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Il Grillo (19/10/1999)

Maurizio Ferraris

La percezione: "l'occhio ragiona a modo suo"

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...alcune volte rimaniamo sorpresi da ciò che vediamo: se veramente l'occhio dipendesse dal cervello tale sorpresa non avrebbe motivo di esistere...

Liceo Classico "Michelangiolo" di Firenze

FERRARIS: Salve. Mi chiamo Maurizio Ferraris ed insegno Estetica nell'Università di Torino. Secondo alcuni la disciplina dell'Estetica coincide con la "Filosofia dell'Arte", secondo altri, invece, indica la "teoria della percezione" perché riguarda l'áisthesis, ossia la sensazione. Sarà su questo secondo aspetto che mi concentrerò nella puntata di oggi.
Cominciamo con il vedere una scheda filmata.

Che cosa vediamo realmente? Un esempio riportato dal celebre storico dell'arte Ernst Gombrich è veramente sorprendente.
"Per secoli" egli scrive "migliaia di persone hanno visto cavalli galoppare, hanno assistito a corse ippiche e a cacce, hanno posseduto pitture e stampe sportive di cavalli lanciati alla carica nelle battaglie o in corsa dietro i segugi. Nessuno fra tanti sembra aver mai notato come effettivamente appaia un cavallo in corsa. Pittori e incisori li hanno sempre rappresentati con le zampe protese, quasi librati in alto nell'impeto della corsa. Cinquant'anni più tardi, quando la macchina fotografica fu perfezionata al punto da consentire istantanee di cavalli in rapido movimento, fu dimostrato che pittori e pubblico avevano avuto torto. Nessun cavallo lanciato al galoppo si è mai mosso nel modo che a noi appare naturale. Eppure, quando i pittori cominciarono a valersi di questa nuova scoperta dipingendo i cavalli come si muovono in realtà, tutti criticarono i quadri che ne uscirono perché sembravano sbagliati".
Che cosa ci insegna il caso riportato da Ernst Gombrich riguardo allo statuto della percezione? Vuol forse dirci che le nostre idee aiutano gli occhi a vedere? Oppure che l'occhio ragiona a modo suo? Cosa ci può far comprendere l'episodio raccontato da Gombrich al fine di capire meglio il segreto dell'arte?

STUDENTE: Come oggetto simbolico della trasmissione odierna abbiamo scelto una celebre immagine tratta da "Il piccolo principe" di Antoine de Saint-Exupéry. Ci siamo decisi per questa rappresentazione perché, a nostro avviso, ben simboleggiava il diverso modo di percepire il medesimo oggetto: si tratta di un cappello o di un serpente che ha mangiato un elefante?

FERRARIS: A ben vedere potrebbe anche essere una grossa lumaca senza il guscio.
A me non pare, però, che questa sia l'immagine giusta per sostenere che interpretiamo certe cose in conformità a come le vediamo. Mi sembra piuttosto che tale immagine presupponga un determinato discorso, ossia che prendiamo una certa decisione "visiva" in base alle nostre esperienze passate: se abbiamo già avuto esperienza di un cappello potremmo vedere in quell'immagine un cappello, se abbiamo avuto esperienza di un elefante potremmo affermare di scorgervi un elefante. Non tutti potrebbero vedervi un pitone che ha mangiato un elefante: l'apparire fenomenico dell'immagine produce una forma di oggetto ambiguo che risulta a fatica decifrabile. Questo ci riporta alla famosa "tesi dell'influenza" - ovvero all'importanza dell'esperienza passata - che si rivela dannatamente persuasiva. Noi crediamo continuamente nei presupposti di tale tesi ed in base ad essa elaboriamo delle spiegazioni pseudo-razionali sulla nostra percezione: ciò che si è visto lo si rivedrà, ma non viene spiegato, ad esempio, cosa si sia realmente visto la prima volta. Soprattutto non si spiega per quale motivo delle persone che possiedono una cultura profondamente diversa vedano la stessa cosa.
In qualche modo, come recita il titolo, l'occhio ragiona a modo suo. Come può avvenire tutto ciò? Si tratta della tesi di un famoso percettologo triestino, Gaetano Kanizsa, il quale sostenne che non è il cervello a dire all'occhio cosa vuol vedere, ma è quest'ultimo che, incurante del primo, prende le sue decisioni. Io credo che tale meccanismo risulti molto corretto perché, se così non avvenisse, sarebbe possibile qualunque arbitrio.
In questo, bene o male, consiste il problema.

