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Il Grillo (15/12/1997)

Luigi Maria Lombardi-Satriani

Antropologia della mafia

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Lombardi Satriani: Sono antropologo e insegno Etnologia all'Università La Sapienza di Roma. Per anni ho insegnato Antropologia Culturale all'Università di Napoli. Ora sono senatore e faccio parte della Commissione Cultura Senato e della Commissione Bicamerale, sull'organizzazione mafiosa e sulle altre organizzazioni criminali. Per anni ho fatto - e continuo a fare - l'antropologo, perché attraverso l'antropologia cerco di comprendere i comportamenti miei, i comportamenti degli altri, la società nella quale vivo e le altre società.
Ho scelto di fare il senatore per tentare di intervenire sui processi di trasformazione della realtà. In particolare credo che, per noi meridionali, uno degli aspetti più tragici e più rilevanti della nostra condizione sia la presenza della mafia, della camorra, della ndrangheta.
Credo che dobbiamo lottare contro di esse, cercando di comprenderne i meccanismi di funzionamento e anche elaborare i mezzi per contrastare efficacemente sia gli effetti che le cause, che portano all'esplosione di questi fenomeni criminali.

 

Da quando ha cominciato a interessarsi di mafia? Non riesco a capire bene come l'antropologia possa interessarsi di mafia.

L'antropologia si deve interessare di mafia perché è una maniera di guardare la realtà. Chi studia la realtà meridionale inevitabilmente incontra la mafia, nei suoi effetti. Dal momento che la mafia è una serie di comportamenti criminali - l'uso di una violenza assoluta, l'uccisione sistematica di avversari, di persone che in qualche maniera ostacolano la realizzazione dei fini mafiosi - questo comportamento rinvia anche a regole, a modelli, a universi simbolici.
La mafia non è solo comportamento, è anche una "cultura" mafiosa: cultura nell'accezione antropologica, come maniera di sentire, pensare e agire.
Io, da quando ho cominciato a riflettere da antropologo sulla società meridionale, ho cercato di capire come la mafia poteva trovare consenso.

 

Quali sono le differenze sostanziali tra la criminalità arcaica e la criminalità moderna?

Vi sono alcune cose in comune: l'uso della violenza, il raggiungimento di finalità di sopraffazione, l'acquisizione di ricchezza e di potere. Questi aspetti caratterizzano sia la mafia arcaica sia la mafia contemporanea. Io non credo in una mafia buona, antica, e in una mafia cattiva, contemporanea. Cambiano però le modalità, le tecniche, i settori di attività.
Una volta, ad esempio, era importantissimo, per l'attività camorristica, il contrabbando. Pensiamo alle sigarette, con la diffusione sul territorio dello smercio di sigarette, che rinvia ad organizzazioni complesse. Oggi, accanto al contrabbando delle sigarette, c'è la droga; inoltre vi è una maggiore organizzazione internazionale, vi è l'uso di tecnologie.
Cambiano le modalità: restano i tratti e resta comune il ricorso alla violenza omicida o alla violenza dell'intimidazione, a un meccanismo di sopraffazione e di illegalità, che accomuna sia la vecchia sia la nuova mafia.

 

Quali sono i valori che animano la mafia e quali si contrappongono a questi valori?

I valori che la mafia dice di avere sono quelli della dignità individuale, dell'onore, del rispetto della "parola": una serie di valori analoghi a quelli della cultura popolare. Il problema è che, mentre i valori della cultura popolare sono realmente perseguiti, voluti, come forme di autorealizzazione, i valori mafiosi sono "detti" per acquisire consenso, e vengono vissuti in maniera però truffaldina, perché servono per coprire il comportamento violento.
Quindi abbiamo delle diversità fondamentali, non in ciò che si dice, ma in ciò che si fa. La mafia, come la camorra e la ndrangheta, è un'organizzazione di morte, e non di difesa degli oppressi, come molte volte ama presentarsi.

 

Quali sono i meccanismi e le regole che determinano i rapporti tra cupola mafiosa e base criminale?

