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Il Grillo (15/11/1999)

Giovanni Jervis

Le radici dell'esistenza

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Liceo Classico "Socrate" di Roma

JERVIS: Mi chiamo Giovanni Jervis ed insegno Psicologia dinamica alla facoltà di Psicologia dell'Università "La Sapienza" di Roma. Siamo qui per discutere insieme un tema sempre attuale: "Le radici dell'esistenza". Vediamo ora una scheda filmata che introdurrà l'argomento.

È una condizione scomoda quella delle minoranze, strette tra il desiderio di integrarsi e quello di non disperdere il proprio patrimonio culturale, vivono in una sorta di limbo, che le porta a sviluppare meccanismi di autodifesa. Così, accanto alla lotta per l'emancipazione, si assiste sovente a una riscoperta delle proprie radici, per non omologarsi e per riconfermare se stessi di fronte all'intolleranza. Scuole di lingua, ristoranti o luoghi di culto, diventano così il tramite per non buttare alle ortiche la propria identità. Per affrontare un cammino difficile, come l'integrazione, bisogna tenersi stretti i bagagli.

STUDENTESSA: Avere delle radici profonde può essere in qualche modo un ostacolo per l'integrazione in una società?

JERVIS: In teoria sì, però il problema è molto complesso perché da un lato il sentire chi si è e da dove si viene è importante - è importante per partecipare a qualsiasi ambiente si voglia partecipare -, per un altro lato integrarsi in una società nuova può significare abbandonare una parte di questa tradizione personale, individuale e delle proprie radici. Quindi ci può essere un problema su questo.

STUDENTESSA: Ma allora, per chi viene da paesi esteri e quindi si deve integrare in una società, avere delle radici profonde può provocare dei disagi, perché se si è legati alle antiche radici poi non si è aperti alla nuova cultura.

JERVIS: Sì, questo è in un certo senso evidente. Potremmo dire che forse è il problema di fondo. Cioè il problema nasce quando la società che sta ospitando invita e preme in qualche modo a assimilarsi, cioè ad acquisire certe abitudini, certi comportamenti, mentre d'altro lato chi è entrato in questa società, in certe situazioni, può invece addirittura accentuare la propria appartenenza alla cultura da cui proviene. E questo può creare un irrigidimento di posizione. Il problema effettivamente è reale.

STUDENTE: Abbiamo visto nella storia che spesso i confini di molti paesi, come gran parte dei paesi dell'Africa, sono stati eliminati del tutto arbitrariamente dagli occidentali, il che ha creato anche una diversità di etnie all'interno dello stesso Stato. Ciò non è successo solo in Africa, ma anche, per esempio, anche in uno Stato come l'U.S.A., costituito da varie etnie che si sono spostate in esso attraverso vari flussi migratori. Secondo Lei si può dire che c'è un'identità fra nazione ed etnia?

JERVIS: Il problema riguarda quelle zone o quei paesi, in cui persistono delle strutture sociali, che sono poi anche strutture psicologiche, di tipo tribale. Non è necessario andare in Africa, in paesi così diversi da noi. Basti pensare a un paese mediterraneo come il Libano, per esempio, dove non c'è una reale unità nazionale perché esistono tradizioni diverse, sia religiose sia proprio di costumi, legate a certe tribù. La cosa interessante è che questo problema dell'eredità tribale, in qualche maniera lo ritroviamo un po’ anche in Italia, perché il sentimento nazionale italiano è, tutto sommato, per ora piuttosto debole. Esistono dei forti sentimenti regionali che, in parte, riprendono queste identità tribali. Ora questo è un grosso problema non soltanto per quanto riguarda l'emigrazione, ma anche per quanto riguarda il passaggio di un paese, da una situazione ancora precapitalista o premoderna, a una situazione di modernità. Quindi potremmo dire che qui ci sono due problemi, uno è il problema dell'emigrazione, l'altro è il problema del passaggio da un insieme di culture tribali o eredità tribale, a un paese che senta una propria unità, un proprio sentimento nazionale. Sono due problemi che si sovrappongono uno all'altro.

