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Il Grillo (1/11/1999)

Salvatore Natoli

Il dolore innocente

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Liceo Classico "Giambattista Vico" di Napoli

 

 

NATOLI: Sono Salvatore Natoli e insegno Filosofia teoretica alla II Università di Milano. L'argomento che affronteremo oggi è: Il dolore innocente, vediamo il filmato.

L'idea dell'innocenza è controversa. Spesso l'enfasi eccessiva sull'innocenza evoca il suo contrario. Le persone e le situazioni non sono mai innocenti. C'è sempre una molteplicità di intenzioni nell'io, come ha denunciato Freud, e una varietà di modi di descrivere la condotta degli individui, che rende il concetto di innocenza problematico. Eppure, nonostante queste difficoltà, l'innocenza è un'idea essenziale per cogliere alcune tra le ragioni più profonde del senso dell'umanità e della giustizia, poiché è proprio quando riusciamo a scorgere il dolore dell'innocente che l'ingiustizia ci appare al suo stato puro e che il nostro animo risponde con altrettanta immediatezza. Ma l'innocenza del grido di dolore è qualcosa che possiamo ritrovare in qualsiasi essere umano, anche nell'animo più corrotto. Come ha scritto la poetessa Vislava Zimbowski, vi è qualcosa di eterno nel grido dell'innocente torturato. Il gesto delle mani, che proteggono il capo, il corpo che si torce, si dimena, si divincola, che cade fiaccato, che si gonfia e sanguina. Vi è qualcosa di eterno nell'attesa fanciullesca, che troviamo in ogni altro essere umano, nonostante i crimini commessi, le sofferenze patite o assistite, che non gli venga fatto del male. Questa attesa, che ci venga fatto del bene è una fonte profonda e importante del senso di importanza degli esseri umani, nella loro sacralità, in quanto creature vulnerabili alla sorte. Ma come può convivere questo elemento di innocenza con il senso della colpa e del peccato che grava sugli esseri umani?

STUDENTESSA:  Lei nella scheda affronta il problema della relatività dell'innocenza e quindi della colpa. A questo proposito cosa pensa della pena di morte?

NATOLI: La pena di morte, a mio parere, è essenzialmente incongruente, perché il punto di vista della colpa deve essere collegato sempre alla possibilità del riscatto. Tra l'altro, la pena di morte è in sé contraddittoria, perché la comunità punisce un suo membro eliminandolo. Ma allora non è più suo, è come se lo cacciasse fuori da sé. Il problema è rendere il soggetto, se è turbato e pericoloso, incapace di danneggiare, nella convinzione che l'essere umano è sempre migliorabile. Da questo punto di vista la pena di morte non salva dal male, anzi fa peggio; per evitare che l'umanità sia colpita da qualcuno che ha una tendenza distruttiva, bisogna impedirgli di distruggerla e non togliergli la vita. Anzi la vita è l'unica cosa che gli resta per poter diventare migliore.

STUDENTE: A proposito della pena di morte, Lei cosa pensa del fatto che il condannato, negli attimi prima dell'esecuzione, si aspetti che comunque gli venga fatto del bene o che lo si grazi, anche se lui in passato non ha esitato a far soffrire gli altri?

NATOLI: Questo è naturale, nell'uomo c'è sempre un bisogno, una voglia di conservazione, anche se ha ucciso. D'altra parte c'è una razionalità in questo, perché se si è ucciso qualcuno, il fatto di morire noi stessi o di ucciderci, non è un risarcimento. Se si è fatto del male, non si risarcisce il male aggiungendo altro male. Anzi, l'unica possibilità per il colpevole di fare del bene è che viva e cambi, e quindi risarcisca offrendo e non togliendosi di mezzo. Solo la sovrabbondanza del bene può limitare il male.

STUDENTESSA: Ma il dolore è sempre inevitabile?

