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Il Grillo (4/5/1999)

Luciano Canfora

La nascita della storia

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...La mia idea è che si potrebbe definire la Storia come una lotta per la conoscenza, che spesso rappresenta una vera e propria lotta contro le autorità costituite. Tutto sommato, la funzione della Storia è sempre stata quella di togliere ad alcuni potenti il diritto di raccontare un determinato passato a nome di tutti gli altri uomini. Il fine, quindi, della ricerca storica è quello di ottenere dai cosiddetti "luoghi del potere" i modi per accertare i fatti in maniera libera, oggettiva e responsabile.....


4 maggio 1999

Liceo Classico "Giambattista Vico" di Napoli

 

 

CANFORA: Mi chiamo Luciano Canfora, insegno Filologia greca e latina e oggi parleremo delle origini della Storia e della Storiografia, considerate come scienze umane: Per cominciare faremo riferimento ad una scheda introduttiva, abbastanza suggestiva, riguardante questo argomento.

Il ricordo del proprio passato possiede un significato che può sfumare nelle narrazioni fantastiche. L'idea degli esordi storici di un intero popolo, può raccogliere in sé un potenziale evocativo e mitico in grado di ravvivare una comunità umana. Nel racconto delle origini si concentrano le ansie di sicurezza e di legittimazione, riguardanti l’identità di cultura. Ma la storia ha cominciato a definire se stessa proprio in contrapposizione alla narrazione mitica. La nascita del genere storico, nella Grecia Antica, venne effettuato attraverso il rifiuto sistematico delle spiegazioni mitiche e tramite l'uso di fonti documentarie accertate. Gli storici classici, come Erodoto e Tucidide, misero al bando le credenze ereditate dai propri avi, rifiutando il regno del favoloso, e impegnandosi a esaminare le testimonianze, per correggerle e per costruire un racconto che aspirasse alla verità. Erodoto, che si rivolge alle origini della storia greca, alle guerre persiane, mostrò una viva passione della narrazione epica. Egli volle mettere in primo piano le caratteristiche dei popoli, i costumi e le indoli etiche e politiche delle genti. Ma, nel fare ciò, si tenne lontano dalle seduzioni della mitizzazione. La storia delle origini, nella concezione del grande storico greco, deve persuadere per la sua verosimiglianza e non per il suo fascino misterioso. La lezione dei primi grandi storici è rimasta intatta fino ad oggi. Eppure non è sempre presente, nell'impresa storiografica, il richiamo al significato simbolico ed evocativo, del dare radici a un popolo, del donare una sensatezza, che sappia rispondere ad ansie più profonde della semplice conoscenza storica?

STUDENTESSA: Per quanto riguarda il tema che tratteremo oggi, noi abbiamo deciso di portare tre oggetti: la Bibbia, il dinosauro e l'homo sapiens. La Bibbia rappresenta, la concezione teologica della nascita della Storia. L'homo sapiens e il dinosauro rappresentano, invece, quel tipo di spiegazione che la ricerca scientifica ha tentato di dare alla nascita della Storia stessa, (la nascita della Storia come evento seguente alla comparsa biologica dell'uomo): considerando l’impossibilità di fornire una data precisa, determinata, della nascita della Storia, potrà mai esserci stato un evento che abbia potuto causare lo sviluppo successivo delle vicende storiche umane? Nel caso di una risposta positiva, si può parlare di un evento riconducibile al mito.

CANFORA: Nella Sua domanda è implicita una richiesta di chiarimento; stiamo parlando della Storia occidentale, della Storia di "casa nostra", per così dire, dai Greci in avanti, con uno sguardo attento agli Egiziani e alla loro civiltà, oppure di un’altra Storia? In ogni caso non si può mai parlare dell’eventualità di un inizio, per il semplice motivo che non si dà alcun inizio unico. I Cinesi, per esempio, nella loro memoria storica tengono conto di "un altro inizio". I popoli dell'America precolombiana, annoverano un altro inizio del divenire storico, e così via. I Greci, primi tra tutti, l'avevano capito e in alcuni loro autori raffigurano dei grandi saggi ben consapevoli di questo fatto. Solone, "arconte" ateniese, per esempio, si recò in Egitto e scoprì che la Storia, così come lui, greco, la immaginava, era, in realtà, molto più antica di quanto pensasse. L’idea stessa di un inizio è estremamente mobile, fluida, è un qualcosa che può arretrare nel tempo. La consapevolezza di quanto sia difficile raggiungerlo risalendo la china del tempo, anche in riferimento ad un solo ambito geografico, è abbastanza facile da notare, soprattutto leggendo gli antichi storici greci, i quali restarono letteralmente ossessionati dal problema per moltissimo tempo. A partire da quale fatto possiamo cominciare a raccontare le vicende umane, abbracciandole tutte sotto il comune nome di "Storia"? Dopo avere risposto a questa domanda, ne resta un’altra da affrontare, non secondaria; anche la lontana antichità delle vicende umane può essere sempre definita come Storia? Nella scheda introduttiva appena presentata, infatti, abbiamo visto ribadire una netta distinzione tra il mito e il racconto storico o storiografico vero e proprio. Inoltre c'è un altro elemento da portare subito in gioco, un elemento stilistico e metodologico. Raccontare la Storia, qualsiasi storia, narrare i fatti della vicenda umana, rappresenta sempre compiere un atto di estrema libertà. Quando un singolo narratore storico inizia a raccontare dei fatti determinati, affermando, implicitamente: "Secondo il mio punto di vista, io la penso così, e così vi narrerò quello che so", egli compie un gesto che svincola l’autonomia del racconto dal potere dei sovrani. Fino ad Erodoto ed a Ecateo, prima di questi storici, il sovrano, riguardo alla Storia poteva parlare da solo e dire: "I fatti sono i seguenti". Prima dell’autoaffermazione dell’indipendenza degli storici, la Storia era fatta dai sovrani, e poteva essere tranquillamente paragonata ad una epigrafe, che si poteva appendere al muro, nella quale venivano narrati determinati fatti o gesta eroiche (normalmente dei sovrani stessi). Al contrario Erodoto affermò qualcosa come: "I fatti storici li voglio raccontare come mi sembra più giusto". Questa è la libertà con cui nacque la Storiografia. Dopodiché chiedersi come sia iniziata davvero, è un grande problema tutto da risolvere. Per Erodoto cominciò in un modo abbastanza prossimo ai fatti da Lui vissuti in prima persona. Quando si dice che Erodoto ha avuto la possibilità di raccontare le Guerre Persiane quasi come un testimone oculare non si afferma una cosa troppo lontana dal vero . Le Guerre Persiane furono il grande avvenimento storico della generazione precedente quella di Erodoto, paragonabile, per vicinanza ed importanza, alla Seconda Guerra Mondiale rispetto all’epoca in cui siete nati Voi.

