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Il Grillo (17/5/1999)

Giovanni Jervis

Che cos'è la normalità?

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17 maggio 1999

Liceo Classico "Giambattista Vico" di Napoli

 

 

JERVIS: Mi chiamo Giovanni Jervis. Sono medico psichiatra e insegno Psicologia dinamica all'Università di Roma. Oggi parliamo di Cos'è la normalità e, per prima cosa, vedremo una scheda filmata.

Il concetto di normalità può essere declinato in diverse direzioni. Può avere un significato puramente statistico, per indicare la maggior frequenza di un certo evento oppure l'attesa che un certo evento abbia luogo. Così le convenzioni che si stabiliscono tra gli esseri umani si fondano sull'aspettativa che gli altri individui si comportino nel modo che tra noi è normale. Ma il concetto di normalità possiede altre connotazioni relative non ai comportamenti, che di fatto hanno luogo, ma a quelli che dovrebbero accadere.
Ciò che è normale è ciò che dovrebbe regolare la condotta naturalmente. E tuttavia è accaduto che il significato, che attiene al dovere, morale o religioso o sociale, si è spesso mascherato nel concetto di normalità. La suddivisione tra normale e anormale può apparire puramente scientifica, ma nasconde spesso l'appello a un criterio di valore, che esprime un giudizio sulla condizione di esclusione sociale di alcuni. E' soprattutto a partire dal secolo scorso, che la regolazione sociale dei comportamenti ha cominciato a usare il linguaggio, apparentemente scientifico, della normalità, quello inaugurato da discipline come la medicina, la psichiatria e la psicologia. Il crimine e il comportamento irregolare non sono più solo una trasgressione della legge, ma una deviazione dalla norma. Ma con ciò essi perdono la loro possibile ricchezza di significato e diventano eccezioni del comportamento normale. E' possibile restituire al concetto di normalità un uso scientifico, che non diventa allo stesso momento uno strumento di discriminazione e di esclusione?

STUDENTESSA: Professore noi abbiamo scelto, come oggetto per rappresentare la normalità e la follia, un filo spezzato da un paio di forbici, perché il filo dovrebbe rappresentare la normalità, una vita normale e lineare, e le forbici, che lo spezzano, fanno subentrare la follia. Lei è d'accordo con questa nostra scelta?

JERVIS: Qualche volta sì qualche volta no. Cioè qualche volta quello che noi chiamiamo "follia" irrompe nella vita di una persona e in qualche modo costituisce una rottura. Altre volte invece si tratta di qualcosa di più subdolo e non sempre chiaramente delimitabile. Quindi è a volte vero, e a volte no.

STUDENTESSA: Professore, abbiamo visto nella scheda come la follia possa essere un concetto astratto, relativo. Secondo Lei è possibile trovare una definizione più scientifica della follia?

JERVIS: Guardi il termine "follia" è un termine tutto sommato generico e un po' impreciso. Quando si dice "follia", si allude a quelli che sono chiamati "comportamenti psicotici", cioè le psicosi, ovvero i disturbi mentali più gravi. Quando si parla di follia, quindi, ci si riferisce solo a una parte della patologia mentale o delle problematiche di sofferenza mentale. La follia è in qualche modo anche però un paradigma, è uno stereotipo. "Quello è pazzo", ecco. Da un punto di vista scientifico, queste distinzioni - pazzo o non pazzo, folle o non folle - spesso sfumano, perché sono distinzioni basate sul linguaggio comune, che, non di rado, è un po' grossolano e taglia un po' le cose con l'accetta.

STUDENTESSA: Spesso noi associamo al concetto di normalità quello di aspettativa, cioè la convinzione che gli altri si debbano comportare in un determinato modo che per lui è normale. Si potrebbe definire follia il non aderire a questa aspettativa?