NATOLI: No. Ecco, a questo punto bisogna distinguere fondamentalmente tra due forme di dolore. Un dolore che viene dalla natura: una malattia, lunga, pesante, una morte. E allora diciamo che il dolore è inevitabile, perché l'uomo muore. L'uomo, infatti, soffre perché è mortale. E quindi come è inevitabile la morte, è inevitabile il suo acconto, cioè tutto ciò che con la morte è connesso. Il problema è di vedere come l'uomo si possa portare all'altezza di questa sofferenza, come la possa governare, che forza possa avere contro il dolore, come possa essere - per dirla con Nietzsche - più forte del dolore stesso. Però si tratta di una dimensione di necessità, perché la natura - questo i Greci l'avevano compreso chiaramente - è insieme innocente e crudele. La natura non ha scopi, anzi distrugge ciò che crea. Voi ricorderete quella bella immagine di Leopardi del giardino fiorito. Ecco lo stesso sole che fa sbocciare quei fiori li consuma. Nella natura c'è questo nesso stretto tra crudeltà e innocenza. La natura è crudele, ma insieme è innocente. Allora ci troviamo dinanzi a un dolore inevitabile, dove il problema dell'uomo è come poter essere più forte di questo dolore, perché, tra l'altro, il dolore è sperimentabile soltanto fino a che c'è vita. E quindi lo sfondo della sofferenza è pur sempre la dimensione vitale dell'esistenza, perché se non c'è vita non c'è neanche dolore. L'uomo è questa lotta, questo agon dicevano i Greci, questa battaglia permanente. Però, a fronte di questo dolore, ce n'è un altro che è quello che gli uomini si infliggono gli uni gli altri. E allora qui bisognerebbe porsi la domanda: perché gli uomini, anziché condividere la loro gracilità, si infliggono reciprocamente dolore? Perché anziché soccorrersi nel dolore, aggiungono dolore a dolore? Questo dolore sì che è evitabile. Eppure, nonostante sia evitabile, l'umanità costantemente lo ripete. Anche oggi noi ci troviamo dinanzi a spettacoli tremendi di guerra. Era proprio necessaria? Ecco, allora, da questo punto di vista, c'è una connessione tra dolore e colpa. Quindi possiamo dire che per un verso c'è un'innocenza nel dolore, nonostante la crudeltà, e per un altro verso c'è una crudeltà gratuita, arbitraria, che scaturisce dalla cattiva volontà degli uomini. Ed è questo il tema su cui vogliamo riflettere. Anzi, per riflettere bene su questo argomento, Vi farei vedere un contributo.

"Lasciai il Brasile, dove insegnavo all'Università di San Paolo ed ebbi la grande sciagura di perdere un figlioletto di otto anni. Il dolore che è nato da queste due tremende sciagure che mi colpivano, dalla sciagura che colpiva il mio popolo, la mia nazione, caduta nelle stoltezze di una guerra bestiale - in tutti i sensi bestiale - queste due cose, una tanto personale, l'altra tanto universale, e universali tutte e due, hanno dettato il dolore. Il dolore è stato scritto piangendo. Io non ho scritto una parola del dolore senza prorompere in singhiozzi. E non mi potevo trattenere, mi strozzavano, perché non sono un sentimentale. Sono un uomo che ha, forse, di sentimento, ma non un sentimentale. Non ho potuto trattenere i singhiozzi nello scrivere questa poesia. E' nata vivamente da due emozioni, enormi, più forti di un uomo, più forti di me".

[…]

Alzavi le braccia, come ali
E ridavi nascita al vento,
Correndo nel peso dell'aria immota.
Nessuno mai vide posare
Il tuo lieve piede di danza
Grazia, felice,
Non avresti potuto non spezzarti
In una cecità tanto indurita
Tu semplice soffio e cristallo,

[…]