STUDENTESSA: Nell'accostarsi ad un'altra identità, che può essere, per esempio, un'altra cultura o, più nel piccolo, nei rapporti interpersonali, una persona, è necessario prima avere una propria forte identità, oppure, proprio per scoprire la propria identità sia di popolo sia di persona, può essere molto utile accostarsi a un'altra identità, a un'altra cultura?

JERVIS: Qui c'è un altro problema molto interessante: quando esiste una minoranza che è immigrata oppure che in qualche modo è una minoranza ospite in una cultura che non è la cultura di quella minoranza, questa minoranza per potersi integrare bene, ha paradossalmente bisogno in qualche modo di recuperare una propria tradizione. Questo lo si è visto molto bene in certi aspetti dell’integrazione, che poi non è riuscita ancora perfettamente, dei neri d'America. La comunità nera americana degli Stati Uniti era una comunità che aveva perso le proprie radici, che erano poi radici africane, e, avendo perso le proprie radici, in qualche modo aveva perso anche una parte della propria dignità. Ora questo è un punto importante: quando si ha una consapevolezza delle proprie radici, della propria tradizione, si ha anche una autostima, si ha anche un senso della propria dignità, e il senso della propria identità, come identità degna, è poi una premessa importante per poter entrare in contatto validamente con una cultura ospitante. Se uno si sente privo di un'identità da cui origina e quindi privo di una dignità d’identità, ha poi più difficoltà a interagire con la cultura ospitante. Come si vede le cose sono un po' complesse, però interessanti.

STUDENTESSA: La diversità di etnie quindi la diversità di popoli che si riversano in uno Stato può servire a quello stesso Stato, ad accrescere la propria identità, identità personale, cioè anche ad arricchirla secondo le varie etnie?

JERVIS: Questo è stato in qualche modo il presupposto su cui si è basato quell'insieme di popoli, che ha costituito la nazione statunitense, cioè che, in qualche modo, la ricchezza degli Stati Uniti derivasse proprio da questo crogiolo. Ora però il punto è che non è sempre facile l'equilibrio fra le diversità dei contributi e quello che poi si ottiene alla fine. Da un lato è vero che le diversità creano ricchezza di contributi, questo è vero in qualsiasi gruppo. Qualsiasi gruppo sociale funziona tanto meglio quanto più riesce ad utilizzare e a valorizzare le diversità dei propri componenti. D’altro lato però, questo amalgamarsi di contributi diversi, in qualche modo anche di contributi non sempre perfettamente a modo, deve essere in qualche modo anche qualche cosa che riesce a creare un'unità, un'unità di intenti. Oggi si è a volte preoccupati perché questo amalgamarsi non funziona sempre perfettamente bene. Quando non funziona bene? Non funziona bene quando probabilmente manca il senso di una cultura egemone, cioè quando non è più chiaro quali sono i valori a cui ci si deve amalgamare. Cioè che cos'è che si deve produrre mettendosi tutti insieme. Questo è un problema che compare in parecchi paesi e perfino negli Stati Uniti, dove questo crogiolo, questa fusione oggi non funziona più tanto bene.

Vorrei adesso introdurre un breve filmato, che forse può essere pertinente a quello che è stato chiesto. In questo filmato uno storico delle religioni, Marcello Massenzio, fa presente, sulla base delle opinioni di una persona che è stata anche mio maestro, Ernesto De Martino, l'importanza di questa dialettica del capire. Vediamo il filmato.