JERVIS: No, nel senso che, quando noi parliamo di "comportamento normale", noi di solito contrapponiamo al comportamento normale quei comportamenti che chiamiamo "anormali", o più precisamente "comportamenti devianti". Ora i "comportamenti devianti", non sono sempre folli. Possono essere comportamenti, per esempio, di tipo criminale. Anche le criminalità hanno forme di devianza. Oppure possono essere comportamenti, diciamo strambi, originali. Ci sono persone, di solito una piccola minoranza, che, senza essere né folli né criminali, hanno dei comportamenti originali, dei comportamenti fuori, dall'ordinario. Ora la cosa interessante è che noi tutti, fin da bambini, impariamo a comportarci secondo certe regole. Cioè il bambino, fin da molto piccolo, cerca di capire cos'è che si fa e cos'è che non si fa. Ma per capire cos'è che si fa, cioè quello che è, fra virgolette, "giusto", il bambino ha anche bisogno di avere un'idea di quello che non si fa, cioè di quello che non è, fra virgolette, "normale" di quello che è deviante. Quindi l'immagine della devianza, l'immagine di ciò che è fuori dalla norma, di ciò che è per certi lati sbagliato o folle oppure contro le regole ci serve per capire dov'è il confine fra ciò che ci si aspetta che noi facciamo e ciò che invece non dovremmo fare. Perciò, in qualche modo, l'immagine della devianza è un'immagine di cui abbiamo bisogno.

STUDENTE: Ogni epoca ha avuto diversi tipi di follia. Quindi possiamo dire che ogni società ha prodotto follie diverse. Che rapporto potrebbe esserci tra follia e società?

JERVIS: E' un rapporto meno relativo di quello che si pensa. L'esempio che Lei ha fatto, quello dell'isteria, è un esempio molto particolare, perché effettivamente l'isteria, che non è una vera follia, è un disturbo psichico, ma di solito non viene catalogato fra i disturbi psichici gravi, cioè fra le psicosi o follie. L'isteria è un disturbo particolare, perché, più di altri, risente di fattori sociali: essenzialmente è un disturbo legato a fattori di suggestione e molto spesso anche di imitazione. In generale però le forme principali e più classiche di disturbo mentale o di follia, non sono così variabili come si crede attraverso le società e le epoche. Cioè in tutte le società esistono delle persone che hanno, per esempio, dei disturbi che noi chiamiamo schizofrenia. Poi naturalmente ci sono anche delle variazioni, ma sono meno grandi di quelle che si può pensare.

STUDENTE: Quanto incide la predisposizione genetica nella follia?

JERVIS: Intanto direi che parlare di follia al singolare forse è un po' improprio. Bisognerebbe parlare di "disturbi psichici", che sono molto diversi gli uni dagli altri - non sono tutti uguali- e anche a volte di "disturbi psichici gravi" o "psicosi, quelli che noi chiamiamo "follia". Bisogna tenere conto di un fatto, che, nella maggior parte dei casi e nella maggior parte dei disturbi, non c'è una causa unica, c'è un insieme di cause per cui a un certo punto, per sfortuna si può dire, ma molto spesso anche per caso, una persona si trova a vedere sommarsi delle predisposizioni genetiche, degli eventi di vita, delle difficoltà a fare fronte a nuove situazioni, come per esempio a situazioni di maggiore autonomia, quando uno cresce, oppure situazioni come la vecchiaia. Ecco in questa situazione, in questi casi avviene uno scompenso. Questo scompenso è ciò che noi chiamiamo "disturbo psichico". Fra le cause di questi "disturbi psichici" le cause genetiche hanno una certa importanza. Oggi si ritiene che abbiano più importanza di quanto non si pensasse venti o trent'anni fa.

STUDENTESSA: Che cosa separa un nevrotico da uno psicotico?

JERVIS: Questa è una domanda che intanto ci permette di entrare nel merito di certi problemi di psichiatria. Il nevrotico è una persona essenzialmente disturbata dall'ansia. Il problema dell'ansia è un problema che il nevrotico identifica bene. Dice: "Io sono io e l'ansia è come un corpo estraneo che mi disturba". Invece lo "psicotico" ha un problema un po' più profondo, cioè la sua stessa capacità di giudizio è alterata, il suo io non funziona più bene. Quindi non c'è questa separazione fra "io che sono sano" e l'ansia che mi disturba. C'è invece un io che non è sano e che quindi ha difficoltà a capire come stanno le cose e anche difficoltà a capire qual è il proprio problema.

STUDENTESSA: Abbiamo letto ne Le metamorfosi di Kafka, che il protagonista un giorno si risveglia trasformato in un insetto. Secondo Lei chi è quell'insetto e perché la metamorfosi di Gregor Samsa è irreversibile?