Vi è un'organizzazione piramidale. L'organizzazione mafiosa è una organizzazione stranamente complessa, articolata, efficiente. Vi è una struttura direzionale, vi sono una serie di strutture intermedie, vi è il prestatore di mano d'opera, la manovalanza. Tutto questo avviene secondo rigidi criteri gerarchici, accomunati da un forte senso di appartenenza. Questo è mantenuto sia dal fatto che c'è un momento di identificazione e aggregazione (il far parte dell’organizzazione, essere della "famiglia", avere in comune tutta una serie di ragioni economiche e sociali) sia dal timore, una volta aderito ad un'organizzazione simile, di sgarrare, cioè di sottrarsi alle ferree leggi della organizzazione mafiosa e di subirne la sanzione.
Ecco perché qualsiasi infrazione alle norme della organizzazione mafiosa viene punita implacabilmente. Viene punita in maniera violenta, perché queste uccisioni, queste punizioni hanno una finalità pedagogica: mostrano che non bisogna sottrarsi al potere mafioso e alle sue norme ferree.

 

Perché il fenomeno della mafia, della criminalità organizzata, ha attecchito soprattutto nel Mezzogiorno italiano?

La mafia nasce da una struttura di potere intermedia, nella proprietà fondiaria, nella gestione della proprietà fondiaria, e rinvia alla presenza dei gabellotti, una figura sociale intermedia tra il proprietario delle terre, il feudatario e i contadini. Poi si trasforma, perché dalla campagna si trasferisce in città, e così via. Vi sono ragioni economiche, vi sono ragioni sociali, vi sono ragioni culturali. Perché la cultura mafiosa tradizionale - e ogni volta che io uso il termine "cultura" lo uso nell'accezione antropologica, come dicevo prima - questa cultura mafiosa, elaborata nel corso del tempo, è abbastanza similare e analoga alla cultura popolare. Quindi parlando lo stesso linguaggio crea consenso, attira consenso, perché si inserisce nello stesso universo simbolico. Pensiamo alla religiosità dei boss mafiosi di paese rispetto alla religiosità comune popolare, non mafiosa. Questo crea consenso.
Sempre di più, oggigiorno, siamo in presenza di mafia cinese, mafia albanese, di mafia russa, ecc. Oramai c'è un apporto, anche nel nostro territorio italiano, un di altre organizzazioni criminali, con dei collegamenti. Nei decenni trascorsi, data la forte presenza di emigrazione meridionale, emigrazione siciliana, negli Stati Uniti, abbiamo avuto un ponte, un collegamento tra attività mafiosa in Sicilia, in Italia e attività mafiosa a New York, negli Stati Uniti.

 

I valori della famiglia, quali oggi li intendiamo, sono parte integrante del sistema dei valori mafiosi?

Sì. Lo si vede anche nell'uso degli stessi termini: per parlare di clan mafiosi, si usa molte volte l'espressione "famiglia mafiosa", proprio perché il legame tra mafiosi è analogo a quello di tipo familiare o familistico. Molte volte i clan si organizzano proprio su base parentale. Abbiamo dei clan camorristici e altri clan contrapposti, che tendono a lottare per la supremazia, l'egemonia, uccidendosi reciprocamente.
La lotta si svolge su basi familistiche, perché l'assoluta fiducia che ci deve essere tra i componenti dei clan mafiosi è rafforzata dall'appartenenza allo stesso nucleo familiare.
Vi è una analogia di valori, di meccanismi di solidarietà, tra l'organizzazione mafiosa e la cultura popolare: la cultura mafiosa aggiunge però una finalità ulteriore, quella del raggiungimento della finalità della ricchezza e del potere e del prestigio, a qualsiasi costo, che invece la cultura popolare non ha.

 

All'interno dei clan sono vigenti ferree leggi. Una di queste è senza dubbio l'omertà, che è una delle caratteristiche che da sempre è stata attribuita ai cittadini meridionali. Quale protezione ci offre uno Stato che permette l'infiltrazione di terminali della criminalità all'interno dei suoi apparati burocratici?

Lei solleva un problema gravissimo. Io credo che lo Stato, l'organizzazione dello Stato, nonostante tutte le sue contraddizioni, le carenze, meriti un gesto di fiducia.
Quanto più ci identifichiamo con lo Stato, tanto più lo rafforziamo.
E' nostro compito fare esplodere queste contraddizioni, individuare i settori di collusione della mafia con parti degli apparati istituzionali, perché tutto ciò sia individuato. Lo dico anche come parlamentare, facente parte della Commissione antimafia.
Sono consapevole che molte volte vi sono queste infiltrazioni, vi sono queste zone di contiguità. Debbo dire, proprio alla luce dei dati che ho, dalle letture che ho fatto dei documenti, anche riservati, che ci giungono in Commissione, che per fortuna non sono casi numerosissimi e estesi. Certo ce ne sono, a volte si è intervenuti, su altri si sta intervenendo. Vi sono sia dei processi in corso, altre volte vi sono delle indagini in corso, altre volte i processi sono conclusi espellendo. Noi dobbiamo ripulire l'apparato dello Stato, ma lo Stato merita la fiducia, perché altrimenti noi non avremo un'organizzazione della società nella quale possiamo vivere in armonia, o almeno serenamente.

