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Il Grillo (5/4/1999)

Emanuele Severino

Che cos'è la tecnica?

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....Il compito della filosofia contemporanea, è ancora maggiore delle aspettative degli stessi filosofi (...) è un compito che non è così evidente come potrebbe sembrare a prima vista. Il suo compito è quello di preparare un  campo di gioco, mantenendolo aperto e permettendo alla tecnologia di poter oltrepassare ogni limite illogico, aumentando la propria potenza. Questo è il compito della filosofia contemporanea, del filosofo contemporaneo.(...)È l'atteggiamento in cui si mette in questione l'intera vicenda filosofica che porta dai Greci alla tecnica di oggi. Ecco, questo è ciò di cui sto parlando....


5 aprile 1999

Liceo Classico "Michelangiolo" di Firenze

 

 

SEVERINO: Mi chiamo Emanuele Severino. Il tema di questa puntata è "Che cosa è la tecnica?". Noi potremmo ritradurlo nella problematica costituita dal rapporto tra scienza e tecnica. Riguardo questo tematica è possibile visionare una scheda introduttiva.

La tecnica è l'insieme degli strumenti e delle procedure con i quali gli esseri umani perseguono i loro scopi e costruiscono il loro mondo. Per questo motivo il livello tecnologico è il segno del progresso della civiltà, della qualità della vita materiale, ma anche dei progressi della conoscenza. Tuttavia, a partire da un determinato periodo storico in avanti, quella riguardante la tecnica è divenuta una questione controversa, in particolare nel secolo scorso, come reazione all’avanzamento della società industrializzata. Ciò che risulta maggiormente foriera di timori è la considerazione che la tecnica, da semplice strumento nelle mani dell'uomo, possa diventare un meccanismo con scopi propri. L'immaginazione fantascientifica ha prodotto alcune raffigurazioni inquietanti di un mondo robotico asservito agli interessi delle macchine. La situazione attuale, forse, non è così lontana da quella raffigurata dalla science fiction. Il progresso tecnologico avvenuto nei diversi campi del sapere umano, dalla telematica alla bioingegneria, appare mosso sempre più da una spinta verso l'incremento delle sue capacità di manipolazione, anziché in risposta a concreti bisogni conoscitivi o umanitari e a ideali indipendenti dal semplice benessere fisico o dal profitto economico. Forse non è lo sviluppo tecnologico in sé a comportare un annullamento della libertà di deliberazione negli esseri umani dei suoi confronti, quanto la fascinazione che esso produce in moltissime persone e le attese che può incoraggiare. In particolare l'illusione che la tecnica possa risolvere tutti i problemi dell'uomo, non solo quelli riguardanti i mezzi di sostentamento e di sviluppo, ma anche quelli che concernono gli scopi dell'esistenza, il senso delle cose, il mondo dei significati. Potrà mai la tecnica fare un passo indietro e lasciare maggior spazio alla libertà di deliberazione degli individui?

STUDENTE: Secondo Lei, la tecnica umana, che vediamo inserirsi sempre di più nelle attività di tutti i giorni, che ruolo verrà ad assumere nella nostra vita nel prossimo millennio? Avremo un modo per cercare di limitarla affinché essa non arrivi a sovrastarci, o a dominarci?

SEVERINO: Ogni volta che si inizia una discussione riguardante queste tematiche, il mio primo consiglio diretto ai giovani è sempre quello di guardarsi non tanto dal pericolo degli abusi della tecnica, quanto dal pericolo di una critica troppo facile della tecnica. In effetti la scheda da noi visionata è molto interessante, ma il contenuto di quella scheda presenta anche un diffuso modo di vedere nella tecnica qualcosa di puramente negativo, da cui, (come diceva Lei, per esempio) ci si dovrebbe liberare. Da molto tempo, ormai, è arrivato il momento, per tutti noi, di avvertire l’urgenza di un superamento delle concezioni riduzionistiche della tecnica, costituite, soprattutto, dal modo tecnicistico di intendere la tecnica. La tecnica, nel suo significato autentico, è qualche cosa di molto più profondo, di molto più geniale di quanto non possa apparire a coloro che temono (ecco tornare la parola "timore", che abbiamo ascoltato nella scheda). Proprio qualche giorno fa ho finito di scrivere un pezzo per Il Corriere della Sera, dove sostengo che la tecnica possa essere considerata come un’espressione della natura umana tra le più belle, grandi, luminose, profonde, al pari del personaggio biblico e letterario di Lucifero. La tecnica, al pari di Lucifero, anche considerata da un punto di vista "negativo", non possiede i connotati della bruttezza e dell'idiozia. Lucifero è grande, è bello, è seducente; però, purtroppo, è Lucifero. Dovremmo ritornare alla Sua domanda tenendo presente questa cautela: prima di chiedere che cosa dovremmo temere nella tecnica, dovremmo cercare di indicarne i tratti autentici.

STUDENTE: Io non temo la tecnica in quanto tale. Io ho solamente paura, (come del resto anche Lei mostra di averne paura, come mi è parso di capire dalle pagine del Suo libro Il destino della tecnica) che la tecnica, prima o poi, purtroppo, possa arrivare a dominarci, costringendoci, gradualmente, ad abbracciare uno stile di vita in base al quale non si possa più fare a meno di essa. Io sono convinto che, se non avessimo mai avuto la tecnica avremmo, comunque, potuto vivere nello stesso modo. Ormai, tuttavia, è impossibile "tornare indietro" e buttare via i risultati di tutti i progressi tecnici. A mio avviso la tecnica sta per arrivare a dominarci, innanzitutto controllandoci. Quello che vorrei, innanzitutto, sapere è questo: secondo Lei, la tecnica che usiamo tutti i giorni per le nostre quotidiane faccende, che ruolo è arrivata ad assumere nella nostra vita?
Ci sta dominando o riusciamo a controllarla e usarla come mezzo per i nostri scopi? O essa, ormai, è lo scopo stesso della nostra vita?

SEVERINO: Ha usato nuovamente la parola "purtroppo"! Si ricorda?

STUDENTE: Secondo me è questione molto drammatica.

