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Il Grillo (17/12/1997)

Giuseppe Ayala

Il crimine come impresa

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Ayala: - Ho fatto per molti anni il Magistrato, fino al 1992, e in particolare sono stato alla Procura della Repubblica di Palermo per dieci anni, dal 1981 al 1991, dove ho lavorato nel conosciutissimo pool antimafia.
In quegli anni mi sono occupato di indagini sul traffico degli stupefacenti, di mafia in generale e di moltissimi omicidi, anche a danno dei servitori dello Stato. La sintesi di questo lavoro è nel maxiprocesso, iniziato il 10 febbraio '86 e finito il 12 dicembre '87, nel quale sono stato Pubblico Ministero. Un processo che si è concluso con l'irrogazione di pesantissime condanne a carico di moltissimi imputati. Gli imputati erano 475, in un solo processo.
Nel '91 sono stato nominato Consulente alla Commissione Parlamentare antimafia. Nel '92 sono stato eletto, per la prima volta, deputato; la cosa si è ripetuta nel '94. Nel '96 sono stato eletto senatore. Faccio parte del governo Prodi e sono Sottosegretario alla Giustizia.

 

Quali sono state, storicamente, le fasi che hanno portato la mafia da una conduzione agricola ad una conduzione imprenditoriale?

Capita spesso di sentire parlare di "vecchia mafia" e "nuova mafia". Non esiste la "vecchia mafia" e la "nuova mafia". Esiste la mafia, che però è cambiata nel tempo perché si è adattata ai cambiamenti dell'economia e della società in genere. La mafia è, dapprima, agricola, perché l'economia in quel periodo era agricola. Personaggi emblematici di questa fase sono il famoso Don Calò Vizzini e Genco Russo. Questi erano l'espressione di una mafia che aveva un forte interesse soprattutto verso il potere. In questa fase storica il potere viene avvertito come la più appetibile delle conseguenze dell'essere mafioso: anche il denaro è importante, ma ha una dimensione secondaria.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale si avvia in tutto il paese, e naturalmente anche in Sicilia, la ricostruzione edilizia. La mafia scopre un nuovo affare, una nuova possibilità di fare molti soldi, intervenendo nella speculazione edilizia, ossia nella parte distorta della ricostruzione.
In questo momento storico si cominciano a saldare i rapporti con la politica e con la pubblica amministrazione. La mafia non può non avere un rapporto con la pubblica amministrazione, perché altrimenti non riuscirebbe a far variare i piani regolatori secondo le proprie convenienze, riuscendo a farla franca pur violando le regole.
In una fase successiva, che va collocata storicamente intorno alla metà degli anni Settanta, già alcune famiglie mafiose si dedicavano al traffico degli stupefacenti.
In quel periodo Cosa Nostra, nel suo complesso, decide di entrare in massa in questo grande traffico. Il salto di qualità c'è stato col traffico degli stupefacenti, e quindi con la disponibilità di enormi capitali, guadagnati con questo traffico di morte - la droga è morte - e quindi con il riciclaggio e il reinvestimento anche nell'economia "legale" di queste somme guadagnate col traffico illecito.
Questo percorso della mafia ha una continuità, che segue i mutamenti e i cambiamenti dell'economia. Per capirlo io cito sempre l'esempio della Pizza Connection, che è anche una vicenda abbastanza conosciuta (ci sono stati dei film, se ne è parlato).
La Pizza Connection era un meccanismo che noi abbiamo scoperto. L'eroina non esiste in natura: l'eroina è un derivato chimico della morfina base. La morfina base giungeva dai paesi mediorientali nel palermitano. Lì c'erano le "raffinerie" di droga, che trasformavano questa morfina base in eroina. L'eroina veniva collocata sul mercato americano, newyorkese in particolare. Il danaro ricavato attraverso "paradisi valutari" veniva versato tutto in banche svizzere. Nelle banche svizzere avvenivano le transazioni: si pagava la materia prima. Quello che rimaneva del guadagno, in parte si reinvestiva all'estero, in parte veniva reinvestito in Italia.
Questo è lo schema che vi dà la dimensione, anche planetaria, della capacità di fare affari della mafia.
Per questi motivi, quando si parla di crimine come impresa, si va a cogliere il fondo della questione. Non si è mafiosi per una scelta ideologica o per ammazzare. Si è mafiosi per fare danaro e per gestire potere: le due cose ovviamente vanno assieme.
Io l'ho sempre definito un circuito perverso. Tanto più danaro tanto più potere, tanto più potere tante più occasioni per far soldi. L'omicidio è uno strumento, a cui la mafia deve ricorrere - talvolta l'ha fatto con eccessiva facilità -, ma non è certamente la finalità della mafia, né la finalità della mafia può essere ravvisata in una sorta di "adesione a valori ". Si diventa mafiosi per far soldi e per gestire potere.