MASSENZIO: Rispettare l'altro significa conoscere l'altro. Ma non si può essere soltanto sul piano delle buone intenzioni, bisogna, per poter conoscere, ripensare agli strumenti conoscitivi e adeguarli alla mediazione conoscitiva dell'altro. Ancora non basta. Non basta per De Martino un rapporto sbilanciato soltanto sul piano dell'altro da conoscere, dell'altro da rispettare dopo averlo conosciuto. Per De Martino la conoscenza dell'altro è contemporaneamente conoscenza di se stessi. La conoscenza dell'altro porta a porre il problema: ma perché la mia storia culturale ha preso un cammino totalmente autonomo rispetto a quello delle culture di tipo etnologico? Allora, mentre conosco l'altro, io mi interrogo sul processo storico, che è alla base della mia specificità culturale. Perché non bisogna assolutamente rinnegare la propria identità culturale. De Martino usa una espressione molto più pregnante in identità culturale, parla di "patria culturale".

STUDENTESSA: La diversità religiosa tra popoli è quella, nei vari Stati, che influisce di più. Ma Lei crede che gli altri tipi di culture, non solo religiose, come i modi di pensare, le leggi o comunque gli stili di vita, possano creare dei problemi grandi quanti ne crea la religione?

JERVIS: Oggi la questione della religione in rapporto ai problemi d’identità e in rapporto ai problemi di immigrazione è una questione molto importante, perché il sentimento religioso e l'aderenza a certe pratiche religiose tradizionali in molti casi costituiscono un fattore importante di identità, cioè di sentire chi si è e chi si è con altri; inoltre costituiscono un fattore importante del sentire che il proprio modo di essere è valido, che è qualche cosa che ha una dignità, eccetera. Qui c'è da inserire però un concetto importante, e cioè che la società della modernità, potremmo dire la società occidentale moderna, è basata, da alcuni secoli a questa parte, su una separazione piuttosto netta fra la sfera pubblica e la sfera del privato e la religione, secondo la tradizione cui noi apparteniamo, che è la tradizione occidentale, appartiene alla sfera del privato. E la sfera pubblica, la sfera dei doveri pubblici è qualche cosa che non riguarda le religioni, in cui la religione non deve entrare, e, d'altra parte, riteniamo, secondo la nostra tradizione, che la sfera pubblica, cioè lo Stato in sostanza - la polizia, le leggi, eccetera - non devono entrare in quella sfera del privato, della famiglia per intenderci, in cui c'è la religione. Ora qual’ è il problema? Il problema è che ci sono delle religioni che negano questa distinzione, cioè che tendono a ritenere che la sfera della religione, l'ambito dell'osservanza religiosa eccetera, non riguarda solo la sfera del privato, ma riguarda tutta la vita, compresa la vita pubblica. Questa tendenza ha un nome ben preciso, si chiama integralismo. Allora è chiaro che l'integralismo a questo punto crea problemi, perché l’eventuale religione di una persona che viene ospitata in un paese occidentale tende a essere una religione che dice all'individuo non soltanto ciò che deve fare in famiglia nella sfera del privato, ma magari anche quello che deve fare nella sfera pubblica, nella sfera quindi dei doveri e dei diritti degli altri cittadini. Questo crea problemi.

STUDENTESSA: Quindi bisognerebbe cercare una sorta di mediazione tra la propria religione e la religione del paese ospitante?

JERVIS: Vediamo un problema di questo tipo con particolare chiarezza in un paese come la Francia, in cui c'è una tradizione molto netta di separazione fra una sfera pubblica - lo Stato, la polizia, le leggi, che sono strettamente laici - e la sfera del privato. Ora in Francia l'etica pubblica viene presentata come qualcosa di molto forte. Cioè se uno va in Francia deve essere francese secondo quei valori. Non è che si ammette così facilmente che uno sia diverso. Allora in Francia avvengono degli scontri particolarmente forti con quei gruppi, soprattutto musulmani, che tendono a portare la loro religiosità anche nella sfera pubblica, ed è naturale che succeda. Questo non dovrebbe avvenire; credo che il separare la sfera pubblica e la sfera privata e il confinare, se vogliamo, quelle che sono le osservanze religiose nella sfera del privato, in cui lo Stato non ha diritti di mettere il naso, sia uno dei valori fondamentali della nostra cultura. Credo che questo sia un elemento di libertà vero, ma naturalmente non tutti sono d'accordo. Noi abbiamo un integralismo non soltanto di tipo musulmano, abbiamo anche un integralismo cattolico, in cui si ripropone una commistione, dove le istanze religiose entrano anche nella sfera pubblica e quindi in conflitto con le esigenze dello Stato, soprattutto se lo Stato è forte come in Francia. In Italia succede meno.