STUDENTESSA: Da più parti si afferma che quello che vediamo non coincide con ciò che viene realmente proiettato sulla nostra retina: a fornire il valore aggiunto che contribuisce alla percezione è proprio il cervello. Come avviene questo "contributo"? In tal caso è corretto parlare di alterazione della realtà?

FERRARIS: E' errato; se così avvenisse non ci sarebbe alcuna differenza tra le allucinazione di un fanatico, le visioni di un santo e ciò che vede un uomo assennato. Non avrebbero più senso neppure le testimonianze in tribunale, perché il teste potrebbe affermare: "Questo era ciò che il mio cervello mi induceva a vedere". Se effettivamente il cervello fornisse un valore aggiunto alla visione, allora non potremmo mai sapere com'è realmente il mondo esterno a noi. Il fatto che esista un mondo al di fuori e che tale mondo sia uguale per tutti noi - tranne che per alcune differenze più o meno grandi - sta alla base di tutto ciò che facciamo. Detto questo, non bisogna dimenticare che il cervello è anche un grande sensorio, ma tale affermazione è viziata dal fatto che spesso lo facciamo coincidere con la mente, sebbene quest'ultima ipotesi - supportata dall'evidenza che se a qualcuno viene asportato anche un solo pezzo di cervello non è più in possesso di alcune facoltà - sia tutta da verificare. Al di là di questo, non penso sia vero che non esistano fatti ma solo interpretazioni, altrimenti non staremmo neanche qui a parlare.

STUDENTESSA: Ciò vuol dire che il cervello e l'intelletto sono collegati con la realtà…

FERRARIS: In qualche modo, l'organo più periferico del cervello è il nervo ottico, il che potrebbe portarci ad affermare che il cervello agisca sulla visione. Facciamo un esempio: in questa stanza percepiamo un oggetto di colore rosso. Non stiamo sognando: tutti concordiamo col fatto che quel certo oggetto è di quel determinato colore, a meno che qualcuno non sia daltonico e, quindi, venga riconosciuto come tale. In questo caso sussiste evidentemente un intervento percettivo da parte del cervello, il qual registra l'immagine. Anche nel momento in cui vedo una figura complessa, riesco a percepire le diverse parti di tale immagine grazie al lavoro del cervello. Si tratta di due esempi in cui il cervello interviene dopo la percezione, che sono ben distinti dai casi in cui lo stesso cervello lavora "in proprio". Facciamo altri due esempi: "Mi ricordo di mio nonno" e "Faccio un'operazione matematica". Nel momento in cui si affermano cose del genere, gli oggetti in esame non sono presenti. Questo significa che c'è differenza fra sensi e intelletto, una differenza che non sempre è stata attentamente valutata dalla tradizione filosofica - si pensi a Leibniz - e che Immanuel Kant valorizzò moltissimo: tale differenza è data dal fatto che i sensi sono sempre passivi. Ciò vuol dire che, ad esempio, la sensazione di piacere non può essere volontariamente percepita, mentre l'intelletto è sempre attivo, perché possiamo pensare a tutto quel che vogliamo: si tratta di un'enorme differenza. Al contrario, i leibniziani avevano concepito la lex continuitatis, secondo la quale l'unica differenza tra sensi ed intelletto era di tipo logico: le sensazioni sono date da concetti confusi, mentre i concetti sono dati da sensazioni chiare e distinte. Sta proprio in questo il punto debole della teoria, perché - a differenza dei pensieri - le sensazioni ci derivano dagli occhi, dalle orecchie, dal naso e così via.
Non mi è mai scaturito nessun pensiero dal naso.

STUDENTE: Come Lei ha detto in precedenza, l'Estetica può essere intesa come filosofia della percezione o come filosofia dell'arte. Non crede che essa, proprio in quanto filosofia della sensibilità, possa diventare filosofia dell'arte?