 

Per quanto riguarda l'affare degli appalti nel campo dell'edilizia, grazie a quali coperture la mafia riesce a controllare, quasi interamente, questo settore nel nostro Mezzogiorno?

Io mi auguro che questo ora non sia più vero, ma non escluderei che ci siano ancora dei fenomeni di questo genere. Gli appalti sono una ulteriore presenza mafiosa nel campo dell'edilizia. Le imprese nate per costruire palazzi a un certo punto si sono avventurate in questo settore, che è lucrosissimo, in quanto vengono investiti, per dare opere pubbliche ai cittadini - strade e quant'altro - migliaia e migliaia di miliardi di danaro pubblico.
In questo campo si ha un'ulteriore crescita del rapporto tra mafia e pubblica amministrazione, per l'ovvia ragione che la mafia ha bisogno di avere i suoi terminali all'interno dei pubblici poteri in modo tale che le scelte di questi pubblici poteri avvengano in modo funzionale ai propri interessi criminali.
Tutta la letteratura sui rapporti tra mafia e politica è legata fondamentalmente a questo schema. Si inserisce in questo, per esempio, il momento elettorale. La mafia ha la capacità di regolare ampli flussi elettorali, che ha interesse a orientare verso quei personaggi dai quali poi riceve - come ricaduta di questo investimento in termine di voti - quel tipo di scelte che sono funzionali - nel settore degli appalti pubblici, in particolare - ai propri interessi. Così nasce una nuova occasione di far soldi.

 

La lotta alla mafia o, meglio, alle imprese di malavita, deve partire anche dai singoli cittadini. Che cosa può fare, un singolo cittadino, per dimostrare di voler combattere davvero la mafia?

Non dobbiamo credere che la mafia sarà sconfitta, un giorno, soltanto con l'opera della magistratura e delle forze della polizia.
La soluzione del problema comporta necessariamente il massimo di efficienza da parte di magistratura e polizia. Guai a indebolirle: sarebbe un disastro. Accanto e insieme a questo occorre una grande scelta politica di fondo e, soprattutto, una grande opera di cultura della legalità per le nuove generazioni.
Che cosa può fare il singolo? Vi è la necessità di stabilire che il pilastro fondamentale della democrazia risiede tutto nel rispetto delle regole, cioè nella legalità. La legalità conviene.
Gli appalti pubblici, ad esempio, se sono gestiti rispettando le regole, senza corruzione e senza cedimenti nei confronti della mafia, costano dieci volte meno. La legalità conviene anche da un punto di vista economico.
L'evasione fiscale non è una forma di illegalità? In Italia è enorme. Questo comporta che quelli che pagano le tasse, ne pagano un pezzo in più per compensare il mancato afflusso da parte di quelli che le tasse non le pagano. Se tutti le pagassimo, tutti pagheremmo meno.
La scommessa vera, in un paese democratico che vuole crescere come l'Italia che va in Europa, è quella di formare le giovani generazioni alla cultura della legalità.

 

Qual è il meccanismo per la concessione di un appalto? Perché non si fa una lotta radicale su questi meccanismi, che la mafia utilizza per potersi garantire gli appalti?

Io ho vissuto, per esperienza personale, tutta la nascita di questi provvedimenti, di questi tentativi, per cercare di rendere quanto più impermeabile possibile, da condizionamenti mafiosi, il mondo all'interno del quale si muovono migliaia di miliardi di danaro pubblico.
La certificazione antimafia ad un certo punto si era risolta in una iperburocratizzazione del rilascio, con conseguenze anche talvolta paradossali e comunque di appesantimento di tutte le procedure.
Allora si è pensato di ricorrere all'autocertificazione per semplificare i procedimenti amministrativi, che erano diventati ormai assolutamente non moderni, non efficienti.
Occorre una gestione diversa da parte del potere politico e dell'amministrazione della gestione degli appalti. Non è facile, perché, come è superfluo che io ricordi, spessissimo le imprese mafiose si creano una parvenza di legalità mediante i famosi "prestanome", che sono persone magari apparentemente degnissime.
Rispetto al lassismo che c'è stato in passato, che è stato talvolta vergognoso, io vedo che già si sono fatti molti passi avanti e che altri se ne faranno.

