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Il Grillo (23/11/1999)

Rodolfo de Bernart

Vincolo sociale e vincolo familiare

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...la maturità non consiste in una totale separazione dall'ambiente di provenienza, quanto piuttosto nel poter scegliere. Nella vita abbiamo bisogno principalmente di due cose, la cui rispettiva importanza varia con l'avanzare degli anni: di appartenere e dipendere da una parte, di separarsi ed essere indipendenti dall'altra...

Intervista presso il Liceo Classico "Michelangiolo" di Firenze

Puntata registrata il 16 marzo l999

DE BERNART: Buongiorno, mi chiamo Rodolfo De Bernart, sono psichiatra e psicoterapeuta e dirigo l'Istituto di Terapia Familiare di Firenze. Oggi parleremo del rapporto fra vincolo familiare e vincolo sociale ma, prima di affrontare l’argomento, visioniamo la scheda filmata che la redazione ha preparato per noi.

Nel pieno fiorire della democrazia ateniese, Sofocle affida al personaggio drammatico di Antigone la rappresentazione della conflittualità tra l'universalità delle leggi e la particolarità dei vincoli umani. Non è un caso che Sofocle scelga di attribuire questo ruolo critico a una donna. Le donne, secondo un punto di vista tradizionale, amministrano la giustizia nella famiglia, che è la forma più elementare di vincolo sociale. Ma nella famiglia non valgono le leggi universali e astratte degli Stati, e i rapporti familiari non dipendono da calcoli aritmetici tra diritti e doveri. Antigone rappresenta allora il conflitto profondo tra la legge uguale per tutti - ma per ciò stesso impersonale e meccanica - e "l'etica della cura". Richiamata a un dovere cui non poteva sfuggire, Antigone, contravvenendo alla legge della città, seppellisce suo fratello Polinice, il quale non meritava sepoltura perché aveva aveva rivolto le armi contro la sua stessa patria. Antigone da che parte può scegliere di stare? Dalla parte delle leggi oppure dalla parte del vincolo familiare? La legge ragiona per schemi, per generalizzazioni, la particolarità dei rapporti umani ha di per sé un carattere eversivo della legge. È forse in questo punto che risulta possibile trovare la radice della profonda eversività di Antigone? In nome di che cosa ella preferisce morire piuttosto che lasciare il fratello insepolto?

STUDENTESSA: Per iniziare la nostra discussione abbiamo scelto un oggetto molto particolare: il braccialetto che viene posto al polso dei bambini appena nati, su cui è scritto un codice e il nome della madre. La nostra decisione è caduta su questo oggetto perché ci pare ben rappresenti il primo vincolo familiare e sociale cui il neonato viene sottoposto.

DE BERNART: Mi sembra una scelta buona e abbastanza coerente con la mia, dato che in studio ho portato un biberon. Il braccialetto è un simbolo del vincolo materno. Antigone potrebbe rappresentare un ottimo esempio di codice materno, il quale tende costantemente a privilegiare il proprio figlio e il proprio sangue. La protagonista dell’omonima tragedia, infatti, - posta davanti alla scelta tra vincolo sociale e vincolo materno – opta per i legami familiari.

STUDENTESSA: Nella tragedia Antigone la donna assume un’importanza fondamentale: divenuta il simbolo della sfera familiare, non esita a scontrarsi con lo Stato. Hegel affermava che la femminilità rappresenta un momento negativo della dialettica storica, perché si pone contro l’universalità della società e, quindi, contro il vincolo sociale. Lei crede che nella nostra società operi tuttora una tale interpretazione del ruolo della donna? Pensa che Hegel avesse ragione o, al contrario, ritiene che la donna potrebbe simboleggiare un momento "integrativo" della civiltà, riuscendo a far valere quelle istanze che lo Stato non è capace di contemplare appieno?

