'ambiente è una questione che si formula in tempi abbastanza recenti. Praticamente, diciamo, che è una questione novecentesca.

STUDENTESSA: L'ecologia si può definire discesa dall'etica e quanto è da essa staccata o coincidente?

NATOLI: Ma direi che l'ecologia, da questo punto di vista, ha a che fare in senso stretto con l'etica, nel senso della definizione iniziale che davo, nel senso che l'uomo è nel mondo, non può esistere separatamente dal mondo e quindi, per realizzare se stesso, deve conservare l'ambiente della sua realizzazione. Se distrugge l'ambiente della sua realizzazione, non realizza neanche se stesso. Ora, siccome il principio dell'etica fondamentale è il principio della realizzazione del bene, sia il bene soggettivo dell'uomo, sia il bene in generale, allora lo sviluppo etico suppone una armonia di sviluppo di tutti gli enti naturali e quindi della natura in generale. Allora, da questo punto di vista, diciamo che il discorso ecologico è un discorso che è in linea con quello che sin dall'origine è l'etica, dove, dicevo, che l'etica è il dimorare dell'uomo sulla terra, il dimorare che suppone un dimorare ricco, fecondo, la vita lunga. Allora per fare questo ci deve essere un ambiente che sia preservato, perché, se l'ambiente è malato, non solo muore l'ambiente, ma l'uomo stesso non si realizza. Da questo punto di vista l'ecologia rispetta ciò che sin dall'inizio è un bisogno dell'uomo. Usando una bellissima formula di Nietzsche: "Sta crescendo intorno a noi il deserto". Ecco, se cresce il deserto, siamo noi i primi a morire. Ecco perché l'etica è vincolante. È vincolante non soltanto in termini di dovere, secondo una logica coercitiva. Ma qui il dovere non ha un carattere coercitivo. Ha un carattere naturale esso stesso, perché, se l'uomo va oltre, precipita. Ecco la inevitabile collocazione dell'ecologia nell'etica, con quelle varianti che dicevo prima, perché noi oggi siamo di fronte a sfide che l'uomo antico non aveva. E quindi la nostra responsabilità nei confronti della natura è ben diversa da quella che l'uomo poteva avere quando la natura vinceva su di lui.

STUDENTESSA: Spesso l'uomo si pone come dominatore della natura e ultimamente si è creato un rapporto abbastanza violento. Noi abbiamo scelto un oggetto - l'uccello impagliato - come espressione di questa visione antropocentrica, in cui l'uomo è al centro e molte volte rende la natura sua schiava. Lei crede che si sia imposta questa visione antropocentrica, o che ultimamente ci siano dei segnali di rottura di questo tipo di rapporto?

NATOLI: Cosa vuol dire dimensione antropocentrica? L'uomo è al centro della natura nel senso che a differenza di tutti gli altri animali, non è ripetitivo, ma è costruttivo. Gli animali in genere sono dotati di pelli. Quando nascono sono immediatamente idonei a stare nell'ambiente, dopo pochi giorni si muovono. Ci sono stati alcuni studiosi che hanno detto che la nascita dell'uomo corrisponde ad una sorta di parto prematuro, perché, prima di mettersi in moto, ha bisogno di un anno di vita e molto di più. Ecco, quindi l'uomo in fondo è il più debole tra gli animali. Allora, da questo punto di vista - l'ho già accennato prima - l'uomo si è conservato sulla terra perché sostanzialmente ha manipolato la natura. Ora, data questa premessa, voglio ricordare un bellissimo passaggio del libro della Genesi, quando l'uomo è posto al centro della creazione, secondo il modello ebraico. Tant'è vero che Adamo dà il nome agli animali. Ma c'è una bellissima frase del libro della Genesi, in cui l'uomo è posto come signore della creazione perché - ecco la parola importante - la "custodisca". Allora l'uomo ha tutto il diritto di intervenire nella creazione nel momento in cui può migliorare la sua condizione. Ma, quando il gesto diventa arbitrario, diciamo diseconomico, cioè il piacere del distruggere per distruggere e non la necessità di distruggere per vivere, allora si passa da una condizione di necessità e di opportunità, a una condizione di colpa. Allora c'è questo confine: da una parte l'uomo è in una dimensione di difesa, non aggressiva, o aggredisce per mantenersi in vita - e quindi è una signoria legittima – dall’altra, invece, c’è il capriccio, l'arbitrio. Direi che questo è l'elemento discriminante, cioè il sentirsi signore assoluto, senza custodire e invece, custodire la natura e asservirla per quel tanto che permette meglio la realizzazione di sé come comunità.