 

Quali sono i casi in cui due famiglie mafiose si uniscono per ottenere qualcosa?

Sugli affari. E' sempre quella la logica. Per esempio, io ti posso raccontare (anche questo lo traggo dalla mia esperienza professionale di magistrato) un accordo, che tenne per un certo periodo, sul tema del contrabbando delle sigarette. Eravamo in una fase in cui non c'era il coinvolgimento in massa nel traffico degli stupefacenti, ma c'era un coinvolgimento forte, sia di famiglie camorriste sia di famiglie mafiose, sul tema del contrabbando.
Noi abbiamo un mare, che bagna Napoli e che bagna la Sicilia, che è abbastanza circoscritto: il Tirreno. A un certo punto i mafiosi si resero conto che, operando in competizione tra loro, erano meno forti e più esposti agli interventi della Guardia di Finanza e delle forze repressive. Allora fecero un accordo, una specie di cartello, per cui stabilirono una turnazione, in modo che le navi che entravano nel Tirreno a scaricare le sigarette, di volta in volta erano di una parte, mentre gli altri aspettavano, poi finiva quel turno e entrava l'altra. Questo accordo saltò perché non fedelmente rispettato da una delle parti.
Questi episodi sono sempre legati al comune interesse di guadagnare meglio, più facilmente, con margini di impunità maggiori. Non sono mai alleanze strategiche. Non c'è altra strategia che i soldi.

 

Il ruolo delle banche, per quanto riguarda il riciclaggio di denaro sporco, è sicuramente fondamentale. Non sarebbe necessario intervenire sul segreto bancario?

Argomento assai delicato. Andiamo per ordine. Non c'è dubbio che tra tutte le operazioni che riguardano le attività mafiose dal punto di vista dell'investigazione, la più difficile da scoprire è quella del riciclaggio, perché si ricorre a strumenti anche modernissimi. Il denaro, sapete benissimo, "ha le gambe di una lepre". Adesso, con le operazioni telematiche, girano capitali ingentissimi da un continente all'altro. Quindi è molto complicato fare queste indagini. In Italia non avevamo u a legge sul riciclaggio, che prevedesse comportamenti e sanzioni. Questa legge adesso c'è da diversi anni, dai primi degli anni Novanta.
Non ha funzionato molto bene e quindi è una legge che merita un'attenta riflessione sull'esperienza negativa, che si è fatta, per cercare di correggerla e migliorarla. E' questa l'unica strada possibile.
Per quanto riguarda il discorso del segreto bancario, spesso anche questo dà adito a qualche confusione. Per il giudice penale il segreto bancario non esiste in Italia. Questa è una cosa che molti non sanno. Chi fa il procuratore della repubblica, colui che in genere gestisce le indagini sulle organizzazioni criminali, ha accesso -a determinate condizioni, autorizzato dal giudice delle indagini preliminari - ai conti bancari. Quindi, per il momento di indagine, non esiste il segreto bancario in Italia.
Toglierlo completamente, con una maggiore dimensione, è una scelta politica delicata. Ci sono due scuole di pensiero sull'argomento e francamente io non mi sentirei di sposare al cento per cento la causa di chi vuole abolire totalmente il segreto bancario. Tra l'altro non è una particolarità italiana: in tutti i paesi occidentali, capitalisti, dove il sistema creditizio è al centro della dinamica del mercato, vi sono forme di segreto bancario più o meno, talvolta strettissime.
Si fa sempre l'esempio della Svizzera. Ricorderò la mia esperienza personale. All'inizio degli anni Ottanta noi ci rivolgemmo alle autorità giudiziarie svizzere per avere collaborazione per quei conti della Pizza Connection. Abbiamo avuto ampia collaborazione, perché si sono resi conto che non avevano nessun interesse a far circolare, all'interno del loro sistema, danaro di provenienza illecita, gestito da personaggi mafiosi, che fatalmente si sarebbero recati lì e avrebbero inquinato quel sistema bancario.
Quindi molto accortamente, pur avendo una tradizione di segreto bancario molto severa, aprirono i conti e noi trovammo una serie di riscontri e di prove che poi hanno portato alla condanna queste persone

 

Abbiamo parlato di smercio di droga e di attività economiche legate alle imprese edilizie. Le attività mafiose si svolgono anche in altri campi. Si parla tanto di "ecomafia". Queste organizzazioni come svolgono le loro attività in questi altri campi?

