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Il Grillo (24/5/1999)

Salvatore Natoli

Che cos'è il peccato

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4 maggio 1999

Liceo Classico "Giambattista Vico" di Napoli

 

 

NATOLI: Sono Salvatore Natoli e insegno Filosofia teoretica alla Seconda Università Statale di Milano . Mi sono interessato di passioni e affetti. Ho scritto un libro: Sul dolore, sulla felicità e il tema che noi oggi affrontiamo è quello del peccato. Guardiamo ora una scheda filmata che introduce l’argomento.

Il peccato è forse un concetto che non possediamo più. Indica una trasgressione dalla volontà di Dio, un ergersi a padroni della propria vita contro il volere di Dio. Perciò la sua fine comincia quando viene a cadere la fede in una legge divina. Già a partire dalla Riforma Protestante, si sostenne che la legge di Dio era data agli uomini non per essere obbedita, ma per mostrare l'incapacità degli uomini a obbedirla. Il Concilio di Trento rispose affermando che si doveva credere in Cristo, non solo come mediatore, ma anche come legislatore. Ma fu una battaglia persa in partenza, perché a concorrere e a rendere inapplicabile l'immagine di un Dio legislatore, vi fu anche lo sviluppo di un'idea non religiosa della legislazione, prima nell'ambito del diritto, concepito, a partire da Hobbes, come la sfera dell'autorità positiva del sovrano, poi nell'ambito della morale, concepita come regno degli interessi e della felicità degli uomini. In verità, questa era anche la lezione antica, precedente alla cristianizzazione dell'Europa. Nell'etica antica i vizi sono errori, modi in cui gli antichi falliscono, piuttosto che azioni illecite. Ma anche noi ora non pensiamo alle nostre mancanze o alle ingiustizie come trasgressioni della legge divina. Pensiamo invece che siano mancanze nei confronti della dignità degli esseri umani, modi con cui feriamo gli altri individui, rechiamo loro sofferenza o li trattiamo in maniera iniqua. Dove si situa, in questo quadro, lo spazio per il peccato?

STUDENTESSA: Noi studenti abbiamo simboleggiato questa trasmissione con due oggetti, la mela e il serprente, che forse hanno una sottile differenza di significato, in quanto la mela simboleggia il vero e proprio peccato, mentre il serpente è più l'induzione al peccato, cioè colui che induce qualcun altro a peccare. Secondo Lei cos'è più grave tra le due cose?

NATOLI: Le due cose stanno insieme, perché la simbolica biblica del peccato sostanzialmente consiste in questo: non tanto nella mela, rispetto a cui c'è un simbolismo particolare, ma nel fatto che Adamo ha a disposizione tutto ciò che c'è nel Paradiso Terrestre. Non può gustare i frutti solo di un albero. Il significato vero di questo è che l'uomo non è onnipotente: cioè nel divieto di Dio che si costituisce come legge, Dio si costruisce come la misura dell'uomo. Solo Dio è lo smisurato, l'infinito, l'incondizionato. L'uomo, in rapporto a Dio, è colui che appunto è creato e quindi non è onnipotente. Infatti qual'è la tentazione del serpente? "Se tu mangerai di questo frutto, diventerai come Dio". È questa la vera colpa, non la mela. Non a caso la tradizione teologica successiva ha interpretato il peccato di Adamo come peccato di superbia e di disobbedienza, che sono due facce di una stessa medaglia. Cosa vuol dire: "peccato di superbia"? Vuol dire che l'uomo, infrangendo il divieto divino, vuole diventare lui creatore, si fa onnipotente non essendolo. Allora, facendosi onnipotente non essendolo, non può che perire. Ecco perché il peccato introduce la morte. Allora la tentazione del serpente si lega al divieto, perché il serpente suggerendo di disobbedire, sostanzialmente suggerisce all'uomo di essere come Dio.

STUDENTESSA: Estrapolando il concetto di peccato da un'ottica teologica e calandolo nella società odierna, qual'è la vera mela? Cosa identifichiamo come peccato e chi induce ora a peccare?

