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Il Grillo (27/4/1999)

Luigi Paganetto

Democrazia e mercato

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27 aprile 1999
Liceo Classico "Giambattista Vico" di Napoli

PAGANETTO: Mi chiamo Luigi Paganetto e sono docente di Economia all'Università di Roma, Tor Vergata. Oggi siamo qui a discutere di Democrazia e mercato, sia nei suoi aspetti più complessivi e generali che in quelli più attuali, legati al mondo in cui viviamo e in generale a quello della globalizzazione del mercato. Cominciamo col vedere una scheda filmata e dopo cominceremo a discutere di questo tema così importante e complesso.

Che rapporto esiste tra democrazia e mercato? È solo un caso che le moderne democrazie siano anche legate all'economia di mercato? Sembra che democrazia e mercato vadano in direzioni opposte, pur rimanendo al tempo stesso complementari. Se infatti le regole del mercato spingono alla competizione degli individui tra loro, la democrazia si costituisce come procedura della composizione dei conflitti. Nell'economia di mercato l'individuo vale come il tutto. È come un sovrano assoluto che lotta contro altri sovrani assoluti. Nella democrazia l'individuo è un cittadino che è parte di un sistema di regole che si è liberamente dato sulla base di valori condivisi. Oggi osserviamo però un fatto nuovo. Il mercato globale ha sgretolato il potere di controllo degli Stati nazionali e ha assunto una dimensione tale da entrare in competizione con la stessa forma di governo democratico. Gli Stati, anche quelli sviluppati, non essendo più in grado di controllare interamente l'economia, vedono diminuire la propria sovranità. Una sola persona, un grande finanziere o una società, possono mettere in crisi il sistema economico di una nazione. Questo fatto si può leggere come una conquista di libertà o come l'inizio di un processo eversivo della democrazia. In questa competizione tra mercato e democrazia cambierà la democrazia o il mercato?

STUDENTESSA: Parlando di democrazia si è parlato di uguaglianza, ma se si tiene conto del processo di globalizzazione attualmente in atto ci si può ben rendere conto come questo processo comunque implichi delle disuguaglianze, se si tiene conto, ad esempio, di quei paesi produttori di materie prime alimentari a basso costo che risultano essere sottosviluppati rispetto invece a paesi produttori di tecnologie a costo più alto. C'è quindi una contraddizione di base nel rapporto tra democrazia e mercato?

PAGANETTO: Quello che Lei pone è un problema di tipo importante, che riguarda, non già ovviamente il funzionamento della democrazia rispetto al mercato, ma quello dei rapporti tra le democrazie, i paesi più ricchi e quelli più poveri. Ora la questione è che certamente noi assistiamo a una situazione molto divaricata per quanto riguarda ricchezza, per quanto riguarda capacità di produrre reddito e benessere per i cittadini in giro per il mondo. Ci sono paesi che sono a livelli di povertà tale che il reddito è misurato in trecento, seicento dollari per abitante l'anno. Questo significa che rispetto ai livelli dell'Occidente ricco, noi ci troviamo con divaricazioni importanti. Però va anche detto che il rapporto democrazia e mercato si pone in maniera diversa in paesi differenti. Cioè, se noi guardiamo all'esperienza che abbiamo di fronte, vediamo che, ad esempio, in paesi dell'America Latina, c'è una presenza di democrazia che non sempre si accompagna a crescita e benessere. Ci sono paesi come i paesi del sud-est asiatico, in cui si è creato, in alcuni di essi, un forte benessere, o meglio ancora, una crescita economica, che non sempre si accompagna al benessere e questo è avvenuto senza che ci fosse una sostanziale democrazia. Allora è chiaro che è difficile stabilire una relazione stretta tra democrazia, benessere e crescita. Direi che la democrazia può essere vista come una condizione, che, in molti casi, facilita la crescita, ma non necessariamente la realizza sempre. Questi esempi che ho fatto mi sembrano significativi al riguardo. Naturalmente c'è un aspetto ulteriore che riguarda i modi di essere del sistema internazionale, del ruolo che le istituzioni internazionali possono assolvere come strumento di equilibrio nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze a livello internazionale. Questo è un problema quindi di democrazia, che si risolve nel ruolo delle grandi istituzioni. Ma è diverso da quello che Lei citava.