L'ecomafia è la novità. Questo è un settore che gli ambientalisti hanno messo in evidenza. Lega Ambiente, in particolare, ha fatto degli studi molto interessanti. Mi sembra che si sia scoperto veramente qualche cosa, che solo fino a poco tempo fa era abbastanza sconosciuto e si apre un nuovo grande tema alla risposta repressiva.
Un'altra attività di cui non avevamo parlato è quello dell'estorsione, che è l'attività classica, anche perché è lo strumento attraverso il quale si garantisce il controllo del territorio, che è la base fondamentale del potere intimidatorio della mafia. Il ricavato dell'estorsione, dal punto di vista economico, è notevolissimo.
Nell'estorsione c'è un ricavato molto importante anche in termini di potere, perché l'imposizione del pizzo, in maniera capillare, dà una prevalenza all'organizzazione mafiosa, di presenza sul territorio, a discapito della presenza istituzionale.
Se noi riuscissimo, attraverso le forze di polizia, ad avere un controllo del territorio, il pizzo non lo pagherebbe nessuno. La minaccia di un attentato rimarrebbe tale se il controllo del territorio fosse perfettamente in mano alle istituzioni. Invece il pizzo è diventato una sorta di polizza d'assicurazione che il povero imprenditore paga nei confronti del carnefice, affinché il carnefice non diventi tale.
Questa possibilità che il carnefice diventi tale è legata dal fatto che il controllo del territorio rimane ancora oggi il presupposto fondamentale della struttura di potere, che è una delle componenti essenziali dell'organizzazione criminale.
Quindi nell'estorsione non solo è importante l'aspetto del profitto, che l'organizzazione consegue, ma è importante l'aspetto del potere che questo garantisce all'organizzazione: sono sempre due cose che si saldano sempre.

 

Secondo Lei in che percentuale la mafia è presente all'interno dell'economia di una società e può avere delle conseguenze sul lavoro?

La valutazione del fatturato complessivo del traffico di droga e quindi del denaro che viene riciclato è difficile. Io ho sempre avuto un approccio giudiziario e queste statistiche mi hanno sempre lasciato, per la verità, un po' perplesso. Non saprei indicare la percentuale di incidenza sull'economia legale di capitale mafioso io.
Questa enorme quantità di danaro, guadagnata illegalmente, deve essere riciclato e inserito nell'economia legale. A ciascun miliardo - e qui parliamo di migliaia l'anno - corrisponde, guadagnato col traffico di armi, oltre che di droga -, corrisponde un miliardo inserito nell'economia legale. Questo è un dato certo, perché se non lo inserisci nell'economia legale non sai cosa fare di quel danaro. In quelle dimensioni la funzione del danaro è quella di assicurare altro profitto. Viene investito perché deve garantire altri ricavi.
Allora è facile pensare che la quantità di capitali, di provenienza illecita, inseriti ormai nel circuito dell'economia legale, è apprezzabile. Non è poco. Allora il problema si pone nel riuscire a fermare il riciclaggio. Occorrono leggi sul riciclaggio, perfezionate e affinate. L'aspetto repressivo è fondamentale - per impedire che se ne riversi continuamente altro - con effetti nefasti per la salute dell'economia.

 

Si ha spesso l'impressione che le persone che lottano contro la mafia siano lasciate sole a condurre una lotta titanica contro la mafia. E' vero questo? E se è vero di chi è la responsabilità?