FERRARIS: In senso "buono" sì, perché una delle caratteristiche dell'opera d'arte è data proprio dalla possibilità di vederla, sentirla e toccarla: la differenza tra il Teorema di Pitagora e un quadro del Tintoretto riposa nel fatto che, ad esempio, il primo può essere spiegato per radio mentre il secondo non si presta ad essere raccontato nello stesso modo. Ciò avviene anche perché il quadro è un singolo individuo ben specificato. Il fatto che l'arte potesse avere a che fare con l'estetica intesa come teoria della percezione, era un'idea portata avanti dal filosofo tedesco Baumgarten, il quale fondò la "scienza della conoscenza sensibile e perfetta" - ovvero l'estetica - chiamandola anche "filosofia delle grazie e delle muse". In filosofia, però, sono state date anche numerose visioni alternative e degradate della concezione estetica - in particolare tra fine Ottocento e in gran parte del Novecento - secondo le quali il mondo è divenuto semplicemente una favola. Sostenendo che "le opere d'arte sono altrettanto vere dei mondi reali - nonché parimenti irreali -",viene a cadere il presupposto percettivo della disciplina. Ognuno può agire a modo proprio, pensare ciò che vuole e proiettarlo nel mondo esterno, perché la realtà non è costituita da fatti, ma solo da interpretazioni. Si tratta di un discorso piuttosto vago, perché non credo che coloro che lo sostenevano andassero dal filosofo dell'arte e non dal medico ogni volta che si sentivano male.

STUDENTE: Non sono totalmente convinto del fatto che si possa avere una conoscenza assolutamente oggettiva di un dato del reale. Nel momento in cui percepiamo un mulino, ad esempio, diamo anche un'interpretazione alla nostra percezione. Possiamo affermare di aver visto un mulino, mentre don Chisciotte potrebbe sostenere che in realtà si tratta di un mostro. Tutti abbiamo degli organi visivi sostanzialmente identici e tutti possiamo affermare in totale sicurezza - in base a fattori innati, in base ad originari atti di ostensione, in base all'esperienza - di aver visto un mulino, ma non tutti possiamo fornire un'identica interpretazione della cosa.

FERRARIS: Innanzitutto bisognerebbe intendersi sul reale statuto di un oggetto, su quel qualcosa che determina un oggetto come tale. Intendendo la questione in senso radicale, non possiamo concepire una sedia come staccata dal pavimento o, meglio, dal suo contesto: essa non se ne va per i fatti suoi semplicemente perché è un "oggetto". Il nostro concetto di sedia non si crea da un'originaria macchia di colore che in seguito si definisce e si stacca da ciò che la circonda. Credo che su questo punto possiamo trovarci d'accordo, come credo anche che potremmo trovarci d'accordo nell'affermare che Don Chisciotte era uno sventurato il quale, a forza di leggere romanzi cavallereschi, si era convinto di vedere dei mostri nei mulini a vento.

STUDENTE: Non credo: si tratta di differenti modi di vedere una stessa cosa. A noi Don Chisciotte sembra pazzo perché interpreta la realtà in maniera diversa dalla nostra.

FERRARIS: Quindi, se in questo momento affermassi di conversare con un mulino a vento, Lei penserebbe che sono abituato a leggere Don Chisciotte, che qualcuno mi ha raccontato dei mulini a vento e che non sono molto capace di riconoscere le persone perché non le ho mai viste. Le sembra realistica una descrizione del genere?

STUDENTE: Oggettivamente no, soggettivamente forse sì.