NATOLI: In questo testo ricchissimo di Ungaretti, sono introdotti due tipi di dolore contemporanei e violenti; ma, nel primo, la morte del figlio, il dolore è inevitabile, tremendo ma inevitabile. Il secondo invece, la guerra, è prodotto dalla lotta che gli uomini muovono l'uno contro l'altro. Allora il primo è un dolore innocente in senso stretto, perché, se si dovesse andare a cercare un'origine, una colpa, un colpevole non si troverebbe, tema che, come certamente ricorderete, era affrontato da Dostoevskij nei Karamazov, nell’incontro di Ivan con il Grande Inquisitore. Ne La Leggenda del Grande Inquisitore c'era questo tema tremendo della morte dei bambini e del perché i bambini muoiono, quasi ci fosse un'ingiustizia. Anche adesso, per esempio, quando si parla della guerra in Serbia, il lamento cade sui bambini che muoiono, sulle donne, sui deboli. Allora il tema era: perché Dio permette questo, che è il grande interrogativo di Auschwitz, perché Dio l'ha permesso? Per spiegare questo dolore della morte in guerra, invece, non è necessario chiamare in causa Dio, ma la volontà degli uomini. E per la morte che viene dalla natura, chi chiamiamo in causa? Ecco, si tratta di domandarsi se il dolore, non solo dei bambini, ma anche degli uomini adulti, dei giovani, degli stessi vecchi, sia evitabile. Perché i vecchi non potrebbero morire dolcemente, riposare nella morte senza il trauma dell'ultimo dolore? Perché la natura è crudele? Ecco, questo è un perché che non bisogna neanche porsi, perché appunto la vita è legata da sempre alla morte, in questo circolo eterno della trasformazione. Allora qui evidentemente non c'è colpa. C'è colpa solo se si introduce un tema teologico. Cioè, solo se c'è un dio sorge il problema del male; ma se non c'è un dio, ciò che viene dalla natura non può essere pensato come male. E allora perché quando muore un bambino, quando un bambino soffre ci si scandalizza? Perché, quando c'è la sofferenza di un bambino ci si chiede perché debba soffrire? Perché nel dolore del bambino il dolore fa scandalo più che in un adulto? Vi siete mai posti questa domanda?

STUDENTESSA: Perché un bambino non ha in sé le capacità per affrontare un dolore o per capire perché gli è stato inflitto quel dolore. Secondo me, un adulto può razionalizzare la sofferenza, mentre un bambino no, e quindi questo può portargli degli scompensi per tutta la vita.

NATOLI: Questo è uno dei motivi, l'osservazione è giusta, però è solo una parte del problema; in effetti, c'è un'innocenza nel dolore, quando si vede che chi lo patisce non è all'altezza o non può sostenerlo. Allora in questo caso si vede maggiormente quanto la natura sia violenta. Ma c'è un problema molto più profondo, che colpisce la pietà umana. Nel bambino c'è promessa di vita. Perché i bambini fanno tenerezza? Perché i bambini vengono amati? Perché lì c'è in boccio il futuro. Gli uomini adulti hanno già dimensionato la loro vita. Hanno ristretto lo spazio delle proprie possibilità, sono diventati qualcosa. Si poteva diventare altro, ma ormai il tempo è passato. Si è realizzato anche qualcosa. Cioè quest'uomo, in fondo, la vita l'ha vissuta, ha prodotto, si è valorizzato nella parte che gli toccava, negli aspetti in cui poteva valorizzarsi. Nel bambino c'è la percezione della possibilità pura, la vita nella sua originaria promessa. Quando la vita uccide un bambino, contraddice se stessa, si tradisce. Il tradimento che la vita perpetra nei confronti degli uomini, quando hanno realizzato la loro vita, è meno visibile del tradimento che essa compie quando uccide un bambino. E quindi diciamo che la vita è spietata contro se stessa. E dinanzi a questa spietatezza, ci si sente disarmati. Questo è uno dei motivi fondamentali per cui quando il dolore inevitabile colpisce un bambino si scopre di più il tradimento della vita e viene da dire: "Non vale la pena"; oppure si cerca un colpevole, un colpevole grande, che è Dio. E allora il grande dilemma, la grande domanda: "Dio perché permette il male?". "Unde malum?". Nel dolore innocente esplode una domanda teologica. E non solo nel bambino, ma esplode in Giobbe, quando dice: "Io ho rispettato la legge perché soffro". Allora il problema non è il dolore, ma è la giustizia: ci vuole un garante più alto, che è Dio. Questa è la diversità fondamentale tra il dolore dei bambini e il dolore che gli uomini si infliggono nella loro reciproca crudeltà.

STUDENTESSA: Ma si è sempre coscienti del dolore inflitto?

