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Il Grillo (24/11/1999)

Don Bruno Forte

Peccato e redenzione

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...se Dio ci amasse solo quando noi fossimo bravi, buoni e perfetti, sarebbe molto triste. C'è una frase di San Bernardo, che suona così: "Dio non ci ama perché siamo buoni e belli. Dio ci rende buoni e belli perché ci ama". Questo (...)significa che non sono i nostri meriti, le nostre capacità che valgono agli occhi di Dio, ma il semplice fatto che noi esistiamo, che siamo suoi figli, le sue creature. (..)Chi è il credente, chi è il non credente? Io dico: il credente - lo ripeto tante volte - è un povero ateo che ogni giorno si può sforzare di cominciare a credere. Ovvero è colui che con Dio deve cominciare ogni giorno, perché nell'amore non si vive di rendita....


 

Liceo Classico "Giambattista Vico" di Napoli

 

DON BRUNO FORTE: Mi chiamo Bruno Forte. Sono un sacerdote nonché un professore di Teologia. Oggi vorrei parlare con Voi di un tema che potremmo intitolare Peccato e redenzione, un argomento su cui posso affermare di essere abbastanza esperto. Dico questo, prima di tutto, perché sono un peccatore, come forse un po' tutti quanti noi, ma anche perché ho sperimentato nella mia vita la gioia di quella che vorrei avere l’azzardo di chiamare redenzione, ossia l'incontro con una persona concreta che ha segnato il mio cuore e la mia vita e che mi ha fatto diventare quello che sono. Ora potremo leggere insieme la scheda che ci introdurrà al nostro tema e su cui potremo dialogare insieme.

Quella del peccato è un'idea potente, che ci spinge a vedere tutte le nostre azioni in una luce radicalmente diversa, soprannaturale, quella della legge di Dio. Il senso del peccato modifica la nostra percezione delle situazioni e le restituisce noi come occasioni per la nostra trasformazione interiore. Il mondo è un grande spazio di lavoro e di conquista spirituale. L'idea della caduta si riverbera su tutte le cose e ne sottolinea l'imperfezione e la caducità, ma alla luce di una loro possibile redenzione, di una ricapitolazione di tutte le cose in Cristo, come dice San Paolo. Il senso del peccato insegna la virtù del discernimento e dell'attenzione. La ricerca del bene può essere solo il frutto di una trasformazione interiore, lunga e faticosa, che deve guardarsi da approdi prematuri e illusori. E, tuttavia, sono proprio tali approdi illusori, che hanno segnato la storia della coscienza religiosa. La religione ha spinto spesso al giudizio, fondato su una comprensione superficiale e moralistica della realtà, ha accettato il convenzionalismo della morale e del tempo, per applicarvi le categorie dello spirito. In questo modo si è pensato che il soprannaturale risiedesse solo in certi tipi di vita, in concezioni stilizzate dell'innocenza e della bontà d'animo, concezioni che hanno finito per falsificare la ricchezza della realtà impedendo che il sentimento religioso potesse attingere al senso drammatico delle cose. In quali direzioni può condurre il senso del peccato? Alla crescita interiore oppure alla cristallizzazione e all'impoverimento dell'interiorità?

STUDENTESSA: Don Bruno io vorrei sapere se secondo Lei sia più facile non peccare oppure se sia più facile redimersi.

DON FORTE: Io credo che sia importante cercare di capire che cosa significhi peccare e che cosa significhi redimersi. Alla base del significato di questi termini sussiste la consapevolezza di un rapporto, di una relazione, che è, sostanzialmente, un rapporto d'amore. Questa è la visione biblica, ovvero la visione ebraica e cristiana. Il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, (lo stesso Iddio di Gesù Cristo) non è un Dio che se ne sta solo a godersi lo spettacolo del mondo ma è un Dio che è entrato in un rapporto d'amicizia, d'alleanza con l'uomo, tanto che, (pensate!), l'ebraico usa, per dire la verità, una parola molto importante all’interno del proprio lessico etico – religioso che significa fedeltà, ovvero emeth. Il peccato consiste nel rompere questa fedeltà, ovvero nel non amare l'amore con cui siamo stati amati. Allora, da questo punto di vista, quando si corrisponde a questo amore, si è amati in modo pieno e totale, da cui segue che il vivere lontani dal peccato è bello. Quando uno si sente amato, di solito, è nella gioia. In questo senso non peccare, ovvero corrispondere all'amore con cui Dio ci ha amati per primo, è quanto di più bello ci possa essere. Perché è così difficile farlo? Perché a volte può sembrarci che, corrispondendo a questo amore paterno, a questo amore di Dio, (che potremmo configurarci come paterno o materno, a seconda dei casi), noi esseri umani non siamo sufficientemente liberi di gestirci la nostra vita. Insomma, il peccato nasce da questo desiderio di spezzare l'alleanza per essere noi i protagonisti e non i partner di un legame d'amore. Non saprei rispondere, allora, che cosa possa essere più facile tra le due possibilità su cui Lei mi ha chiesto di compiere una scelta. Penso, di primo acchito, che sia più bella la prima, riuscire a non peccare, anche se è impossibile...