No, io non sono d'accordo su questo. Premessa: io sono stato in quell'ufficio, esattamente in quell'ufficio, per dieci anni. Quindi conosco bene non solo il palazzo. Conosco bene, perché facevamo noi lo stesso lavoro. Il rischio d'isolamento è sempre presente. Noi lo vivevamo, non se ne è mai fatto mistero.
Sappiamo come è finito: Falcone fu trasferito a Roma, io fui trasferito a Roma, ma non ripercorriamo questa storia. Lì c'è un gruppo di lavoro - io li conosco tutti - molto qualificato, molto motivato, con strutture adeguate, che ha ottenuto risultati eccellenti. Non è isolato. Perché? Perché in genere l'isolamento dipendeva dal rapporto che alcuni settori del mondo della politica stabilivano, nel senso che non c'era un sostegno diffuso dalle istituzioni, anzi spesso ti mettevano qualche bastoncino tra le ruote.
Tutto questo oggi è irripetibile, per fortuna, perché questo credo che sia un governo che - a mio giudizio - non sospettabile né di infiltrazioni mafiose, in nessuno dei suoi componenti, né di pratiche corruttive.
Quindi, se si può avvertire - e talvolta Caselli se ne è lamentato - qualche momento in cui ci si aspetterebbe un sostegno più preciso e più forte, questo rientra in una fisiologia di chi lavora in quella frontiera, rischiando la vita.
Parlare di isolamento non mi sembra che sia assolutamente aderente ai tempi che stiamo vivendo.

 

La possibilità che il crimine ha avuto di divenire impresa, può derivare anche dalla lentezza burocratica?

Sì, probabilmente avrà trovato anche delle agevolazioni in questo, ma lì proprio, come dire, lo sviluppo è, oserei dire, fisiologico. Questa progressiva organizzazione a modello imprenditoriale è derivata dalla capacità - che è una delle caratteristiche più significative della mafia - di adattarsi al mutamento dell'economia, del contesto sociale ed economico in cui opera.
Secondo me il vero ruolo della democrazia è stato sicuramente quello di aver lasciato, al suo interno, porte aperte agli interessi mafiosi. Adesso non prendiamocela con tutta la burocrazia, perché le generalizzazioni sono sempre il peggior modo di esprimere un giudizio.
Mentre sul rapporto tra mafia e politica si è intuito, denunciato e adesso anche dal punto di vista giudiziario, ci si è mossi con qualche risultato apprezzabile, sul rapporto - a mio giudizio non meno rilevante - tra mafia e burocrazia si è fatto meno, non perché si è voluto fare meno, ma perché le opportunità investigative sono state minori.
La burocrazia ha avuto un ruolo, ma non tanto perché è lenta, bensì perché è permeabile in qualche suo ganglio.

 

Abbiamo detto che la mafia e anche le altre organizzazioni criminali sono diventate imprese, per cui all'interno di un'impresa ci sono dei dirigenti, ci sono dei dipendenti. Tant'è vero che spesso, per esempio, i killer materiali non sono altro che persone mandate. Queste persone che sono mandate a fare queste cose, che fanno queste cose, che vantaggi traggono e perché lo fanno?

Queste persone vogliono fare carriera dentro l'organizzazione: è molto semplice. Sono gli stessi meccanismi della società legale.
Questa gente entra nell'organizzazione mafiosa, e la selezione avviene su questo piano: se sai produrre bene l'eroina e se sai ammazzare. In una società normale avviene se sei uno che sa usare bene il computer o sa organizzare bene un reparto d'azienda. Adesso non so bene quali possano essere i meccanismi selettivi della classe dirigente. Lì è il delitto; non c'è niente da fare. Tutto è costruito sul delitto.

 

Chi diventa mafioso lo fa per accrescere il suo denaro e il suo potere. Molte volte questo accada anche perché lo Stato non è in grado di garantire un futuro, cioè di dare lavoro, e quindi l'attività illegale diventa l'unica fonte di sopravvivenza.

Questo è sicuro. Molti giovani sono indotti a fare questa scelta per mancanza di un alternativa di lavoro legale: questo è un dato scontato. Ecco perché, in quel ragionamento che facevamo prima sulla strategia politica complessiva, di lotta seria fino alla sconfitta della mafia, indubbiamente l'argomento del lavoro, specialmente nel Mezzogiorno, è una delle grandi scommesse da vincere.
Una grande sacca di giovani disoccupati costituisce un serbatoio potenziale, all'interno del quale non tutti hanno, come dire, una struttura che li fa resistere alla tentazione di guadagnare facilmente, di fare carriera, secondo quelle logiche e quant'altro.
Dico una cosa, che può anche sembrare banale: se avessimo una occupazione legale garantita ai giovani, del cento per cento, probabilmente la mafia farebbe più fatica a reclutare manovalanza. Questo è quasi sicuro, anche se può apparire banale.

 


Biografia di Giuseppe Ayala

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