STUDENTE: Abbiamo visto come nell'incontro fra due popoli il pericolo dell'intolleranza e dell'incomprensione ci sia quando questi popoli hanno molto radicate le loro radici e quindi non sono disposti ad aprirsi. Ma non crede che questo pericolo ci sia anche nel caso contrario, cioè quando ci sia uno sradicamento e non la consapevolezza delle proprie radici?

JERVIS: Certamente. Questo è un punto importante e, in qualche maniera, singolare, nel senso che ci sono due esigenze opposte e bisogna tenerne conto di entrambe. Una è che noi, come ospitanti, parlo dal punto di vista degli ospitanti - sono italiano e in qualche modo mi sento più ospitante che altro - abbiamo un qualche interesse - giustamente - a dire, a chi viene da noi: "Bene, imparate quali sono i nostri costumi, cercate di adeguarvi alle nostre leggi, eccetera", dall'altro però questo discorso rischia di essere un discorso che viola i diritti delle persone ospitate, degli immigrati, di mantenere le loro tradizioni. E quindi può essere un discorso di violenza. Non è neanche un bene che chi è immigrato abbandoni troppo rapidamente le proprie tradizioni, i propri costumi. Perché non è un bene? Direi, ne ho già accennato prima, perché, se fa questo, perde la propria dignità. Il riuscire a adeguarsi a, non soltanto a delle leggi, ma a un'etica di rispetto per l'altro, che è anche rispetto di sé, è un qualche cosa che è condizionato a un senso forte della propria dignità. I comportamenti antisociali sono legati a tanti fattori. Uno dei fattori che provocano dissocialità o antisocialità è dato dalla perdita del proprio sentimento di appartenere a un gruppo che ha una sua dignità. Se non si è più nessuno, se si è buttati allo sbaraglio, se si perde la propria identità, si può diventare qualsiasi cosa. Questo significa anche che si può perdere la stima in se stessi e fare delle brutte cose.

STUDENTESSA: Perché ha portato questi due oggetti in studio?

JERVIS: Ce n'è uno che riguarda il film Radici - prego la regia di inquadrarlo - ed è proprio importante per quello che dicevo prima, cioè che il processo di acquisizione di diritti di dignità di benessere dei neri americani ha comportato, soprattutto in una certa fase, il bisogno di ritrovare la dignità della propria tradizione, una tradizione che era stata distrutta dallo schiavismo. Significava ritornare a capire che ogni tradizione porta dei valori positivi e questi valori positivi devono poter essere recuperati per poter sapere chi si è con la propria dignità, nel momento in cui si va incontro a una cultura egemone ospitante. Poi ho tirato fuori una specie di piccolo totem un po' curioso, che allude agli antenati. Qui vorrei porre io una domanda a Voi: credo che sia abbastanza naturale che nella casa di una persona, di una famiglia, ci siano le foto dei nonni, di persone che magari non ci sono più, gli antenati. Il senso delle radici di identità è legato - ecco, gli antenati - a queste persone - nonni, bisnonni, eccetera - che è importante sapere che ci sono, che ci sono stati, e in qualche modo, starei per dire, esiste una tendenza naturale a rispettare e venerare questi antenati. Noi abbiamo bisogno di sapere che i nostri nonni e bisnonni, anche se non li abbiamo mai conosciuti, erano persone degne, abbiamo bisogno di sapere che veniamo da lì, che esiste una tradizione. Se abbiamo avuto degli antenati contadini, credo che sia sano e giusto che sappiamo che la tradizione contadina ha lasciato qualcosa di valido, anche se ormai non esiste più una cultura contadina vera e propria in Italia. Ecco, allora, le radici sono anche questo, cioè sono qualche cosa che ha a che fare con qualcosa di prossimo, di legato alla famiglia, dove naturalmente poi la famiglia si dilata, diventa il paese, diventa l'essere provenienti, che so io, dalla Calabria. In qualche modo se io sono di origine calabrese, devo sentire che nella Calabria c'è qualche cosa che mi sostiene tuttora, anche se, magari, i miei genitori sono venuti via da lì molti anni fa. Ecco, questo senso della continuità è legato a un senso della propria dignità e non si può perdere la propria dignità e andare incontro a una nuova cultura, bisogna in qualche modo mantenerla, ci deve essere questo rapporto reciproco, che è un po' quello su cui insistiamo oggi.