SEVERINO: Purtroppo. Il suo "purtroppo" sottintende la convinzione che esista una dimensione umana costantemente soffocata dalla tecnica. Ora dovremmo tenere ben presente che cosa possa mai significare l’immagine di quell'uomo che noi pensiamo possa venire "soffocato dalla tecnica". Il modo in cui l'uomo è stato concepito in tutta la cultura occidentale è una concezione a partire dalla quale noi dovremmo arrivare a sostenere che l'uomo è un essere tecnico sin dall'inizio, essendo stato pensato come tale sin dall’inizio. Se arrivassimo a pensare che l'essenza della tecnica consista, come io vado sottolineando da tempo, (ma questa non è una grande novità, come abbiamo anche sentito nella scheda) nella coordinazione dei mezzi per la produzione di un fine, ebbene sarebbe fin troppo facile constatare come questo sia il modo in cui l'uomo è stato sempre concepito ed inteso, sin dai primordi della nostra cultura.
L'uomo è stato sempre inteso come un centro cosciente di potenza, capace di coordinare i propri mezzi in vista della realizzazione di scopi. Se l'uomo è questo, allora vi propongo il seguente confronto: il mistico che cosa fa? Il mistico allarga le braccia, dice qualcosa e attende l'irruzione di Dio nella propria vita. Ma anche lui coordina determinati mezzi, ben diversi da quelli dell'imprenditore, (sicuramente), ma che sono, comunque, mezzi, utilizzati per ottenere un determinato scopo, che è l'irruzione e la dominazione del proprio Dio nella sua vita. Se così stanno le cose, se l'uomo è questo, allora quale soffocamento dell'uomo può mai essere portato in campo dalla tecnica? La tecnica non è un soffocamento dell'uomo. La tecnica come sviluppo estremo della coordinazione tra mezzi e fini è l'inveramento dell'uomo, ovvero ciò che può portare l'essere - uomo al suo massimo dispiegamento. A questo punto il nostro problema consiste (ma è una domanda che è bene, nonché prudente, in questa sede, tenere tra parentesi) nel capire se il modo in cui l'Occidente ha inteso l'uomo sia qualche cosa di assolutamente indiscutibile. Se l'uomo è un essere che si dispiega attraverso la tecnica, allora quest’ultima non può soffocarlo, ma, altresì, contribuire a realizzarlo in pieno. "Soffocato", in senso esistenziale, semmai, è l'uomo oppresso o pervaso dalle diverse ideologie, ovvero l'uomo come è inteso da alcune filosofie, (andando dal cristianesimo alla democrazia liberale, dal comunismo, al capitalismo). L'uomo ideologico è l’essere umano "soffocato". Ma al di sotto dei vari modi di intendere l'uomo, ne esiste uno che è compresente a tutti gli stili ideologici, che consiste in una visione propria della concezione dell'uomo che vede in esso una capacità unica, nel mondo vivente, di saper dispiegare una grande coordinazione di mezzi e di fini. Da questo punto di vista, non si dà soffocamento dell’uomo. Questo è un esempio in cui è fin troppo facile vedere come non sia così agevole sviluppare una critica troppo dura della tecnica.

STUDENTESSA: È indubbio che l'uomo possa essere definito come la propria tecnica, ma è anche vero che la tecnica, col passare del tempo, stia, ogni giorno di più, mettendo a repentaglio la vita dell'uomo, perché i pericoli, che potevano essere apportati cento o duecento anni fa dalla tecnica, non erano quelli che vengono messi in campo dalla tecnica di oggi. Oggi, se si verifica un qualsiasi errore tecnico si presenta, immediatamente, il rischio di immani catastrofi!

SEVERINO: Indubbiamente questo è l'aspetto più diffuso, anche grazie alla cassa di risonanza dei mass media, (volendo riprendere il discorso inaugurato dal Suo collega) della pericolosità della tecnica. Ma quando ci riferiamo alla tecnica (non dovremmo mai intendere, la tecnica in un senso riduttivo del termine) noi dovremmo, innanzitutto, riferirci ad una possibilità di aumentare all'infinito la capacità di realizzare scopi. A questo aspetto, in genere, non si pensa mai. La tecnica ha un suo scopo: l'incremento infinito della "potenza", diciamo, (così, tra virgolette) umana. Oggi si può arrivare a dire: "la tecnica è un sostituto di Dio". Quando Lei si riferisce agli aspetti distruttivi della tecnica, non Le sembra che questi aspetti, imputabili alla tecnica come "distruttivi" o "pericolosi" non siano altri che quelli caratteristici di un complesso di attività umane pericolose in quanto ideologicamente gestite, e non in quanto capacità tecniche. La maggioranza delle forme di gestione della tecnica oggi esistenti nel mondo, posso condurre (e, fin troppo spesso, conducono) a quei risultati, se la tecnica è utilizzata solo per aumentare un certo livello di produttività, produttività che può determinare un tasso spaventoso di inquinamento. Se fosse animata soltanto da interessi economici incontrollabili, allora, indubbiamente, la tecnica sarebbe distruttiva, pericolosa. Ma allora appare chiaro come non sia la tecnica in quanto tale a produrre dei determinati effetti. Ad essere pericolosa, in quest’ultimo caso, sarà la tecnica in quanto gestita, poniamo, capitalisticamente. E, perché non si producano equivoci, non dimentichiamoci che la tecnica, così com'era gestita nei paesi del cosiddetto "socialismo reale", era qualcosa di ancor più distruttivo. Non dovremmo pensare che, di fronte a questo dilemma la risposta migliore sia quella di impostare una "critica ingenua" del capitalismo.

STUDENTESSA: Secondo Lei la tecnica non è rischiosa in sé e per sé, ma in quanto strumento in mano all'uomo. Lei intende dire questo?

SEVERINO: Io sostengo solamente che gli aspetti distruttivi della tecnica non riguardano la tecnica in quanto tale. L'energia atomica, come tale, consente delle straordinarie possibilità di sviluppo delle capacità umane. Certamente, quando l'energia atomica viene sviluppata per costruire due arsenali atomici, che, in qualche modo, dovrebbero tutelare due sistemi politici differenti, allora la pericolosità di detta forma di energia sarà dovuta alla sua gestione, ideologica della tecnica, non alla potenza dispiegata da questa forma di energia in quanto tale.