STUDENTESSA: Per quanto riguarda il rapporto esistente tra il mito e la Storia, fino a che punto la Storia è in grado di coprire cronologicamente gli eventi scientificamente accertabili come avvenuti realmente, e fino a che punto, invece, il mito può essere considerato ciò che subentra come compensazione di un vuoto temporale?

CANFORA: "Scientificamente" è una parola molto impegnativa. Quando si parla di Storiografia, "scientificamente" è un avverbio che dovrebbe sempre accompagnare la sicurezza scientifica dell'accertamento dei fatti indagati. Il problema è che quasi mai i fatti sono sicuri. Facciamo subito un esempio: si svolge una battaglia (purtroppo le guerre sono il fatto più frequente di cui la Storiografia si occupi). Poniamo che lo storico sia stato presente sul campo di battaglia. Chiediamoci: quanta parte del campo di battaglia può avere visto? Soltanto una piccola parte, quella dove lui si trovava fisicamente. Se, poi, il fronte è grandissimo, la gran parte delle cose che egli racconterà le potrà apprendere solo da un altro. A questo punto la scientificità del suo racconto è già intaccata, in quanto, come studioso, lo storico avrà dimostrato di dipendere da racconti altrui, racconti che egli potrà sottoporre a critica, o mettere a confronto, ma che saranno sempre racconti altrui.
Il mito, viceversa, non integra, o tantomeno subentra alla Storiografia, per integrare quello che non si è stati in grado di raggiungere scientificamente con la Storia. Il mito, in realtà, è l'altra faccia del problema dell’origine della Storia. Per tentare una prima, approssimativa, definizione di esso, è un racconto di tutto ciò di cui non esiste una documentazione, ma che è stato tramandato attraverso le generazioni per via orale, mitica (mythos vuol dire, appunto, qualcosa che viene trasmesso attraverso la parola). Il disagio degli storici, di fronte alla mitizzazione subentra nel momento stesso in cui essi si rendono conto del fatto che i miti possono essere tra loro contraddittori, quindi evocativi e non necessariamente depositari di un alto tasso di veridicità. A quel punto può subentrare la rinuncia ad esso, (che, comunque, non deve essere necessariamente la rinuncia alla descrizione di un'epoca che è stata, forse per molte tempo, appannaggio del racconto mitico). Questo è il punto nel quale si dividono le strade tra Storiografia e mitizzazione. I Greci, ad un certo punto, scelsero un evento molto importante, collocandolo all'inizio dei fatti storici, ben sapendo quanto anche quell'evento fosse piuttosto dubbioso, piuttosto difficile da ricostruire. Dopo di che gli storici posteriori, per lo più, hanno preso l’abitudine di non ricominciare a raccontare quello che era avvenuto prima della loro trattazione. Hanno cominciato a riprendere da dov'era finito il racconto precedente. Questo è il metodo chiamato la continuazione, è un metodo pratico, empirico, finalizzato al puro scopo di narrare i fatti, senza, di volta in volta, impegnarsi nel difficile quesito consistente nel chiedersi: "quando è cominciata la storia?".

STUDENTESSA: Tacito, come altri storici, si proponeva di scrivere, sine ire ab studio, ovvero senza lasciarsi allontanare dalla pazienza dello studio da un eventuale coinvolgimento emotivo all’interno delle sue opere. Tuttavia, nonostante questo suo proposito, egli non riuscì a raggiungere una piena obiettività analitica. È possibile arrivare ad una descrizione obiettiva del passato oppure la Storia resterà, sempre e soltanto, una semplice aspirazione alla verità?