JERVIS: Dunque, questo racconto, che è un bellissimo classico della letteratura moderna, è un racconto, in un certo senso, sull' anormalità, cioè una specie di parabola dell' anormalità. Racconta la storia di uno, che si sveglia una mattina e dice: "Trasformatemi in un insetto mostruoso". Ma la cosa interessante del racconto è come i familiari trattano questa persona. E i familiari - si vede benissimo dalla descrizione - che sono incerti fra riconoscere questo insetto come sempre lui -malgrado sia trasformato in un insetto- e, invece, trattarlo come un insetto e quindi come qualche cosa che non conta più, che non ha più dignità umana. Alla fine, pessimisticamente si vede che prevale questa seconda tendenza, quindi a trattare questo poveretto, che si chiama Gregorio Samsa, non più come una persona, ma come un insetto. Questa in un certo senso è una metafora pessimistica di quello che può succedere. Però noi possiamo vedere anche atteggiamenti di questo tipo in molti film. C'è un film molto bello, che è Mani di forbice, e noi ne vedremo un pezzo, in cui si parla proprio di questo tipo di discriminazione.

PEGGY: Non ti devi nascondere, sono Peggy Boxer sono la tua rappresentante locale, sono più innocua di una torta di ciliegie.  Oddio! Mi rendo conto di disturbare, ora me ne vado è tardi.
EDWARD: No, non andare.
PEGGY: Le tue mani! Ma cosa ti è successo?
EDWARD: Non mi ha finito!
PEGGY: Oh, mettile giù, non ti avvicinare. Ti prego! Ti prego! Ti prego.
Jim: L'hai tagliata!
PEGGY:È appena un graffio, Jim. Non l'ha fatto apposta.
JIM: Allontanati. Se la tocchi un'altra volta, ti uccido!
PEGGY: Non è grave! Ma non è nulla! Non è una cosa grave!
JIM: Chiami un dottore.
PEGGY: No, lui non mi ha ferito.
JIM: Devi stare lontano da lei! Hai capito? Distruggi sempre quello che tocchi. Ma perché non te ne vai? Eh?

STUDENTESSA: Ritornando a La metamorfosi di Kafka, la morte del protagonista, alla fine del racconto, che avviene senza un apparente scopo salvifico, può rappresentare un rifiuto della società, che lui avverte?

JERVIS: Mi sembra di ricordare che nel racconto lui venga abbastanza maltrattato, e c'è questa progressiva separazione fra lui e i suoi familiari. Bisogna tenere conto del fatto che Kafka non è soltanto un autore pessimistico, ma è anche, in qualche modo, un autore grottesco. Quindi, in questa storia, c'è una immagine di dissoluzione, di morte, che però viene anche restituita in una maniera tale da fare riflettere sull'incongruità di quello che succede, sull'assurdità della vita quotidiana, che entra in gioco e si manifesta di fronte a eventi eccezionali.

STUDENTESSA: Secondo Lei, quale posto hanno occupato Freud e la psicoanalisi nella cultura del Novecento?

JERVIS: Un posto enorme. Oggi si dice che la cultura del nostro secolo, che sta finendo, è stata in larga misura vivificata e fecondata dalla psicoanalisi, soprattutto la media cultura, il modo di trattare i bambini, il modo di considerare la problematica sessuale, per esempio, il modo di considerare il rapporto fra normalità psichica e follia o devianza. Freud ha rappresentato un grosso punto di svolta per tanti motivi: perché ci ha aiutati a considerare la sessualità in modo più normale, perché ci ha aiutati a vedere i bambini in modo diverso, perché ha aiutato a considerare l'educazione in modo meno autoritario. Inoltre io credo che abbia giocato molto a favore della psicoanalisi, nel rendere meno retriva e meno bigotta, l'educazione sessuale. Quindi ha avuto una grossa importanza sulla media cultura, sul modo comune di vedere le persone. Ha avuto anche importanza dal punto di vista scientifico, però forse un po' meno.

STUDENTESSA: Abbiamo visto che molti autori della letteratura di fine Ottocento, inizio Novecento, affrontano il tema della perdita di integrità dell'io, come ad esempio Oscar Wilde con Il ritratto di Dorian Grey e Stevenson con Il dottor Jekyll e Mister Hyde. Secondo Lei, per quale motivo, proprio in questo periodo storico, la letteratura ha avuto l'esigenza di affrontare questo tema.