STUDENTESSA: Che differenza può esistere fra la scienza considerata come puro amore del sapere e la scienza applicata alla tecnica finalizzata allo sfruttamento delle risorse disponibili? Può esistere una tecnologia finalizzata solamente allo sviluppo dei guadagni?

SEVERINO: Questo interrogativo è interessante. Lei ha rimesso in discussione il rapporto esistente tra scienza e tecnica in modo diretto. In questo ambito le questioni vanno un po' complicandosi, perché io, come filosofo, potrei domandarmi: quando è che si può distinguere nettamente la scienza dalla tecnica? Quando la scienza era concepita come il mezzo privilegiato per pervenire alla contemplazione di verità assolute, incontrovertibili e oggettive (o meglio fino alla metà del secolo scorso), essa era considerata la conoscenza vera, ovvero qualcosa da anteporre all'applicazione vera e propria di essa (l’applicazione tecnico-pratica, della conoscenza teoretica "prima"). Voi giovani queste cose dovreste saperle (e penso che Voi le sappiate). L'evento decisivo del nostro tempo è stata la caduta di quella concezione della verità come "dato definitivo" e oggettivo, concezione di cui la scienza ha ereditato il senso storico portandone avanti le istanze prime sino alla fine dell'Ottocento. Se quel concetto di verità definitiva fosse stato qualcosa di effettivo, allora anche una distinzione netta tra scienza e tecnica sarebbe stata possibile ed attuabile. Penso che i giovani dovrebbero tenere presente la portata dell’evento decisivo costituito dalla distruzione del grande concetto di verità come contemplazione incontrovertibile del mondo. Il nostro tempo sta vivendo sempre più a livello di massa, (prima esistevano le élites, adesso ci sono le masse), un inevitabile processo di disgregazione del "grande passato" dell'Occidente. Quando venne meno il concetto di verità definitiva, (ereditato dalla scienza), venne meno anche la possibilità di attuare una netta distinzione tra scienza e tecnica. Lei, prima, suggeriva: c'è qualcosa di analogo a questa differenza nella distinzione tra "concetto" e "uso del concetto stesso". Ebbene io devo dire di no. Non esiste un’analogia reale, perché poco fa si stava parlando di uso ideologico della tecnica. Se Lei volesse potrebbe dire: "esiste, sulla scorta di questa analogia, la possibilità di tracciare una distinzione netta tra scienza e tecnica". Ma, io, personalmente, quest'analogia la lascerei stare. Si tratta di un concetto, in questo caso, un po' pericoloso, alquanto difficile da trattare. Parlerei invece di una scienza che non essendo più custode di una verità definitiva, è solo in grado di presentarsi come un puro ventaglio di teorie in guerra tra loro. Queste teorie sono in concorrenza non tanto in nome del raggiungimento della verità, (cosa che si potrebbe dimostrare solo a patto di poter dimostrare che una delle teorie è l’unica vera mentre le altre sono false) quanto in nome della consapevolezza che solo la capacità di mostrarsi convincente per la comunità dei ricercatori è ciò che conta, ormai, per una teoria scientifica che voglia candidarsi seriamente al titolo di "vera". Poiché una di esse è più capace di altre di ottenere gli scopi che ci si propongono le possibilità che essa avrà di riuscire a godere di un buon successo saranno più alte delle altre teorie. Quella è la fase in cui il momento teorico della scienza, viene a coincidere col momento tecnico della scienza. Oggi navighiamo decisamente verso questa identificazione, anche se lo scienziato – tipo (e lo si capisce psicologicamente) tende solitamente a sottolineare l’aspetto della scissione e della distinguibilità tra scienza e tecnica.

STUDENTE: Io credo (e penso anche che la storia possa certificare quello che io credo con i fatti) che la gestione della tecnica è sempre stata in mano alle grandi ideologie storiche di massa. Faccio un esempio molto banale: se io volessi compiere degli studi tecnici avanzati, avrei bisogno di imponenti movimenti economici alle mie spalle, di grosse coperture, e chi può permettersi tali coperture sono le ideologie al potere, il capitalismo, i suoi rappresentanti, o le classi dirigenti di una nazione intera. In più, tutte queste parti in causa hanno degli scopi. Questi scopi potrebbero distorcere alla radice l’esistenza della tecnica come possibilità di coordinare mezzi e scopi alla portata di tutti gli esseri umani, innanzitutto alterandone i connotati di "tecnica pura" ovvero di tecnica fine a se stessa, ovvero in grado di non recare danno alcuno all'uomo. Poiché credo che non esista ricerca tecnica che non sia di questo tipo, ritengo che la tecnologia, in un certo qual modo, vada regolamentata e limitata.

SEVERINO: Ottimo! Qui siamo arrivati al centro dell’intero discorso. Lei sostiene che l'ideologia o un certo modo di pensare, (non semplicemente "tecnico" in senso ridotto), guida da sempre le sorti della tecnica. In effetti noi, oggi, ci troviamo in una situazione di questo genere. Quando il sottoscritto parla della tecnica, parla di una tendenza fondamentale del nostro tempo ad avanzare verso una situazione diversa da quella alla quale Lei allude e che per Lei invece è definitiva. Quindi, certamente, oggi la tecnica è in mano alle ideologie, perfino al cristianesimo, perché il cristianesimo oggi non può praticare delle determinate forme di solidarietà che non siano organizzate tecnologicamente. Quindi anche il cristianesimo si serve della tecnica, come se ne serve il capitalismo, come se ne serve la democrazia liberale, come se ne serviva il socialismo reale. Però io resto convinto del fatto che Lei (e i suoi colleghi) siate d'accordo sul fatto che le ideologie siano sempre state conflittuali tra loro. Ebbene: la conflittualità come si esprime? Non soltanto tramite "lotte comunicative" combattute a parole, slogan e messaggi (competizioni che sono, pure, importantissime), ma anche attraverso lo scontro pratico sostenuto dalla forza fisica. Oggi la forma principale di "forza fisica" disponibile è quella che può essere messa in campo (penso che anche su questo siate d'accordo) dalla tecnologia. Lo strumento di cui possono servirsi le ideologie conflittuali è la tecnologia. La conflittualità fa sì che ognuna di queste ideologie (chiamiamole ideologie, senza dare a questa parola una connotazione negativa, ma come modi di pensare che si distinguono dal modo tipico della scienza e della tecnica) abbia tutto l'interesse a che lo strumento di cui essa si serve sia efficiente.