NATOLI: Sì, del dolore inflitto si è coscienti nel senso che il dolore inflitto è la tortura, è la fame, è la violenza della guerra. "Io che c'entro?". La gente che si trova sotto le bombe, che è cacciata via, che patisce la violenza, la fame, la distruzione, la mutilazione si accorge benissimo che questo dolore non viene dalla natura. Ecco, quando il dolore è inflitto ci si accorge che qualcuno ci fa del male. Il problema è: colui che ci infligge il dolore, fino a che punto ha diritto di farlo? E qui si apre un problema molto importante, terribile e difficile da risolvere, perché molte volte si infligge dolore, cioè si uccide, in nome della giustizia, in nome dei valori. Masse di cadaveri sono state fatte a difesa dell'umanità. Ti uccido perché questo è il minor male, perché tu sei una fonte del male. Allora nel dolore inflitto il problema del male e della giustizia emergono e stanno intrecciati insieme. Si uccide per prevaricazione, ma si uccide anche per difesa. In ambedue i casi il dolore è inflitto. Si uccide perché si fa del male, ma si uccide in nome delle garanzie di giustizia, addirittura per realizzare un mondo migliore. E' stata celebrata anche la violenza giusta! A questo punto il discorso della sofferenza inflitta è strettamente legato al problema della responsabilità e della colpa. La fame nel mondo è un dolore inflitto: come si può tollerare che ci siano uomini che muoiono di fame? Cosa si fa? Nella fame il dolore è ancora più tragico e tremendo di quanto non lo sia nella guerra, perché la guerra può essere colorata di giustizia, ma la fame? Perché si toglie il pane o non lo si dà? Ecco, allora qui abbiamo tutto un problema di sofferenza, strettamente legato alla colpa. Qui esistono davvero innocenti e colpevoli. Il problema è che non bisogna avere superficialità dicendo: la colpa è di questo, la colpa è di quello. Però si deve sapere che la colpa c'è e bisogna indagare sulle responsabilità. Homo homini lupus, diceva Hobbes e non sbagliava. C'è anche un altro aspetto: l'uomo può essere Dio per l'altro uomo. Allora è chiaro che il dolore inflitto non può essere più praticato.

STUDENTESSA: Il dolore innocente può essere fonte di una disperazione tale da portare addirittura al suicidio? Ad esempio, Primo Levi, che dopo aver subito le pene dei campi di concentramento, nonostante fosse riuscito a tornare in patria, alla fine non ce l'ha fatta ad affrontare la vita e si è suicidato.

NATOLI: Questo è un discorso che non si collega direttamente al dolore innocente. Qualsiasi dolore strema e non tutti sono in grado di sopportarlo. Però, quando il dolore viene dalla natura, se l'uomo è maturo si può scatenare una lotta, direi quasi cavalleresca, contro la natura. Tu natura mi colpisci, ma anche io sono natura. E la vita ha difese, attacca se stessa, ma si bilancia dentro di sé. Quindi dinanzi a un dolore di questo genere, l'uomo, soprattutto se è aiutato, se si trova accanto ad altri che gli dicono:" Guarda, questo dolore è superabile, ce la puoi fare, sei importante per noi", può essere chiamato ad una battaglia, a diventare eroico nella sua stessa sofferenza. Ci può essere depressione: "Non ha più senso vivere", ma ci può essere anche una risposta attiva, positiva. Ci sono dei sofferenti che fino all'ultimo giorno della loro vita riescono a dare qualcosa, e in questo dare motivano la loro stessa vita. Ma dinanzi alla sofferenza ingiusta, dinanzi al dolore inflitto, si dubita della vita stessa. Molte volte il dolore è insostenibile, non ci si può difendere e ci si sente coinvolti in un male più grande, rispetto a cui non si può resistere, perché l'aggressività dell'uomo è più violenta di quella, non programmata, della natura. Non solo, ma di fronte all'aggressività della natura gli uomini stanno insieme ad aiutarsi. Ma quando l'aggressività viene dall'altro e l'altro è molto più potente di te, ti distrugge. Allora o hai la possibilità della ribellione o ti senti implicato nello stesso male che ti distrugge, addirittura interiorizzi la colpa di chi ti fa del male. Ecco, questo è un fenomeno che si è sviluppato molto in Nei sommersi e nei salvati di Primo Levi. Il fatto di vivere, per lui, è stato vissuto con un sentimento di colpa: "Perché io sono sopravvissuto mentre altri sono morti? Perché? Sono morti forse i migliori, quelli che sono stati più rigorosi nella loro condotta, meno compromessi? Ecco, io, colpito dal male, forse mi sono salvato perché in un certo senso ne sono stato partecipe". Questo è l'elemento tragico.

STUDENTESSA: Le diverse situazioni culturali possono, secondo Lei, condizionare l'esperienza del dolore?