STUDENTESSA: Quale dovrebbe essere, secondo Lei, la forma più equilibrata esistente fra democrazia e mercato, quale dovrebbe essere il grado di ingerenza dello Stato nella conduzione del libero mercato affinché non travalichi la sua natura di Stato democratico per sfociare poi in quella di Stato totalitario. Cioè, fino a quale punto lo Stato democratico può condizionare, diciamo, il libero mercato senza perciò con questa sua azione contraddire erroneamente la sua stessa natura di Stato democratico.

PAGANETTO: Questa è una domanda che si son posti da sempre coloro che hanno affrontato il problema e non credo che ci sia una risposta precisa e definita. Direi alcune cose di tipo generale, per dirVi la mia opinione al riguardo. E cioè, intanto che, ogni volta che noi parliamo di democrazia e ruolo dello Stato, poniamo la questione che riguarda la circostanza se ci debba essere uno "Stato minimo" oppure no. "Stato minimo" vuol dire lo Stato necessario, la quantità di Stato necessaria, a fare in modo che alcuni servizi pubblici essenziali e beni pubblici siano forniti a tutti i cittadini. Si tratta dei cosiddetti "beni indivisibili". Certo giustizia e difesa non possono che essere resi dallo Stato. Ma tra questo e dire che queste debbano essere le sole funzioni assegnate allo Stato ce ne passa. Ora, nel tempo, la democrazia si è accompagnata a dimensioni caratteristiche dell'economia che sono molto variate. Oggi stesso, se guardiamo intorno, ci accorgiamo che sistemi che hanno democrazie operanti, hanno ruoli molto differenziati degli Stati. È a tutti noto che paesi come gli Stati Uniti hanno un peso della spesa pubblica, dello Stato in generale, inferiore ad altri, che il nostro Paese l'ha superiore, tuttora, ad altri, anche se sta camminando verso una riduzione del ruolo della spesa pubblica. E dunque direi che, in generale, è difficile dare una risposta a questo tipo di domanda. Però vorrei aggiungere una considerazione che mi pare possa aiutare a orientarsi in questa questione. E cioè: noi ci troviamo con uno Stato, che deve rendere i servizi, ma allo stesso tempo vanno garantite le libertà, che sono poi il fondamento della democrazia, di quello che si ritiene essere un sistema liberal-democratico. Ora è chiaro che se noi ragioniamo da liberisti, non da liberali, o con uno spirito liberalistico, noi pensiamo che ci debba essere un atteggiamento in cui il mercato debba provvedere alla più gran parte della produzione dei beni e servizi e che il mercato sia esso stesso fondamento della libertà di individui, posto che consenta a ciascuno di domandare beni e servizi e di ottenere una risposta specifica al riguardo. Quello che, viceversa, accadrebbe, se noi assumessimo un atteggiamento di tipo diverso, sarebbe quello di immaginare che è possibile avere il mercato e avere, allo stesso tempo, un sistema in qualche maniera pianificato, la cosiddetta democrazia o socialismo di mercato, che consentirebbe di avere i vantaggi del mercato e quelli di una socializzazione e di una pianificazione del sistema dell'economia. L'esperienza però ha dimostrato che questo funziona poco. La conseguenza è che noi ci troviamo di fronte all'esigenza di dimensionare il ruolo dello Stato in modo che siano assicurate per un verso l'efficienza della produzione dei beni e servizi e per altro verso la capacità dei cittadini di avere rispetto delle libertà, che in un sistema liberal-democratico sono garantite.

STUDENTESSA: Come può, secondo Lei, in una società moderna la globalizzazione essere favorevole alla democrazia?

PAGANETTO: Direi che su questo punto ho l'impressione che ci sia molto dibattito. Non so se la globalizzazione di per sé possa favorire la democrazia. Direi che oggi si presenta come una interazione, questa, tra globalizzazione e democrazia, che va analizzata, studiata e capita. Anzi, direi che se Voi ascoltaste quello che dice Soros in una recente intervista, Vi potreste rendere conto che, se mai, l'idea è che la globalizzazione tende - le interpretazioni che sono più frequenti - a vincolare il ruolo dei Parlamenti piuttosto che a renderlo più facile. Cioè: oggi i mercati danno i voti ai Parlamenti e non sono i Parlamenti che danno i voti ai mercati. È chiaro che questo rappresenta un problema che va, in qualche maniera, affrontato e che certamente è un tema cruciale del nostro futuro. Ascoltiamo adesso l'intervista a Soros.