STUDENTE: Questo è il vero problema, secondo me. Questa "concorrenza" porta alla rincorsa ad una tecnologia che possa essere la migliore possibile. Ma la tecnica, a questo punto, non è più il puro mezzo di una lotta, bensì lo scopo!

SEVERINO: Allora mi sta dando ragione! Lei mi sta concedendo proprio quello che io mi proponevo di dimostrarLe, ovvero che si dà una sorta di destino affinché la tecnica da puro mezzo di lotta possa divenire scopo. Mentre Lei, prima, diceva che dalla gestione ideologica della tecnica non si potrà mai uscire. Allora qui si decida Lei: sostiene la prima o la seconda tesi? Perché se Lei si ostinasse a sostenere la prima strada, avrebbe senso che io Le debba dimostrarne l’inconsistenza. Supponiamo che lei decida di si fermarsi sulla sua prima posizione. Terminerò il mio ragionamento: se le ideologie sono tra loro conflittuali, ognuna ha il proprio interesse che lo strumento principale in uso nella lotta sia il più efficiente possibile. Ma perché lo strumento sia il più possibile efficiente, bisogna pure che l'ideologia che si serve di esso non intralci il buon funzionamento dello strumento stesso. Questo vorrà dire che, allora, gli scopi che l'ideologia si propone potranno cessare di essere gli scopi principali arrivando ad assumere come scopo primario il buon funzionamento dello strumento stesso. Ecco il nucleo concettuale dell’intera questione: stiamo andando verso un tempo in cui, ad esempio, non sarà il profitto capitalistico a servirsi della tecnica, ma sarà la tecnica a servirsi del profitto capitalistico per aumentare sempre di più la propria capacità di realizzare scopi di "secondo livello". Questo nell'ipotesi che Lei sostenesse ancora la sua prima tesi.

STUDENTE: Io, in realtà, penso di poter sostenere quella che si potrebbe definire una via di mezzo: poiché la gestione della tecnica è in mano alle potenze ideologicamente ispirate e motivate, questa tecnica non potrà che essere funzionale all’esistenza di una di queste potenze ideologiche, che, ad un certo punto, non potranno far altro che assurgere a scopo stesso della propria competitività la realizzazione stessa delle tecnologie utilizzate.

SEVERINO: Allora siamo d'accordo!

STUDENTE: Però il problema che resta, a mio avviso, è il seguente: poiché la tecnica, a questo punto, diviene lo scopo primario dell’intera impresa ideologica di una Potenza, detta tecnologia non sarà più una tecnica pura, bensì una tecnica distorta, in quanto mirata soltanto a vincere una competizione, una competizione con altre ideologie!

SEVERINO: Quest’ultima è una terza ipotesi che meriterebbe di essere affrontata a parte. Ogni ideologia ha un proprio scopo, che è escludente e alternativo rispetto a quelli delle altre ideologie - ecco questo va aggiunto. Cosa vuol dire tutto questo? Il cristiano vuole realizzare qualche cosa che non può coincidere con quello che, poniamo, vorrebbero realizzare gli epigoni del comunismo, o delle democrazie liberali. Ma allora gli scopi di quelle che abbiamo convenuto di chiamare "ideologie" sono reciprocamente escludenti tra loro, ovvero si escludono tra di loro. La tecnica, viceversa, non possiede uno scopo escludente quello delle ideologie da essa sostenute. Lo scopo di un cristiano non è lo scopo, poniamo, di un marxista. La tecnica, intesa non nel senso riduzionistico del termine, non ha uno scopo escludente, che possa portare un suo qualsiasi utilizzatore a pensare o ad affermare: "voglio questo, ma non quest'altro". La tecnica, interrogata nella propria essenza, punta semplicemente all'incremento, (lo accennavamo anche prima), della capacità di realizzare scopi, qualsiasi essi siano. Quindi, rispetto alla matrice ideologica dei suoi propugnatori la tecnica non risulta, automaticamente configurata!

STUDENTE: Storicamente, la risposta alla domanda: "cos'è la tecnica?", è una risposta affidata ai filosofi, tant'è vero che Lei è qui per rispondere a questa domanda essendo un filosofo e non un ingegnere. Parallelamente, però, sempre più recentemente, in questo secolo, (stiamo parlando di una caratteristica del Novecento), la scienza si è posta tra i suoi scopi principali, quello di indagare su come potrebbe essere definita la natura stessa del pensiero. O, se preferisce, di rispondere scientificamente alla domanda: che cos'è la filosofia? Al di là dei rapporti tra scienza e tecnica e tra i rapporti tra tecnica e uomo, quali sono le prospettive di sviluppo del rapporto tra filosofia e scienza? Fino a che punto è possibile che la scienza sia in grado di spiegare oggettivamente quelli che sono i presupposti e i fondamenti del funzionamento, non solo del cervello umano, ma anche dell'anima dell'uomo? Per messo di questa via si potrà mai arrivare a spiegare scientificamente quella che è la natura stessa del filosofare?