FERRARIS: Soggettivamente, però, sussiste una differenza tra la sensazione - che, per l'appunto, è soggettiva - e la percezione, che è oggettiva. Quando Proust prende la madeleine con il tè, si ricorda di tutto il suo passato; ciò non significa che, leggendo la Recherche, dobbiamo per forza di cose ricordare Proust che ricorda certi eventi. Questa è la differenza tra le percezioni oggettive che rimangono - come la tazza, l'infuso, la madeleine - e le associazioni personali che possiamo accostarvi. Nella nostra epoca siamo abituati ad assumere come un dato assolutamente scontato che non esistono fatti ma solo interpretazioni. La cultura che assorbiamo dalla televisione, le cose che ci narrano da piccoli, i fatti che ci vengono raccontati da grandi, tutto ciò di cui veniamo a conoscenza al liceo o all'università, contribuisce a determinare la nostra percezione: questo è un dogma tipico del tempo in cui viviamo, una concezione che utilizziamo continuamente. Da ciò deriva un enorme problema: se la nostra percezione viene definita dai libri che abbiamo letto, ad esempio, conseguentemente un pigmeo, un islandese e un fiorentino vedranno la stessa cosa semplicemente perché si sono accostati agli stessi autori. Una teoria del genere mi pare poco credibile. Il filosofo Malebranche viene costantemente deriso perché lo si vede come un povero pazzo convinto che Dio, tramite folgorazioni continue, creasse costantemente il mondo, le sue cause, le sue sostanze, i suoi accidenti, i suoi effetti e le cose derivate. Ma l'ipotesi secondo cui ciò che vediamo viene influenzato da quel che abbiamo letto o pensato è ancora più assurda; Malebranche, in fondo, si limitava a sostenere l'esistenza di un essere onnipotente che creava il mondo per "folgorazioni continue".

STUDENTE: Ciò vuol dire che di un oggetto possiamo dare una sola interpretazione e una sola definizione: quel che vediamo è un oggetto e basta.

FERRARIS: Non è la stessa cosa.
Noi tutti vediamo un certo oggetto, ma quest'oggetto può essere utilizzato in un particolare modo da un determinato individuo, oppure può essere posto all'estrema periferia dell'angolo visuale di un altro individuo cui lo stesso oggetto non interessa affatto. Un esempio efficace potrebbe essere dato dal modo in cui viene osservato un quadro: il corniciaio punterà la sua attenzione sulla cornice, mentre il pittore e il critico d'arte si soffermeranno maggiormente sulla tela in sé e per sé; chi non appartiene a nessuna di queste categorie vi scorgerà altri elementi. Tutti questi soggetti opereranno delle associazioni assolutamente personali, riferibili alla loro esperienza e non condivisibili con altri: ciò non vuol dire che l'oggetto non sia sempre lo stesso. Un'identica cosa avviene con i libri: secondo il grado di istruzione e la sensibilità individuale, uno stesso testo potrà fornire differenti informazioni, sebbene il libro resti sempre quello. Non si può passare da I tre moschettieri a Madame Bovary come se fossero uguali: se qualcuno venisse a narrarci la trama di Madame Bovary spacciandola per I tre moschettieri, replicheremmo senza ombra di dubbio che si sta ingannando, allo stesso modo in cui si ingannava Don Chisciotte. In medicina vi è una particolare specializzazione - chiamata "Semiotica medica" - che insegna a riconoscere i sintomi di una malattia semplicemente osservando il paziente. Guardando un certo individuo, il profano non sarebbe in grado di distinguere in lui determinati sintomi, mentre il medico riuscirebbe a compiere un'operazione del genere: ciò non toglie che il soggetto in questione è rimasto immutato.
In molti casi si riscontra una simultaneità tra percezione e giudizio, ciononostante è una conclusione indebita pensare che siano la stessa cosa: la prima è un'apprensione dei sensi, il secondo un giudizio dell'intelletto.
A questo punto vorrei mostrarvi degli esempi - molto semplici e molto famosi - che rappresentano assai bene la capacità dell'occhio di ragionare a modo suo. Nel suo libro Grammatica del vedere, Gaetano Kanizsa - precedentemente citato - descrive ed analizza proprio tali esempi.

Nella prima immagine può essere visto tanto un vaso, quanto due facce che si fronteggiano. In realtà vi si potrebbero scorgere anche altre cose: un uomo con i baffi e gli occhi semichiusi, una pianta e così via; si tratta di un esercizio di interpretazione. Per quanto riguarda gli elementi che emergono più marcatamente - i volti di profilo e il vaso - si può ben notare come non sia possibile vederli tutti e due contemporaneamente, sebbene si sappia che sono entrambi presenti: se fissiamo l'attenzione sul secondo, non siamo in grado di focalizzare i primi. Si tratta di un tipico caso in cui l'occhio agisce a modo suo e non si comporta coerentemente con ciò che conosciamo. Fenomeni del genere avvengono molto spesso: la terra è rotonda, ma noi la percepiamo come piatta.