DE BERNART: Per rispondere alla Sua domanda bisogna tener conto del fatto che il ruolo della donna è cambiato profondamente. Lavorando di più ed intrattenendo una più fitta rete di rapporti sociali, le donne – in particolare quelle più giovani – cominciano a sentire maggiormente la conflittualità tra vincoli familiari e vincoli sociali. Il nostro è un paese in cui prevale il codice materno, per lo meno a livello di impostazione generale: quando si sta per affrontare un concorso pubblico, ad esempio, si verifica subito se in Commissione è presente un proprio parente o un proprio amico, in modo da passare l’esame più facilmente. Se si ragionasse in termini di codice paterno, invece, ci si baserebbe di più sulle proprie capacità, si andrebbe avanti per meriti e non per raccomandazioni. Questo atteggiamento vale tanto per gli uomini quanto per le donne, e non voglio assolutamente sostenere che gli individui di sesso femminile tendano a rappresentare in maniera esclusiva il codice materno. Si tratta più che altro di una particolare visione sociale: nel nostro paese le cose funzionano così. Pratiche del genere stanno profondamente mutando proprio perché al giorno d’oggi le donne italiane – come quelle di tanti altri paesi occidentali – agiscono di più nel sociale, mentre un tempo era solo l’uomo a far entrare la società all’interno della mura domestiche. D’altro canto, però, forse in famiglia viene a mancare una componente importante senza che ci sia nessuno in grado di sostituirla. Probabilmente il ruolo che prima competeva esclusivamente alla donna ora dovrebbe essere condiviso anche dall’uomo, ma non tutti sono capaci di farlo.
Per quanto riguarda più da vicino la Sua domanda, anche io sono convinto che la donna – o per lo meno il ruolo che ha tradizionalmente assunto nella società – rappresenti un importante momento integrativo.

STUDENTESSA: Lei non è d’accordo, quindi, con una qualsiasi connotazione eversiva.

DE BERNART: No, non credo che atteggiamenti eccessivi possano assumere una qualche utilità. Penso che l’integrazione sia la via più fruttuosa, anche se molto difficile da mettere in pratica.

STUDENTE: La morale di Antigone è in gran parte basata su certi aspetti della religione greca. Al contrario, noi siamo gli eredi di quelle generazioni che Nietzsche definì "orfane di Dio". Se la nostra coscienza si è in larga parte sganciata da qualsiasi istanza religiosa, quali sono i fondamenti della morale odierna?

DE BERNART: Probabilmente bisognerebbe basarsi su di una morale laica, che è molto più difficile da costruire e di cui tutti dovremmo iniziare a porre le fondamenta. C’è da dire che lo spirito religioso non si identifica necessariamente con il credere in Dio – che può comunque assumere un’enorme importanza - o con l’aderire ad una particolare religione, ma anche, ad esempio, con il nutrire un grandissimo rispetto nei confronti dell’umanità: in una massima ebraica si afferma che salvare la vita di un solo uomo significa sottrarre alla morte l’intera umanità. Sentimenti del genere possono pienamente appartenere anche ad una morale laica. Il gesto di Antigone è certamente legato ai dettami della religione greca, ma è anche ispirato da un profondo amore nei confronti del fratello, ossia ad un legame di sangue così stretto da non tollerare che un proprio congiunto resti insepolto. Chissà se si sarebbe comportata allo stesso modo anche non dovendo obbedire a nessuna religione?

STUDENTE: E’ anche vero, però, che il denaro e l’egoismo sono dei "fondamenti" prettamente laici. L'assenza di una base di valori – garantiti dalla religione – potrebbe risultare un elemento fortemente destabilizzante. Il fatto che al giorno d’oggi così poche persone credano in Dio, implica che la maggior parte degli individui non riconosce come propri gli schemi comportamentali suggeriti dalla religione. Probabilmente parecchia gente supplisce a questa mancanza rifugiandosi nel denaro e trattandolo come se fosse equiparabile alla religiosità.

DE BERNART: Attualmente sta prendendo sempre più piede la new age, che rivela come l’uomo abbia ancora molto bisogno di religiosità e che si affida a diverse forme di misticismo. Tra queste emerge una spiritualità ispirata in larga parte ad istanze ecologiche, ossia a basi fondamentalmente valide. La maggior parte delle persone ha bisogno di sostegni sicuri e per ottenerli può tentare di intraprendere varie strade. Ancora non è stata trovata una via universalmente valida, ma è molto interessante notare come tanta gente la stia cercando.

STUDENTE: Probabilmente un graduale svilimento di certi valori è frutto anche dei mezzi di cumunicazione di massa. La televisione, ad esempio, ci propone dei veri e propri "modelli etici" che non sempre si rivelano corretti e che spesso vengono decisi dall’alto.

DE BERNART: In effetti la televisione potrebbe essere intesa alla stessa stregua di una parrocchia: mentre in passato i giovani andavano all’oratorio e lì venivano loro impartiti determinati insegnamenti, oggi imparano le regole semplicemente guardando la televisione. Queste ultime regole, però, hanno delle basi ambigue, specialmente se provengono da certi programmi.