SEVERINO: Questa domanda è molto bella! In realtà contiene molte domande! La tesi in base alla quale la scienza sia l'orizzonte esplicativo, all'interno del quale possa essere chiarito cosa la filosofia possa essere è una tesi oggi notevolmente dominante; ma va subito detto che essa è una tesi filosofica. Detto in altri termini: la progressiva dominazione della tecnica sulle altre forme umane del "sapere" e del "fare", è un fatto preminentemente filosofico. La defenestrazione progressiva della filosofia è stato, a sua volta, un fatto essenzialmente filosofico. A questo fatto accennavo prima, quando invitavo a tenere presente la distruzione che viene costantemente compiuta della verità da parte, innanzi tutto, della cultura filosofica contemporanea. Penso che non si tenga sufficientemente conto del fatto che oggi la tecnica può aggredire e dominare tutto l’ambito delle attività umane, perché alle spalle della tecnica sussiste il concetto di un tutto che si lascia dominare. Io posso decidere di andare fuori a passeggio se, innanzi tutto, alla base della mia decisione c'è il concetto di uno stare al di fuori, in un luogo dove ci si possa muovere con un certo agio. Quindi, affinché sussista la dominazione della tecnica, occorre l'apertura dello spazio all'interno del quale la tecnica possa oltrepassare qualsiasi limite. Ma chi ha aperto questo spazio? Oggi la concezione ingenuamente scientistica non si pone più questo interrogativo. Ma questo spazio, dove ogni limite può essere oltrepassato, non è altro che il risultato delle tendenze della filosofia contemporanea. Non stiamo parlando di una bazzeccola! Per capire la filosofia contemporanea, che spesso appare ai giovani (e, forse, soprattutto ai giovani) come un affastellamento di concezioni, è necessario andare oltre questo modo, molto comune ma fallace, di rappresentarla per individuare in essa i suoi più autentici tratti pertinenti. Tutte le posizioni della filosofia contemporanea sono riconducibili ad un comune atteggiamento di fondo, (che non esclude le differenze) che consiste nel mostrare l'impossibilità di leggi assolute, di limiti inoltrepassabili. È perché è esistita la filosofia contemporanea, che ha permesso l’apertura di un certo, determinato, spazio, che può esistere una determinata forma di tecnica! Ma da dove viene la filosofia contemporanea? Anche in questo punto del problema dovremmo guardarci dall'ingenuità di credere di poter voltare le spalle a quel grande passato della filosofia, che dovrebbe stare costantemente sotto i nostri occhi, proprio per capire il significato dell’abbandono delle verità definitive.
La filosofia contemporanea ha preparato lo spazio della conquista della tecnica, il suo campo di gioco. Ma tutta la filosofia contemporanea non è altro che una relazione negativa (dialettica, se volete), rispetto al passato, e innanzi tutto rispetto al passato filosofico. Discutere il senso della tecnica implica inevitabilmente una discussione del concetto occidentale di verità, così come questo concetto ha incominciato a presentarsi all'inizio della nostra civiltà. Se Lei voleva, in qualche modo, perorare la causa della filosofia, (se ho capito bene), o chiedere che ne è stato della filosofia nella progressiva marcia del dominio della tecnica, la mia risposta non potrà che essere: questa dominazione è inevitabile, ma resta un fatto preminentemente filosofico.
Questo aspetto non mi sembra che venga evidenziato nel contributo, che adesso visioneremo, di Edgar Morin. Morin, a mio parere, sostiene degli argomenti che, dopo le nostre considerazioni, sarebbero da tenere un po' alla larga.

Lo sguardo filosofico deve essere uno sguardo critico - e non soltanto critico, ma anche comprensivo - sulla nostra società, sul modo in cui subiamo, nella vita quotidiana, tutte le coercizioni della macchina artificiale, meccanicista e determinista, specializzata e cronometrata. Queste ultime sono tutte coercizioni che regolano la nostra vita e perfino le trasmissioni televisive, che sono cronometrate, perché devono durare un tempo esatto prestabilito. È evidente che lo sguardo filosofico dovrebbe permetterci, anzi, aiutarci a reagire contro queste coercizioni.

SEVERINO: Se questa reazione alle cosiddette "coercizioni della tecnica", stessero a significare quello che abbiamo constatato prima, allora non potremmo che essere d'accordo con Morin: è impossibile capire il senso della scienza e della tecnica, restando all'interno del significato riduzionistico, matematicistico, fisicalistico della tecnica. Però ho l’impressione che Morin alluda a una concezione spiritualistica di fondo dalla quale, secondo me, dovremmo tenerci un po' alla larga.

STUDENTE: In una risposta precedente ha utilizzato un'espressione che mi ha molto incuriosito. Ha definito la tecnica come sostituto di Dio. Però, a mio parere, la tecnica, anche attualmente, la raffinatezza metodologica che ha raggiunto è (e sarà sempre) subordinata alla ricerca scientifica pura, perché in fondo, nonostante quello che Lei ha detto prima, la tecnica non può essere mai intesa come un puro fine, perché la tecnica ci permette di utilizzare quello che i ricercatori, hanno precedentemente scoperto, attraverso la ricerca della scienza. Quindi ,questo suo "Dio" sarebbe subordinato alla "scienza pura". Non crede che la posizione da "sostituto di Dio", in questi tempi, nei quali è venuta a mancare l’importanza dell'idea di un Dio trascendentale debba spettare alla scienza e non alla tecnica?

SEVERINO: Prima abbiamo constatato come la distinzione tra scienza e tecnica riguarda quel modo obsoleto e peraltro gigantesco di elaborare speculazione filosofica tipico della tradizione occidentale. In base al superamento di questa distinzione non c'è più una "scienza che guida la tecnica", la quale resterebbe, qualora la si qualificasse come un "Dio sostituto", subordinata alla scienza. Quando noi parliamo di "tecnica", parliamo di una perfetta fusione tra l'atteggiamento contemplativo e l'atteggiamento pratico, e facciamo questa constatazione per i motivi di cui parlavo prima. Se noi separassimo la scienza dalla tecnica con un tipo "classico" di distinzione, allora, certamente, la tecnica diventerebbe un puro strumento, così come accadeva ai tempi di Galileo Galilei. Sicuramente ai tempi di Galileo Galilei accadeva questo, e accadeva ancora ai tempi del giovane Einstein. Se tenessimo conto del fatto che Einstein sia un convinto assertore dell'ordine deterministico della realtà, allora non ci riuscirebbe difficile capire come, ai suoi tempi, la conoscenza scientifica non fosse considerata altro che il sapere che si serve della tecnica. In questa prospettiva di separazione, dire che la tecnica sia il sostituto di Dio è un’espressione quantomeno impropria. Lei ha ragione a porre la domanda che ha posto, ma sulla premessa che esista una separazione tra i due campi non sono d’accordo.