JERVIS: Questa è una domanda molto difficile. Certamente succede questo, fra gli ultimi due decenni dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, avviene una grande crisi nel modo di concepire la natura umana. Di questa crisi fanno parte filosofi come Nietzsche, fanno parte anche Freud per esempio. Quella che era apparsa, per buona parte dell'Ottocento, come una natura umana compatta - noi diciamo una natura umana "autolegittimata" -in cui il modello della persona era data dal gentiluomo educato, maschio, non femmina, perché le femmine non contavano molto e il selvaggio era considerato inferiore. Insomma c'era una sorta di modello generale, che, per una buona parte dell'Ottocento è rimasto valido. Era il modello della persona che sa quello che fa, è perfettamente consapevole di sé, è perfettamente responsabile, è colta, è civile, eccetera. E alla fine dell'Ottocento, per effetto di tanti fattori, come certi residui della ideologia romantica, le avanguardie artistiche e certi filosofi che introducono una critica a questo concetto dell'unità della persona umana, si comincia a pensare e a parlare di identità che si spezza, di identità che entra in crisi, di un io che non è così compatto. In Freud stesso, l'io, il soggetto non è più unitario, è qualche cosa che si scompone; Questa è una crisi molto interessante, che poi determinerà molti aspetti della cultura del Novecento.

STUDENTESSA: Italo Svevo considerava la psicoanalisi come uno strumento conoscitivo, quindi più utile ai romanzieri che per la cura dei malati. Qual è la sua opinione in merito?

JERVIS: La psicoanalisi, e in generale le idee che vengono da Freud e da Yung, sono state molto importanti per modificare il nostro modo di vedere le malattie mentali, i disturbi psichici, in quanto ci hanno aiutato a capire che ogni persona normale contiene in sé degli aspetti di nevrosi e anche di follia, e, viceversa, ogni persona, etichettata come "folle" ha più aspetti normali di quello che sembra all'inizio. In questo senso il contributo è stato enorme. Il contributo però è stato molto grande anche per quanto riguarda la cultura letteraria e, ripeto, soprattutto per quanto riguarda la media cultura, cioè il modo di trattare i bambini, di educare, di vedere i problemi sessuali, eccetera. Quindi credo che sia stato un contributo nell'insieme di impostazione, più che di scoperta di singoli fattori, e nell'insieme molto importante e positivo.

STUDENTE: La coscienza di Zeno, di Italo Svevo, si conclude col ribaltamento di salute, e di malattia. Il protagonista critica la società dei cosiddetti "sani" perché li ritiene intrappolati nelle loro condizioni, mentre giudica se stesso (vivendo comunque nel dubbio visto che si pone continuamente domande) più libero, più creativo, più evoluto. Lei può, alla luce della Sua esperienza, confermare che la situazione mentale dei cosiddetti folli può essere considerata più libera, più creativa?

JERVIS: La risposta a quest'ultima domanda, se vogliamo prenderla alla lettera, è no, nel senso che ci sono state molte persone creative con problematiche psichiatriche. Esiste certamente un rapporto, per lo meno statistico, fra la creatività, in particolare la creatività artistica, e un certo tipo di disturbo, che è la psicosi maniaco-depressiva. Questo però non significa che la follia di per sé provochi creatività o dia accesso a superiori illuminazioni. Detto questo, però, bisogna precisare che fin dall'inizio dell'Ottocento la tradizione romantica ha in qualche modo rivalutato, e anche rivalutato in modo fecondo, in modo, potremmo dire, dialettico anche, in modo polemico, quegli aspetti di saggezza che sono contenuti nella persona ingenua, nel bambino, nel folle, nel primitivo, eccetera. E questa rivalutazione ha avuto un ruolo importante nella nostra cultura. Però è una rivalutazione che non va presa alla lettera. La follia è essenzialmente sofferenza, non è saggezza.

STUDENTESSA: Secondo Lei i disturbi somatici come quelli accusati da Zeno possono essere considerati come la conseguenza della malattia stessa o sono un mezzo attraverso il quale il malato esprime agli altri il proprio disagio psichico?