STUDENTESSA: Per restare in tema di religione, vorrei citare un articolo di Rossana Rossanda che abbiamo letto in classe relativamente all’Antigone. La Rossanda sottolinea più volte che l’Antigone deve essere intesa essenzialmente come una tragedia umana: in essa, infatti, non è presente alcun deus ex machina e le decisioni dei protagonisti vengono prese senza l'intervento divino. A riprova di questa tesi, l’autrice fa notare come entrambi i protagonisti della tragedia - Antigone e Creonte – siano portati a dubitare di loro stessi e delle loro azioni nel momento della sventura: ciò avviene proprio perché le loro scelte sono state compiute senza il parere della divinità. Alla base delle decisioni di Antigone non risiedono esclusivamente i vincoli familiari: sua sorella Ismene, infatti, sceglie di obbedire alle leggi dello Stato, anche se il grado di parentela che la lega a Polinice è lo stesso di Antigone.
Un passo della tragedia, però, inserisce un elemento ambiguo: è quando le guardie sostengono che il corpo da seppellire – quello di Polinice – era già stato coperto da un sottile strato di terra, evidentemente per intervento divino.
Lei crede che l’Antigone sia da considerare esclusivamente come un tragedia umana o ritiene che non possa prescindere dall’elemento divino? Nel caso si trattasse solo di una tragedia umana, come mai il vincolo familiare non esercita lo stesso potere su Ismene e su Antigone?

DE BERNART: L’ultima parte della domanda corrisponde ad un interrogativo che gli psicologi, gli psichiatri e gli psicoterapeuti si sono costantemente posti: perché due fratelli che hanno in comune metà del patrimonio cromosomico, che sono stati educati alla stessa maniera e che sono stati cresciuti dagli stessi genitori possono risultare così diversi? Molto spesso, infatti, due fratelli si rapportano differentemente ai propri genitori e conducono delle vite assai dissimili. Ciò accade perché ogni volta che un individuo viene alla luce è come se nascesse in una famiglia totalmente diversa da quella delle altre persone, anche se queste persone sono suoi fratelli o sorelle. Le scelte opposte di Antigone ed Ismene possono avere una spiegazione simile: per qualche motivo, Ismene era più portata a rispettare le leggi dello Stato, mentre Antigone considerava più importanti i legami di sangue. Questi diversi atteggiamenti possono essere compresi alla luce delle esperienze vissute dagli individui nell’infanzia e nella pre-adolescenza, esperienze che, nel caso di Antigone ed Ismene, naturalmente non vengono contemplate. Per quanto riguarda l'intervento della divinità, ritengo che Antigone non tenga conto del fatto che Polinice è stato ricoperto da un sottile strato di terra per volontà divina: lei vuole assolvere al suo dovere di sorella seppellendo il congiunto, ed è solo questo che realmente conta.

STUDENTESSA: Ismene è talmente legata al vincolo paterno e sociale che non riesce a staccarsi dalle leggi dello Stato neanche quando queste risultano platealmente scorrette. Ma come potrebbe rendersi conto della radicale ingiustizia di certe norme statali se non possiede un modo per confrontarle con qualcos'altro?

DE BERNART: In effetti non può. Questo atteggiamento potrebbe spiegare come mai, durante il fascismo e il nazismo, molti cittadini italiani e tedeschi abbiano obbedito a delle regole che contraddicevano in profondità i loro sentimenti umani: nonostante numerose persone fossero a conoscenza dell'olocausto, ciò nondimeno continuavano a rispettare lo Stato. Si tratta di un grave problema, probabilmente derivato dal fatto che, quando il codice materno e quello paterno risultano troppo forti, non si riesce a vedere la realtà delle cose e a discernere i fatti. Un esempio di questo tipo potrebbe essere dato dalla Mafia, in cui il codice materno è così potente da risultare "accecante": assume più importanza il rapporto di parentela o di affiliazione che non il rispetto dallo Stato. Se si chiede alle popolazioni in diretto contatto con la Mafia di dare un giudizio su quest'ultima, la loro valutazione non sarà sempre negativa, perché per loro alcune decisioni della Mafia risultano migliori di quelle dello Stato.
È molto difficile preparare le persone a fare questo tipo di scelte.

STUDENTESSA: Nell'articolo di Rossana Rossanda, Antigone viene presentata nella sua femminilità e la sua centralità nella vicenda è data proprio dal fatto di essere una donna. Nella tragedia di Sofocle, però, sembra quasi che Antigone rappresenti la parte maschile della sua famiglia, quella che ha il coraggio di battersi per fare in modo che il valore e il modello connessi alla sua parentela vengano rispettati. Al giorno d'oggi il concetto di famiglia sta radicalmente cambiando: il nucleo famigliare può presentare soluzioni alternative a quella tradizionale - madre, padre, figli -, come ad esempio l'unione omosessuale o le implicazioni derivanti dalla fecondazione artificiale. Quali sono i pro e i contro racchiusi in questi diversi modi di concepire la famiglia?