NATOLI: Farei una distinzione preliminare, poi ne possiamo liberamente discutere. C'è un aspetto oggettivo del peccato, che in termini secolari vale oggi anche per noi. Cioè sostanzialmente c'è una dimensione di peccato nel momento in cui il soggetto vuole diventare tutto, cioè a dire va al di là del suo limite. E, quindi, volendo diventare tutto, si sente signore di tutto, cioè non riconosce nessuna alterità oltre se stesso e quindi tutto diventa oggetto della sua manipolazione. E quindi, stranamente, l'uomo in questa via diventa solitario, perché presume di potere asservire tutto, ma di fatto, distrugge e fa crescere il deserto intorno a sé. Allora la dimensione della moralità in senso alto è la dimensione della corresponsabilità e della relazione, che era un principio che aveva individuato Kant, quando, nel definire la natura dell'imperativo categorico, è: "Eleggi la tua massima a legge universale", cioè in modo che questa possa essere adottata da tutti. Ma se è adottata da tutti è un qualcosa di condiviso, cioè un qualcosa a cui tutti sono obbligati e non c'è nessuno che possa andare oltre. L'esempio che lui faceva era il celebre esempio del prestito. Cioè, se nessun prestito fosse restituito, nessuno più presterebbe. E quindi cadrebbe l'azione. Allora, se noi la generalizziamo, immediatamente la obblighiamo, perché includiamo la relazione con l'altro. Ecco questo aspetto della non onnipotenza, il peccato collegato alla ubris, che è anche un modello classico, antico - in fondo c'è colpa se c'è ubris, se c'è tracotanza, l'assalto al cielo, il mettersi al posto degli dei - ecco tutte queste dimensioni in un certo senso ci sono anche oggi. In che senso oggi non c'è il senso del peccato, però? Nel senso che si può avere una giustizia esterna relativa alle azioni, ma non una interiore conversione del cuore, perché il centro dell'idea di peccato è legato alla perfezione di Dio. Secondo la bellissima formula del Vangelo, che già si trova nel Vecchio Testamento: "Siate perfetti come il Padre Vostro che è nei cieli". Allora, da questo punto di vista, il modello è irraggiungibile. È soltanto in una mutazione del cuore, cioè in un cammino costante verso la perfezione, che cerca di togliere in radice da noi il male, allora lì c'è l'idea di peccato. Allora il peccato, da questo punto di vista, non è collegato a questa o a quella azione, ma a questa dimensione della gracilità e della fallibilità dell'uomo, per cui ha bisogno per salvarsi di un appoggio a Dio. Questo, nella nostra società, non c'è più.

STUDENTESSA: Secondo Lei il peccato è ragionato o istintivo?

NATOLI: Direi che il peccato, nella sua struttura essenziale, è sempre ragionato. San Tommaso diceva: "Omne peccatum est volontarium", "Il peccato è della volontà". Però ci sono delle componenti in cui la volontà non c'entra o è coinvolta. Ora, per capire in che senso il peccato è della volontà, ascoltiamo un attimo un contributo filmato e poi riprendiamo il discorso.

Abelardo aveva scritto una morale, un'etica che aveva intitolato: "Scite te ipsum", "Conosci te stesso". In questa morale, che si può classificare tra gli scritti teologici, poiché si tratta di una morale largamente teologica, in questa morale cerca una definizione rigorosa del peccato, in cui si riconosce il dialettico, lo specialista di logica, che cerca di avvicinarsi il più possibile ad una concettualizzazione precisa. Egli elimina dal peccato tutto ciò che gli sembra esteriore, cioè il desiderio e perfino l'atto, dicendo che la vera definizione del peccato è il consenso accordato a qualcosa che Dio vieta. Questa è la definizione rigorosa e vera, vera perché rigorosa, del peccato. Se si associa questa definizione del peccato all'importanza che Abelardo accorda alla testimonianza della coscienza, si finisce con il sostenere - e Abelardo lo sostiene - che se si ha coscienza che Dio vieta qualcosa e tuttavia la si fa o, inversamente, che Dio ordina qualcosa e non la si fa, si pecca. Anche se ci si inganna, è peccato agire contro la propria coscienza.