 

Riguardo alla paura del piccolo e medio imprenditore innanzi alla mafia, a questa intera struttura, come bisognerebbe comportarsi per abbattere questo muro d'omertà?

Occorre potenziare al massimo tutte le strutture di controllo del territorio da parte dello Stato, dotare le diverse città e i diversi centri di maggiore organico delle forze di polizia, delle forze dell'ordine e dell'apparato giudiziario, aumentare anche il fondo antiusura, aumentare moltissimo, perché c'è un fondo a cui l'imprenditore, il commerciante può ricorrere, denunciando i casi dell'usura, e poi coinvolgendo al massimo la società civile. Il problema della mafia e della camorra è un problema che dobbiamo avvertire tutti noi. Non riguarda solo i giudici, solo i poliziotti, solo le vittime del taglieggiamento mafioso, dell'atto mafioso o la commissione antimafia. Riguarda tutti noi. Non avremo prospettive di occupazione se, nel Mezzogiorno, se non incominciamo a diminuire la pressione della mafia. E riguarda anche il vostro futuro occupazionale, la lotta alla mafia. Ecco non bisogna lasciare soli alcuni settori nella lotta alla mafia. Bisogna ricostituire un tessuto sociale, rigenerandolo, anche in termini di fiducia e poi creando anche meccanismi precisi, come il potenziamento del fondo antiracket e del fondo antiusura, ecc.

 

I singoli individui come possono ribellarsi, temendo che poi possono avere conseguenze tragiche come la morte o la distruzione della propria impresa?

Intanto c'è un apparato della società civile, che può sorreggere. Certo ci vuole anche un atto di coraggio e certo ribellandosi c'è un costo maggiore in termini di pericolo, piuttosto che nell'accettare la presenza mafiosa. Ma anche accettare ha un costo. Significa vivere una vita oppressa da altri timori, significa essere condizionati.
Ognuno deve fare uno sforzo, perché anche i carabinieri, anche i magistrati, ognuno di noi rischia nel proprio posto, rischiano.
E' compito di tutti creare una struttura, oltre che di protezione, di sostegno psicologico e culturale. Dobbiamo elaborare una cultura antimafiosa, anche per contribuire a queste forme di coraggio.

 

Quanta responsabilità hanno lo Stato e la società nei confronti della sempre maggiore attrazione esercitata dalla criminalità organizzata nei confronti dei giovani?

Una responsabilità enorme, gravissima. Non lo dico per una forma di piaggeria. Molte volte noi adulti abbiamo adottato un atteggiamento demagogico nei confronti dei giovani. Dire sempre ai giovani: "Avete ragione", per coprire anche la cattiva coscienza o il rimorso di non aver fatto abbastanza. Il criterio anagrafico non è un criterio di veridicità, non è né una colpa né un merito.
Io credo che lo Stato e la società adulta abbia delle responsabilità gravissime, e bisogna incominciare realmente, non demagogicamente, a contrastare questo, offrendo prospettive di lavoro e anche prospettive di vivibilità, contribuendo a migliorare la qualità della vita, che non è una formula. Significa una maniera di rapportarsi alle giornate, all'ambiente circostante, eccetera.
Io credo che una parte devono farla anche i giovani, perché il discorso della responsabilità non può essere fatta a senso unico. Tutti abbiamo delle responsabilità. Dobbiamo lavorare assieme, ognuno per la propria parte, altrimenti la responsabilità dell'altra parte diventa l'alibi per non far nulla..

 

Nella mafia di oggi quanto è rimasto di "cultura" mafiosa e quanto invece c'è di interesse economico?