La seconda immagine rappresenta invece i segmenti di Muller-Lyer. In tal caso non si sa bene se sia possibile parlare di illusioni oppure no: secondo voi questi segmenti sono della stessa lunghezza, o uno è più corto dell'altro? Forse sostenete che sono uguali perché già li conoscete, ma se doveste vederli per la prima volta, molto probabilmente affermereste che sono di misura diversa: fenomenicamente risultano differenti sebbene siano numericamente identici. Se continuate a sostenere che sono uguali, questo avviene perché siete "intrinsecamente pitagorici": pensate che la realtà stia nel numero e non in quello che vedete con gli occhi, tant'è che siete sicuri si tratti di un'illusione; sembrano diversi anche se sono uguali. Ma perché affermare che sono due segmenti identici se in realtà appaiono differenti?

La terza immagine riguarda il triangolo di Kanizsa. Come si può ben notare, tale triangolo non esiste nel mondo fisico: lo percepiamo - quindi "c'è" - ma non è tracciato da nessuna parte. È presente nel momento in cui lo guardiamo.
Esempi del genere sembrerebbero illogici perché pare infrangano il principio di non contraddizione, ciononostante essi mostrano l'autonomia del vedere rispetto al pensare. In fin dei conti, ci si potrebbe anche chiedere il perché di tale morboso attaccamento verso una concezione "cerebrodipendente" della visione. Probabilmente siamo convinti che tale teoria ci possa dare qualche garanzia in più e ci possa tranquillizzare donandoci una sorta di senso di onnipotenza. Alcune volte rimaniamo sorpresi da ciò che vediamo: se veramente l'occhio dipendesse dal cervello tale sorpresa non avrebbe motivo di esistere. Se davvero l'esperienza attuale fosse sempre e soltanto determinata dall'applicazione di un'esperienza passata, in primo luogo non si riuscirebbe a comprendere come possa essere avvenuta una prima esperienza, in secondo luogo rimarrebbero senza spiegazione tutte le esperienze - in particolare quelle negative - che assolutamente non siamo riusciti a prevedere. A tal punto bisogna chiedersi se vale veramente la pena distorcere così tanto la realtà delle cose: cosa possiamo guadagnarci? A volte il fatto che l'occhio vede ciò che vuole si connota come una garanzia nei confronti della sensatezza della nostra vita.
Mi pare sia arrivato il momento di visionare la seconda scheda filmata.

AMLETO: Essere o non essere. Tutto qui. E' più nobile per l'anima sopportare impavida i colpi e le frecciate della fortuna ostile o davanti all'oceano dell'infelicità rifiutarsi e dire di no?
Prendere un'arma e finirla. Morire, dormire, niente altro. E in quel sonno di morte placare gli spasimi del cuore, annegare tutte le infinite miserie di cui è schiava la nostra carne. Perché mai non arrivare a questa conclusione? Morire, dormire. Dormire sì, e in quell'oblio sognare.
Sì, questo è il punto.

GIORNALISTA: Bene, ragazzi, e in questa bellissima mattinata di sole un caldissimo buongiorno dalla Vostra radio preferita.
Welcome. Now you are connected. Now you are connected; you are connected; you are connected…

STUDENTESSA: Riguardo al triangolo di Kanizsa, Lei ha affermato che esso in realtà non esiste: ma io lo vedo, quindi sono convinta che esista.

FERRARIS: Però non ha tutte le caratteristiche di una cosa esistente: i suoi margini, ad esempio, risultano assenti e riusciamo ad inferirli solo attraverso quello che in percettologia viene chiamato "comportamento amodale". Ciò significa che esiste un modo vero e proprio tramite cui questi contorni dovrebbero essere definiti. Nonostante tale mancanza riusciamo lo stesso a vedere il suddetto triangolo.