NATOLI: Questa interpretazione che Abelardo dà del peccato e che appunto poi ritorna nella formula di Tommaso: "Omne peccatum est volontarium", è che l'essenza del peccato sta nel volere ciò che Dio non vuole. Quindi la sede fondamentale del peccato è certamente la coscienza. Ora questo tema della volontarietà del peccato è in certo senso specificamente cristiano, anche se larga parte era annunciato nel mondo antico, nel mondo classico. Ma nel mondo classico il peccato era imputato, più che alla volontà, all'intelligenza, cioè per gli antichi chi peccava, peccava per errore, cioè non sapeva che cos'era il bene. Da Socrate sostanzialmente l'idea è che, se si sa che cos'è il bene, l'uomo non pecca, perché sarebbe irrazionale che l'uomo volesse il proprio male. Se l'intelligenza dice: "Questo è bene", allora è chiaro ed è razionale che io voglia il mio bene, vuoi come bene personale, vuoi come bene collettivo. Quindi: "Se io faccio il male - dicevano gli antichi - lo faccio sostanzialmente perché sono ignorante". È l'ignoranza la ragione del male. Però qui c'è un ragionamento più delicato da fare, nel senso che spesso gli uomini sanno che cos'è il bene, però non lo realizzano. Ora c'è la celebre formula di Ovidio: "Video bona probaque et deteriora sequor", che è tradotta poi in italiano: "Veggio il meglio ed al peggior m'appiglio" da Petrarca, dove l'intelligenza vede che cos'è il bene, però non ce la fa a seguirlo. E qui si introduce una questione molto importante, cioè la dinamica distorcente del desiderio. Perché, nella dimensione del desiderio, la spinta del desiderio è una spinta alla propria illimitata espansione. Sulle ali del desiderio non ci sentiamo limitati da alcunché, ma dimentichiamo, ci sentiamo persino onnipotenti sulle ali del desiderio, perché siamo spinti sostanzialmente a raggiungere ciò verso cui il desiderio ci muove, dimenticando, in questo movimento, che la nostra quantità di forza è una quantità finita, perché noi esistiamo - questo lo dice Aristotele, Spinoza, Nietzsche, ecc. - come quantità di forza, ma non siamo tutta la forza. Ecco la nozione precisa di dissipazione, che, prima ancora che essere etica, è fisica. Cioè, se noi andiamo dietro il nostro desiderio, ci sprechiamo. Allora la volontà dovrebbe mettere un freno alla spinta del desiderio.

STUDENTESSA: Ho pensato spesso in questi giorni a cosa si intende per peccato, però non sono riuscita a trovare una definizione, anche perché l'essenza del peccato cambia nelle varie epoche. Ciò che per una società è peccato oppure che un tempo era peccato, adesso non è più, oppure in questa società non lo è rispetto ad un'altra. Allora come nasce il peccato, nasce dalla religione oppure nasce dall'etica?

NATOLI: La nozione originaria, arcaica di peccato è collegata fondamentalmente al tema della impurità, del puro e dell'impuro, dove la dimensione dell'impuro è collegata al marcio, al miasma. Allora l'impuro è ciò che avvelena, ciò che infetta. Modello esemplare è la peste nell'Edipo re, che è collegata ad una colpa, la colpa di Edipo, però si manifesta sostanzialmente come male, in senso fisico. Allora, l'impuro è collegato al peccato, perché non lo dobbiamo assumere soltanto nella sua fisicità: la corruzione, la macchia. Tenete presente che le figure originarie a cui era collegato strettamente l'impuro erano due: la sessualità e il sangue, cioè l'omicidio, lo spargimento del sangue - c'era la macchia - la sessualità, dovuta al mestruo, allo sperma, alla nascita, secondo una formula di Agostino, cioè si nasce tra feci e urina, cioè la dimensione della sessualità legata alla dimensione della corruzione. Ecco, non a caso tutte le culture arcaiche, anche nel Levitico, erano legate a riti di ripurificazione. Ecco la parola giusta: non sono le cose in sé - il sangue o gli elementi o gli escrementi - il marcio, ma il rito che li definisce, che si chiama tabù. Ecco allora il passaggio dall'impuro al peccato. L'impuro diventa impuro attraverso il rito, cioè quando è definito da qualcuno. E allora diventa peccato perché ognuno diventa responsabile della purgazione della propria impurità attraverso il rito. Per esempio in Omero il sangue, la morte non è impura. È il tabù che la rende impura. E la rende impura per il semplice fatto che la rende suscettibile di purificazione. Allora, dalla dimensione naturale della corruzione, si passa al peccato in quanto il soggetto diventa responsabile della propria purificazione o meno. Quindi si passa dal semifisico al morale e quindi alla coscienza come centro.