NATOLI: Sempre! Questo è un problema che va oltre il tema dell'innocenza e della colpa, anche se è implicato in tutte e due le dimensioni: la dimensione della sofferenza umana è sempre legata al mondo d'esperienza in cui ci si trova. Io ho sempre sostenuto che bisogna distinguere nel dolore il danno dal senso. Se noi ci facciamo del male, subiamo un danno. Mi rompo una mano, mi spezzo una gamba. Allora il danno può essere uguale sia per me adesso che per un greco del VI secolo a.C., che per un cristiano del Medioevo, che, verosimilmente, per un uomo del prossimo secolo. Se facessimo una radiografia a tutti questi uomini, ci sarebbe lo stesso danno nella stessa parte del corpo. Però il modo in cui è vissuto è diverso, perché il cristiano vive questo dolore o come espiazione dei propri peccati o come offerta nei confronti del male del mondo, e quindi lo sente anche meno, perché gli dà un senso. Noi oggi, per esempio, quando abbiamo un dolore, lo collochiamo sempre nell'esperienza della guarigione, della tecnica. La prima cosa che uno fa, quando sta male, è rivolgersi al medico. Abbiamo interamente pensato la vita in termini di possibilità di gestirla tecnicamente. In questo caso il dolore viene vissuto in modo diverso, perché lo viviamo in un contesto che non ha più riferimento con la trascendenza. L'esperienza del dolore sta sempre in questa circolarità tra danno e senso: universale è il danno, ma particolare è il senso, relativo alle culture, ai mondi storici, alle società. Gli uomini soffrono tutti, ma in modo diverso.

STUDENTESSA: Si può parlare di colpa innocente per quanto riguarda quelle persone che non impediscono un dolore inflitto?

NATOLI: Si può parlare di colpa innocente se c'è un'omissione di soccorso o una non opposizione al male. E' chiaro che è una colpa diversa rispetto a quella di chi opera direttamente il male, però, in ogni caso, ci può essere anche, se non una collaborazione, una sorta di non reazione, di omertà. Il problema è vedere quanto e fino a che punto è identificabile il colpevole. Ci possono essere delle situazioni in cui si sa chi è il colpevole e non si impedisce a quest'uomo di fare del male. In altri casi, si capisce che c'è un responsabile, ma   non si sa chi è il colpevole. Ecco, questa è la difficoltà. E poi, per dirla con Manzoni, ci vuole anche  coraggio. Quando Don Abbondio non si oppone a Don Rodrigo e il Cardinal Federigo lo riprende: "Ci vuole coraggio!", dice: "Ma chi me lo dà il coraggio? ". Negli uomini c'è anche questa gracilità, questa debolezza. Quando poi diventa connivenza, diventa una cosa molto grave.

STUDENTESSA: Per Lei esiste un'innocenza allo stato puro?

NATOLI: Non esiste un'innocenza allo stato puro. La nostra realtà è complessa. Siamo sempre collocati in una dimensione di ambiguità. Probabilmente da quando diventiamo coscienti, perché il problema dell'innocenza è legato a quello della coscienza, se non c'è coscienza, non c'è né colpa né innocenza, in noi c'è qualcosa che ci rende partecipi del male, nel senso che non reagiamo abbastanza, non abbiamo la forza di una radicale opposizione nei confronti di ciò che ci spinge a deviare. Però questo non vuol dire che siamo colpevoli. Ecco, io distinguerei tra la dimensione di innocenza pura e quella di colpevolezza. Siamo in una situazione in cui dobbiamo costantemente migliorarci. Ci sono in noi delle impotenze, più che delle colpevolezze. Diventiamo colpevoli se a fronte di queste impotenze non reagiamo, se cediamo. Se invece ci impegniamo a rafforzarci, a diventare più forti, collaborando, magari aiutandoci, allora la tensione verso l'innocenza c'è.

STUDENTESSA: Secondo Lei, la percezione del dolore è diversa se è provocata da una cosa propria o da altri?

NATOLI: Certamente è diversa, anche se, quando si ha una situazione di dolore, non si è mai così lucidi, così freddi, razionali. Quando si è in una situazione di dolore, gli individui sentono di non meritarselo. E allora, se si collega il dolore al merito, ci si sente sempre colpiti da qualcuno, anche se è la natura. Questo discorso è più chiaro quando il dolore è chiaramente inflitto da qualcuno. Magari non si può far niente, ma si capisce da dove viene la radice del nostro male. Quando invece il male viene dalla natura, ci si sente ingiustamente colpiti. Ingiustamente perché la dimensione dell'uomo è quella di vivere il male sempre come un qualcosa che viene dall'esterno. La vita come tale respinge la morte. E quando la morte entra nella vita, noi la sentiamo sempre come esterna, come se fossimo colpiti. La morte stessa noi immaginiamo che ci venga da fuori, per il semplice fatto, come diceva Epicuro, che "quando ci siamo noi non c'è la morte e quando c'è la morte non ci siamo noi". Quindi la morte, per il vivente, viene sempre da fuori. E l'individuo, per quanto sappia di morire, la sente come ingiusta. In questo senso c'è una dimensione di rifiuto naturale del male e quindi essere colpiti è sempre imputabile a qualcuno.