CANFORA: L'esempio che Lei ha scelto è assai azzeccato. Lei ha tirato in ballo un autore che proclamò l’esigenza di una estrema freddezza rispetto ai fatti storici, rimanendo poi, in realtà, profondamente coinvolto in giudizi passionali, in antipatie, simpatie. Rimase coinvolto in questi atteggiamenti lui o le fonti che egli si trovò ad utilizzare, perché, ad esempio, quando Tacito scrisse dell'Imperatore Tiberio, parlò di cose che, sicuramente, non aveva visto con i propri occhi, essendo fatti precedenti alla sua generazione. Inoltre, quando Tacito scrive di personaggi sotto il cui governo si è trovato a vivere, allora le cose cambiano. La proclamazione di verità è l'atto più impegnativo che uno storico può compiere. Tucidide disse: "la ricerca della verità è difficile", però, al tempo stesso, assicurò tutti di essere riuscito nel raggiungerla. Ogni storico, o quasi, tende a rassicurarci su questo punto. Questa è, probabilmente, un’idea guida, un punto di forza, un'aspirazione in grado di sorreggere il lavoro dello storico, che non si traduce mai, compiutamente, in una realizzazione del tutto oggettiva. Questo per ragioni varie, che potrebbero essere dovute, da un lato, a dei limiti soggettivi. Del resto mettiamoci nei panni dello storico odierno. Lo storico odierno dovrebbe essere in grado di visitare un'infinità di archivi, di guardare milioni di documenti, banche dati che spesso non si aprono nemmeno o che si aprono appena di un poco. L’oggettività, in questo caso, può risultare frenata addirittura da fatti esterni alla volontà dello storico. Poi esiste un altro problema: lo storico è un essere umano che vive in un tempo, e come tale ne risente profondamente, essendo un soggetto giudicante in base a delle determinate categorie mentali, ad alcuni sentimenti, in base ad idee politiche, ad idee religiose, e così via. Come può, lo storico, uscire da se stesso? È impossibile. Al massimo può dar conto, con il massimo della larghezza di vedute che può sforzasi di raggiungere, di interpretazioni anche diverse dalla sua. Questo, però, già rappresenta un secondo passo. Il passo principale che ogni buon storico dovrebbe saper compiere consiste nel saper raggiungere i fatti, nel come arrivare a mettere le mani sui fatti. Questo è l'elemento più complicato della sua attività di lavoro.

STUDENTESSA: Il bisogno di verità può essere considerato l'elemento di passaggio dal mito, da un racconto di tipo mitologico, alla trattazione storica?

CANFORA: Sì e no. Proporrei di svolgere una piccola riflessione su questo punto. Dalla narrazione mitica si dipartono due strade. Esiste una bella formulazione di Hans Georg Gadamer, che verrà presentata tra poco, in cui viene descritta una delle due strade, quella che rappresenta il passaggio dal pensiero mitico alla cosmogonia scientifica. Lo spunto da cui nasce l’osservazione di Gadamer è fornito da questo confronto: come descrivono l'origine dell'universo o degli dei i poeti come Esiodo, e come, di contro, tentano la stessa impresa i filosofi ionici? Questa è una prima strada, essenzialmente comparativa, per tentare di rispondere alla sua domanda. L'altra strada, classica, consiste nel rispondere: gli dei hanno avuto una propria vicenda, che solo il mito ha saputo, (o voluto) raccontare. È una vicenda, quella mitica, che non possiamo controllare, anche perché esistono svariati racconti mitologici, molti dei quali sono, fra loro, del tutto contraddittori. Da un certo punto in avanti della narrazione arrivano, però, gli eroi; dopodiché arrivano gli uomini. Questa è un'altra strada che potremmo seguire. Quindi, abbiamo che il percorso che va dagli dei alla cosmogonia scientifica è il primo che potremmo seguire, nel tentativo di individuare il momento di questo trapasso della mitologia nella Storia, mentre il secondo, è quello che va dagli dei agli eroi, e da questi agli uomini. Dagli uomini in poi, la vicenda che si narra è la Storia. Quelle che seguono sono le osservazioni di Gadamer a questo proposito.

H. G. GADAMER: Questo è il punto dove incomincia, per la prima volta, la riflessione sull'ordine del mondo. Una sorta di cosmogonia, che non racconta più storie di dei, storie leggendarie, bensì, al posto di queste, tradizioni mitiche, osando proporre ipotesi audaci sul come, a partire da fatti esistenti ed osservabili, si sia progressivamente sviluppato e formato l'ordine del mondo che conosciamo, l'ordine celeste che sappiamo, i rapporti tra mare, aria, terraferma del nostro pianeta, e così via. Evidentemente la filosofia greca si è sviluppata fino a diventare una teoria cosmogonica, a partire da questo primo grande studio dell'ambiente osservabile, arricchitosi sempre più di molteplici osservazioni.

CANFORA: Ecco: queste parole sono molto belle e molto ben pensate e sottintendono un concetto filosofico che, forse, sarebbe più giusto rendere esplicito. La teogonia di Esiodo, per esempio, tipica di questo "poeta - teologo" contemporaneo di Omero (alcuni credono che addirittura egli sia stato più antico di Omero) non si pone affatto il problema di spiegare come sia nato il mondo, o la realtà fisica. La dà per assodata, per scontata, come preesistente. Gli dei sono personaggi un po' nervosi, un po' strani, che operano mentre intanto, tutta intorno, esiste la realtà e il mondo. La cosmogonia della filosofia greca arcaica, o ionica, viceversa, si è posta il problema di spiegare come questi elementi si siano formati. Essa ha puntato a colmare, quindi, quel vuoto che la teologia tradizionale classica non era stata in grado di riempire. Per giunta, i Greci non hanno mai avuto una teologia unica (questo è molto importante ricordarlo), ovvero non hanno potuto disporre di un racconto unico di come andarono i fatti all'origine della Storia. In realtà ne possiedono tanti. Mentre noi, che abbiamo alle spalle una tradizione ebraico - cristiana possediamo un lascito storico fortemente unificante, da questo punto di vista. La Bibbia, in fondo, è sempre stata anche un libro di Storia, e giustamente la avete annoverata tra gli oggetti emblematici di questa trasmissione. Essa, in sostanza, dà un'unica versione dei fatti, un’unica escatologia. Ne deriva l'idea che la teologia sia una e una sola, e che sia stata sempre in grado di fornirci un unico racconto delle origini. I Greci, di contro, di teologie e di cosmogonie ne avevano tante. Tutto questo tendeva a creare un grosso problema intorno all’accertamento della verità, e far sentire come esigenza profonda quella della nascita della Storiografia.