STUDENTESSA: Volevo parlarLe delle radici linguistiche. Secondo Lei quanta importanza ha conservare i dialetti.? Nel senso: alcuni sono delle vere e proprie lingue, però, per esempio nel Salento, il dialetto a poco a poco ha perso ogni importanza, in quanto era solo tramandato oralmente, mentre invece in alcune regioni della Spagna settentrionale, in Galizia, per esempio, il dialetto del posto si chiama gallego e ancora continua ad essere parlato, viene persino studiato a scuola dai bambini. Secondo Lei è importante, quando le tradizioni vengono a perdersi, quando ormai i genitori parlano con i propri figli la lingua nazionale, cercare comunque di mantenere in vita un modo di parlare ormai superato.

JERVIS: Questo è un punto importante sul quale c'è un dibattito, nel senso che non tutti sono d'accordo, perché ci sono due esigenze contrastanti. La prima è questa: bisogna tenere conto del fatto che l'Italia, per esempio, è un paese scarsamente unitario, ci sono tante Italie a seconda delle regioni, ma l'unificazione dell'Italia è stata in larga misura un abbandono dei dialetti e un'acquisizione di un italiano parlato da tutti, che è piuttosto recente. Si può dire che la grande trasformazione da questo punto di vista, è avvenuta dopo la Seconda Guerra Mondiale e in larga misura con l'arrivo della televisione. Quindi, da questo punto di vista, il fatto che i cittadini abbiano imparato a parlare italiano è stato un elemento positivo, perché è stato un elemento unificante di cui c'era bisogno. Quindi la scomparsa dei dialetti, da questo punto di vista, è stata un bene. Da un altro punto di vista, invece, c'è la necessità di salvaguardare certe tradizioni dialettali. E questo viene sentito piuttosto fortemente. Allora qui in qualche modo è inevitabile fare una scrematura, evidenziare cioè determinate tradizioni dialettali che portano una cultura di una certa importanza per cercare di salvarle. La tendenza a salvaguardare certe tradizioni locali - in qualche caso non si tratta solo di dialetti, si tratta proprio di lingue - è oggi molto forte; naturalmente anche qui funziona meglio quando il quadro generale è solido. In altre parole: quando esiste uno Stato, un apparato statale, con un buon sistema educativo unificato, con dei valori abbastanza generalizzati e da tutti accettati, a questo punto è più facile che vengano salvaguardate delle isole in cui i bambini continuano a parlare il dialetto e via di questo passo. Quando invece questa unificazione non è avvenuta o è avvenuta in modo incompleto, ecco che le isole dialettali finiscono per essere un elemento più negativo che positivo.