DE BERNART: Il modello classico è così forte che continua a riproporsi anche nelle famiglie "di nuova concezione". Il fatto che un determinato nucleo famigliare sia composto da genitori omosessuali non implica che questi stessi genitori rigettino un qualsiasi tipo di codice materno per assumere solo quello paterno o viceversa. Non è assolutamente detto che una famiglia formata da più coppie di genitori - con i figli che vivono insieme tra loro - sia esente dall'assumere ruoli già codificati. Non bisogna neppure pensare che il codice materno sia di assoluta pertinenza femminile mentre quello paterno appartenga solo ai maschi: spesso può avvenire il contrario. A questo proposito sarebbe bene visionare un secondo filmato, in cui viene mostrato un padre che si comporta secondo il codice materno.

(scene tratte dal film "Un borghese piccolo, piccolo")

PADRE: Ti voglio presentare.
CAPO UFFICIO: Eccolo, vieni, vieni.
PADRE: Permette, dottor Cosimano, le presento mio figlio
FIGLIO: Piacere, Vivaldi Mario.
PADRE: Si è diplornato ragioniere.
COSIMANO: Ah, bravo! L'ha portato per la domanda del concorso?
PADRE: Eh, certo! Se non lo fa lui, chi lo deve fare?
COSIMANO: Oggi è un po' dura, ragazzo mio. Comunque provaci!
PADRE: E ci proviamo sì! Saluta, il dottor Cosimano.
FIGLIO: Buongiorno, dottor Cosimano.
PADRE: Grazie, dottor Cosimano.
PADRE: Hai visto com'è facile? L'importante è diventare simpatico a tutti, ecco.
FIGLIO: Che pensi, sono stato simpatico al tuo Capo Ufficio?
PADRE: A chi, a Spaziali? E non l'hai visto come ti ha ricevuto? Porca mi ... Adesso bisogna scrivergli una bella letterina. Lui ci tiene a queste cose.
FIGLIO: E che gli scrivo?
PADRE: T'aiuta papà. La scriviamo insieme. Vattene a casa, adesso, va.
FIGLIO: Ciao.
PADRE: Ciao, Mario. Ah, Mario, scusa mi fai un piacere?
FIGLIO: Che?
PADRE: Arriva fino alla porta, girati e torna indietro. Ti voglio guardare da lontano.
FIGLIO: Ma così, in mezzo a tutta la gente?
PADRE: E dai, fallo per papà. Ti voglio vedere camminare. Va.

(Il padre guarda il figlio che torna indietro come gli ha chiesto)

FIGLIO: Va bene?
PADRE: Benissimo.
FIGLIO: Ciao, papà!
PADRE: Ciao Mario.
FIGLIO: Ciao.
PADRE (commentando tra sé): Mamma mia, come sei bello! Ammazza come sei giovane!

DE BERNART: In questo caso un padre si comporta conformemente al codice materno: prima di tutto viene la famiglia, quindi bisogna ottenere le giuste raccomandazioni e muovere gli amici adatti per sistemare i propri figli. Forse questo atteggiamento può spiegare come mai nel nostro paese i figli abbandonino così tardi la casa paterna - verso i 25-30 anni -, e perché i genitori italiani - me compreso - siano così protettivi nei confronti della loro prole. Al contrario, nei paesi anglosassoni - come anche in altri stati - in generale i figli abbandonano la famiglia una volta compiuti i 18 anni. Non è detto che quest'ultima pratica sia migliore della prima, penso comunque che, anche in questo caso, sia bene integrare i due diversi modelli. Non bisogna inoltre dimenticare che i ragazzi italiani abbandonano tardi il nucleo famigliare originario anche perché la società non permette loro di lasciarlo prima: la mancanza di lavoro e di mezzi idonei, la difficoltà nel trovare una casa, la struttura dell'università italiana, sono tutti elementi che non consentono un'emancipazione in tempi brevi. Non a caso, come oggetti simbolici di questa trasmissione abbiamo scelto un biberon e un braccialetto neonatale. Oltre a questi ho portato un altro oggetto: un paio di forbici. Quand'è che faremo funzionare le forbici per tagliare il cordone ombelicale? A quale età è più giusto operare questa separazione? A 18 anni, a 30 anni o ad un'età di mezzo?