STUDENTE: Quindi, secondo Lei, non è altro che un amalgama di scienza e tecnica, che adesso reggerebbe il ruolo di sostituto di Dio?

SEVERINO: Ebbene si! Ma questo amalgama andrebbe inteso, in modo non riduzionistico, come una espressione radicale del pensiero filosofico. Oggi il vero erede del pensiero greco è la tecnica. Cos'era il vero pensiero greco? Esso era l’antica persuasione che le cose escano dal nulla e ritornino nel nulla. La capacità di guidare questa oscillazione tra essere e nulla, oggi, è in mano alla tecnica. Il grande pensiero greco, con tutta la sua eredità, oggi non è più in mano ai grandi filosofi contemporanei. È in mano all'apparato scientifico e tecnologico contemporaneo. A meno che la filosofia non voglia arrivare a dire (questo è il discorso che più di ogni altro mi piacerebbe svolgere, ma non è un discorso che possiamo affrontare oggi) che sia arrivato, ormai, il momento di mettere in discussione l'intera storia culturale dell'Occidente!

STUDENTESSA: Finora abbiamo parlato della tecnica e dei risvolti negativi che potrebbe avere per la vita dell'uomo. Ma allora mi chiedo: come può l'uomo, dopo secoli di progresso scientifico, dopo secoli di applicazione e di avanzamento della tecnica, arrivare a permettere che la tecnica, ovvero una sua creazione, possa giungere a sovrastarlo? Sicuramente la scienza non può essere frenata, come il progresso! Non possiamo porre come soluzione a un problema del genere il frenare il progresso scientifico. Ma allora perché non cercare di delimitare la diretta applicazione delle conquiste della scienza? Si pensi a quando viene fatta una importante scoperta. Perché non studiarne ogni aspetto, prima di arrivare ad una sua eventuale applicazione (la quale , nel caso di certe scoperte, potrebbe comportare anche catastrofi di proporzioni enormi)?

SEVERINO: Noi, prima, abbiamo convenuto sul fatto che l’interpretazione catastrofistica della tecnica sia tutta da rivedere. Essa non può che essere catastrofistica in quanto ispirata a determinati modelli ideologici dell'uomo e della sua natura. Naturalmente se l'uomo in questione è l'uomo cristiano, la tecnica non potrebbe essere che una vera e propria catastrofe rispetto ad esso. Ma, come dicevo prima, se l'uomo è, nella propria essenza, capacità di raggiungere fini mediante mezzi, allora la catastrofe non c'è, ora, e non ci sarà mai. Quindi non dimentichi, nella Sua domanda, questa premessa. Se così stanno le cose allora viene meno anche la necessità di limitare la tecnica, perché, mi chiedo: cosa dovremmo limitare? Oggi come oggi la tecnica non è altro che un puro strumento di sopravvivenza. Un tempo, ma oggi anche per larghi strati sociali, è stato Dio l‘unico salvatore. Oggi rispetto ai popoli privilegiati il fattore salvifico è la tecnica, o, per essere più precisi, la gestione della tecnica attuata dai popoli privilegiati. Allora, limitare il valore salvifico della tecnica sarebbe semplicemente autocontraddittorio. Ciò che oggi, consente a tutti i popoli occidentali o europei (noi italiani così come i cittadini della lontana e, a torto considerata retoricamente sottosviluppata, Russia) o semplicemente ai popoli privilegiati di mantenere intatti i propri privilegi è lo strumento salvifico in cui la tecnica consiste. Sarebbe un atto potrebbe assumere i connotati del vero e proprio suicidio. È per questo motivo che, in qualche mio scritto, ho affermato di dubitare che in futuro i popoli, per salvare il cristianesimo, per salvare la democrazia liberale, il capitalismo, potranno arrivare a ridurre la potenza della tecnica. Sarebbe un atto di suicidio, un atto masochistico puro.

STUDENTESSA: Io non sostenevo la pura e semplice necessità di limitare la tecnica ex abrupto. Prima di arrivare alla limitazione della tecnica, è necessario pensarci due volte, sicuramente.

SEVERINO: Ma noi viviamo già immersi nella tecnica. Perché Lei dice: "prima di arrivare alla limitazione della tecnica"? Noi viviamo in un mondo che vive tecnicamente.

STUDENTESSA: Mi riferivo al passaggio dalla scienza alla tecnica, ossia alle conseguenze dirette delle applicazioni tecnologiche della scienza. Esempio: di fronte ad una nuova scoperta scientifica, prima di mettere mano ad una sua applicazione tecnologica ...

SEVERINO: Potremmo chiederci: vediamo dove ci porta?

STUDENTESSA: Esatto!

SEVERINO: Ebbene: ritorniamo alla domanda precedente. Poniamo di fronte alla nostra attenzione gli aspetti, orrendi, delle possibili conseguenze della clonazione. Un esempio che potrebbe andar bene per introdurre quello di cui Lei sta parlando potrebbero essere le conseguenze disastrose che potrebbero essere causate dalle disinvolte applicazioni delle nuove biotecnologie. Devo ripetermi: Io sono convinto che anche in quel caso esse non potrebbero essere causate dalle capacità della tecnica, in quanto tecnica, di apportare dei progressi applicativi di determinate conquiste scientifiche quanto, per esempio, dalla decisione di fare degli organi del corpo umano una merce da poter vendere con notevole profitto. Ecco perché vorrei invitarVi a distinguere tra lo sviluppo delle potenzialità della tecnica, (ossia l’aspetto per il quale si potrebbe parlare di carattere teologico della tecnica) e, come dicevo prima, la gestione ideologica delle potenzialità tecniche stesse.

STUDENTESSA: Lei ci ha fatto capire che la tecnica può essere pericolosa fin quando resta, indiscriminatamente, un puro strumento in mano alle ideologie. Io potrei controbattere: poiché la tecnica rimarrà sempre, e sicuramente, in mano alle ideologie, il problema della sua applicazione continua a sussistere, con tutti gli eventuali rischi di catastrofi ambientali e genetiche!