STUDENTESSA: Come mai ora noi nel Duemila, non solo non ci vergogniamo di peccare, ma addirittura a volte ce ne vantiamo. Forse è dovuto al fatto che l'uomo ormai crede che fare del male sia fare bene, o forse ha dimenticato cos'è veramente il peccato?

NATOLI: Per molti versi direi che ha dimenticato, ha dimenticato il peccato in senso telologico, cioè il peccato riferito alla volontà di Dio come principio del nostro essere e quindi la definizione della nostra finitezza in rapporto alla infinità di Dio. Ha dimenticato la purificazione dal peccato come una mutazione del cuore. Infatti al centro della teologia cristiana il peccato era legato alla confessione, che non è la confessione soltanto in senso rituale. Qui c'è un oggetto, che io ho indicato come confessione. Noi intendiamo la confessione in senso rituale. Ma non è tanto il contenuto del peccato che si confessa, ma si confessa dinanzi a Dio la propria finitezza e si chiede l'aiuto. Ecco, tra la finitezza e l'invocazione, si colloca la grande esperienza cristiana del peccato. Questo non c'è più perché non c'è più Dio. D'altra parte il moderno ha sviluppato, fino alla società contemporanea, un tema, che, secondo me, è stato importante per noi uomini moderni, che è il tema della libertà. Il peccato non sta nelle cose, ma nell'uso sbagliato che facciamo di esse. Chi decide di questo uso? Lo decide la coscienza e quindi il centro della responsabilità è la coscienza. Quindi non nelle cose, ma negli atti sta il peccato. Quindi la radice del peccato dov'è? È nella libertà. Qual è una delle patologie moderne? È la patologia della libertà. Perché? La libertà, per un verso, ha emancipato l'uomo dalla falsa autorità, lo ha liberato dalla coercizione, dalla passività del comando. La libertà fondamentalmente di chiedere al legislatore: "Che diritto hai di porre questa legge? Spiegamelo. Dammi conto della tua norma. La posso accettare o rifiutare, ma devo capire, perché l'hai messa, se non è un atto di arbitrio". Quindi lo sviluppo della modernità come ampliamento della libertà ha permesso agli uomini di contrattare lo spazio della propria espansione. E questa è stata una dinamica positiva. Però, unitamente a questo si è sviluppata l'idea che l'uomo possa essere incondizionatamente libero. E allora nella dichiarazione del male c'è sostanzialmente la presunzione di onnipotenza. E questo è un elemento devastante, perché appunto fa crescere intorno a noi il deserto.

STUDENTESSA: Lei crede che gli uomini con la libertà identificano il poter far peccato? È un pensiero generalizzato che, se l'uomo ha libertà, pecca più facilmente?

NATOLI: Due cose: perché ci sia peccato è necessaria la libertà, perché se non c'è coscienza non c'è scelta. Allora la libertà è la condizione del peccare e del non peccare. Questo è l'aspetto generale del problema. Per quanto riguarda invece la seconda parte della Sua domanda, secondo me nel moderno il peccato diventa la libertà stessa in quanto la si presume come incondizionata; Allora due sono i problemi: la libertà e la condizione della colpa, ma anche dell'innocenza, perché uno può non scegliere il male. Quando la libertà si trasforma essa stessa in male? Quando si presume di potere fare tutto. Allora in questo c'è un delirio di onnipotenza. Anche se non c'è Dio, ci si mette al posto di Dio. Ma è ancora peggio mettersi al posto di Dio quando Dio non c'è.

STUDENTESSA: Parlando prettamente del peccato ebraico cristiano, è peccato trasgredire, per esempio, i Dieci Comandamenti o comunque le Leggi di Dio. Ora però, come leggiamo anche nella Bibbia, è stato l'uomo a chiedere a Dio i Comandamenti, non è che Dio si è presentato e ha detto: " Se volete servirmi e seguirmi dovete sottostare a queste dieci Leggi". È stato l'uomo a chiedere a Dio una legge, non sapendo come comportarsi, per paura di offenderlo. Quindi si può dire che il peccato è stato creato dall'uomo, non da Dio.