STUDENTESSA: Lei non crede che il mito possa essere interpretato come una narrazione complementare alla Storia, in grado di soddisfare la sfera più spirituale e fantasiosa dell'uomo, che viceversa, la razionalità storica non è mai riuscita a soddisfare?

CANFORA: Io non lo penso, ma in realtà non lo pensa nessuno. Ora sto scherzando, forse la mia risposta è stata un po' troppo schematica. La mitologia dei Greci, il mito che i Greci hanno voluto affidare a racconti epici, tragici, o drammaturgici, non è necessariamente pensabile come un apporto complementare. In realtà si tratta di un contributo sostitutivo. Quando gli storici hanno cominciato a raccontare i fatti di cui ritenevano che si potesse dare conto, hanno ereditato questa lezione, contenuta nel racconto mitologico, e hanno finito, quindi, per animare i personaggi della Storia con sentimenti, pulsioni, comportamenti, che il mito aveva già affidato agli dei e agli eroi. Quindi non siamo di fronte ad una complementarità intenzionale. Semmai, quella del mito è una lezione che può continuare anche oltre il racconto mitologico stesso.

STUDENTESSA: Secondo Lei il mito può essere considerato come un vero e proprio espediente utilizzato dall'uomo per colmare quei vuoti che, forse, la Storiografia non è mai riuscita a riempire?

CANFORA: Questo era quanto pensava Crizia, il sofista, il quale sosteneva che gli dei sono stati inventati da qualcuno per tenere a bada gli uomini, terrorizzandoli, istruendoli. A mio parere non è un'idea che potremmo definire solida o fondata. È un'idea che nasconde un’ottica di fondo assai razionalistica, nel senso banale del termine. Il mito nacque molto prima di quando fu avvertita la volontà di asservirlo a qualche cosa come uno scopo politico. Esso rappresenta un accumulo coscienziale e collettivo. Voi siete in una scuola, che porta il nome del filosofo Giambattista Vico, il quale è stato colui che, in una delle maniere più poetiche e convincenti, ha raccontato come il mito sia stata l'espressione concettuale dell'infanzia dell'umanità. Essa non potrebbe mai essere stata una creazione a freddo, o a tavolino. Nel mito siamo di fronte ad un primo esprimersi della spiritualità umana collettiva.

STUDENTESSA: Secondo Lei la nascita del mito è legata solo alla scarsa conoscenza dei fatti reali da parte dell'uomo o anche a quella che potremmo definire una paura di affrontare la realtà?

CANFORA: Non credo che le cose stiano così. La fondamentale dicotomia presente nel problema del mito non è questa. Semmai io legherei la nascita del mito all'esistenza di una casta sacerdotale, formata da "sapienti", formatasi in età antichissima, depositaria di un tipo di conoscenza orale, che è andata trasmettendosi di generazione in generazione. Un tipo di conoscenza che potremmo definire, contemporaneamente, ammaestramento, ricostruzione (molto generica e molto vaga), di un passato del quale non si sa con esattezza quando sia cominciato, vago dal punto di vista cronologico e, al tempo stesso, istruttivo, contenente, cioè, al proprio interno, l’espressione di alcuni valori. Quindi, legherei la nascita di questo enorme fenomeno del pensiero arcaico, che siamo soliti definire con la parola "mito", all'esistenza di un certo insieme di persone depositario di questo sapere. Questo non è avvenuto soltanto presso i Greci. Quando Erodoto parla degli antichi Persiani, parla dei loghoi, ossia dei dotti, i sapienti persiani, io quali svolgevano una funzione analoga a quella dei sapienti greci.

STUDENTESSA: Secondo Lei l'uomo, pur essendo passato dalla narrazione fantastica alla ricostruzione di un evento che aspira alla verità, continuerà ad essere affascinato dalla narrazione fantastica propria del mito?

CANFORA: Probabilmente sì. Ma quel che, soprattutto, avverrà, sarà il progressivo pervenire, da parte dell’uomo, alla convinzione che quella mitologica non sia una dimensione del tutto fantastica. Si pensi soltanto all’epoca in cui i Greci andavano a teatro per assistere alle vicende eroiche del remotissimo passato che il mito raccontava. Essi erano profondamente convinti del contenuto di verità di quelle storie.

STUDENTESSA: Considerando il fatto che l’esigenza di poter risalire alla nascita della Storia è stata sempre, comunque, mossa da una necessità, (tipica dell'uomo) di poter fissare un punto di origine nel tempo, per quanto, invece, riguarda gli avvenimenti che si susseguono nella Storia stessa, non esiste il pericolo che la Storia possa essere adattata, piegata, ad alcune necessità dell'uomo?