STUDENTE: Chi è carnefice di un innocente, è mai stato vittima?

NATOLI: Può esserlo, ma non sempre. In alcuni casi, proprio perché è stato vittima, può capire quanto grande è la sofferenza e non infliggerla. C'è un passo della Bibbia molto bello in cui si invita il popolo ebraico alla misericordia e al perdono, con questa formula: "Ricordati che tu sei stato in Egitto e hai patito in Egitto la schiavitù. Quindi non imporla agli altri". Altre volte la sofferenza subita rende la vittima carnefice. Qui, allora, entriamo nelle variabili storiche individuali, perché effettivamente un eccesso di sofferenza può produrre una stortura. Nei bambini, negli uomini che, per esempio, vivono nella guerra, che sin dall'adolescenza hanno visto cadaveri, si può produrre una insensibilità nei confronti della morte e una sorta di sentimento indelebile di vendetta; quindi, in ragione della morte subita, ci si sente autorizzati ad infliggerla. Le variabili sono molteplici e bisogna entrare nella storia, nelle vite individuali. Non si può mai generalizzare sugli effetti che gli eventi hanno sulle storie e le vite.

STUDENTESSA: Lei pensa che, per superare il dolore, oltre a utilizzare gli strumenti della ragione e della fede, ci siano altri modi?

NATOLI: Ne ha detti due che sono importanti. Ma questo non vuol dire che rendano facile il cammino. Non dobbiamo semplificare, perché il dolore indebolisce, stordisce. Superarlo con la ragione? Ma quanto si può restare lucidi nel dolore? Il dolore molte volte oscura. Quindi, certo, la ragione è una risorsa, ma non dobbiamo immaginare che nel dolore la ragione rimanga impregiudicata e tranquilla. Però, certamente è una delle possibilità attraverso cui il dolore può essere superato. Direi che la condivisione del dolore, la comprensione che il dolore non è mai una cosa propria ma è del mondo, un atteggiamento di distacco dalla propria stessa sofferenza, permette di essere più reattivi. Ma questo è un percorso lento, non facile e bisogna essere formati a questo. Nel nostro tempo uno dei limiti più terribili è che il dolore è rimosso dalla vita e quindi quando ci colpisce ci trova impreparati. Noi siamo più spinti ad emarginarlo che a condividerlo. E questo paradossalmente anziché renderci più forti, ci rende più deboli. Per quanto riguarda la fede, è sempre attanagliata dal dubbio. "Posso credere sino in fondo che c'è un dio che mi libera dal dolore e dalla morte?". "Sì, lo credo. Ma lo posso credere sino in fondo?". Anche la fede è un'esperienza drammatica, come insegna Kierkegaard.

STUDENTESSA: Professore, c'è un nesso tra dolore e senso di colpa?

NATOLI: Ho già detto che ci può essere un nesso tra dolore e senso di colpa, perché, in generale, - questo lo dicono i proverbi, i libri sapienziali della Bibbia - di tanti dolori noi siamo anche responsabili. Questo è un tema molto importante. Abbiamo parlato di dolori inevitabili, che vengono dalla natura. Ma un fumatore, che contrae un tumore, è responsabile o no del suo dolore?In questo caso io parlerei di vera e propria colpa, in termini di spregiudicatezza, di superficialità, di non sentirsi responsabili mai del giorno dopo. Questo è molto importante dirlo ai giovani, perché i giovani vivono sullo slancio, la vita innanzi a loro è aperta a ogni possibile sviluppo, non c'è il problema del giorno dopo. Il giorno dopo viene man mano che si matura, man mano si apprende che c'è un giorno dopo. Ma forse molte volte, quando si scopre questo, è tardi. Allora l'educazione alla responsabilità è molto importante, perché noi possiamo essere causa del nostro danno e molte cose che ci sembrano naturali potrebbero essere evitate se fossimo più accorti, prudenti e astuti. Non dimentichiamo che la parola areté, da cui viene virtù, in greco significa soprattutto abilità. Bisogna essere abili, la virtù molte volte è più una questione di astuzia e di buon senso che di dovere. Pensarla legata al dovere, vuol dire sostanzialmente pensarla come esterna a noi stessi e non dipendente dalle nostre decisioni.