STUDENTESSA: Padre Bruno, Lei sa che il peccato e la redenzione spesso, quasi sempre, si trovano in relazione tra loro, (anche se non sempre). Ma allora vorrei farLe la seguente domanda: chi non fosse propenso a credere nella redenzione, che cosa si dovrebbe aspettare in una eventuale vita ultraterrena?

DON FORTE: Io, personalmente, credo in una vita ultraterrena, come Lei dice, per il semplice motivo che credo nell’esistenza di questo legame d'amore di Dio verso di noi. Credo in Dio e credo in questa fedeltà di Dio. Per cui io sono convinto che Egli ci ha amato da sempre e ci amerà per sempre. Naturalmente potremmo chiederci: se Dio non c'è potrebbe mai, allora, esserci una vita dopo la morte? Ebbene: questo mi sembra molto problematico. Credo che la vera ragione per cui noi si possa sperare in una vita eterna non possa essere altro che l’esistenza di un Dio cui poter corrispondere il nostro amore. La vita eterna è continuare questo dialogo, che precedentemente iniziato nell'amicizia, nell'amore, nella giustizia verso gli altri in questo mondo. Questo credo che sia l'aspetto più bello del Paradiso. Il Paradiso è comunione, l'inferno è solitudine.

STUDENTE: Don Bruno, secondo Lei non potrebbero essere quei tipi di persone che in vita peccano molto più di tutte le altre - per esempio i mafiosi, i camorristi -, proprio coloro che in seguito, sul letto di morte, in fin di vita, possano arrivare a redimersi e a pentirsi dei loro peccati più di ogni altro?

DON FORTE: Io, personalmente, nutro speranza per tutti, perché credo che anche un atto finale d'amore, di pentimento, davanti a Dio, può avere un valore infinito. Dunque non penserò mai di una persona che essa possa essere irrimediabilmente perduta. Con questo però io non voglio minimizzare la tragicità del male. Nell’introduzione che abbiamo letto era scritto qualcosa di molto bello che credo sia molto importante sottolineare, laddove si parlava del senso drammatico, tragico, della vita che solo il peccato può sottolineare. La vita è una cosa seria, così come, del resto, anche l'amore è una cosa seria. In tutte le cose serie sussiste una dimensione tragica, quella che ne compromette fino in fondo il compimento. Ecco perché, io credo che non dovremo mai stancarci di dire che il peccato è male perché provoca sofferenza e che, dunque, vivere una vita da mafioso, da camorrista, non può che essere profondamente infelice, non può dare nessuna gioia a nessuno. Si è meno umani, e non, giammai, più uomini, se si continua a vivere così. La logica perversa, a volte diffusissima, di queste forme di delinquenza organizzata consiste nel pensare che si possa essere più uomini se si è camorristi, violenti. In realtà si è meno uomini e certamente si è molto infelici.

STUDENTESSA: La Chiesa mette sullo stesso piano una vera e propria redenzione, che avviene durante una crescita, e la redenzione, che appunto accennava lui, in fin di vita, cioè la redenzione, diciamo, tra virgolette, "dovuta alla paura della morte" e di cosa può succedere dopo?

DON FORTE: Ma senti, se Lei amasse veramente una persona, che cosa le vorrebbe dare? Un attimo della Sua esistenza o tutto il Suo cuore?

STUDENTESSA: Tutto il mio cuore!