CANFORA: La domanda che Lei mi ha posto mi piace, per varie ragioni. Una di queste ragioni è che il Suo quesito può aiutarci a riscoprire l’esigenza di dare una risposta alla domanda: "quale sono le motivazioni in base alle quali alcuni (gli storici) sentono l’esigenza di descrivere la Storia?". Perché gi storiografi fanno il mestiere che fanno? Nella scheda che abbiamo visto, in principio, c'era un'osservazione molto veloce, ma molto giusta, secondo la quale in Erodoto c'è sempre stata una grande sensibilità per la diversità culturale, per i costumi di altri popoli, di persone "diverse da noi", come si suole dire. Erodoto porta l'esempio, solo per citare uno dei suoi interessi, del modo di seppellire i defunti, che varia da popolo a popolo. Taluni popoli potrebbero ritenere empio il modo di seppellire o tumulare i morti invalso presso altre popolazioni. Erodoto sostenne l’importanza di questo fatto per ricordare a tutti che ciascuno dovrebbe rispettare la diversità altrui, specie su quel delicato terreno che può riguardare il punto di incontro tra la sacralità della vita e quella della morte, come il culto dei defunti. In Erodoto, quindi, esiste, tra i molti motivi che lo spingono a scrivere, anche quello, non secondario, di saper descrivere le varietà dell'umanità intera, dell’umanità a lui nota, tenendo ben presente una profonda idea di tolleranza e di rispetto. In questo atteggiamento emerge l’influenza della Sofistica. Non a caso, il pensiero sofistico fu quello che scoprì e valorizzò la diversità delle leggi concrete, tentando di rinviare da questa scoperta all’esistenza di una natura umana che, secondo i sofisti, avrebbe dovuto essere unitaria. In questo atteggiamento, però, esiste anche un fine istruttivo, che potremmo riassumere nella massima: "è successo un fatto, caviamone un insegnamento". Nasce, a questo punto, l'idea di scegliere questo proprio un determinato fatto come pretesto per offrire un insegnamento politico e morale. Le Guerre Persiane, d’altra parte, costituirono per i Greci un fatto storico di portata enorme, una sorta di epopea nazionale, si potrebbe dire, semplificando un po' la questione; anche questo è un motivo, uno scopo della Storiografia di Erodoto. Il concetto dell'utilità storica divenne, quindi, sempre più forte. In Tucidide, che era poco più giovane di lui, al massimo più giovane di vent'anni, e il quale, quindi, era abbastanza vicino nel tempo a Erodoto, l'idea portante della trattazione storica fu che il racconto storico da lui redatto, (di cui egli, come al solito, assicura la veridicità), può servire agli uomini politici, ossia a coloro che nel prossimo futuro, nel futuro più vicino all’epoca presente e narrata, si, impegneranno nell'azione concreta, diventando uomini di azione e nuovi protagonisti della Storia. Per essi vedere raccontata, o sviscerata l'esperienza precedente, potrà essere "utile" (Tucidide usò proprio la parola ophelima, "utile", da cui discende il banale modo di dire: "Historia magistra vitae; La storia è maestra di vita", banale in quanto espressione di una estrema semplificazione). Qui siamo in presenza della convinzione che quello dello storico sia un lavoro da cui l'uomo pubblico (e per i Greci la politheia è moltissimo, è quasi tutto per l'esistenza umana) possa trarre un insegnamento durevole. Ecco, allora, la storia diventare una struttura portante della vita collettiva. Tant'è vero che, allora, la Storia veniva letta al pubblico, e non semplicemente recitata in privato. Si narra, poi, addirittura di premi, che Erodoto avrebbe vinto per queste letture. Vero o falso che sia, c'è, comunque, in questa vicenda un fondo di verità.

STUDENTESSA: Come giudica il romanzo storico e quindi il tentativo di molti scrittori, tra cui spicca anche Manzoni, di integrare la Storia ufficiale con degli episodi verosimili?

CANFORA: Intanto direi di evitare di "giudicare" Manzoni. Sicuramente, si seccherebbe molto di poter essere giudicato da noi. Naturalmente sto scherzando, ma trovo, comunque, piacevole questo quesito, perché il secolo in cui viviamo è un secolo nel quale il racconto storico e il romanzo si sono sempre più avvicinati, finendo, spesso, per fondersi tra loro. Se uno volesse realmente comprendere il nostro secolo, non potrebbe mai fare a meno di leggere dei romanzi importantissimi, come L'uomo senza qualità, per esempio, di Robert Musil, i Buddendbrok di Thomas Mann, Il maestro e Margherita di Bulgakov. Sono dei veri e propri libri di Storia, privi del proposito esplicito di raccontare puntualmente dei fatti, storicamente accertati e avvenuti. Semplicemente, come volumi, danno lo spirito del tempo. Per giunta, la Storiografia non è mai riuscita a definire in modo completo ed esaustivo le proprie regole, così come non è mai riuscita a puntualizzare come si scrive un resoconto storiografico. Ecco perché essa ha mutuato dal romanzo gran parte dei dettami narrativi utilizzati nella trattazione storica. Tant'è vero che si parla addirittura di storia narrativa come una delle soluzioni possibili per realizzare un racconto storico. Manzoni si inserisce, ovviamente, all’interno di una riflessione, quella sul romanzo storico, che Voi ben conoscete e su cui ora non ritorneremo. La prossimità, la contiguità tra romanzo storico e Storiografia non è un fatto remoto, archeologico, tipico di quel determinato momento del secolo passato. È il problema principale dello scrivere storia, il convivere con quell'altro tipo di "storia", che è il romanzo, la narrativa.

STUDENTESSA: Per quanto riguarda l’origine del termine "Storia" in che modo esso è stato introdotto, e che valore semantico aveva?

CANFORA: Il termine greco Historia (passato successivamente al latino) vuol dire, letteralmente, ricerca, ma è anche sinonimo di indagine. Quindi, a rigore, è una parola che si riferisce all'intero ambito della conoscenza. Alcuni storici antichi o dell’età classica non la usavano nemmeno. Per esempio, Tucidide non definì mai historia la propria opera. Egli chiamava il risultato del proprio lavoro syngraphé, ovvero racconto scritto in prosa, anche perché era convinto che, dopotutto, la sua opera fosse ben più che un semplice racconto. Nel suo caso egli lo considerava un tipo di trattato, di tipo politologico. Nella sua mente una syngraphé era molto più che un semplice racconto di un fatto, sia pure importante. Il termine, poi, finì per essere relegato nell’ambito della narrazione dei fatti politico-militari, soprattutto perché i Romani, come ho già detto, lo ereditarono dai Greci, ricalcando la parola così come era nella propria lingua, e adottandola per descrivere l'attività storiografica. In seguito il significato della parola Historia ebbe ad estendersi. Per esempio, Plinio, è annoverato come autore di una Historia naturalis, cioè di una ricerca riguardante il mondo dei fenomeni naturali, della realtà, degli animali, dei minerali, e così via. Quindi, già in epoca romana, il termine aveva un significato omnicomprensivo.