STUDENTESSA: Neppure i quadri impressionisti sono provvisti di margini, ma ciò non significa che non vi sia un'immagine. Lo stesso Amleto vede un fantasma che non è ben definibile.

FERRARIS: Ma il fantasma non esiste solo per lui: anche le guardie riescono a vederlo. Si tratta di un fantasma "vero" la cui presenza è confermata da vari testimoni.

STUDENTESSA: Lei crede che la percezione possa manifestarsi anche sotto forma di pazzia? Ritiene che essa possieda una sua concretezza?

FERRARIS: Bisognerebbe impostare il discorso tenendo presente che ciò che vediamo dipende essenzialmente dagli oggetti e non dalle persone che li percepiscono. Le modalità secondo cui gli individui vedono tali oggetti possono essere di vari tipi, all'interno dei quali si presentano dei casi molto interessanti. A loro volta, alcuni di questi casi vengono utilizzati per confermare che ognuno vede a modo suo. Il triangolo di Kanizsa, ad esempio, è stato più volte esibito come un valida prova per dimostrare che gli oggetti non risultano così decisivi nel nostro rapporto con il mondo. Un altro esempio potrebbe essere proprio quello del fantasma di Amleto: nonostante esso sia stato visto da più persone, si potrebbe sempre ipotizzare di trovarsi di fronte ad un caso di allucinazione collettiva. Tutti questi esempi, però, risultano marginali rispetto all'esperienza massiccia, quotidiana e continua della percezione, un'esperienza che ci consente di non inciampare, di non sbattere contro le sedie, di prendere il treno e così via. La nostra capacità di compiere azioni del genere dipende essenzialmente dal fatto che esistono delle strade, delle scale e dei treni che noi siamo in grado di usare: personalmente sono convinto che, in primo luogo, la percezione consista proprio in questo. Tirare in ballo le illusioni ottiche o gli inganni percettivi equivale a riferirsi a casistiche marginali.

STUDENTESSA: Lei ha affermato che la percezione dipende dall'esistenza dell'oggetto e non dalla persona che lo percepisce. Però, se non sbaglio, c'è stato anche chi ha concepito il paradosso del lago: il pesce si materializza nel momento in cui il pescatore lo cattura. Razionalmente potrei concordare con la Sua tesi, ma mi chiedo come sia possibile confutare questa seconda concezione.

FERRARIS: L'esempio da te citato appartiene a Berkeley e un paradosso analogo potrebbe essere il seguente: un albero cade nel bosco ma, se nessuno l'ha visto, è come se non fosse caduto. In asserzioni del genere è contenuto un sofisma di origine cartesiana. I cartesiani, infatti, partono dal presupposto che l'unica cosa certa è il nostro atto di pensare e che l'esistenza di tutto il resto rimane nel dubbio: si tratta di "un'osservazione in prima persona". Voi credete che le cose vadano realmente così? Davvero ci comportiamo in questo modo? La verità è che la stragrande maggioranza degli atti che compiamo durante la nostra vita avviene in base ad osservazioni in "terza persona". Nessuno di noi ha mai misurato l'altezza del Monte Bianco, ciononostante siamo certi che quell'altezza "stia lì", che abbia una sua realtà; non sono mai stato a Città del Capo, ma se qualcuno mi mostra delle foto affermando che si riferiscono a Città del Capo io non posso che fidarmi.
Pensiamo alle conseguenze che potrebbero scaturire da una concezione basata sull'esse est percipi, che implica che le cose esistono soltanto in quanto sono percepite da noi. Mi trovo in una stanza e qualcuno da fuori afferma che, solitamente, durante l'estate va al mare: se veramente fossi convinto che le cose esistono solo nel momento in cui vengono percepite, non potrei accettare una tale affermazione, perché essa non si riferisce a qualcosa che posso percepire in questo preciso istante.

STUDENTESSA: Nel momento in cui mi trovo di fronte ad un'opera d'arte, come posso stabilire la differenza percettiva che intercorre tra persona e persona? Nonostante il quadro ci sia e sia reale - come nel caso di una tela di Van Gogh o di Gauguin - io lo potrei percepire in maniera differente dalla Sua. Le porto un esempio molto banale: a volte le nuvole assumono delle forme assai bizzarre che a me possono ricordare un qualcosa di completamente differente da ciò che vi vedono altre persone.