NATOLI: Da un punto di vista strettamente biblico, è avvenuto il contrario: è Dio che dà la legge al popolo, che gli dona la legge sul Sinai. Non a caso nella tradizione ebraica c'è proprio questa formula: "Il dono della torà". Cioè Dio dà ad uomini duri di cuore e insensibili alla differenza tra il bene e il male, la legge per farli maturare, per farli crescere. Gliela regala. E questo nella Bibbia è sempre presente. La mossa nella Bibbia parte sempre da Dio. Al beduino che vaga nel deserto, Dio lo chiama e gli dice: "Ti prometto una terra. Ti prometto una terra, purché tu mi sia fedele". La dimensione del patto, nella Bibbia - tant'è vero che si parla di Vecchio Testamento e di Nuovo Testamento - della fedeltà, è centrale. La dimensione della legge nasce nel patto, nella alleanza - ecco la parola - tra uomo e Dio. Ma è Dio che pone i termini dell'alleanza. Infatti nel racconto del Sinai c'è questo episodio molto bello: Dio dà la legge a Mosè che poi la legge a tutto il popolo riunito, perché il popolo la conosca. E il popolo la accetta.

STUDENTESSA: Però prima che Mosè salisse sul Sinai, c'è proprio una richiesta, cioè il popolo chiede a Mosè: "Come dobbiamo servire il nostro Dio?".

NATOLI: In questo senso possiamo dire che certamente dopo che Dio si è rivelato e annunciato - perché anche a Mosè Dio parla dal roveto - tant'è vero che Mosè dice: "Dimmi il tuo nome", allora Dio dice: "Io sono quello che sono", nella traduzione corrente, e poi gli dice: "Io sono il Dio di Isacco, di Abramo e di Giacobbe", si presenta quindi come un Dio degli ebrei, della tradizione e certamente il popolo, da questo punto di vista, si domanda: "Cosa Dio vuole da noi?". Ma, messa così, cambia. Il popolo si domanda: "Cosa Dio vuole da noi?" E quindi il popolo sostanzialmente cosa vuole?

STUDENTESSA: Vuole la legge.

NATOLI: Quello che Dio vuole. E quindi chi offre la legge è Dio.

STUDENTESSA: Però è il popolo che chiede la legge.

NATOLI: Nel senso che ha bisogno di una guida, ma chi dà la legge è Dio. E questa azione del popolo, questa richiesta, se così vogliamo dire, fondamentalmente entra in un movimento di liberazione che è già iniziato con Mosè. E Mosè è un chiamato. Nella Bibbia chi prende l'iniziativa è Dio. L'uomo corrisponde.

STUDENTESSA: Lei prima ha detto che il peccato è connesso alla libertà, alla coscienza. Però ci sono bambini di otto-dieci anni, ad esempio, che rubano e sono spesso indotti dai genitori. In questo senso come può essere inteso il peccato, cioè queste persone, indotte, diciamo, da questi serpenti - come li abbiamo simboleggiati noi - quanto sono colpevoli e cosa è il peccato in questo senso?