STUDENTESSA: Come mai l'uomo ha sentito il forte bisogno di approfondire la conoscenza delle proprie radici? In che modo la conoscenza delle origini può influenzare lo sviluppo futuro di una comunità umana?

CANFORA: Sicuramente, far propria la conoscenza delle origini storiche del proprio paese, del proprio gruppo etnico, della propria cultura, è sempre stato un atto di autoaffermazione. Questo è fuor di dubbio. Per i Greci il termine Storia è sinonimo di "Storia greca", per i Romani la Storia è la vicenda che inizia con la "Roma quadrata" di Romolo, e per gli ebrei "Storia" è la storia del popolo ebraico, dalla Genesi ad oggi. Quindi, dal punto di vista dell’uso culturale della storia, si può ritenere che esso sia, all'origine delle proprie ragioni d’essere, sinonimo di autoaffermazione. Noi, oggi, abbiamo un'idea assai più ampia di cosa sia la Storia. Pensiamo, cioè, che sia molto difficile poter intraprendere in modo completo il racconto di una Storia universale, o per lo meno internazionale. Ciò è quantomeno difficile anche da un punto di vista pratico, perché significherebbe affrontare il problema pratico di come individuare e analizzare parallelamente tutto quello che succede in Cina, in India, in Egitto, in America. Come vedete è un problema serio. Nonostante questo avvertiamo il bisogno di allargare la narrazione storiografica a confini geopolitici e culturali sempre più estesi, mentre all'origine essa era strettamente legata ad una sorta di autoaffermazione narrata da parte di un determinato popolo o, a volte, di una determinata città, come avvenne in Grecia con la nascita e le affermazioni delle Città - Stato. Vieppiù che la "Storia locale", la storia di una determinata regione, di una determinata città, ha continuato ad esistere, nel mondo greco, accanto alla Storia "più generale", chiamata "ellenica", intenzione, questa, che già di per sé rivela una concezione grandiosa e ambiziosa della propria storia nazionale, poiché intenta a coprire un ambito politico costituito da tante città, fatto di una storia che potremmo definire macroregionale. In tutto questo, naturalmente, c'è un rischio. Il rischio principale potrebbe essere, intanto, quello di non riuscire a comprendere le ragioni dell'altro popolo, dell’altra cultura, dei propri vicini, o comunque di finire per sottovalutarli. I Romani parlavano dei Greci sempre con molta sufficienza e consideravano, quindi, la propria storia quella "importante". Polibio, che era un greco "invaghito" di Roma, ha raccontato assieme le due storie, quella greca e quella romana, cercando di intrecciarle, per rendere comprensibile come e quanto fossero compenetrate. Ma fu lo sforzo (notevole) di un singolo, che con la propria preparazione scientifica era andato un po' avanti rispetto agli altri. Nella storia locale delle singole città, i fatti storici di una determinata città potevano servire, addirittura, come pretesto per delle contese minime. Un esempio tipico è quello in base al quale essendo stata una determinata città ab origine fatta in un certo modo, dotata di certi confini, secondo la storia "ufficiale" della città stessa, un determinato terreno non poteva che appartenere alla città in questione e non ai vicini. Quindi avvenne, spesso, che gli storici furono addirittura chiamati in causa in contese minime di questo tipo. Questo è l’aspetto, per così dire, pericoloso, di questa volontà di autoaffermazione.

STUDENTESSA: Secondo Lei la Storia, considerata in tutta la sua scientificità, può arrivare realmente a descrivere le origini culturali dell'uomo? Se sì, in che modo può farlo?

CANFORA: Le origini dell'uomo sono sempre state un tema più che altro pertinente all’attività di determinati scienziati, antropologi o anche ai pensatori religiosi, che ne hanno un'idea più facile, diciamo, da comunicare e quasi esente dal dovere di prova. Agli storici non compete occuparsi di questa sfuggente realtà, che è l'origine. Noi occidentali abbiamo, ormai, conseguito la consapevolezza di essere l'ultimo segmento di una storia lunghissima. Quando si dice: "Nel Terzo Millennio avanti Cristo, gli Egizi ...", a noi contemporanei sembra una distanza immensa, a confronto con la quale il nostro presente sembra essere un nulla, un'increspatura, l'ultima piccola ondata di un processo incominciato centinaia di migliaia di anni prima, di cui non sappiamo praticamente nulla. E ci culliamo nell'idea che agli albori di questo processo che è la Storia umana non sia successo nulla d'importante rispetto agli eventi di cui sappiamo molto, molto di più.

STUDENTESSA: Comunque, si può dire che l’origine dell’uomo storico sia ancora un ancora un argomento po' misterioso?

CANFORA: No. Il problema, semmai, è quello di poter conservare una piena consapevolezza dei nostri limiti. Un grande storico vivente, Jacques Le Goff, che Vi è certamente noto, essendo un uomo, come si usa dire, spesso visibile in televisione, quindi più facilmente raggiungibile, in una bella intervista rilasciata qualche tempo fa, per Il Corriere della Sera, ha detto una cosa bella, tra le tante notizie e osservazioni interessanti contenute in quelle intervista: "Cerchiamo di renderci conto che noi siamo appena all'inizio della Storia". Questo sembra proprio un paradosso. È stato appena detto che noi uomini abbiamo centinaia di migliaia di annidi eventi, fatti, e avvenimenti alle nostre spalle, che però, non essendo documentati, non possono esserci noti. Ce li possiamo, al limite, immaginare, in linee molto generali. Quello che, oggi, ci sfugge è che questo piccolo segmento di realtà, che raccontiamo nei libri di storia, dai Faraoni alla guerra attualmente in corso, nell’Europa balcanica, è l'inizio di un processo lunghissimo, che avrà dinanzi a sé uno spazio infinito, tanto quanto quello che viene prima. Se noi riuscissimo a concepire il futuro (cosa non facile) in termini di lunga durata, saremmo portati a ridimensionare molto dell'accanimento con cui, oggi, pensiamo il presente. Quindi un consiglio che credo sia utile dare non solo agli storici, ma anche agli esseri umani, agli uomini che agiscono quotidianamente, è quello di pensare che questo accanimento delle nostre attenzioni nei confronti del presente vada attutito, considerando che la vicenda umana è una retta infinita, lanciata nel tempo, di cui nessuno può conoscere l'andamento.