La crisi dei valori è dovuta al fatto che il capitalismo è diventato troppo brutale? Troppa gente sulle strade?

SOROS: Si punta troppo sulla concorrenza e si trascura la cooperazione. In realtà però dovrei sottolineare che una delle ragioni per cui il mercato ha avuto la possibilità di dominare la società è il fallimento del sistema politico. In Italia, ad esempio - non devo essere io a dire come sono andate le cose - in realtà, più che il fallimento dei mercati bisogna correggere il fallimento della politica. Uno dei valori principali deve essere la libertà. Non sto caldeggiando il socialismo. Credo che sia necessaria una coscienza sociale, ma non possiamo ottenerla attraverso un socialismo.

Lei sta veramente parlando di socio-democrazia?

SOROS: Sì, democrazia, esattamente. Oggi nel mondo esiste una sorta di fondamentalismo. La mia è stata una posizione critica nei confronti del capitalismo, ma questo fondamentalismo di mercato nella nostra società rappresenta un pericolo analogo e non minore rispetto al fondamentalismo islamico, che è lontano. Mentre il fondamentalismo dei mercati è proprio all'interno dei nostri Paesi.

Un'ultima domanda su questo argomento. Non vede una contraddizione tra l'essere un capitalista nel mercato e criticare il capitalismo nel mercato?

SOROS: No. Io ho fatto fortuna criticando. Sono il critico maggiormente retribuito dell'intero sistema capitalistico.

STUDENTESSA: Riferendoci sempre al rapporto che esiste tra democrazia e mercato, invece di democrazia, non sarebbe più preciso parlare di liberalismo?

PAGANETTO: Certamente liberalismo è un termine più ampio e direi che, se noi facciamo riferimento a quelle che sono le caratteristiche del liberalismo e cioè la tutela della libertà dell'individuo insieme alle regole costituzionali - e non - che devono presidiare questa libertà dell'individuo, ci troviamo di fronte a una tutela più ampia, che non è quella offerta dalla semplice libertà di mercato. La libertà del mercato offre a chi vuole intraprendere un'iniziativa economica, la possibilità di farlo. Certamente questa è una libertà importante, che si accompagna alla tutela della proprietà privata, che viene vista però - facciamo attenzione- anche nel liberalismo come una proprietà, che ha un rilievo rispetto alla libertà individuale. Cioè a dire: la libertà, vista nella sua funzione di protezione, è comunque di protezione dell'individuo dal rischio degli eventi che possono toccarlo, un modo per cui l'individuo si senta rafforzato nel suo modo di essere e nei suoi rapporti con la società, diverso è dire che la libertà economica si debba confondere con le libertà tout-court. Libertà economica, come libertà tout-court, è l'idea in fondo che tendono a privilegiare i liberisti, dove, come dicevo prima, si intende che rispetto del mercato significa anche rispetto della libertà individuale, perché si ritiene che, riducendosi la sfera di attività dello Stato, questa sia condizione attraverso la quale l'individuo ritrova la sua libertà. Ma a me sembra che Lei poneva esattamente la questione, quando diceva: se parliamo di liberalismo, la libertà dell'individuo di intraprendere, di fare attività economica è una parte delle libertà complessive.

STUDENTESSA: Professore, nel mondo contemporaneo quali sono i veri padroni della società: i politici oppure gli imprenditori?