NATOLI: Direi che da questo punto di vista, sia la tradizione teologica, sia la concezione giuridica moderna, tiene presente che nella colpevolezza ci deve essere consapevolezza. Cioè, se il bambino è usato può avere una sua parte di responsabilità, ma bisogna vedere quanto è nelle condizioni di reagire. Abbiamo parlato del peccato come infezione. Certo l'impuro delle società arcaiche non c'è più, ma il male sociale, il degrado morale, l'ambiente in cui gli uomini nascono e si formano, davvero li infetta. Non possiamo pensare la dimensione infezione in senso naturale e feticistico, però in senso morale sì. Cioè questo bambino è inquinato alla fonte. E allora quanto lui può essere responsabile di questo? Di certo sono responsabili quelli che lo inducono a questo. Allora qui c'è un problema molto importante da mettere in chiaro, cioè la catena delle responsabilità, che poi è il grande tema affrontato in termini secolari, che meriterebbe molto tempo per discutere, del peccato originale, dove il peccato originale lo si può intendere proprio come il male sociale. Quando noi nasciamo, nasciamo sempre in una società e quindi nasciamo con eredità buone e con eredità cattive. Quindi c'è una fallibilità nella società, non dobbiamo pensare il peccato originale come una macchia che si trasmette al di fuori della responsabilità, ma come una società che sostanzialmente produce dentro di sé germi di male e li trasmette alla comunità. Allora, in questa catena di responsabilità, probabilmente molti non sono del tutto responsabili di quello che fanno. Però qui io introduco un tema, che se volete svilupparlo poi ci pensate - nel mio Dizionario dei vizi e delle virtù ho affrontato questa questione - ed è questo: può diventare un alibi, da parte di chi commette una colpa, dire che non è colpa sua. Cioè nella nostra società noi ci troviamo in questa situazione, che la colpa è sempre dell'ambiente, delle condizioni materiali. Ora questo è vero. La grande scoperta del marxismo, delle scienze sociali, è quella di dire: "Ma non è questo il colpevole, c'è una società malvagia". Perché I miserabili fondamentalmente cosa dimostrano? Che in fondo il colpevole non è colpevole, ma è il marcio che c'è nella società. E sostanzialmente Hugo scrive quando sta nascendo la cultura sociale in Europa. Allora tutte queste cose sono vere. Però un soggetto non può mai diventare responsabile se fondamentalmente non si rende conto che la colpa è commessa da lui. Cioè, anche se è arrivato a quelle condizioni, perché la società era sbagliata, non potrà migliorarsi se non si rende responsabile. Quindi due problemi diversi. È vero, molte volte la società genera colpevoli, ma il colpevole non può riscattarsi se non si assume la responsabilità, perché i giochi sono fatti, ormai responsabile lo è diventato, anche se non è responsabile in assoluto. Per migliorarsi deve farsi carico e cambiare vita, che è l'idea cristiana di conversione.

STUDENTESSA: Come potrebbe, ad esempio, un ragazzo maggiorenne, però debole, che viene ricattato e indotto a peccare o a spacciare droga, come potrebbe essere dalla giustizia? Anche perché noi sappiamo che molti peccati, come rubare, sono anche reati che si pagano. Però un ragazzo, nel momento in cui è maggiorenne e compie atti che sono illegali giustamente viene punito. Ma colui che lo ha indotto molte volte rimane impunito. Perché?

NATOLI: Questi sono problemi di accertamento. I mandanti rimangono impuniti perché spesso non sono conosciuti. Se si scoprissero ...

STUDENTESSA: Ma nonostante sia più grave? Perché è più grave l'aver ricattato e indotto un ragazzo a compiere un peccato, un reato, che l'atto stesso. Viene invece punito maggiormente l'atto stesso che non il peccato, l'induzione.

NATOLI: In quella situazione c'è anche un atto perverso, perché chi corrompe e induce non è che pecca interiormente. Fa il burattinaio. Quindi c'è un atto visibile e apparente perché si coglie l'infrazione, ma l'operazione organizzativa, l'associazione a delinquere è un atto, non è che non sia un atto, solo che l'associazione si nasconde, organizza il suo nascondimento e manda i poveracci o i più deboli allo sbaraglio. C'è appunto l'organizzazione dei criminali di strada. Certo che quelli sono più colpevoli! Il problema è di punirli nel senso di estinguere questa centrale di corruzione e di male. Però è chiaro che poi bisogna cercare - e questo già il diritto lo fa - di trasformare questo errore in un principio di resipiscènza. Ecco il diventare responsabili della propria colpa in vista del proprio cambiamento. La logica del carcere, se la vogliamo pensare nella sua dimensione più corretta, è questa. Cioè mentre il giudice condanna perché constata il delitto, l'infrazione, nel momento in cui il giudice ha condannato e l'uomo entra nel carcere, il carcere dovrebbe essere visto come via del suo reinserimento e non come marchio della sua criminalità. Ecco questo è un problema importante, perché se il carcere non diventa questa via verso la resipiscènza, allora diventa organo della vendetta.

STUDENTESSA: Secondo Lei lo stato di necessità, che spesso magari può indurre a peccare, può in certo senso, discolpare dal peccato? Ad esempio, se una persona ruba perché non ha niente da mangiare, commette un peccato meno grave di quello che magari ruba per il solo gusto di rubare?