STUDENTESSA: Professor Canfora perché ha portato alla nostra attenzione l’immagine del fungo atomico di Hiroshima?

CANFORA: Il fungo atomico di Hiroshima è un immagine orribile, rappresentativo di uno degli eventi storici che non vorremmo mai che si ripetessero. Come sapete nel linguaggio corrente si tende spesso ad accostare Auschwitz a Hiroshima. C'è un filosofo tedesco, autore di un’opera intitolata: Come continuare a filosofare dopo Auschwitz e Hiroshima? Ovvero: come continuare a studiare filosofia dopo questi due orribili avvenimenti storici? E molti ancora oggi si chiedono se l'accostamento possa essere considerato del tutto legittimo. Personalmente credo che questo accostamento possieda molti elementi di legittimità, tra l'altro, soprattutto per quanto riguarda l’inutile ferocia con cui quella bomba è stata scaraventata sul Giappone. I politici sanno che fu gettata per permettere che la guerra degli Stati Uniti d'America contro il Giappone potesse finire in fretta, perché non era interesse degli Stati Uniti d'America che il Giappone fosse sconfitto anche dai Sovietici, i quali erano entrati in guerra contro il Giappone, poco prima della distruzione di Hiroshima. Fu comunque un gesto violento e insensato, di terrorismo unilaterale, rivolto verso i Giapponesi, (che furono piegati, in breve, da questa inaudita ferocia) e verso gli Alleati (perché si rendessero conto quanto forte fosse l'Alleato che aveva scaraventato quella bomba sul comune nemico). Per giunta c'era del razzismo sottinteso nel folle disprezzo verso le popolazioni civili giapponesi: questi ultimi erano visti come uomini diversi dai bianchi, anglosassoni, protestanti, WASP (White, Anglo – Saxon, Protestant, N.d.R.). Esso fu uno degli eventi più allucinanti della storia del XX secolo, ma rappresenta ancora oggi un ammonimento. Abbiamo parlato, poco fa, di questa storia lunghissima che ci attende nel prossimo futuro. Ecco perché il fungo atomico di Hiroshima rappresenta un ammonimento! Perché non accada mai più che qualcuno pensi (come qualcuno ogni tanto tenta di pensare) che questo tipo di folle ferocia – il bombardamento nucleare – possa essere una via d'uscita dai conflitti bellici.

STUDENTESSA: Vorrei sapere se, secondo Lei, è nel momento stesso in cui gli eventi vengono registrati come fatti storici, che essi finiscono per "nascere" realmente ad una esistenza storica. Il che, se Vuole, è solo un altro modo per chiedere se solo quando gli eventi vengono raccontati e tramandati, possono considerarsi "eventi"?

CANFORA: Quel che Lei, implicitamente, suggerisce come un sospetto, è vero. Infatti un poeta romano, Orazio, scrisse che prima dell’Agamennone (di cui ne L'Iliade lungamente si parla) c’erano stati, sicuramente moltissimi Agamennone, ovvero moltissimi condottieri militari del suo stesso valore. Ma poiché nessuno storico si era, al proprio tempo, occupato di questi "Agamennoni" alla fine è stato come se non fossero mai vissuti. Dal punto di vista della nostra conoscenza del passato, l’assenza di un narratore può significare la morte ontologica di un fatto. Inversamente uno potrebbe dire: senza il fatto da raccontare non potrà mai esserci alcun narratore. Quindi i due aspetti della nascita storica di un fatto sono interdipendenti. Però le conseguenze di ciò che accade, in epoche di cui non esiste nessun racconto, continueranno ugualmente ad essere sopportate e patite. È chiaro che quel che accadde prima de L'Iliade, che forse potremmo considerare il primo vero e proprio libro di Storia dell'Occidente, di cui noi occidentali siamo tuttora gli eredi, ammonta sicuramente a moltissimi eventi che, forse, resteranno per sempre sconosciuti. Ma quello che venne narrato ne L'Iliade è stato anche il frutto di quel che accadde prima e che nessun Omero ebbe mai la possibilità concreta di raccontare.

STUDENTESSA: Che cosa pensa dell'affermazione: "La Storia è maestra di vita".

CANFORA: Ne abbiamo già parlato prima.

STUDENTESSA: Se volessimo parlarne in maniera più approfondita?