PAGANETTO: Sono affezionato all'idea che non ci siano padroni della società. Certamente, in una società liberal-democratica, ci sono tanti attori, i politici, ci sono gli imprenditori, ci sono i cittadini consumatori, ci sono le istituzioni che operano insieme ai politici per realizzare forme di funzionamento del sistema produttivo, che vanno insieme. Non dimentichiamoci che il mercato è qualcosa che è rappresentato come una cosa astratta, ma non è astratta. È un insieme di regole, un insieme di comportamenti, un insieme di istituzioni, che tutte insieme producono un risultato. Allora, per fare il mercato, ci vogliono le istituzioni. Le istituzioni le fanno coloro che nei Parlamenti rappresentano la volontà dei cittadini e la regolamentazione dei mercati è frutto del modo in cui i Parlamenti tengono conto della volontà dei cittadini di regolamentare la loro attività. Dunque, in un certo senso, coloro che fanno la regolamentazione dei mercati mettono le condizioni perché poi coloro che poi vogliono esercitare la loro iniziativa, la possano esercitare. Non sono dunque soltanto coloro che producono che sono i padroni, o coloro che fanno le regole, che sono i padroni e neanche soltanto il consumatore, che normalmente viene definito il "sovrano". Il "sovrano", come nella scheda iniziale si ricordava, è certamente il consumatore, quando si presenta sul mercato e chiede un bene o un servizio. E si ritiene che questo possa avvenire attraverso qualcuno che glielo fornisce sul mercato, cioè qualcuno che, tenendo conto di quello che lui s'aspetta, produce esattamente quello che serve. E perché avvenga questo occorre che ci siano delle regole, per cui colui che produce i beni e i servizi che il cittadino-consumatore richiede, lo faccia perseguendo un suo obiettivo, che chiamiamo quello del "profitto", ma allo stesso tempo riesca a farlo in modo da rendere un servizio efficiente alla collettività. Infatti Adam Smith, il fondatore della Scienza economica, diceva che c'è una "mano invisibile". La "mano invisibile" qual è? La "mano invisibile" del mercato nel senso che chiunque opera - produttore che persegue il profitto, consumatore che domanda i suoi beni - fa e persegue le proprie preferenze, cioè ha delle preferenze, le rende esplicite, agisce, l'uno guadagna un profitto, l'altro ottiene il bene. L'importante è che poi queste volontà si congiungano, con il risultato che ciascuno ottiene quello che vuole, ma che ci sia un risultato che raggiunge un'efficienza nel fare la produzione dei beni e una disponibilità di beni che sia la massima possibile nelle condizioni date. Se il produttore, cercando di realizzare il suo obiettivo, il profitto, riesce a vendere al minor costo possibile, i beni e i servizi, realizza la sua funzione, pur perseguendo una sua personale vocazione e un suo personale interesse. Ma questo non significa che insieme non sia raggiunto il benessere dei consumatori, che ottengono quei beni e servizi al minor costo possibile. Quindi è un gioco in cui ciascuno deve far la sua parte.

STUDENTESSA: Marx diceva: "L'economia è il motore della storia. L'uomo non deve farsi dominare dall'economia". In che modo questo può avvenire?

PAGANETTO: Direi che questo avviene in un sistema come quello che ho delineato prima, attraverso il sistema delle regole. L'idea che ci debba essere - o ci sia - un motore unico e primario, è, come sempre, difficile da accettare, perché, in un sistema di interdipendenza tra soggetti, come quello che ho delineato prima, ci sono quelli che fanno le regole e quelli che le usano le regole. Si tratta di capire se le regole sono fatte in maniera tale che ciascuno fa la sua parte. È chiaro - per tornare a quello che dicevo nel precedente intervento - che, se qualcuno fa la sua parte normale, cioè guadagna dei profitti ma allo stesso tempo non produce dei beni al minimo costo, guadagna dei profitti in maniera parassitaria, senza fare la sua funzione, senza realizzare il suo ruolo, è chiaro che qui ci troviamo di fronte a un dominio dell'economia non giustificato dai risultati che questa attività produce. Quindi ci devono essere funzioni che devono essere esercitate in relazione ai risultati che si ottengono. Ecco perché direi che uno dei caratteri fondamentali che vanno considerati, quando si guarda alla economia, al mercato e alla democrazia, è una prospettiva di funzionalismo. Ciascuno deve fare la sua parte, esercitando la funzione in relazione a quelle che sono le esigenze della società.

STUDENTE: Fino a che punto il mercato con le sue leggi può favorire o annientare la reale fruizione dei principi della democrazia?