NATOLI: Nella tradizione teologica, addirittura chi rubasse per la sopravvivenza e per la fame, non commetterebbe peccato, cioè nell'indigenza assoluta tu hai il diritto, perché hai il diritto alla vita. Quindi nelle situazioni estreme non c'è neanche infrazione, perché se non ti permettono di vivere l'infrazione è consumata nei tuoi confronti. Diverso è invece il problema quando non sei in uno stato di necessità, ma c'è un insieme di gradi, quindi di fatto c'è qualcosa che tu potresti non fare, dei risultati che potresti ottenere per altra via, anziché quella della trasgressione, perché, molte volte, la via della trasgressione sembra apparentemente più semplice, quando tu potresti ottenere, attraverso altri mezzi, gli stessi risultati, magari attraverso un lavoro sia pure non gratificante, ma comunque possibile, potresti ottenere con dignità quello che invece rapisci con violenza. Ecco. Ma allora questo è un problema sia dei soggetti che della società.

STUDENTESSA: Perché l'uomo ignora il bene e si rivolge verso il male? Perché l'uomo pecca?

NATOLI: Questo in larga parte lo abbiamo già segnalato. Per i Greci la dominante era questa: pecca perché non sa. Nella tradizione cristiana e moderna invece pecca perché non sa contenere e orientare il suo desiderio. Il ragionamento che Vi facevo poc'anzi era questo: il desiderio ci spinge verso l'oltre. Non siamo mai contenti. Addirittura Leopardi dice che il desiderio ci rende infelici, perché qualsiasi cosa che noi otteniamo, una volta che l'abbiamo ottenuta, la dismettiamo, ci annoiamo. In questo caso noi divoriamo il mondo. Perché? Perché ci sentiamo onnipotenti. Il desiderio ci oltrepassa. E quindi il desiderio in certo senso oscura la nostra stessa intelligenza. No? Dico in certo senso, perché se noi pensiamo bene alle nostre azioni, ci accorgiamo che molte volte non riusciamo a frenarci, ma sappiamo bene che quello è male. Allora ci vuole un grande lavoro su se stessi. Ecco perché il Cristianesimo ha introdotto questo tema fondamentale della educazione della volontà. Ma non solo il Cristianesimo. Anche nel paganesimo c'era questo tema dell'ascesi. L'ascesi intesa come ginnastica dello spirito, come educazione alla forza. Infatti gli asceti nel linguaggio antico, greco, non erano coloro che rinunciavano al mondo, ma erano gli atleti, in particolare i pugili, nel senso che noi dobbiamo essere nella situazione di contenere la nostra forza, di dare forma alla nostra energia. Ma dare forma non vuol dire porre un limite? Il nostro corpo non è ordinato in un perimetro? Allora la dimensione fondamentale dell'etica, anche senza Dio, è l'etica della propria forma. Forma vuol dire: darsi un limite. Al di fuori del limite c'è la distruzione di sé e degli altri.

STUDENTE: Lei come giudica il fatto che, nel campo del diritto, sia l'uomo a giudicare l'uomo e in ogni caso, nel caso che l’imputato venga riconosciuto colpevole, il giudice ha il potere di privare quest'uomo della libertà?

NATOLI: Intanto, come già insegnava Hobbes ai moderni, nel diritto non si giudica l'uomo, ma l'atto. Un giudice può dichiarare un individuo colpevole o no di un'azione, ma non può dire, non gli tocca dirlo, se è buono o cattivo. E questa è anche una differenza fondamentale tra la dimensione cristiana e quella giuridico-moderna, perché il diritto giudica il foro esterno, cioè giudica se la tua azione è conforme o no alla legge, non può giudicare la tua intenzione. Perché questo sia possibile è necessario un testimone assoluto che vede da dove è nato l'atto, che vede il cuore che l'ha mosso, quanta intenzione maligna c'era. Queste sono cose che il giudice non può accertare, anche se la giurisdizione moderna si è resa conto di questo. Quando si parla di attenuanti dell'atto e tra le attenuanti ci sono le circostanze, ma anche le condizioni sociali, l'ambiente, ecco già indirettamente introduce degli elementi, accanto alla infrazione come tale, che in certo senso la contestualizzano e ne fanno spiccare la maggiore o minore gravità. Ma il giudice può giudicare soltanto l'infrazione dalla norma, non può giudicare le intenzioni del cuore o la volontà buona. Per cui paradossalmente potresti essere giuridicamente colpevole e interiormente innocente.