CANFORA: Quando abbiamo già detto più sopra non è altro che la semplificazione di un'idea nata nel V secolo, secondo cui la Storia è la palestra mentale dei politici. Però, quando si dice di Essa: "maestra di vita", si intende anche un'altra cosa. Quando, prima, ho usato termini "ammonimento perché non succeda mai più", in fondo ho fatto un riferimento a questa idea, che naturalmente, è sempre stata un'idea fondamentalmente ottimistica. Noi tutti possiamo, credo, concordemente desiderare che la Storia possa esserci d’insegnamento per il futuro, però, in seguito, arriviamo spesso a renderci conto del fatto che questi auspici vengono spesso travolti da fattori che ci trascendono, fattori che sono interessi contrapposti, pregiudizi, paure, cause che possono determinare tutti quei deprecabili eventi, la cui ripetizione abbiamo desiderato non si verifichi. La Storia, quindi, si può considerare una maestra di vita molto "infelice", perché gli scolari, per così dire, con cui Essa ha a che fare, sono assolutamente riottosi, per lo più, a cavare dagli eventi da Essa narrati un vero e proprio insegnamento. Questo non significa che essa sia un'attività inutile, perché la sua produttività nel tempo può andare ben oltre i momenti nei quali Essa viene (o verrà) disattesa. Io conservo un tendenziale ottimismo al riguardo e credo, comunque, che si tratti di un'attività necessaria. Una delle prove di ciò è il fatto che la ricerca storica non si è mai interrotta.

STUDENTESSA: Secondo Lei il concetto di "Storia" è nato con l'uomo?

CANFORA: Prima dell'uomo non può essere nato. Direi che questo è poco, ma è sicuro. Non è detto che, consapevolmente, i primi abitanti del nostro pianeta, se mai sarà possibile classificare degli abitanti della Terra come i primi, abbiano sentito il bisogno di una cronaca di tutto ciò che accadeva loro o intorno a loro. Di quella cronaca si incaricarono dapprima i poeti. Si pensi a Lucrezio, che voi incontrerete certamente tra le letture più belle di cui potrete mai fare esperienza. Il poema di Lucrezio De rerum Naturae, "Sulla natura", ha un libro, il Quinto, quasi tutto (o in buona parte) dedicato a raccontare la storia dell'umanità dalle origini ad oggi. Ma la ricostruzione delle origini è sempre stata un'operazione compiuta a posteriori. Il bisogno di narrare la storia di qualcuno o qualcosa ha sempre rispecchiato una fase avanzata della convivenza umana. Da questo punto di vista dire che "la Storia nasce con l'uomo" è sicuramente una semplificazione eccessiva.

STUDENTESSA: La storia rappresenta una vera e propria scienza umana o una necessità dell'uomo di trovare una giustificazione alla propria esistenza nel mondo?

CANFORA: Non credo che la Storia possa mai arrivare a rappresentare una giustificazione all’esistenza dell’uomo nel mondo, perché quest’ultima, ormai, è data. La Storia e la Storiografia non si occupano di ipotesi creazionistiche o non creazionistiche. La Storiografia ha sempre cercato di calarsi nei fatti, cercando addirittura di liberarsi di tutto ciò che fosse troppo "originario" dal punto di vista della ricostruzione storica. Che la ricerca storica costituisca un bisogno è un fatto che potremmo azzardarci ad ipotizzare per il fatto stesso, come dicevamo poc’anzi, che è sempre un'attività costante, nella stragrande maggioranza delle società evolute. La mia idea è che si potrebbe definire la Storia come una lotta per la conoscenza, che spesso ha rappresentato una vera e propria lotta contro le autorità costituite. Tutto sommato, la funzione della Storia è sempre stata quella di togliere ad alcuni potenti il diritto di raccontare un determinato passato a nome di tutti gli altri uomini. Il fine della Storia è soprattutto quello di ottenere dai cosiddetti "luoghi del potere" i modi per accertare i fatti in maniera libera, oggettiva e responsabile. Sicuramente la Storia non è mai stata un semplice capriccio ozioso.

STUDENTESSA: Noi abbiamo scelto, attraverso Internet, il testo de L'Iliade di Omero, ritenendo che, pur essendo confluite in quest’opera influenze mitiche, una delle prime testimonianze della necessità dell'uomo di narrare dei determinati fatti sia sempre stata quella di evitare che quei fatti si disperdessero nel tempo. È possibile vedere come L'Iliade abbia posto le fondamenta per la narrazione di tanti eventi storici verificatisi in seguito, come, ad esempio, la fondazione di Roma.

CANFORA: Non chiamerei in causa la fondazione di Roma in un modo come questo, ovvero così ex abrupto. Direi invece verissimo il fatto che L'Iliade, in quanto racconto di una guerra, delle sofferenze degli uomini coinvolta in essa, in quanto messa in scena dei capi che discutono tra loro su come condurre la guerra, (se fuggire, se perseverare in un assedio), contenga tutti gli elementi del racconto storiografico successivo. Quando Omero ricorda, in sintesi, qual è l'argomento che intende trattare nel suo poema lo definisce come "I dolori degli uomini". I dolori degli uomini. E dei "dolori degli uomini" fanno parte le guerre, le rivoluzioni, le carestie, le sofferenze dovute ad epidemie. Tucidide, per esempio, racconta la peste di Atene e la inserisce in un famosissimo libro di Storia. Che cosa fa grande L'Iliade rispetto a tanti altri poemi dell’antichità classica? Qual è una delle ragioni per le quali questa grande narrazione è rimasta come il modello, (anche per gli stessi Antichi), del poema epico stesso? Il fatto che i dolori distribuiti in ambedue i campi dei contendenti in guerra tra loro sono posti sullo stesso piano. Si è letteralmente "astrologato", da parte di tanti, per stabilire per chi parteggiasse Omero ne L'Iliade. Ebbene, Omero non parteggia. Si potrebbe dire, come disse un autore greco: "Omero è come Zeus, il quale sta così in alto, da riuscire a vedere, contemporaneamente, sia i Greci che i Troiani". Lo storico dovrebbe fare questo, tutto sommato. E maggiormente egli terrà fede al proposito di raggiungere questo scopo di imparzialità, più o meno relativa, egli riuscirà ad avere dei lettori. E per questo motivo che io ritengo la Storiografia essere un’attività ininterrotta dell'uomo.


Biografia di Luciano Canfora

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