STUDENTESSA: I ragazzi italiani iniziano a frequentare le scuole superiori a 13-14 anni e si iscrivono all'università verso i 19 anni. Lei non crede che le diverse scelte - quale tipo istituto superiore frequentare, a quale facoltà iscriversi - siano determinate in larga parte da ciò che le famiglie desiderano per i propri figli? Non pensa che i genitori italiani si intromettano un po' troppo nelle decisioni dei ragazzi e nel tipo di vita che questi vorrebbero condurre? Forse è anche per tale motivo che i giovani non riescono a staccarsi dal nucleo familiare - neanche dopo un eventuale matrimonio - e ne rimangono così dipendenti.

DE BERNART: Spesso è così: viviamo in un paese in cui ancora accadono fatti del genere, sebbene questo tipo di atteggiamento non funzioni più. Fino a qualche tempo fa i "consigli" delle famiglie avevano una loro utilità: poteva realmente accadere che un ragazzo trovava lavoro, raggiungeva una certa sicurezza economica e si costruiva una vita semplicemente seguendo le indicazioni dei genitori. Oggi le cose non vanno più in questa maniera: stiamo vivendo in un periodo di crisi del codice materno e le "reti" familiari si stanno allentando. In Occidente valgono delle regole per le quali non siamo ancora pronti. In genere, molti genitori italiani suggeriscono ai figli che, per ottenere ciò che anche loro hanno ottenuto, devono seguire i consigli familiari e operare determinate scelte, ma ormai si tratta di promesse che non possono più essere mantenute: il lavoro manca e trovare casa è un'operazione così difficile che spesso quando ci si sposa bisogna andare a vivere dai genitori.

STUDENTESSA: Se le cose stanno così non sarebbe meglio che i ragazzi, non appena raggiungono una determinata età ed una certa capacità di discernimento, siano lasciati liberi di scegliere la propria strada e di andare via di casa?

DE BERNART: Credo che a questo risultato dovremo arrivarci per gradi, perché gli stessi ragazzi italiani non sono ancora pronti a compiere determinati passi. I giovani americani non hanno problemi ad andare via di casa a 18 anni, poiché sono decenni che negli Stati Uniti è invalsa questa pratica: si tratta di un qualcosa che ormai è entrato a far parte della loro cultura. Oltretutto, in America il mercato del lavoro permette ai diciottenni di mantenersi grazie a piccoli lavori, e l'università distribuisce delle borse di studio che consentono ai ragazzi di frequentare una facoltà anche a molti chilometri di distanza dalla casa d'origine. In Italia queste cose non accadono e tutto risulta più difficile: le spese vengono interamente sostenute dalla famiglia. Se un giovane italiano che possiede un lavoro e che si sta per sposare decide di comprarsi una casa, spesso non riesce ad ottenere nulla se non ha una famiglia alle spalle in grado di aiutarlo, perché nessuna banca gli presterà tanto facilmente i soldi necessari per l'acquisto. In Inghilterra o in America, invece, se si ha intenzione di comprare una casa, le banche prestano tutto il denaro necessario con la possibilità di restituirlo nel giro di vent'anni.
In qualche modo, nel nostro paese non si può fare nulla se non si ha una famiglia alle spalle e tutto è organizzato in funzione di questo.

STUDENTESSA: Fino a che punto è lecito confrontare le famiglie anglosassoni - dove predomina il codice paterno - o le famiglie mediterranee - caratterizzate dalla preponderanza del codice materno - con la vicenda descritta nell'Antigone? Il concetto greco di genos, infatti, non è paragonabile alla moderna concezione della famiglia, e la società greca antica è caratterizzata - anche a livello familiare - dall'egemonia del maschio, al cui confronto il ruolo femminile appare subalterno. Antigone appartiene ad una società in cui l'uomo è dominante e mi domando, dunque, come la si possa ergere a paladina del codice materno. Forse ciò avviene perché confrontiamo le sue vicende con quelle della nostra società contemporanea, ma mi chiedo quanto sia legittimo compiere un'operazione del genere.