STUDENTE: In precedenza ha detto che l'ignorante tende a peccare. Allora quella persona che non ha avuto il dono dell'intelletto, se pecca in qualche modo è giustificato? Cioè, volevo una spiegazione per questo fatto.

NATOLI: No, questo era l'errore dei Greci, perché i Greci dicevano che il peccato nasce da ignoranza, partendo da un ragionamento fondamentalmente corretto: è impossibile che gli uomini vogliano il loro male. Quindi, in astratto, il ragionamento stava in piedi, però lì c'era una sottovalutazione della pulsione, cioè della tendenza dell'uomo ad eccedere. Allora è chiaro che la ragione t'aiuta a non peccare, ma non la sola ragione. La ragione ti dice: "Guarda, questo non lo devi fare, non ha senso", però ci devi mettere l'esercizio. Ecco, perché per Aristotele, che questo lo aveva capito, prima ancora del Cristianesimo, la virtù non è una qualità. Non esistono uomini virtuosi perché sono qualitativamente tali, ma la virtù è una abitudine, è una buona abitudine. E le abitudini come si prendono? Si prendono operando. Cioè si diventa buoni facendo il bene, non sapendo che cosa è bene. È chiaro che, se tu non sai cosa è bene, non puoi farlo. Ma se tu sai cosa è bene e non lo pratichi, rimani cattivo. Quindi bisogna sviluppare una sinergia tra intelletto e volontà. Ecco perché la dimensione della sola intelligenza non è sufficiente a renderci buoni.

STUDENTE: Come simbolo per questa trasmissione ho scelto La Divina Commedia di Dante e in particolare l'Inferno, per il modo in cui descrive i vari peccati e soprattutto per la legge del contrappasso, che a ogni peccato praticamente dà una pena materiale. Io vorrei sapere innanzi tutto cosa ne pensa di questa scelta e poi Le volevo chiedere: se La Divina Commedia fosse scritta in questi ultimi anni del millennio, in che modo influirebbe sulla configurazione dell'Inferno.

NATOLI: La dimensione dell'Inferno, ma in generale non solo dell'Inferno, anche del Purgatorio, è fondamentalmente centrata su una grande categoria simbolica. Cioè la legge del contrappasso nelle culture arcaiche genere esisteva una nozione fisica del male. Per esempio chi aveva rubato gli si tagliava una mano, perché non si pensava che avesse rubato con l'intelligenza, ma proprio con la mano. Era una nozione fisicistica. Mentre in Dante ormai esiste l'uomo proprio come volontà e come coscienza, per cui il contrappasso ha un significato simbolico, cioè vuole indicare qual è la manifestazione dell'anima o lo stato dell'anima, attraverso una condizione del corpo. Prendiamo l'esempio dell'invidia - e questa è un'immagine di buon senso - l'invidia è cieca. Perché nell'invidia si è presi tanto dal desiderio di distruggere l'altro da non vedere ciò che è bene. Da non vedere perfino il proprio bene. Allora lì la simbolica della cecità vuole essere indicativa di una condizione dell'anima. Quindi sostanzialmente Dante sviluppa un grande tema allegorico-metaforico. Ecco, questo è il significato. Quindi non ha più il significato del contrappasso proprio del feticismo arcaico, ma anche un significato allegorico e pedagogico, perché portando esempi fisici, egli mostra qual è la bruttura a cui perviene l'anima. Ecco, se oggi fosse scritta La Divina Commedia, in una società in cui non c'è più quel Dio, o per lo meno non c'è per molti, perché la nostra, in larga parte, è una società secolarizzata, non è che non ci siano credenti, però lo sfondo generale, l'ambito della nostra società non è centrato sul religioso, resterebbe solo un'idea che è perseverante, l'ubris dei Greci, è presente nel Cristianesimo e nel mondo di oggi, l'idea che il peccato scaturisce dal delirio di onnipotenza dell'uomo. Se l'uomo si discosta dal delirio di onnipotenza trova normale di completarsi negli altri e quindi di sviluppare una dimensione di universalità, di corrispondenza e anche di dono.


Biografia di Salvatore Natoli

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