STUDENTESSA: Partendo sempre dall'animale imbalsamato, oggi, nell'immaginario collettivo, questa non è una figura positiva, mentre lo è un animale vivo, un animale libero. Questo si può ritenere come il risultato di un nuovo rapporto etico con la natura?

NATOLI: Ecco direi che quello che Voi avete scelto è sintomatico ed emblematico di questo passaggio cui facevo cenno. Cioè quando gli animali si imbalsamavano, l'uomo lo faceva all'interno di una cultura in cui l'imbalsamare era il segno di avere conquistato un trofeo. Il trofeo come si conquista. Si conquista in una lotta, la lotta è sempre una lotta per la vita, dove l'uomo è aggressore - torno al punto di prima - e anche aggredito. E le cose sono ben più tragiche se noi guardiamo alla storia dell'umanità, perché non solo si imbalsamavano gli animali, ma le teste d'uomo venivano portate come trofeo. Vedi, l'uomo contro se stesso. Allora qual'era il contesto di queste celebrazioni di trionfo? Il contesto di un uomo, il quale doveva combattere con l'ambiente per vivere. Questo è quello che voi dovete tenere ben presente. La nostra situazione oggi è cambiata. E quando è cambiata? Lo accennavo, ma ritorno sull'idea, perché l'ecologia e l'etica dell'ambiente si pone in questo punto, quando l'uomo è riuscito a penetrare nella natura e quindi, lungi dal sopportare il pericolo della natura, immette pericolo nella natura. E l'altro oggetto che ho scelto per questo nostro tipo di ragionamento, è il modello d'atomo. Capite bene qual è la differenza fondamentale? Cioè, con lo strumento di selce l'uomo aveva una struttura elementare per difendersi. Era un aggredire per difendersi. La natura era più forte di lui, lo avrebbe potuto distruggere in ogni momento. Era il suo spazio. Per quanto l'uomo intervenisse, vinceva sempre la natura. Lì si è entrati invece nel cuore della natura, si è carpito il suo segreto, la si lavora da dentro. L'uomo oggi ha la possibilità di intervenire dentro la natura e smembrarla, usare le sue leggi per modificarla. Allora, a questo punto, la natura è stata violata dall'uomo e quindi, la decisione dell'uomo a partire da questo punto - ed è la grande questione della tecnica - immette pericolo. Allora, se ci fu un tempo, quello dei trofei, in cui l'uomo poteva gloriarsi di essersi salvato da un pericolo - e quello era il segno di una vittoria - oggi l'uomo ha una responsabilità del tutto nuova, perché, avendo violato la natura e avendo carpito il suo segreto, con le sue decisioni immette nella natura pericolo. E qui enuncio una cosa su cui si può anche discutere più avanti: è cambiata la coppia rischio-sicurezza. Un sociologo contemporaneo, morto da poco, Niklas Luhmann diceva che c'è stato un tempo in cui la coppia era rischio-sicurezza. Allora il rischio stava dalla parte del pericolo, tant'è vero che nel modo comune si dice: "A tuo rischio e pericolo". Allora c'era il rischio e c'era la sicurezza. Oggi invece la sicurezza si formula in un altro modo. Non più rischio-sicurezza, ma rischio, pericolo, dove il rischio sta dalla parte della sicurezza, perché l'uomo oggi, se non rischia, non si muove, e il pericolo invece sta dalla parte del non rischiare, perché probabilmente non rischiando si perdono delle opportunità. La decisione dell'uomo, da questo punto di vista, oggi, può essere catastrofica. Vediamo questo servizio per mostrare come la decisione dell'uomo può produrre terribili, apocalittiche controfinalità.