STUDENTE: Prima si parlava di integrazione, di dover accettare da parte di chi emigra in una altro paese, soprattutto in un paese occidentale, questa distinzione fra sfera pubblica e privata. A volte però questa laicità, che giustamente egemonizza il pensiero occidentale riguardo la sfera pubblica, non può decidere arbitrariamente quando la cultura dell'immigrato può entrare in contraddizione con essa. Faccio un esempio preciso: in Francia ci fu un caso di una ragazza che veniva in classe col chador e il preside gli vietò di portarlo perché entrava in contrasto con la sensibilità laica della Francia. Ma facendo così, non si contraddice un po' la laicità stessa, vietando a una persona di rispettare la propria cultura?

JERVIS: Sì, il caso non è casuale, perché in Francia, come dicevo, c'è uno Stato che si propone come portatore di valori forti, quindi in qualche maniera lo Stato francese tende un po' a egemonizzare e a lasciare, se vogliamo, meno spazi. Non è che sia intollerante, ma insomma in qualche modo dice: "Siete francesi, allora seguite le regole dei francesi". Il punto è un po' un altro. Se da un lato noi riteniamo giustamente che oggi occorra essere molto tolleranti verso i costumi di chi arriva - credo che in Italia non ci sarebbe la tendenza a proibire a una ragazza musulmana di venire a scuola col chador, purché non fosse completamente velata, in modo tale da potersi far sostituire da qualcun altro -, ecco, se da un lato c'è questa tendenza, a non creare una pressione d'assimilazione che rischia di essere intollerante, da un altro lato c'è da dire che la società occidentale, proprio in quanto tende a separare la sfera pubblica dalla sfera del privato, quindi la sfera dei doveri e diritti del cittadino dalle libertà religiose, che appartengono al privato, proprio per questo motivo fornisce in qualche modo una premessa per una tolleranza. Allora, se è vero che la sfera del privato riguarda certe tradizioni e in questa sfera non si deve entrare, allora non c'è più problema, ognuno ha la sua religione. I problemi quando nascono? Nascono quando determinate tradizioni rischiano di violare dei diritti o dei doveri, che sono quelli sanciti dalle leggi, che sono molto spesso diritti o doveri di libertà. Per esempio certe pratiche sessuali violente nei confronti delle donne, presenti in molti paesi, queste, nei paesi occidentali, non vengono tendenzialmente tollerate, perché si ritiene che vadano contro un'esigenza di diritto e di rispetto della persona che è fondamentale per la sfera pubblica, non per la sfera privata. Allora qui si crea un contrasto, si crea un conflitto. La tendenza attuale è di essere molto tolleranti, però questo naturalmente comporta dei rischi, quando si rischia di tollerare dei costumi, degli atteggiamenti, che violano dei diritti fondamentali, per esempio i diritti all'integrità corporea rispetto all'individuo, alla scelta. Prendete, per esempio, il potere dei genitori sui figli. Noi riteniamo che i figli, arrivati ad una certa età, abbiano certe libertà. Ma se il genitore dice: "No, nella mia famiglia si comanda a modo mio", come si fa? Come si fa ad intervenire all'interno di una famiglia, per permettere che un figlio o una figlia, non di dodici anni, ma di venti o ventidue, possa, che so io, uscire la sera? Direi che tendenzialmente non si può e quindi si cerca in qualche modo in tutti questi casi degli atterraggi morbidi, cioè delle mediazioni, un dialogo, supponendo che questo porti poi ad un certo grado di assimilazione.

STUDENTESSA: Secondo Lei che meccanismo c'è alla base? Perché nella storia di tutto il mondo, sia occidentale, che ci riguarda più da vicino, ma anche orientale, l'identità etnica, l'affermazione della propria etnia e l'odio e la distruzione di quella di qualche altro popolo, è stata la molla per conflitti così gravi e distruttivi? È un imperativo così grande, un tratto così importante della personalità di un essere umano, oppure spesso è anche un pretesto che risulta particolarmente credibile?