JERVIS: Non saprei rispondere esattamente a questa domanda. Direi che non a caso non so rispondere. Direi che molto spesso succede quello che Lei ha detto, cioè che il modo di esprimersi e il modo di esprimere un disagio e il modo di vivere questo disagio sia espressione del disagio stesso, espressione del tentativo di superare il disagio e di gestire il disagio, sia anche espressione del modo di comunicare agli altri, qualche cosa che è il proprio disagio, ma è anche il senso della propria dignità. Se una persona soffre, ha bisogno contemporaneamente di dire agli altri: "Guardate che soffro", e però anche di dire: "Guardate però che sono come Voi". Quindi c'è in questo senso un tipo di comunicazione, un tipo di esigenza che è complesso e anche molto affascinante. Ha una grande dignità. Questo si vede bene anche in Svevo, che spesso ha dei toni ironici su questo, peraltro.

STUDENTESSA: Le volevo chiedere: come mai il problema della follia, affrontato in molti film come Psyco, Rain man, è così sentito nella nostra società?

JERVIS: Questo non lo saprei dire! Io credo che ci sia un fattore diciamo anche di trasformazione culturale, nel senso che nelle società tradizionali, che erano società in cui ognuno obbediva più facilmente e più spontaneamente alla propria tradizione, alla tradizione della famiglia, i confini fra ciò che si fa e ciò che non si fa, fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, fra ciò che è normale e ciò che è folle, questi confini erano tracciati in una maniera chiara e semplice, che non veniva messa in discussione. Cioè nelle società tradizionali, in qualche modo, nella maggior parte dei casi, i figli crescevano e si sviluppavano e invecchiavano nella stessa ideologia, nella stessa mentalità, spesso facendo lo stesso mestiere dei genitori. La società moderna è caratterizzata - quella che si chiama "società post-tradizionale", non a caso -, è caratterizzata dal fatto che i figli sono messi a confronto con idee, valori e possibilità di scelta molto maggiori e molto più vari di quanto non siano quelli della propria famiglia di origine in senso tradizionale. Uno può scegliere di più. Potendo scegliere di più, c'è una varietà di offerte di comportamenti. Diventando grandi si può decidere meglio, non soltanto che mestiere fare, rispetto al mestiere tradizionale, ma anche che tipo di persona essere. Questo comporta una difficoltà, cioè comporta la difficoltà di orientarsi in un mondo dove i confini fra le cose abituali e le cose non abituali, le cose normali e le cose eccezionali sono confini più vari, più mobili, messi in discussione più facilmente, di quanto non avvenisse un tempo. Allora il problema dell'anormalità psichica come problema del confine, come problema di ciò che delimita la normalità, ovviamente oggi si ripropone con più forza, perché è meno facile capire che cosa si fa, cosa non si fa.

STUDENTE: Potrebbe spiegare il perché della scelta degli oggetti che ha portato qui in trasmissione?

JERVIS: Sì, se ne potevano scegliere tanti altri. Noi abbiamo scelto un tatuaggio perché si potrebbe discutere, per esempio sui tatuaggi, come anche sul piercing, sugli anelli alla lingua e cose di questo genere. E' chiaro che si tratta di comportamenti, che alcuni considerano normali, e anzi - comportamenti e scelte auspicabili, altri considerano invece anormali, e, come dire, da condannare. E' un esempio tipico di un punto che segna la relatività di certi aspetti del concetto di normalità, anormalità. Poi abbiamo scelto una zucca, laggiù, perché si fa riferimento a una cosa che ci viene dalla cultura americana, cioè le zucche di Ognissanti. Tutti i bambini hanno letto la storia del grande cocomero, delle strisce dei fumetti di Penatus. Ecco, questo è un punto anche interssante, perché Ognissanti, in molti paesi, viene celebrato come la Festa delle Streghe, ed è una di quelle ricorrenze calendariali, come il carnevale anche, in cui si crea una sorta di parentesi, in cui si invertono i ruoli. Per esempio nel carnevale il povero fa il re e il re deve ubbidire agli altri. E in qualche maniera si affronta una sorta di ribaltamento dei concetti abituali di normalità e di devianza. Il significato antropologico e psicologico di queste ricorrenze calendariali - troppo complicato da spiegare qui - sono, come nel caso di Ognissanti, ricorrenze che hanno a che fare col problema della morte come limite, come scandalo. Abbiamo difficoltà ad accettare la morte, che in un certo senso è l'anormalità, per lo meno così ci sembra, anche se è un fenomeno invece naturale, e ci sono molte maniere, anche collettive, con cui noi affrontiamo questo problema e affrontiamo anche certi temi inquietanti - i fantasmi e le streghe che sono legati alla tematica della morte.