Il 9 ottobre del '63, dal monte Toc, qui, sul fianco sinistro della Valle del Vajònt, si stacca una frana di 260 milioni di metri cubi di roccia. Piomba nel lago, dietro la Diga del Vajònt e solleva un'onda di 5O milioni di metri cubi d'acqua, che solo per metà passa dall'altra parte della diga, ma è più che sufficiente a spazzare via, dalla faccia della terra, cinque paesi. Duemila i morti. La storia della Diga del Vajònt, iniziata sette anni prima, si conclude in quattro minuti di apocalisse, con l'olocausto di duemila vittime.

STUDENTE: Ecco, sulla base di questo contributo, volevo sapere da chi e da che cosa dipende l'istituzione di un limite all'utilizzo della natura da parte dell'uomo?

NATOLI: Ecco, intanto partiamo dal contributo che abbiamo visto, perché ci illumina molto su quello che vuol dire quando è l'uomo ad introdurre nella natura fattori di rischio. E questo è visibilissimo. Cioè noi abbiamo uno spettacolo apocalittico, un evento da fine del mondo, con una concentrazione di violenza, nello spazio e nel tempo: quattro minuti, duemila morti. Forse la natura con gli uragani più tremendi riesce ad eguagliare questo. Quindi una concentrazione violentissima di disastro, in un tempo breve, con una mortalità, una distruzione di uomini, di ambienti e di spazi. Questo è stato introdotto da una decisione dell'uomo. Quindi l'uomo è diventato fattore di rischio. Vediamo l'altro aspetto del problema. Una diga funzionante attraverso la quale si produce energia e, se è diga d'acqua, anche un'energia pulita; quanto servizio dà? Un servizio pari alla stessa potenza distruttiva: ospedali, macchine, riscaldamenti, agiatezza dell'uomo sulla terra. Ecco, nel momento in cui l'uomo con la tua decisione cambia la natura, la cambia dal punto di vista della migliorabilità delle sue condizioni di vita. Quindi il manufatto non guardiamolo dal punto di vista del suo effetto disastroso, ma guardiamolo dal punto di vista del suo effetto funzionante. Ecco allora la formula, la coppia su cui bisogna riflettere oggi. La prima era pericolo- sicurezza: l'uomo cerca la sicurezza, vuole allontanare il pericolo. Come lo fa? Attraverso la tecnica, attraverso la trasformazione della natura. Ma oggi è arrivato a un punto in cui le sue decisioni sono tali da produrre controfinalità, effetti contro la natura, ma quella stessa potenza che può manifestarsi disastrosa, può dargli un benessere illimitato. Allora, da questo punto di vista, il rischio non coincide più col pericolo. Ma il rischio bisogna anche correrlo, perché i vantaggi ordinari e le opportunità sono elevatissime. Detto questo, allora c'è un punto inarretrabile: noi oggi siamo in una condizione storica, in cui se non interveniamo sull'ambiente non possiamo più vivere. Lo standard della nostra vita esige che l'ambiente sia utilizzato. Qual'è il confine? Ecco un punto decisivo: il confine non trova un limite nella natura, ma trova un limite in sé. In che senso la scienza trova un limite in sé? Perché, per definire quello che si può fare e quello che non si può fare, è necessaria la scienza. La natura non ce lo dice. La natura è lì. E quindi ecco la responsabilità forte dell'uomo, che certe cose inevitabilmente le deve fare, ma deve essere lui a decidere quello che non può fare. Un esempio prima di andare avanti nella nostra discussione: l’inquinamento delle città. Prodotto da che cosa? Dalla tecnica. Ma chi accerta se oltre una certa soglia c'è inquinamento? Non lo fa la scienza medesima? In base a che cosa noi diciamo che oltre non si può andare? Ce lo dice la natura? Ce lo dice la scienza, perché soltanto attraverso la scienza che indaga le controfinalità della natura, noi sappiamo che non possiamo andare avanti. E quindi, per dare una risposta, un indirizzo di risposta alla Tua domanda, devo dire che soltanto la scienza può limitare se stessa, perché la natura è uno spazio ormai definitivo dell'azione dell'uomo. Il rispetto? Il rispetto l'uomo lo deve decidere e comprendere in base a quello che della natura sa. Ecco il tasso alto di responsabilità. Se così non fosse, non saremmo neanche responsabili.

STUDENTESSA: Vorrei sapere le definizioni precise di tecnologia e di progresso e che connessioni e conseguenze hanno, questi due fenomeni, con un'etica per l'ambiente.