FERRARIS: Non fino al punto di alterare l'oggetto. In un quadro si possono scovare molte cose, tant'è che alcuni affermano che non è soltanto l'occhio ad osservare un dipinto, ma anche lo spirito. Quest'ultima affermazione appare intelligentissima ma, in ultima analisi, non fa altro che tornare a riferirsi al dato visivo. Se davanti ad un dipinto che ritrae Carlo V una persona afferma: "Questo gatto non mi piace!", mentre noi siamo convinti di osservare effettivamente il ritratto dell'imperatore, non c'è dubbio che qualcuno sta commettendo un errore.
L'interpretazione possiede dei margini precisi. Probabilmente Lei ha fatto riferimento all'arte perché si tratta di un ambito in cui la stessa interpretazione può variare considerevolmente.
Per quanto riguarda le forme che possono assumere le nuvole, vi è uno splendido dialogo tra Amleto e Polonio vertente proprio sull'interpretazione da dare a tali forme: Amleto si finge pazzo e Polonio, che è un cortigiano, fa di tutto per assecondarlo. Non ogni cosa, però, si configura nella stessa maniera delle nuvole: queste ultime sono degli oggetti speciali caratterizzati da forme indefinite la cui variazione dipende soprattutto dalla direzione e dall'intensità del vento. Se tutto il mondo fosse così, allora varrebbe la pena di accogliere le parole di Amleto: "Morire, dormire, sognare forse". Se il sogno risultasse perfettamente coerente con la nostra vita - sia in positivo, sia in negativo -, allora non avrebbe alcuna importanza essere vivi o essere morti. La questione ultima, quindi, non è contenuta nella frase "C'è o non c'è", quanto nell'affermazione "essere felici o essere infelici". In un mondo in cui ognuno vive il suo sogno è difficile essere felici.

STUDENTESSA: Nell'ultimo contributo filmato risultavano evidenti gli effetti che i computer possono esercitare sugli individui. Nel momento in cui la percezione rende possibile la fusione tra realtà e finzione - come nel caso della virtualità - può capitare di immaginare certi eventi come se facessero parte di un'esperienza realmente vissuta.

FERRARIS: Si tratta di un esempio non molto buono, perché il virtuale termina nel momento in cui si stacca la spina. Don Chisciotte non possedeva assolutamente un computer, eppure i duecento romanzi cavallereschi che aveva letto gli avevano alquanto confuso le idee. Non credo che immettersi in un mondo virtuale sia una situazione auspicabile, tranne che per un carcerato. Le immagini che abbiamo visto in precedenza erano brutte e noiose, mentre oggi è una splendida giornata di sole.

STUDENTESSA: Si potrebbe affermare che gli adulti e i bambini vedono la realtà in modi diversi? In proposito è possibile operare una distinzione in base alla maggiore o minore razionalità nell'interpretare le immagini?