DON FORTE: È chiaro! Quindi credo che sia infinitamente più bello poter vivere una vita all’interno di un cammino, certamente faticoso, ma che sia un cammino di fedeltà, in cui si possa andare in cerca di questa fedeltà al Signore, cercando sempre qualcosa di nuovo all’interno di esso. È quando ci si rende conto di aver perso la più importante di tutte le possibilità, di essersi così allontanati dalla possibilità di tornare indietro, che diviene imprescindibile ricordarsi che c'è un Amore che ci sta aspettando. Io ho scelto un'immagine, un quadro di Rembrandt, che vorrei brevissimamente descriverVi, per rispondere meglio alle Vostre domande al riguardo. Guardate quest'immagine! Rembrandt Van Rijn era un pittore, un pittore fiammingo, di origine ebraica, che per tutta la propria vita ha meditato molto le Sacre Scritture. Rembrandt ha espresso che cosa sia il peccato e che cosa sia la redenzione, a mio avviso, in maniera meravigliosa, in questo quadro Il ritorno del Figliol Prodigo (che è ispirato all’omonima parabola evangelica). C'è, in questo quadro, un vecchio, la figura di un padre, un vecchio dagli occhi quasi chiusi. Sono chiusi per le molte lacrime che ha pianto o per aver forse scrutato, da lontano, l'orizzonte, per vedere quando il figlio sarebbe tornato. Questo vecchio avvolge come in un grembo la figura del figlio che è inginocchiato davanti a lui. Se notate bene le mani di questo vecchio, sono una mano materna e una paterna, una mano di donna e una mano di uomo, quasi a voler dire che Dio è, al contempo, padre e madre, ovvero una persona che accoglie nell'amore. Esiste, poi, questa figura del giovane inginocchiato davanti a lui. Sembra quasi, a giudicare dal modo in cui è rapato, un deportato, uno di quei deportati di Auschwitz di cui abbiamo conservato nella nostra memoria delle immagini terribili, ovvero il ricordo di quello che è stato l'olocausto, la Shoah. Quest'uomo ha degli zoccoli consumati, ossia che viene da molto lontano, viene, tuttavia, abbracciato dal padre, nonché inondato dalla luce del padre, che è un simbolo della Divinità. È come se questo amore lo accogliesse e lo trasfigurasse. Ecco: il peccato è la lontananza da questo amore. La redenzione è il ritornare in quell'abbraccio di quel "povero vecchio", cioè di un Dio che ci attende e ci ama. Dio soffre come un padre in ansia, insomma, quando noi, peccatori, siamo lontani da lui ed è felice quando noi torniamo a Lui nel pentimento.

STUDENTESSA: D’accordo. Ma anche in questo caso, questa persona, il figliuol prodigo, che non si è voluta redimere durante la propria vita, ha comunque sperimentato, ad un certo punto, piena consapevolezza di ciò che aveva fatto fino a quel momento. Quindi, alla fine, l’esperienza di questa consapevolezza gli ha dato la forza di tornare indietro, sui propri passi!

DON FORTE: Ebbene, diciamo la verità: questa persona, che rappresenta la figura del peccatore, di tutti i peccatori, all'inizio della propria conversione, nella parabola evangelica, comincia a star male perché si ritrova a contendere il cibo ai porci. Io credo che nessuno di noi abbia mai fatto questa esperienza, nel senso letterale della parola, ma deve essere qualcosa di veramente brutto. Nell'immaginario biblico lo era ed era anche qualcosa di più, perché il porco, il maiale, per gli ebrei, era, ed è, l’animale impuro per eccellenza. Mangiare il cibo dei porci significa arrivare a stare ad un livello che Vi lascio immaginare quale potesse essere per una cultura come quella ebraica. Il figliuol prodigo, però, si ricorda, ad un certo punto, che in casa del padre c'è cibo in abbondanza e, quindi, decide di cominciare questo cammino. Ecco: questo personaggio biblico ha avuto la fortuna di dire: "Mi alzerò, andrò da mio padre". È sempre bello, importante, nella vita, poter avere questa possibilità. Questo non è altro che quello che diceva Lei: è bello poter, a un certo punto della propria vita, se si è vissuta l'esperienza della lontananza, riprendere il cammino e ricordarci che c'è qualcuno che ci aspetta e ci ama e ritornare a questa persona. Questo è più bello viverlo sin dall’inizio che farlo all’ultimo momento. Ma chiunque di noi può farlo anche nell'ultimo istante della propria vita!

STUDENTESSA: Però, non è fin troppo facile farlo all'ultimo istante? Può davvero essere considerata redenzione quella ciò che viene sperimentato solo nell'ultimo istante della propria vita da una persona che è stata ingiusta fino a quel giorno?