NATOLI: Ecco , tecnologia e progresso non coincidono, anche se stanno insieme. Direi che il miglioramento della condizione dell'uomo nel mondo non sarebbe stato possibile mai se l'uomo non avesse manipolato il mondo. Torno alla bellissima immagine di Anassagora: l'uomo non sarebbe intelligente se non avesse le mani. E quindi l'uomo ha ridotto il pericolo che gli veniva dalla natura e quindi ha creato uno spazio per sé. Gli antropologi parlano della grande rivoluzione del neolitico quando l'uomo addomestica gli animali, comincia a coltivare la terra - il grande gelo si è ritirato, quindi si sono liberati spazi - la grande rivoluzione dell'uomo tecnologico, l'uomo prende dimora sulla terra, esce dalle caverne, costruisce case, migliora le sue condizioni, rompe i ritmi della natura. Perché può conservare le sementi, non le consuma immediatamente. L'uomo potrebbe essere quello che è se non avesse sviluppato la tecnica? Ecco, allora questo è un discorso preliminare. L'uomo è cresciuto, ha creato spazio per sé nel mondo, ma questo non vuol dire che ha distrutto il mondo, perché ha liberato delle possibilità della natura. Per molti versi l'ha migliorata, perché la coltivazione, questi grandi spazi che noi vediamo di natura lavorata, non sono spazi negativi. Quindi, da questo punto di vista, la tecnologia è stata un mezzo attraverso cui l'uomo ha realizzato se stesso, senza con ciò dovere inevitabilmente violare la natura, anzi migliorandola, liberando in essa delle risorse e orientandola. Ma la tecnica di per sé dà progresso? No, perché tutto ciò che l'uomo fa è ambiguo. L'arma può essere prodotta per difendersi, per tagliare la carne e per uccidere. Allora, fondamentalmente qual'è la direzione, la misura in base a cui si può concepire un'idea di progresso della tecnica? Che l'uomo non pretenda, attraverso la tecnica, di cancellare il suo limite naturale, cioè non pretenda di potere fare tutto. E quindi bisogna combinare insieme trasformazione e custodia. Il segno: se si va troppo avanti la natura si ribella e viene contro di noi.

STUDENTE: A Suo avviso è eticamente corretto impedire ai paesi del Terzo Mondo che si sono affrancati dal colonialismo solo in questi ultimi anni, di sfruttare liberamente le loro risorse, quelle risorse che hanno permesso lo sviluppo dell'Occidente avanzato?

NATOLI: Qui Lei dice una cosa di grande rilevanza rispetto proprio a quanto si diceva prima. Questi popoli hanno diritto a valorizzare le loro risorse. Anzi, prima lo fanno, meglio è. Prima non lo hanno potuto fare perché avevano la terra piena di ricchezze, ma non avevano la possibilità di conoscere e di utilizzare. E quindi sono stati occupati dagli altri, anche perché loro non erano nelle condizioni di conoscenza. Ecco la tecnica, la scienza che definisce essa i limiti. Questi avevano una conoscenza molto bassa, quindi non potevano trasformare le loro stesse risorse. Adesso in una idea di globalizzazione, pensiamo - è giusto, ma il discorso sarebbe più politico - che questi popoli siano nelle condizioni di valorizzare al meglio loro stessi, essere padroni dei beni naturali della terra su cui vivono. Ma, accanto a questo, c'è questo diritto di essere padroni e di migliorare le loro condizioni, in una relazione con tutto l'ambiente, con l'ambiente mondo, perché ormai il discorso bisogna farlo in termini di globalizzazione. Una volta accertata questa legittimità c'è un altro tipo di problema importante da sollevare: noi possiamo estendere a tutto il mondo, senza distruggerlo, lo standard di vita dell'Occidente? Questo è il problema vero. Ecco perché la questione ecologica è una questione novecentesca, perché se noi estendiamo a tutto il mondo il nostro standard di vita, date queste condizioni, rischiamo di distruggere il mondo. Immaginate una motorizzazione, una industrializzazione del nostro tipo in Cina, in America Latina. Il mondo scoppierebbe, non lo sopporterebbe. Ecco, dicevo: la natura sviluppa controfinalità. Non possiamo tutto. E allora, a questo punto, è necessario che l'uomo relativizzi i suoi bisogni e sviluppi una selezione tra ciò che è necessario e ciò che non è necessario, tra l'uso dei beni, tra la stessa concezione del lusso. Perché noi abbiamo un'idea di lusso nel senso di avere tante cose. La produzione, la tecnologia ci invita a consumare. Ma quanto lusso c'è senza costo? Leggere un libro, capirlo e goderne non è forse meglio di andarsi a fare un giro in Ferrari? È proprio vero che la Ferrari è meglio o è una follia dell'Occidente? O non è più bello sentire Beethoven o Leopardi? Non è questo il vero lusso? Ecco, cambiare i parametri di riferimento e scoprire nella natura bellezze e possibilità di gioia che non passano attraverso una manipolazione violenta. Questa è una possibilità etica completamente diversa.