STUDENTESSA: Cosa pensa dell'eutanasia come liberazione da un dolore innocente?

NATOLI: Questo è un tema arduo e variamente riproposto. In linea di principio condivido l'eutanasia, ma è importante distinguere almeno due accezioni del termine. C'è l'eutanasia passiva, in cui il soggetto è ormai nella dimensione della fine, come rifiuto dell'accanimento terapeutico: è inutile investire risorse per una vita non salvabile, e tra l'altro questo è anche iniquo, perché si tolgono risorse per salvare vite salvabili. A un certo punto è giusto non andare oltre nel difendere una vita che non c'è più. Il problema serio è l'eutanasia attiva, quando il soggetto è colpito da una grave malattia e non la vuole sostenere, non ce la fa. Allora qui si dice: "Bisogna rispettare la sua dignità e non farlo morire nello strazio e nella miseria". Perché in effetti la malattia lo mortifica. In questo caso, il problema è: chi decide per chi. E' proprio vero che un sofferente è in una condizione di lucidità sufficiente da dire: "Voglio morire?". Spesso, quando vediamo dei sofferenti, ci rendiamo conto che passano da dimensioni di euforia a dimensioni di depressione da un momento all'altro. Quindi, se in linea di principio io sono d'accordo per la dignità nella morte, il problema dell'eutanasia è stabilire fino a che punto il soggetto sia davvero titolare di questa decisione o non ci siano altri che possano decidere per lui; è una situazione border line, a rischio. Questo pone molti problemi di fatto, e quindi le questioni diventano dilemmi giuridici.

STUDENTE: Come pensa che, ad esempio, i bambini del Kosovo potranno un giorno dare un senso alla loro sofferenza, visto che la loro è un'innocenza colpevole solo di appartenere ad un determinato popolo?

NATOLI: Quella non è una colpa e rispondo con un grande profeta, Ezechiele, che ha rovesciato il modello antico della retribuzione: se appartieni a un popolo, a una famiglia, ricadono su di te le colpe dei tuoi padri. No, la responsabilità è sempre individuale. Quindi questo è un bambino, non può avere in senso stretto nessuna colpa di quello che commettono altri. Però questo bambino può ereditare una colpa in senso morale: si è trovato in una situazione di depravazione, che lo ha messo in contatto col male e quindi lo ha esposto ad un rischio, nel senso che, per esempio, gli ha fatto percepire come plausibile la crudeltà, cosa cui non avrebbe mai pensato. Quindi, se, in senso stretto, questo bambino sarà responsabile soltanto di quello che farà, certamente avrà il peso di una crudeltà che lo ha messo a rischio anche nella possibilità di discernimento del bene dal male. Deve essere aiutato anche in questo senso. Potrebbe, però, sviluppare un sentimento più alto di pietà. Chissà che, proprio perché ha visto tanta sofferenza, non sia indisposto a darla e quindi magari più generoso. Questo lo dirà la storia.

STUDENTE: Abbiamo trovato su Internet uno dei tanti siti che parlano della fame nel mondo. Ottocento milioni di persone oggi soffrono la fame e di queste circa duecentomila sono dei bambini. Questo dato è reso ancora più inquietante dal fatto che circa cinquecento milioni di dollari l'anno vengano spesi per spese militari - che arrecheranno altro dolore - e non vengano investiti per risolvere questo grave problema. Lei cosa ne pensa?

NATOLI: Questa è la contraddizione vera e profonda della realtà storica contemporanea, ma anche dell'uomo che non è presente dove c'è sofferenza, e anzi la provoca. Nella nostra condotta dovremmo cercare di invertire questa situazione, ma il fatto che questo problema esista ci mostra chiaramente che un problema del dolore innocente c'è. Se la natura è innocente certamente l'uomo è colpevole. Il fatto che ci siano fame e guerra deve far sospettare della nostra giusta umanità.


Biografia di Salvatore Natoli

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