JERVIS: È un imperativo molto grande, un imperativo più grande di quanto non si pensasse e soprattutto, questo imperativo dell'identità etnica, del sentirsi appartenere ad un certo gruppo, ad una certa tradizione, magari a una certa regione, è un imperativo che si dissolve con la modernità meno di quanto non si pensasse. Cosa succede oggi? Succede che noi vediamo non già una tendenza dei vari gruppi, delle regioni, delle tradizioni, ad assimilarsi, ma per certi dati osserviamo la tendenza opposta, cioè osserviamo che in molte zone, c'è una sorta di recupero regionalistico. Pensate alle tendenze secessioniste del Nord-Italia, al regionalismo in generale, pensate al ritorno di certi recuperi di tradizioni religiose. In qualche modo è un po' come se il mondo moderno da un lato offrisse una sorta di universalizzazione a tutti. Siamo diventati cittadini del mondo, si comunica rapidamente con l'altra parte del globo alzando il telefono, eccetera. Ecco, da un lato c'è questa sorta di globalizzazione, che è anche una globalizzazione economica, culturale eccetera. Oggi i giovani italiani si vestono esattamente come i giovani americani e questo non succedeva neanche vent'anni fa. Per un lato c'è questo, per un altro lato sembra che proprio questa globalizzazione, che è anche una uniformizzazione, uniformizzazione, per esempio, dei costumi giovanili, proprio questo determina una sorta di reazione, come se esistesse il bisogno di ricreare delle tradizioni piccole, delle tradizioni regionali, delle tradizioni secondo particolari costumi. Questo è un fenomeno molto interessante che, in qualche modo, non era previsto. Quindi i paesi tendono a creare delle isole regionali che sono in qualche modo gelose della propria tradizione, quasi, a volte, in maniera un po' ottusa, un po' cattiva. Perché succede questo? Certo questo è un problema, perché in certi casi crea veramente dei conflitti. Non sappiamo esattamente perché succede. Possiamo pensare che sia una sorta di recupero d’identità, di piccole identità collettive in un mondo che sta dissolvendo le identità.

STUDENTE: Ho trovato su Internet un sito abbastanza curioso, dove viene proposto un viaggio alle radici del voodoo in otto giorni: secondo gli organizzatori del viaggio si può arrivare alle radici del voodoo in soli otto giorni. Lei, di fronte a una proposta del genere, come si pone, che cosa ne pensa.

JERVIS: Qui c'è un fenomeno interessante, che in qualche modo ci permette anche di fare alcune considerazioni conclusive. Potremmo chiamarlo il fenomeno del consumo delle identità: nel mondo attuale noi siamo sempre più interessati a conoscere i contributi che altre culture ci possono dare, quello che ci può dire la cultura indiana, quello che ci possono dire certe culture magiche primitive, i contributi di religioni, religioni orientali, eccetera. Per certi lati questo è un bene, perché ci porta a capirci di più; per altri lati però è qualche cosa che facilmente diventa consumo, cioè diventa un andarsi a prendere dei pezzettini di altre identità, di altre tradizioni che ci piacciono, un po' come noi prendiamo le cose in un supermercato. E qui c'è qualcosa che non funziona, perché in questa maniera noi rischiamo di creare non un incontro reale fra popoli e tradizioni diverse, che è quello che in realtà ci interessa, ma rischiamo di creare un fenomeno più superficiale. È poi il rischio che stiamo correndo tutti, quello di interessarci agli altri, perché sono curiosi, perché sono divertenti o perché hanno qualche magia da darci. Forse questo è uno dei motivi per cui dovremmo renderci conto che per prima cosa dobbiamo sapere chi siamo noi. Se sappiamo meglio chi siamo noi e da che tradizione veniamo, forse siamo anche più in grado di capire, non fenomeni superficiali o fenomeni di consumo, ma in realtà i modi di vita delle persone che sono completamente inserite in modi di vita diversi dal nostro.


Biografia di Giovanni Jervis

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