STUDENTE: Prendendo spunto dal primo filmato, l'ambiente deve essere difeso perché rappresenta un valore o perché è utile per noi, per un domani, proteggerlo?

NATOLI: Tutte e due le cose insieme, noi scopriamo che è un valore, cioè scopriamo che se distruggiamo l'ambiente annulliamo la nostra stessa possibilità di esistere. Non bisogna mai separare il dovere dall'efficacia, perché noi abbiamo una concezione del dovere astratta, formalistica se si vuole. Tendiamo a separare sempre il dovere dalla felicità e dimentichiamo che il dovere è una strategia di realizzazione, non è un obbligo. Allora la natura deve essere preservata non perché noi siamo obbligati nei confronti di essa, ma perché senza di essa noi non viviamo. Quindi noi dobbiamo connettere sempre di più etica a bellezza e non dovere a sacrificio. È una cattiva pedagogia. Il dovere non è di per sé sacrificio. Il dovere è economico, perché realizza bellezza. La bellezza e l'etica stanno insieme. L'etica ha un carattere estetico. Siamo noi diventati brutti, che fraintendiamo e pensiamo a un etica sempre in termini di sacrificio e di rinuncia, senza guardare invece gli effetti di riuscita e la grandezza dei risultati che si ha. L'etica è una strategia di riuscita, non è un obbligo coercitivo.

STUDENTE: Faccio un esempio: la costruzione di una fabbrica inevitabilmente porta alla distruzione, o, quanto meno, all'alterazione dell'ambiente naturale, però contemporaneamente può portare benessere e lavoro per l'uomo. Lei moralmente cosa difenderebbe di più: la costruzione di una fabbrica oppure la salvaguardia dell'ambiente?

NATOLI: I dilemmi non possono essere mai posti in modo così secco, se non in astratto, perché la realtà è sempre molto più complessa, è sempre più data di variabili. Quando noi dobbiamo affrontare un problema, normalmente sono più importanti le variabili che la posizione formale del dilemma. Perché diciamo che la posizione formale di un dilemma è un esercizio di discussione? Perché quando arriviamo alla realtà questa ha sempre dei tassi elevati di complessità. Ma, per venire incontro alla domanda, si fa sempre, in queste scelte, un ragionamento di costo-beneficio. In ogni trasformazione c'è sempre un costo. Ogni trasformazione presuppone distruzione. Questo lo fa la natura stessa. Nella generazione-corruzione fa questo. C'è qualcosa che esce fuori e qualcosa che emerge. Quindi non dobbiamo avere una concezione statica. Nella trasformazione c'è sempre una percentuale di perdita. Nulla può essere conservato per intero. Quello che è importante è che l'intero deve essere invece visto in ordine alla sua armonia. In ordine alla sua armonia ci sono dei costi da pagare. Allora è chiaro che se una fabbrica distrugge l'ambiente senza dare nessun risultato, avendo effetti devastanti, allora è chiaro che è assurdo farla. Allora qui il problema diventa una analisi delle compatibilità. E qui vengono fuori i ragionamenti concreti. Ecco io qui non posso parlare - ma sarebbe meglio farlo - di cose determinate, perché il ragionamento è sull'atteggiamento etico in generale, ma poi esistono dei problemi particolari: il buco dell'ozono, l'inaridimento della terra, le acque potabili, le foreste tagliate. Allora, di volta in volta, si tratta di definire i limiti e le opportunità e le controfinalità che si possono generare. Una sola cosa è inevitabile: è impossibile pensare di vivere nel mondo lasciandolo così com'è. Se si pensa all'ecologia come intangibilità si fa un discorso inconsistente. Anzi si permette poi l'arbitrio. Invece il discorso è che la scienza limita se stessa, interrogandosi sui possibili effetti, secondari, negativi, e quindi correndo un rischio, perché c'è sempre una componente di rischio che bisogna correre, come sempre, nella vita.