FERRARIS: Ho conosciuto degli adulti che si illudevano assai più profondamente di tanti bambini. Molto spesso questi ultimi risultano di gran lunga più realistici dei primi. Sicuramente, però, l'esperienza può intervenire nella percezione, soprattutto per quanto riguarda l'abilità nel saper usare determinati oggetti. Da questo punto di vista il bambino si rivela meno esperto e - soprattutto - meno forte dell'adulto. Non bisogna inoltre dimenticare che il saper parlare una lingua dipende strettamente dal riconoscimento delle sue parole: prima dobbiamo conoscere i termini di un determinato idioma e solo in seguito possiamo utilizzarli isolandoli dagli altri. I bambini, che ancora non conoscono tutte le parole di una lingua, spesso confondono i diversi termini. La stessa cosa può accadere ad un adulto di fronte ad un film in lingua originale inglese: se la persona in questione non è in possesso di un ottimo bagaglio terminologico, la comprensione del film gli risulterà molto difficoltosa, tanto più che nella lingua inglese il discreto e il continuo sono a volte indistinguibili e si fa fatica ad isolare le singole parole. Situazioni del genere accadono spessissimo ai bambini, ciò non toglie che loro ascoltino le stesse parole che ascoltano gli adulti. A volte succede - specialmente in condizioni di stanchezza - che non riusciamo a comprendere delle parole in italiano e, contemporaneamente, pensiamo di afferrare benissimo il significato di alcuni termini stranieri. Come ho già detto in precedenza, però, anche in tal caso di tratta di esempi abbastanza marginali. Del resto il bambino che nutre delle aspettative nei confronti dell'esperienza restando all'interno di quest'ultima ha le stesse probabilità di rimenere deluso rispetto all'adulto: alcuni studi di Piaget hanno confermato proprio questo asserto. La differenza che intercorre tra adulti e bambini sta nel fatto che questi ultimi si comportano in maniera molto più aderente a ciò che asseriva Berkeley e risultano di gran lunga più egoisti: se la madre se ne va per un attimo, loro non pensano che si sia semplicemente allontanata, ma sono convinti che sia scomparsa del tutto. Berkeley, alla sua età e nonostante fosse un vescovo, voleva persuaderci della stessa cosa.

STUDENTESSA: Di fronte alle stesse immagini, però, un bambino potrebbe utilizzare una modalità interpretativa molto meno razionale e molto più fantasiosa rispetto a quella di un adulto. È possibile affermare che i bambini interpretano le immagini allo stesso modo di un artista?

FERRARIS: E cosa ne sarebbe dell'artista adulto? Personalmente non sono così convinto che i bambini interpretino ogni cosa con il cuore mentre gli adulti adottino sempre e comunque un atteggiamento razionale. La maggior parte delle folle di galantuomini che acclamavano Hitler o Mussolini, era costituita da persone che lavoravano e conducevano delle vite apparentemente del tutto razionali. Per ciò che concerne l'ambito strettamente visivo, sappiamo che i bambini appena nati vedono in maniera sfocata, un "difetto" che poco alla volta si assesta attraverso un processo di lento adattamento a delle condizioni di percezione oggettive. A sei anni un bambino è perfettamente in grado di vedere le stesse cose di un adulto, se ne riconosce di meno ciò avviene esclusivamente perché ha accumulato una minore esperienza visiva.

STUDENTESSA: Da qualche anno vengono venduti dei quadri "tridimensionali" il cui soggetto emerge alla vista indipendentemente da ciò che è stampato sulla superficie della carta: da cosa è determinato tale fenomeno?

FERRARIS: Non conosco l'espediente utilizzato in tali immagini, né il meccanismo visivo che permette questa "illusione". Credo comunque che venga sfruttato un accorgimento in grado di ripristinare tutte le potenzialità della visione binoculare, in modo da dare un effetto di profondità. Sappiamo benissimo, infatti, che non appena ci copriamo un occhio tutto appare più piatto. Queste immagini tridimensionali, però, sembrano finte, molto più artefatte di un'immagine ad una sola dimensione. Alcune volte appare più reale una persona fotografata che lo stesso viso visto dal vivo. A questo punto non possiamo tralasciare la questione lasciata aperta dalla scheda iniziale, vale a dire il cavallo di Gombrich. Perché i quadri iperrealisti risultano così poco realisti? Per quale motivo non ci riconosciamo mai nelle foto-tessera? Forse semplicemente perché abbiamo un concetto di noi stessi molto più alto della persona ritratta in quella piccola immagine, ma forse anche per altre motivazioni e a causa di ulteriori proiezioni.


Siti Internet sul tema:

Un sito su Gaetano Kanizsa
http://psicoserver.univ.trieste.it
/salone/KANIZSA.html

Una pagina dedicata alla percezione visiva della Tufts University,con link ai risultati degli
esperimenti sulle differenze tra la visione dell'uomo e quella di altri animali
http://pigeon.psy.tufts.edu/ecp.htm

Visual Perception Laboratory
- Department of Psychological Sciences,
Purdue University
http://bigbird.psych.purdue.edu/
index.html


Biografia di Maurizio Ferraris

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