SEVERINO: Mettiamo a fuoco questo Suo intervento. Lei sostiene: poiché la tecnica rimarrà in mano all'ideologia i rischi della sua pericolosità resteranno. Avevamo già constatato questo punto. Però dobbiamo osservare che le ideologie sono tutte conflittuali tra loro. Non possono rinunciare ad esserlo, perché se rinunciassero a questa loro prerogativa si farebbero eliminare dall'avversario. Nello stesso tempo non possono rinunciare alla potenza dello strumento tecnologico. Perché il capitalismo ha sconfitto il socialismo reale? Perché il socialismo reale si è reso conto (e qui Solgenjtzin è stato grandissimo e profetico nel prevedere che le cose sarebbero andate così), ad un certo punto della propria storia di come e quanto venisse ad incepparsi il funzionamento della tecnica all’interno delle sue strutture organizzative. Alla fine la gestione capitalistica della tecnica risultava estremamente più funzionale, più efficace che non la gestione marxista, e comunista della stessa. Questo vuol dire che lo scopo, quando non si intralcia il funzionamento degli strumenti attuati per il suo raggiungimento, quando si ha in vista il funzionamento ottimale dello strumento, può diventare il funzionamento stesso, che è esattamente quanto avevamo detto prima!

STUDENTESSA: Io credo che il rischio rimanga. Proprio perché le ideologie sono e resteranno in conflitto, il rischio rimane!

SEVERINO: Se per rischio Lei intende il mantenersi della conflittualità delle ideologie a livelli di altissima tensione, allora questo è il rischio, che si ripropongano episodi simili a quelli presentati dallo scontro tra capitalismo e socialismo reale ai tempi della Guerra Fredda. Ma questo è un rischio che può solo riguardare le conseguenze di uno scontro tra diverse ideologie, certamente non la tecnica. Mentre il rischio di cui parlava Lei, è che si ripropongano situazioni di fortissimo "scontro ideologico", dove le ideologie possano arrivare a credere, (o a tentare) di servirsi della tecnica per combattersi tra loro.

STUDENTE: Se ho capito bene, Lei dice che la filosofia dovrebbe liberare il campo alla tecnica, e, per farlo, praticamente, dovrebbe liberare l'uomo dalle ideologie, che sono, storicamente, le portatrici di quelle verità dalle quali la scienza si è già sbarazzata da tempo. È forse solo questo il compito del filosofo? Liberare l'uomo dalle ideologie che portano in sé quelle verità dalle quali ormai la scienza e la tecnica, che sono un unico nucleo, sono diventate estranee? Ho capito bene?

SEVERINO: Sì, ha capito bene. Il compito della filosofia contemporanea, è ancora maggiore delle aspettative degli stessi filosofi, perché le ideologie sono dei sottoprodotti delle grandi posizioni filosofiche del passato. Così come dobbiamo imparare a non liquidare facilmente la tecnica, allo stesso modo dovremmo imparare a non liquidare facilmente Aristotele o Hegel. Allora il compito della filosofia contemporanea è un compito che non è così evidente come potrebbe sembrare a prima vista. Il suo compito è quello di preparare un  campo di gioco, mantenendolo aperto e permettendo alla tecnologia di poter oltrepassare ogni limite illogico, aumentando la propria potenza. Questo è il compito della filosofia contemporanea, del filosofo contemporaneo. Io prima accennavo a un senso del filosofare estremamente più radicale, che non coincide con il compito del filosofo contemporaneo. È l'atteggiamento in cui si mette in questione l'intera vicenda filosofica che porta dai Greci alla tecnica di oggi. Ecco, questo è ciò di cui sto parlando.

STUDENTE: Lei, prima, ha parlato della salvezza della tecnica, indicando nella tecnica un possibile sostituto di Dio, intendendo naturalmente, scienza e tecnica, come inseparabili. Ora però la scienza potrebbe costituire una via di salvezza, un grande sostituto di Dio, se venisse intesa nel senso dell'episteme greca (e questa conclusione mi sembra sia evincibile dal Suo ultimo libro) ovvero come verità assoluta. Ma la scienza di oggi non è una verità assoluta, è una verità ipotetica, quindi pronta a crollare come un castello di carte, appena uno dei suoi presupposti entra in crisi. Quindi io mi chiedo: che razza di salvezza può offrire questa scienza così fragile nei suoi fondamenti?

SEVERINO: C'è un passaggio nel bel mezzo del suo ragionamento che non ho capito bene. Lei ha detto che la scienza e la tecnica potrebbero essere un sostituto di Dio, se la loro base fondazionale fosse l’episteme greca?

STUDENTE: Se la scienza fosse fondata su una base assoluta, non rischierebbe di cadere e quindi di distruggere tutto ciò che abbiamo costruito finora!

SEVERINO: La fragilità della scienza consiste nel rinunciare ad enunciare verità definitive, epistemiche. Ma la scienza, secondo Lei, ha fatto questo per così tanto tempo, così, solo per potere, un bel giorno, darsi il proponimento di cambiare stile? No. La scienza, oggi, non si è comporta più così, perché nella storia della scienza ci si è avveduti del fatto che l'attaccamento alla verità assoluta implicava una riduzione radicale della sua stessa potenza. È proprio perché si rinuncia al concetto di verità assoluta che si propone il metodo sperimentale, il quale al contrario della verità assoluta (che può dire all'esperienza: "io non ti ascolto e non tengo conto di te, perché io sono assoluta") è quello che all'esperienza dice: "io tengo gradualmente conto di te, sono disposto a modificare il mio apparato teorico, perché tenendo conto di te e modificando il mio apparato teorico riesco ad essere quella potenza di cui parlava Bacone, quando diceva: Scientia est potentia, Scienza è potenza". Quindi la fragilità in questione è la fragilità in cui consiste lo statuto ipotetico-deduttivo della scienza moderna. Ma è proprio la condizione perché non si diano quelle cristallizzazioni, quelle solidificazioni, che rendono possibile un movimento operativo della potenza. Se noi vivessimo in un mondo di cristalli non potremmo più muoverci. Più il mondo è liquido, più è possibile il movimento. La liquidità del mondo è la condizione stessa della potenza. I Greci hanno concepito questa liquidità in modo estremo, pensando che le, cose fossero in grado di uscire dal niente, ritornando nel niente. Georg Simmel parlava del denaro come liquido. È un autore estremamente interessante Simmel; si pensi a questa metafora! Egli ha definito il denaro, come Aristotele definiva Dio, actus purus, atto puro, nel senso che esso è la purezza stessa del divenire estremo, il simbolo del divenire estremo.