La mafia è l'uno e l'altro aspetto. La finalità è l'acquisizione di ricchezza, l'accrescimento del potere economico. Tutto questo lo si può fare coinvolgendo anche le altre persone e canalizzando consenso, perché si elabora una cultura mafiosa. La cultura mafiosa e i modelli di comportamento sono simboli e capacità di aggregare, di organizzarsi secondo modalità.
Ecco perché, secondo me, alla cultura mafiosa va contrapposta - e all'agire mafioso - una cultura antimafiosa. Noi dobbiamo elaborare delle modalità di contrasto non solo sul terreno degli effetti, ma anche sul terreno delle cause.
Credo che un apporto fondamentale in questo lo possono dare i giovani, non per demagogia, non per giovanilismo - io stesso dicevo che molte volte noi siamo stati demagoghi nei confronti dei giovani - ma perché i giovani sono più portatori di speranza, di progetto, di sogno, nell'accezione proprio di capacità di pensare un mondo diverso. Questo mondo diverso lo dobbiamo costruire. Lo dobbiamo costruire noi adulti, lo dobbiamo costruire noi professori, come noi parlamentari, come voi, come ognuno di voi.
Una società civile si rigenera dal suo interno, non per elargizione dall'alto. Non si può, per decreto legge, cambiare una società. Una società cambia anche dal suo interno, facendo terreno bruciato rispetto all'agire mafioso, anche pagando dei costi. Se noi vogliamo fortemente una cosa, siamo disposti anche a pagare i costi per la sua realizzazione. Io credo che molto possa fare la scuola, ma molto possono fare i giovani per la capacità di sognare un mondo diverso. Noi abbiamo bisogno anche di progettualità, di speranze, di capacità di sogno, altrimenti tutto resta irretito nella quotidianità. Noi abbiamo bisogno di analisi realistiche, ma anche di slancio progettuale.

 

Per combattere attivamente la mafia è necessario partire dal basso, dalla sensibilizzazione della gente, o dall'alto, dalla repressione delle cupole mafiose?

Credo che noi dobbiamo fare leggi più adeguate in Parlamento; credo che dobbiamo spingere il governo a potenziare di più le strutture operanti sul territorio. Più giudici, più forze di polizia e così via.
Poi è necessario che vi sia anche una spinta anche dal basso. E' necessario fare ambedue le cose: vanno perseguiti i reati e bisogna dare un senso ai cittadini. A Napoli bisogna uscire anche di notte, a Napoli, come a Palermo, come a Bari, come in qualsiasi altra parte. Non bisogna avere paura né degli scippi né di altro, però contemporaneamente ci deve essere un meccanismo della società civile, deve essere tolto consenso. Vendere sigarette di contrabbando è un piccolo anello, che però porta a una catena complessiva. Spacciare droga per poter ognuno avere almeno la dose per il proprio consumo, significa partecipare a un'organizzazione complessa, collegata dal fatturato multimiliardario, e quindi perpetuare.
Noi dobbiamo ognuno fare la nostra parte. Io spero che incominci ad avere una fase di decremento la mafia. Non sparirà da un momento all'altro, ci vorrà molto tempo, ma ci vorrà molto tempo se tutti noi, voi compreso, ognuno di voi compreso, oltre che me, oltre che tutti, collaboreremo ad una società diversa e anche a un Meridione diverso, un Meridione più vivibile.
Credo che comunque - a me sembra importante questo e tante altre occasioni -, noi dobbiamo incominciare a discutere sempre di più tra di noi, sia nei luoghi deputati che in altri luoghi. La mafia, cioè la cultura della paura, la cultura dell'intimidazione, si sconfigge anche elevando il senso critico, la consapevolezza critica di ciascuno di noi, la possibilità di dialogo. Un grande poeta, Hölderlin ha detto: L'uomo è costitutivamente colloquio. Io credo che, quanto più colloquiamo, quanto più si sviluppano migliaia di dialoghi, milioni di dialoghi, tanto più avremo rigenerato il nostro processo di degrado e anche di un processo di erosione del tessuto culturale e sociale, specialmente nel Meridione.
Noi dobbiamo ritrovare la fiducia, la capacità di progetto, la capacità di dialogo. Corrado Alvaro diceva: "Il calabrese vuole essere parlato". Io lo estenderei: "Il meridionale vuole essere parlato". Noi vogliamo parlare ed essere parlati. Io credo che in questo senso occasioni di approfondimento sono importanti. Sono importanti non per l'aspetto "massmediatico", non tanto per i risultati in termini di audience, ma proprio perché, ogni volta che si parla seriamente, avanza, anche se di un millimetro, la nostra consapevolezza critica, la nostra maturità, in tutti i sensi, perché non c'è chi ammaestra e chi è ammaestrato. In un colloquio autentico, ambedue i partner del colloquio si modificano. Si modificano perché ogni volta c'è stata, da parte di ambedue, un'apertura reciproca.

 


Biografia di Luigi Maria Lombardi-Satriani

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