PAGANETTO: Ma direi che questo è un discorso che richiama una circostanza che spesso gli economisti tendono a sottolineare. Se nel mentre il mercato funziona e non operano le forze della concorrenza, è evidente che noi ci troviamo di fronte a una situazione che è diversa da quella che è immaginabile in principio, quella virtuosa. Se ci sono situazioni in cui i beni e i servizi sono prodotti in monopolio, se ci sono situazioni di concentrazione dei poteri e delle ricchezze, tali da determinare un dominio di alcuni sul mercato, questo crea un limite al funzionamento, non solo dei mercati, ma anche delle democrazie. Il rapporto tra denaro e democrazia è un rapporto difficile. Avete sentito nell'intervista - che prima è stata riportata - a un grosso capitalista, Soros, che è abituato a giocare sui mercati milioni e miliardi di dollari, in pochi minuti. Avete ascoltato come lui fosse critico del modo di essere di un sistema non regolamentato. Forse era un po' influenzato da una qualche perdita, che lui aveva subito in quel periodo, ma certamente Soros è uno tra quelli che esercita un ruolo importante - e con lui, il sistema finanziario nel suo complesso - nel realizzare una serie di movimenti di capitali, che poi finiscono col definire l'uso delle risorse. Se i capitali si spostano da una parte o dall'altra, significa che questi verranno usati in una maniera o nell'altra. Allora, questo è molto importante, perché, in un'epoca globalizzata, il modo in cui i capitali vanno a trasferirsi in attività economiche, in iniziative, come viene regolamentato il movimento dei capitali, che oggi è completamente libero, possono essere temi che investono le collettività e, certamente, stanno sullo sfondo anche per il prossimo futuro.

STUDENTESSA: È possibile che in uno Stato democratico un imprenditore faccia contemporaneamente anche il politico? Non c'è il rischio che metta prima gli interessi personali a quelli che sono poi gli interessi del Paese?

PAGANETTO: Questo è un problema che richiama un'altra questione: se la classe politica debba essere una classe soltanto professionalmente dedicata alla politica. Da sempre, nelle democrazie liberali, c'è stata la presenza di parlamentari, che sono, allo stesso tempo, politici, ma anche professionisti, imprenditori. È chiaro che la questione si pone, quando noi siamo di fronte a dimensioni della attività, che è posseduta o gestita da colui che sta nel Parlamento e che finisce per essere rilevante rispetto alle decisioni del Parlamento medesimo. E questo, in molti Paesi, si regolamenta attraverso sistemi, che sono sistemi di trasferimento, pro tempore, di questa attività, posseduta dai parlamentari, che potrebbero essere in grado di influenzare l'attività medesima del Parlamento, a terzi che ne diventano tutori temporanei.

STUDENTESSA: Perché Lei ha scelto come oggetto-simbolo la stampa che rappresenta i Lloyd di Londra?

PAGANETTO: Ma per dare l'impressione e anche l'evidenza, di una circostanza che mi pare importante: quanto poco tempo è passato e quanto è cambiato il panorama di una Borsa o di una area, una stanza di compensazione come quella dei Lloyd di Londra. Perché nel filmato s'è vista la Borsa, s'è visto come oggi tutto avvenga in tempo reale, attraverso il computer. Qui vediamo dei signori, seriosamente seduti, intorno a tavoli, con delle sedie, che discutono con molta tranquillità e calma, mentre invece nei mercati, che oggi osserviamo, tutto avviene in pochi secondi e minuti, per decidere spostamenti di grandi capitali. Il tempo è passato, ma non è passato tanto quanto si pensa. Eppure le trasformazioni sono grandissime e i capitali si spostano con la velocità del computer, che Lei ha davanti. Il computer da solo dà ordini, come ha fatto e fa Soros, per miliardi di dollari, che spostano da un Paese all'altro, da una banca, da un sistema finanziario di un Paese a quello di un altro, risorse che, all'epoca, magari non solo non si spostavano, ma non era possibile neanche considerare spostabili.

STUDENETSSA L'Articolo 32 della Costituzione tutela la salute dell'individuo come suo diritto. Se noi però consideriamo gli ingenti profitti che lo Stato ha dal monopolio delle sigarette, secondo Lei, oltre a cadere i principi della democrazia, non si determina un maggiore divario tra democrazia e legge del mercato?

PAGANETTO: Mi sembra un po' forte assumere l'idea che, per il solo fatto di avere un monopolio dei tabacchi, venga messo in discussione il principio della democrazia, però quello che Lei dice solleva una questione importante: quali sono i servizi che devono essere gestiti dai privati e quali altri dal settore pubblico. Infatti, non a caso, parlavamo all'inizio del cosiddetto "Stato minimo". E perché parlavamo di questo? Proprio perché ci sono una serie di attività, che possono tranquillamente - e devono - essere gestite dai privati, se i privati le sanno gestire in maniera più efficiente. Basti pensare che, fino a pochi anni fa, in Italia, c'era lo Stato che produceva i panettoni. Lo Stato, attraverso una società, la società I.R.I., produceva dei beni che non sono beni pubblici. Allora l'idea è proprio quella: che lo Stato si riservi la produzione di beni pubblici, - e certamente la Sanità è uno di quelli - ma allo stesso tempo usi, quando è possibile, meccanismi di funzionamento e di operatività, che sono quelli privati. Anche nel gestire la Sanità, oggi si tende a dire che dev'essere fatto come servizio pubblico nazionale, ma con meccanismi che "aziendalizzino", come si dice, cioè rendano più privatistici i modi di funzionare delle A.S.L.. Perché? Perché si ritiene che questo possa conseguire maggiore efficienza. Dunque è certamente vero, per tornare al punto che Lei ha sollevato, che, nel caso dei tabacchi, si possa evitare che questo sia una produzione riservata allo Stato. E però questo è accaduto e questo ci portiamo con noi.