DE BERNART: Nonostante molti aspetti della vita dell'uomo mutino con il passare dei secoli, vi sono degli elementi che potrebbero essere definiti "universali". Questi ultimi travalicano l'uomo, la donna e il contesto storico, che comunque mantiene la sua rilevanza. Uno degli aspetti universali potrebbe essere definito in questi termini: è più importante la legge - il nomos che scaturisce dal patto stabilito dagli uomini per uscire dallo stato di barbarie e difendersi gli uni dagli altri -, o il legame di sangue - vale a dire il rispetto che nutro nei confronti dei miei affetti naturali, di quei familiari che hanno l'obbligo di proteggermi e a cui devo obbedire? Questi elementi universali subiscono delle variazioni rispetto ai contesti culturali, geografici e storici in cui si vive. In Cina, ad esempio, la famiglia assume un'importanza formidabile, tanto che molti cinesi stabilitisi in Italia mandano i loro figli nel paese d'origine perché siano educati dai nonni. A noi una pratica del genere può sembrare eccessiva, ma per i cinesi è una tradizione irrinunciabile che viene rispettata da generazioni e generazioni.

STUDENTESSA: A volte si può arrivare a degli eccessi solo per rispettare una certa abitudine culturale. Una mia amica americana, residente in Italia, è andata a vivere per conto suo nonostante sia lei che la madre fossero molto dispiaciute per questa decisione. Oltretutto la madre, essendo divorziata, è rimasta da sola. Mi chiedo quale utilità potrebbe avere tale separazione: perché costringersi a compiere un gesto non gradito solo per compiacere la propria cultura?

DE BERNART: Non c'è dubbio che la rigidità costituisce sempre un problema - o una patologia -, mentre la flessibilità ci consente di avvicinarci alla "normalità". La vicenda da Lei raccontataci è un caso eclatante: questa madre è così legata alla sua cultura anglosassone - ispirata al codice paterno - da lasciare che sua figlia se ne vada anche se desidererebbe che restasse. Si potrebbero citare anche esempi contrari: vi sono molti genitori che obbediscono così ciecamente al codice materno da lasciare liberi i figli solo quando questi hanno raggiunto un'età avanzata. Com'è ovvio, la verità non sta né da una parte, né dall'altra.

STUDENTE: In generale, si potrebbe affermare che un individuo raggiunge la maturità quando riesce a non essere più dipendente dalla propria famiglia, tanto affettivamente quanto economicamente. Anche in Cina - dove, come ha detto in precedenza, la famiglia assume un'importanza considerevole - lo Stato dà agli studenti universitari vitto e alloggio gratuiti. Come mai nel nostro paese ciò non avviene?

DE BERNART: Sulla prima parte del suo intervento nutro qualche dubbio, perché la maturità non consiste in una totale separazione dall'ambiente di provenienza, quanto piuttosto nel poter scegliere. Nella vita abbiamo bisogno - oltre che degli elementi fondamentali per la nostra esistenza - principalmente di due cose, la cui rispettiva importanza varia con l'avanzare degli anni: di appartenere e dipendere da una parte, di separarsi ed essere indipendenti dall'altra. Durante l'infanzia abbiamo necessità di dipendere da qualcuno, ma, con l'avvento dell'adolescenza, questa appartenenza deve allentare la presa per consentirci di emanciparci dalla famiglia. Un volta raggiunta l'età adulta la nostra originaria dipendenza si è ridotta la minimo, ma ciò non significa che non si abbia bisogno di appartenere a nostra moglie/marito, ai nostri figli, ai nostri amici, se non addirittura ai nostri genitori. Andando ancora avanti con gli anni, infine, saranno questi ultimi a dipendere da noi, perché, paradossalmente, i vecchi tornano al tipo di dipendenza che avevano da bambini. È una sorta di ciclo vitale che si ripete costantemente. La respirazione è formata da due momenti - inspirazione ed espirazione - è non si può prescindere da nessuno dei due. Allo stesso modo, l'appartenenza e la separazione sono due elementi fisiologici che, in misura diversa, subiscono numerose alterazioni nell'arco di una vita, ma che devono essere entrambi presenti.
Per quanto riguarda la seconda parte del Suo intervento, è difficile spiegare come mai lo Stato italiano non si comporti allo stesso modo di tante altre nazioni. Probabilmente in Italia si è intrapresa una via di mezzo tra l'indirizzo dei paesi socialisti - molto centralizzati e protettivi, ma solo nei confronti di determinate persone - e quello dei paesi capitalisti, dove tutto viene garantito principalmente dalle attitudini individuali e dalla capacità economica familiare. La nostra cultura ha scelto una via di compromesso tra le due tendenze, è forse sta proprio in tale decisione l'origine delle nostre attuali difficoltà.

STUDENTESSA: Non credo che vivere a lungo in famiglia costituisca necessariamente un fenomeno negativo, soprattutto perché essa costituisce un punto di riferimento morale ed etico. Molti dei ragazzi americani che lasciano la propria casa d'origine a 18 anni, infatti, vivono come degli spiantati, perché non hanno più nessuno che si occupi di loro e perché hanno reciso i legami con i propri fratelli e con i propri genitori.