STUDENTESSA: Non Le sembra che però nell'ecologia stia prevalendo più il fine dell'utile rispetto a quello etico, proprio perché l'uomo si considera qualcosa di esterno alla natura e quindi la vede come qualcosa di necessario all'esistenza, ma da sfruttare fino al limite? E questo è molto negativo, perché piano piano si sta affermando come valore quello dell'utile e si sta perdendo completamente di vista quello della natura in sé.

NATOLI: Certo, però io non sarei così pessimista, perché noi siamo qui proprio perché ci accorgiamo che un uso indiscriminato della natura, oggi, è fonte di pericolo. Il contributo che abbiamo visto sul Vajònt ci dimostra che ormai l'uomo non può ritenersi signore incondizionato. C'è stato un momento in cui si è creduto che con la tecnica si potesse fare tutto. Cioè dire che la natura ha forse una riserva illimitata da cui l'uomo poteva prelevare come e quando voleva. Questa è stata la fase intermedia. C'è stata una fase in cui l'uomo era soccombente nei confronti della natura. Per quanto fosse attivo, la natura vinceva. Poi l'uomo ha iniziato a vincere e allora ha ritenuto di poterla asservire senza legge. Però appare il deserto, appare l'avvelenamento. Cioè questo non è possibile. La natura non è uno spazio illimitato per l'uomo. Allora l'uomo deve sempre, nella sua operazione di trasformazione della natura, confrontarsi con il suo limite. Ecco perché io vado spesso parlando di "etica della finitezza". E la scoperta scientifica non è detto che, di per sé, ci inviti ad essere onnipotenti. Molto spesso insegna ad essere limitati. Per capirci: pensate, per esempio, alla dietetica, quanto la scienza ci dice che non dobbiamo essere persone, sin dall'infanzia, che si abboffano. Perché? Perché, in una cultura della fame, mangiare tanto, era una necessità. Nei poveri, spesse volte, rimane questo desiderio arcaico di soddisfare la fame, anche quando non è più necessario. Allora esistono dei meccanismi. L'uomo nella ascesa dal pericolo credeva di poter far tutto. Gli rimane questo vizio, ma oggi si accorge che se pretende di fare tutto sviluppa controfinalità.

STUDENTE: Noi abbiamo scelto un film per rappresentare questo legame tra etica e ambiente. Il film è Il pianeta delle scimmie, che, in breve, racconta di questi astronauti, che, dopo aver viaggiato alla velocità della luce, sono atterrati con la loro astronave su un pianeta. Questo pianeta è dominato da una forma di vita che si identifica con le scimmie. E alla fine si scoprirà tragicamente che questo pianeta è la terra, che sulla terra è avvenuta l'estinzione dell'uomo. Si sono quindi ribaltati gli ordini gerarchici dell'ecosistema, e, a capo del sistema sono subentrate le scimmie. Ecco, questo film propone un interessante quesito: è giusto che il sistema etico imponga l'uomo al vertice della scala gerarchica quando poi questo spesso non amministra bene l'ambiente che lo circonda?

NATOLI: Partendo dall’esempio del film, le scimmie sopravvivono all'uomo perché in un certo qual modo sono più conformi alla natura. E l'uomo, nella sua pretesa di dominio incondizionato, ha distrutto la sua possibilità di vita. Quindi di fatto vive chi alla natura è fedele. Chi invece la vuole completamente asservire a se stesso è condannato alla distruzione, che era poi, in fondo, il grande concetto della Bibbia, della legge che salva, di darsi una misura. Il deserto fiorisce se si è all'altezza della legge, ma tutto torna ad essere deserto se non si è capaci di dare una norma a se stessi.


Biografia di Salvatore Natoli

Trasmissioni sul tema Ecologia e ambiente

Trasmissioni dello stesso autore

Partecipa al forum "I contemporanei"

Tutti i diritti riservati