STUDENTESSA: Il continuo potenziamento dei mezzi di comunicazione può aiutare o danneggiare la democrazia?

PAGANETTO: Io sono profondamente convinto che i meccanismi della democrazia sono largamente influenzati dalla comunicazione, ma sono anche convinto che la democrazia cresce tanto più quanto i cittadini sono in grado di decidere in maniera informata. Ora qui c'è un po' un dilemma. In che modo il cittadino può essere informato e, allo stesso tempo, qual è il ruolo della comunicazione. Ma in ogni caso è evidente che, se pensiamo già a chi esercita l'attività di consumatore e deve andare a fare un acquisto e non ha la percezione di quelle che sono, diciamo, le condizioni in cui lui va a fare un acquisto, se deve chiedere un servizio e non è sufficientemente informato su quali sono le caratteristiche del servizio, finisce per trovarsi in difficoltà. Le faccio un esempio: supponiamo che Lei debba chiedere un mutuo. Credo che molti pensino che chiedere un mutuo a una banca significhi avere del denaro per comprare magari una casa e che questo sia semplicemente un atto dove uno prende il denaro e lo deve restituire. Ma è più complicato di così, perché, essendo un atto che dà luogo a un servizio, cioè al prestito, prestito in denaro, occorre sapere quali sono tutte le condizioni accessorie. Per cui devo sapere se cambia il tasso di interesse, se posso cambiare il contratto, se posso passare da un tasso a interesse fisso a uno variabile, se posso "estinguere", come si dice, un mutuo, perché, se, a un certo punto, mi trovo nella condizione di poter restituire il denaro, magari mi trovo con un contratto, che mi dice che ho un onere per ritirarmi da quel contratto. Allora ecco che l'informazione è essenziale per chi deve operare sui mercati anche come consumatore. E credo che questo è importante per una crescita del discorso che noi stiamo facendo. La democrazia è tanto più operante quando più ciascuno è consapevole dei meccanismi e delle caratteristiche che guidano i mercati. È vero che il sistema dei mercati viene definito dagli economisti come il sistema che distribuisce nella maniera ottimale le informazioni, cioè, a dire, coloro che domandano beni e servizi, coloro che li offrono, ognuno esprime le proprie preferenze, ciascuno offre un bene al servizio e si confrontano le preferenze e le produzioni sul mercato. Ma è anche vero che se i consumatori non sono informati di quelle che sono le caratteristiche dei prodotti, di quelle che sono le caratteristiche dei servizi, finisce che la scelta non è ben orientata. Non solo, ma se il cittadino che va a votare - e qui andiamo alla democrazia - non ha una informazione abbastanza chiara di come sono e operano i meccanismi dell'economia, anche qui abbiamo un problema, perché diverso è dire che chi vota è consapevole che scegliere una misura di politica economica, per esempio decidere un po' meno inflazione, un po' meno deficit, ha un effetto sull'economia, o sapere che ridurre canoni dei servizi corrisponde poi a un'esigenza che può richiedere eventuali nuove tasse e invece, pensare che tutti coloro, o una parte di coloro, che sono in grado di esprimere le loro preferenze politiche non sono bene informati su tutto questo. Credo che queste sono tematiche che riguardano l'esigenza che democrazia, informazione e comunicazione vadano insieme. Cioè a dire: la comunicazione deve essere fatta e deve svolgere un ruolo positivo a questo riguardo. Ora, non necessariamente e sempre, la comunicazione esercita questo ruolo o lo esercita in una maniera, che io riterrei che si debba realizzare, ma non perché ci sia una necessaria cattiva volontà da parte di chi comunica, ma perché i mezzi di comunicazione sono ovviamente mezzi di comunicazione che rispondono a esigenze che non necessariamente sono queste.