STUDENTESSA: Il concetto di normalità può dipendere dalla cultura e dalla società in cui vive l'individuo?

JERVIS: Dipende molto dalla cultura e dalla società in cui vive l'individuo. Però ci sono anche degli aspetti universali, nel senso che, per esempio, certe patologie fisiche o psichiche, quando sono molto nette vengono considerate qualcosa di anormale in qualsiasi società. In parte si tratta di una questione di informazioni. Pensate per esempio alle eclissi solari, un fenomeno naturale. Le eclissi solari sono un fenomeno eccezionale, ma che noi consideriamo normale, noi nella nostra società, perché le possiamo prevedere e sappiamo esattamente di cosa si tratta. In una società pre letterata l'eclissi solare è considerata un fenomeno anormale, cioè un qualche cosa, che non soltanto è eccezionale, ma è anche inquietante, ci pone degli interrogativi. Potrebbe essere un segnale di morte. Allora questo attribuire un significato di anormalità all'eclissi solare è legato al fatto che non si sa cos'è l'eclissi. Se si cos'è non è più anormale. Questo vale per molti altri fenomeni. Il giudizio di anormalità, dato che si tratta sostanzialmente di un giudizio, non di una caratteristica intrinseca è in larga misura legato alla nostra difficoltà a capire e a accettare qualcosa che ci appare non soltanto eccezionale, ma anche inquietante. Se lo conosciamo meglio, ne conserviamo il carattere eccezionale, ma questo fenomeno perde il carattere di qualcosa di inquietante, diventa qualcosa che noi capiamo, che interpretiamo. Nella misura in cui lo interpretiamo è meno anormale.

STUDENTESSA: Prima Lei ha parlato dell'oggetto che ha portato, ovvero i tatuaggi e i piercing, e ha detto che per alcune persone queste cose possono essere ritenute normali e per altre invece sono anormali. Ma, secondo Lei, la motivazione per la quale una persona si fa il tatuaggio, non è magari un cercare di essere diverso dalla collettività?

JERVIS: Diverso e al tempo stesso simile, perché certe scelte di caratterizzazione di identità, di identità collettiva per esempio - quelli che hanno il tatuaggio, quelli che hanno l'anello attaccato da qualche parte, alla guancia- sono una caratterizzazione, che al tempo stesso, vuole essere appartenenza, cioè normalità rispetto a un certo gruppo di riferimento, e polemica. Quindi c'è in qualche modo questa caratteristica, che ritroviamo sempre in ogni nostro tentativo di definirci, noi ci definiamo come appartenenti a un certo gruppo e però in qualche maniera questa definizione di appartenenza acquista significato, pregnanza, acquista valore maggiore se noi, diciamo, siamo diversi da Voi, non vogliamo essere come Voi, anzi quello che Voi condannate, io lo ritengo valore. Questo è un processo, direi necessario, soprattutto nel passaggio dalla dipendenza della famiglia all'autonomia, cioè nel corso dell'adolescenza, c'è questa sorta di protesta di diversità, che è un fenomeno valido e vitale

STUDENTESSA: Ci sono categorie più a rischio di malattie mentali, magari per il lavoro che fanno?

JERVIS: Sì, anche se è difficile definirle con precisione. Possiamo considerare che ci sono certe situazioni di vita che creano un rischio di squilibrio psichico. Un esempio banale, ma non tanto banale, che ci riguarda tutti da vicino: l'emigrazione. Da un lato, una cosa che molti non sanno è che le persone che scelgono di emigrare in generale sono più sane delle altre. Cioè chi se ne va non è un malato. Chi se ne va si sente in salute. Sono più sane sia da un punto di vista fisico, sia da un punto di vista psichico, molto spesso. Quindi quelli che arrivano, diciamo, sono in qualche modo una selezione in positivo. Però, d'altro lato il fatto di trovarsi in un paese nuovo e il fatto di trovarsi di fronte a costumi nuovi, di perdere certe sicurezze tradizionali, come quando si è in un paese che non si conosce, crea un effetto di spaesamento, che si traduce in una sorta di perdita, di identità. Uno non sa più bene chi è. Allora noi osserviamo che gli immigrati, proprio perché hanno questa crisi di identità, non sono più quelli di prima, ma non sono ancora appartenenti al nuovo paese, hanno bisogno di riconfermare in qualche modo le loro appartenenze. Quindi si ricompattano su religioni, su tradizioni, eccetera. Allora possiamo dire quindi che la condizione dell'immigrato è una condizione in qualche modo precaria, che predispone a un disagio psichico e anche in qualche misura a disturbi psichici. Questo è l'esempio forse più classico e più attuale.