DE BERNART: Torno a dire che, molto probabilmente, dovrebbero sperimentarsi delle situazioni intermedie. Quello dell'America non è uno degli esempi migliori che si possano fare ed è stato usato solo in contrapposizione alla situazione italiana. Non bisogna pensare, però, che i ragazzi statunitensi vivano completamente privi di ogni legame: molti di loro si sposano presto proprio perché hanno necessità di formarsi una famiglia. A questo dovrei aggiungere che, non di rado, si separano anche molto presto. E' noto come, negli Stati Uniti, queste giovani famiglie - che spesso si spostano di migliaia di chilometri per trovare lavoro - tendano a formare una sorta di "famiglia allargata" comprendente i loro amici, in modo da crearsi una rete di appoggio che possa supplire all'assenza dei parenti. Il bisogno di relazioni umane e legami affettivi è una necessità imprescindibile e le diverse culture la esprimono un modi differenti. Una volta la famiglia allargata - quella vera - era molto forte in Italia ed aveva una grande utilità, mentre adesso il nucleo familiare si è ristretto a madre, padre e figli, e vive in una certa condizione di isolamento. Non bisogna dimenticare, inoltre, che nel nostro paese sempre più persone generano un unico figlio, è ciò provoca un ulteriore riduzione della cerchia familiare.

STUDENTESSA: In qualche maniera il testo dell'Antigone potrebbe essere messo in relazione con Casa di bambola di Henrik Ibsen, sebbene le due vicende siano ambientate in contesti completamente differenti. Casa di bambola si svolge in una famiglia borghese e la sua protagonista - Nora, una giovane moglie, madre di tre bambini -, essendosi ammalato il marito, è costretta a falsificare la sua firma su di una cambiale per ottenere un prestito. Il fatto viene scoperto dopo alcuni anni: Nora si sente profondamente umiliata e angosciata per l'accaduto, soprattutto perché viene incolpata dal marito e perché non comprende come le leggi civili possano andare contro il vincolo familiare. Ecco un breve passo che ben esemplifica le sue ragioni: "E ora sento dire che le leggi non sono come le credevo io. Ma che le leggi siano giuste mi è impossibile concepirlo. Una donna dunque non avrebbe diritto di avere riguardi per il vecchio padre morente o di salvare la vita al marito? Non posso crederci". Anche Nora, come già Antigone, medita il suicidio ma, essendo una donna del 1879, riesce a trovare un'altra soluzione: va via di casa. Per tutelare gli affetti familiari arriva ad una soluzione completamente diversa da quella dell'eroina greca, ovvero la negazione degli stessi affetti. Mi pare che la vicenda di Nora possa avere qualche punto in comune con quella di Antigone anche si svolge nel 1879. Nel secolo seguente si arriverà alla crescita zero e, secondo me, anche ad una eversione del vincolo familiare.

DE BERNART: Nel secolo seguente ha avuto inizio l'individualismo, che ha raggiunto un grande successo e che ora sembra sia un po' in declino. Come dice lo stesso nome, l'individualismo tende a far prevalere i bisogni dell'individuo e ha ricevuto molta attenzione sia in filosofia, sia in psicologia. Lo sviluppo della persona, però, non può prescindere dalla sua relazione con gli altri: riusciamo a crescere anche grazie ai rapporti che intratteniamo con la gente. Fino a qualche tempo fa, la teoria psicologica parlava di costruzione dell'io - o del sé - in termini di graduale introiezione di elementi presi da altre persone, primi fra tutti i propri genitori. Oggi, invece, ci si riferisce alla costruzione dell'io come al risultato di introiezioni di relazioni significative connotate positivamente: se stimiamo che alcune relazioni di cui abbiamo esperienza - tra madre e figlio, tra fratello e sorella, tra marito e moglie - siano positive, allora possiamo arrivare a costruire la nostra personalità attraverso di esse. L'attuale scienza neurobiologica, inoltre, sostiene che il nostro cervello cresce conformemente agli stimoli ricevuti: se un bambino non è stimolato a parlare all'età giusta, è probabile che non parlerà più. I cosiddetti "bambini selvaggi" di cui si è avuta notizia e che sono stati allevati dagli animali, hanno imparato ad esprimersi verbalmente in maniera molto approssimativa, perché il loro centro della parola non aveva avuto la possibilità di svilupparsi. La connessione tra individuale e sociale, quindi, può essere rilevato anche in biologia.