STUDENTESSA: Via Internet abbiamo richiamato un sito su Honoré de Balzac, il romanziere più amato da Marx, che lo considera lo scrittore più grande di tutti i tempi, perché nei suoi romanzi parlò di grandi passioni, alla base delle quali c'era sempre il denaro. Ora comunque noi sappiamo che nei romanzi di Balzac c'è fondamentalmente una grandissima critica al sistema borghese e anche una critica alla distruzione dell'uomo, che vive con convinzione il sistema borghese. Però Balzac non si limitò a prendere atto dell'ascesa della borghesia imprenditoriale. Balzac mise in evidenza i limiti di fondo e poi prese anche atto del progressivo indebolimento della classe nobiliare alla quale comunque si sentiva legato.

PAGANETTO: Credo che questo riferimento a Balzac sia molto interessante. Lei concludeva dicendo che Balzac faceva anche attenzione agli aspetti che riguardavano la sua classe, quella nobiliare. Ora non c'è dubbio che i limiti, come anche le potenzialità, di quello che viene definito il "sistema borghese" sono nelle esperienze che abbiamo fatto. Ma è anche vero che questo è un sistema che è stato capace nel tempo di auto-emendarsi, di modificare le sue caratteristiche, perché basta pensare quanto tempo e quante cose sono cambiate rispetto a quanto descriveva Balzac. Viviamo un mondo in cui tutti noi ci troviamo a godere di una rivoluzione tecnologica, viviamo un mondo in cui la disponibilità dei beni e dei servizi è ben più ampia, per tutti, rispetto a quella che caratterizzava l'epoca di Balzac. Certamente permane il problema che ricordava la Vostra collega in apertura, quando diceva che questo corrisponde, però non sempre, alla capacità di questo sistema di porre fronte o di far fronte ai problemi del mondo meno sviluppato. Questo è il grave, importantissimo tema, che abbiamo di fronte, che, se vogliamo, riproduce, a livello internazionale, quello che Balzac diceva per il sistema nazionale. Però io credo che noi dobbiamo pensare a qualcosa che forse per Balzac non era, all'epoca, chiaro, e cioè che tutto questo è avvenuto in un processo di apertura continua della società. Io sono molto convinto che se noi aderiamo al progetto di società aperta, alla Popper e se pensiamo che le forze della liberalizzazione si accompagnano sul mercato, ma anche presso l'individuo, a forme di responsabilizzazione e di garanzia, che devono andare insieme, noi avremo, in prospettiva, qualcosa di diverso da quello che si poteva immaginare all'epoca, perché l'osservazione, non c'è dubbio, faceva notare una classe, che aveva - o cominciava ad avere - dei vantaggi - la classe borghese - e una classe - quella nobiliare - che li perdeva. E però oggi viviamo una situazione diversa e soprattutto ci troviamo di fronte a una prospettiva che, io credo, debba essere quella della società aperta, dove responsabilità, garanzie e libertà dell'individuo si accompagnano a forme di apertura dei mercati e della realtà economica internazionale, ma anche di quella sociale, perché non dimentichiamoci che globalizzazione non può essere soltanto un fenomeno di tipo economico. In questo senso recentemente uno studioso, Beck, ha detto che bisogna distinguere tra globalismo e globalizzazione. E questo significa che noi stiamo di fronte a processi nuovi, importanti, in cui il fenomeno economico è un aspetto, ma ci sono fenomeni di integrazione, in cui il villaggio globale si compone in parti, in cui non è vero affatto che tutto diventa uguale. È vero che ci sono forme di omogeneizzazione, alla Mc Donald. Tutti mangiamo i cheeseburger, tutti ci troviamo gli stessi modelli, tutti compriamo le stesse scarpe di gomma, tutti ci vestiamo nella stessa maniera, per un verso, ma per un verso questa globalizzazione incide sul locale, dando spazio ai localismi, mentre diffonde dei modelli. Globalizzazione quindi non è solo globalismo dei mercati. È globalizzazione dei costumi, delle abitudini, dei rapporti tra le genti. Cè una quantità di spostamenti che si verificano in tutto il mondo. E in questa prospettiva c'è da augurarsi che globalizzazione, mercato e democrazia si accompagnino a un processo virtuoso da società aperta.


Biografia di Luigi Paganetto

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