STUDENTESSA: Nell'ambito delle malattie psicotiche, abbiamo parlato di "caratteropatia" e quindi dell'educazione dei bambini. Mi potrebbe spiegare quanto può influire l'educazione in un bambino e che risvolti potrebbe avere questo tipo di malattia?

JERVIS: "Caratteropatia" significa qualcosa di abbastanza particolare. Parliamo in generale di "disagio psichico", che è un termine che comprende un po' tutto. L'educazione conta molto. Bisogna dire però che quello che conta di più sono certe situazioni di prolungato disagio nell'infanzia. Quando un bambino cresce in un'atmosfera di deprivazioni affettive e di brutalità, questo certamente ha un'influenza molto negativa sulla sua psiche. Contano anche altre cose, come per esempio l'atteggiamento della madre, il fatto che il bambino non deve venire confuso con ordini o richieste contraddittorie. Però bisogna anche dire che i bambini, da questo punto di vista, spesso se la cavano molto bene. Quindi non bisogna neanche esagerare, per quanto riguarda gli errori educativi dei genitori. Bisogna che questi errori siano molto gravi, per creare realmente sempre dei disturbi. Altre volte ci possono essere bambini un po' più fragili degli altri. Ma insomma questo dipende anche da un caso all'altro.

STUDENTE: Il film che abbiamo scelto come esempio in merito all'argomento è Rain man, in quanto sembra offrire un ottimo esempio del rapporto che può intercorrere tra un soggetto malato e un altro normale. Un uomo, Tom Cruise, si sveglia al mattino e viene a sapere di avere un fratello, Dustin Hoffman, autistico. Vivono insieme per sei giorni, imparano a capirsi e a rispettarsi. Entrambi maturano e questa esperienza li cambia. Vediamo appunto sparire sotto i nostri occhi questa differenza tra la normalità e follia, che è vanificata appunto dalla voglia e dalla capacità di comprensione e di dialogo. Lei come reputa la nostra scelta?

JERVIS: Io credo che certi film, come Rain man, oltre a essere dei bei film, hanno anche una funzione: quella di far capire e far riflettere, non tanto su cos'è la follia o cos'è l'autismo, quanto su cosa succede a noi, quando entriamo in contatto con persone di questo tipo. Ebbene la cosa che giustamente alcuni di questi film dicono è che c'è in qualche modo una scoperta del lato umano e del lato normale anche della persona disturbata. Cioè si stabiliscono delle forme di comprensione e di dialogo, che non soltanto permettono di entrare in contatto con l'altra persona e di aiutarla, ma in qualche modo ci permettono anche di interrogarci noi sulle nostre abitudini e su quello che abbiamo dato spesso, troppo spesso per acquisito: si fa così e basta. Si può fare in tanti modi. Ora naturalmente ci sono alcuni modi che non sono, come dire, del tutto normali, in senso generale, cioè non sono del tutto sani, però sono spesso più sani di quello che sembra all'inizio. La distinzione fra normalità e anormalità, fra normalità e devianza, fra normalità e follia è una distinzione più fluida di quello che noi siamo soliti pensare. Forse, questo, ci riporta poi all'inizio del discorso: ognuno di noi per capire ciò che vuole fare, per capire ciò che deve fare, ciò che per lui è normale ha bisogno di crearsi in qualche modo un feticcio dell'anormalità e della follia, qualcosa di rigido: lì non si va, questo non si fa. E invece questo è più discutibile di quanto non sembri a prima vista e permette di metterci in discussione, cosa che permette, a sua volta, di ritornare a contatto con gli altri che ci sembrano diversi e incomprensibili. E questo è un po', diciamo, l'insegnamento generale che noi possiamo ricavare da questo tema.


Biografia di Giovanni Jervis

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