STUDENTE: Professore, io volevo spostare un attimo il discorso dalla tecnica all'uomo. Lei, all'inizio della trasmissione parlava di una scienza paragonandola a Lucifero. Io a questa metafora ne aggiungerei un'altra, ossia quella di un uomo che fa scienza come una apprendista stregone. Ora, sia Lucifero sia l'apprendista stregone, hanno in comune il sogno di farsi dei. Un'altra parte, però, del pensiero greco vorrebbe indurre l'uomo, alla moderazione. Ora il farsi dei per una creatura limitata come l'uomo, forse è un sogno, o un gioco, un po' pericoloso. Secondo Lei, la tecnica, non potrebbe essere proprio il modo con cui l'uomo, oggi, vuole giocare a questo gioco?

SEVERINO: Certamente! Giunti fin qua siamo di fronte a moltissimi spunti interessanti. Dovremmo tenere conto solo di qualcuno di essi. Per "moderazione" i Greci usano la parola phronesis, intendendola nel senso di quella saggezza che consente all’uomo di misurare l’entità delle scelte da adottare. Per cui può essere detto che la virtù sta nel mezzo. Perché la virtù deve stare nel mezzo? Da dove viene la parola virtù? Sa cosa vuol dire la parola greca areté,? Originariamente areté voleva dire "virtù", appunto, così come il latino virtus. Ma la parola virtus latina vuol dire anche forza! Noi oggi quando pronunciamo questa parola "virtù" abbiamo associato al significato di questa parola una sensazione di dolciastro, di melassa: provate a pensare al suono stesso della parola: "la virtù". Ma quando, originariamente, Machiavelli, così come prima di lui gli antichi, parlavano di virtù parlavano della potenza. Ma allora perché, d'altra parte, questa potenza (mi viene in mente un verso bellissimo de Le Eumenidi di Eschilo, dove dice appunto che la vita beata sta tra i due estremi della vita anarchica e della vita del bios dispotumenos, cioè della vita di colui che sia sottomesso a un tiranno, ad un despota) dovrebbe stare nel mezzo come la moderazione di cui parlava Lei prima? Proprio perché ci sono dei limiti. Se ci sono dei limiti, che cosa deve fare l'uomo di fronte ad essi? Avete mai pensato all’eventualità che la morale possa consistere nell'allearsi con la potenza più forte? Ci avete pensato qualche volta? Essere morali vuol dire, anche dal punto di visto cristiano: "io non mi alleo con te, che sembri la potenza più forte, ma che dopo non sarai più potente del nulla, ma mi alleo col vero Dio, ovvero con la potenza più forte". Etica, per moltissime prospettive, vuol dire allearsi con la potenza più forte. Allora la potenza più forte, per tutta la tradizione filosofica dai Greci fino a Hegel, è Dio. L'uomo etico è l'uomo che è alleato di Dio. Quindi il concetto di moderazione, di medietà della virtus, è impensabile al di fuori del rapporto dell'uomo con Dio. Ci siamo fino a qui? Ma se crollasse per i motivi per cui potrebbe(che qui non abbiamo toccato, ma la cosa decisiva è lì, perché altrimenti facciamo chiacchiere, quindi l'invito è a Voi, giovani, di riflettere sull'inevitabilità di questo crollo), crollare la grande tradizione etica del passato, allora crollerebbe l'etica stessa con tutto il concetto annesso di una virtus intermedia. Il Suo discorso è corretto all'interno della prospettiva tradizionale. Ma io ho posto in questione proprio quella prospettiva. È un grosso tema. Io penso che qualche giovane cattolico, ascoltando questo discorso potrebbe chiedersi: anche gli uomini di buona volontà, che oggi sono fortunatamente in circolazione, potrebbero salvare l'uomo. Ma come? Ritornando a quella prospettiva propria della tradizione filosofica classica, che è destinata inevitabilmente al tramonto? Sarebbe come salvare un avvelenato con del veleno! Questo è il problema, che oggi può toccare tutti, comprese le istanze, poniamo, della nostra stessa cultura religiosa.

STUDENTE: La nostra ricerca su Internet si è concentrata su un film di Charlie Chaplin, Tempi moderni, del '36, in cui entra in scena una macchina sempre più potente, in grado di dominare sempre di più l'uomo e che, anche se al principio si presenta come strumento di miglioramento, di aiuto, dell'uomo, ben presto si vede trasformare in un mostro capace di divorare intrappolandolo all'interno dei suoi marchingegni, sballottolandolo a destra e a sinistra senza una precisa direzione. Ora, all’interno di questo panorama, in cui viene presentata una tecnica che potremmo definire "sforzo globale", come fine ultimo di qualsiasi azione, l'uomo che cos'è? L'uomo, come individuo, ha ancora un senso oppure viene totalmente accecato, o totalmente distrutto? Con questo interrogativo vorrei parlare dell'ultima pagina web che ho trovato, che si riconnette al tema di Parmenide, introducendo il tema de "quando l'essente era il nulla", ovvero di quando l'individuo non era più niente.

SEVERINO: Questa è la domanda? Direi che è intelligente, perché presenta questo rapporto tra il piacere di Parmenide e la tecnica stessa. Tutti Voi studenti sapete bene che per Parmenide l'essere non è il nulla, non può essere il nulla. Non so se Voi sappiate che per il sottoscritto il pensiero di Parmenide ha avuto, e ha, un'importanza essenziale. Un’importanza tale da avergli fatto permesso di scrivere che il personaggio primario, nella storia dell'uomo, sia stato proprio Parmenide, il filosofo che per primo, indicò due direzioni alla futura prospettiva del pensiero filosofico.


Biografia di Emanuele Severino

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