STUDENTESSA: Nella scheda iniziale si affermava che la donna è una sorta di guardiana della giustizia familiare. Non crede che i ragazzi anglosassoni vadano via di casa molto presto perché, con l'affermazione della "donna in carriera", è venuta a mancare loro la figura materna? Non pensa che la loro precoce emancipazione possa essere dovuta anche al fatto che passano molto più tempo a scuola rispetto ai ragazzi italiani?

DE BERNART: I ragazzi anglosassoni lasciavano la propria casa a 18 anni già prima che si affermasse la figura della donna in carriera. Questa precoce emancipazione è dovuta anche a cause storiche, alla cosiddetta "cultura di frontiera": negli Stati Uniti, se una famiglia diventava troppo numerosa i figli dovevano essere mandati verso ovest a colonizzare altre terre, perché gli spazi a disposizione risultavano insufficienti.
L'avvento della donna nel mondo del lavoro - e la conseguente formazione di famiglie in cui a lavorare sono entrambi i genitori - è stata la causa di altri fenomeni. Tra questi si potrebbero menzionare i key children, ossia quei bambini che vanno a scuola con la chiave attaccata al collo perché, una volta finite le lezioni, non ci sarà nessuno che verrà ad aprire loro la porta di casa. I genitori lavorano e non possono tornare prima delle cinque di pomeriggio, quindi questi bambini vengono affidati a loro stessi fin dall'infanzia. Si tratta sicuramente di uno sviluppo troppo precoce, perché stiamo parlando di soggetti che non superano i nove/dieci anni. Nel nostro paese questo problema viene risolto affidando i propri figli ai nonni o alle baby sitter, ma ben presto anche da noi si presenteranno situazioni analoghe.

STUDENTE: In relazione alla trasmissione odierna, su Internet abbiamo trovato diversi siti riguardanti i Pink Floyd, uno dei più importanti gruppi rock della storia. Nel '79 è uscito quello che viene considerato il loro album più importante, vale a dire The wall, in cui è presente un brano molto interessante dal titolo Mother, Mamma. Nella canzone viene descritta una situazione abbastanza particolare, quella di un figlio totalmente succube della madre e legato a lei da uno strettissimo rapporto di dipendenza. Il figlio parla in prima persona e dice: "Mamma, pensi che sganceranno la bomba? Mamma pensi che io debba tentare di diventare presidente, che mi manderanno in guerra?". Nel ritornello è la madre a parlare: "Non ti preoccupare, la mamma ti aiuterà, la mamma ti metterà sotto le sue ali, sotto la sua protezione". A cui i Pink Floyd aggiungono: "La mamma farà diventare tutti i tuoi incubi veri e metterà dentro di te tutte le sue paure". Alla luce di questa canzone, quali sono le reali degenerazioni nel rapporto tra madre e figlio? Se tale rapporto diventa troppo possessivo, quali sono gli effetti negativi che possono prodursi su entrambi gli individui coinvolti?

DE BERNART: Non si possono allattare i propri figli per tutta la vita. Qualsiasi madre che sappia fare il suo lavoro di madre deve essere consapevole del fatto che dopo il latte viene la pappa, poi il cibo normale, poi la capacità di mangiare da soli e così via. Se i genitori rispettano queste regole naturali del ciclo vitale, allora il figlio riuscirà a crescere, ma se questo non succede, allora lo stesso figlio assumerà la paure dei genitori come proprie e non riuscirà a crescere. Questo è il vincolo familiare. Sta alla madre e al padre capire quando è il momento di far conoscere al figlio il vincolo sociale e spingerlo fuori di casa alla giusta età. Alla società spetta il compito di fornire le possibilità perché ciò avvenga. Nel nostro paese siamo ancora lontani da tali realizzazioni, ma forse qualcosa sta cambiando e gran parte del lavoro spetta proprio a voi.


Siti Internet sul tema

Sito della Società Italiana di Terapia Familiare, con link a diversi istituti di terapia familiare, tra i quali quello della città di Firenze
http://hosting.iol.it/terapiafamiliare/carsoc.htm

Repubblica. It: breve articolo sullo stato della famiglia italiana dal titolo : "La famiglia italiana è sempre più povera"
http://servizi.repubblica.it:8080/online/fatti/poverta/poverta/poverta.html

Sito del CENSIS: è possibile trovarvi i resoconti delle ricerche degli ultimi tre anni, alcune delle quali riguardano il lavoro, l’università e lo stato della famiglia italiana
http://www.censis.it


Biografia di Rodolfo de Bernart

Trasmissioni sul tema La colpa e il peccato

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