DON FORTE: Veda: io penso che l'amore di Dio sia talmente grande che, se quello che avviene in quell'istante è vero, Dio lo sa valorizzare in un modo a noi sconosciuto. Certamente, ragionando in astratto, viene sicuramente naturale pensare che sia più bello convertirsi ad una vita diversa quando sia ha davanti a sé stessi ancora una vita intera da poter spendere. Tuttavia - io dico – noi non possiamo porre limiti alla potenza di Dio. Quindi non mettiamo dei confini all’intensità di questo Amore, un amore espresso da Rembrandt nella figura del vecchio che ti aspetta fino a consumarsi gli occhi...

STUDENTESSA: Ma non ci può essere qualcosa che possa andare oltre il perdono di Dio? Ovvero: qualcosa di così grande, cioè di così orribile, che non possa essere perdonato neanche da Dio, o essere reso giustificabile persino dall’esperienza religiosa di tutta una vita? Per esempio, un peccato che neppure la scelta di farsi prete o religioso potrebbe giustificare di fronte alla misericordia di Dio?

DON FORTE: Gesù, nel Vangelo, dice chiaramente che c'è un peccato che non potrà mai essere perdonato. Questo peccato è il peccato contro lo Spirito Santo. Io ho cercato tante volte di capire questo passo del Vangelo. Penso che, ad oggi, si possa solo congetturare questo tipo di interpretazione: il peccato contro lo Spirito Santo è la disperazione, ovvero quando si arriva a credere che nulla sia più possibile per la propria salvezza e allora ci si chiude in una solitudine senza speranza. Io credo che tutti i peccati possono essere perdonati. La disperazione non può essere perdonata per un semplice motivo: essa, di fatto, è la prima a non lasciarsi perdonare. Colui che si dispera, che non crede nell'amore di Dio, nella bontà di Dio, l’unico Amore al mondo che, nonostante tutto, sa, e vuole, ricominciare da capo, in realtà si è già condannato da solo. Ecco perché noi non dovremmo mai stancarci di ricordare a noi, agli altri, che c'è sempre un impossibile possibilità: quella costituita dall'amore di Dio, che sa sempre ricominciare da capo. Perché? La risposta è ancora in quell'immagine di Rembrandt, che prima ho descritto: perché Dio soffre del peccato del mondo. Dio non è uno spettatore passivo, inerte. Dio ci tiene il cuore (nella nostra Storia). Noi siamo importanti, Tu sei importante per Dio, anche io sono importante, ognuno di noi lo è. Allora, quando Dio mi ha chiamato al sacerdozio presbiterale – lei ha fatto l'esempio della mia vita, indirettamente -, certamente Dio desiderava che io rispondessi, perché voleva giocare la sua vita e la mia vita in quest'avventura che è stata la mia storia, la mia missione di prete. Io ho detto di sì a questa chiamata. Ne ringrazio immensamente Lui, perché, come sono io, con tutti miei difetti, i miei limiti, i miei peccati certamente non potrei vivere la gioia che vivo se non me l’avesse data Lui in persona. Questo credo che valga per ognuno di noi. Ognuno di noi ha una chiamata che lo riguarda, un disegno di Dio per la sua vita. Il peccato più grave di una persona consisterebbe nel disperarsi, nel credere che non sia possibile fare qualcosa di bello con Dio e per Dio nella propria vita. Voi siete giovani, avete la vita davanti a Voi. Ragazzi, ricordateVi sempre: è possibile spendere questa vita in modo bello, degno di essere vissuto, anche se intorno a noi c'è, a volte, tanto male e tanta tristezza. Pensiamo in questo momento a questa orribile vicenda della guerra, della pulizia etnica, ma anche dei bombardamenti, che si è appena conclusa questa estate, a tutte queste vicende di crimini ed ingiustizie che ci stanno circondando. Che tristezza infinita! Qualcuno potrebbe essere preso dallo scoraggiamento. Se i grandi della terra permettono il perpetrare di queste barbarie, com'è possibile che noi, i piccoli della terra, si possa fare qualcosa di bello e di buono? Ebbene, io vorrei dire: se noi credessimo veramente nell'amore di Dio, sarebbe possibile in qualunque momento, in qualunque condizione, fare qualcosa di realmente bello. Ecco, questo è il mio augurio: che anche tu possa fare qualcosa di bello per Dio e che lo possa fare anch'io assieme ad ognuno di noi.

STUDENTESSA: L'uomo può arrivare ad amare Dio ed ad adeguarsi, diciamo così, alle Sue leggi cercando di rispettarle e, quindi, di non peccare. Ma allora, nel momento in cui, per esempio, l'uomo cadesse sempre nello stesso peccato, il quale potrebbe essere anche un tipo semplicissimo di azione, come, per esempio, rispondere sempre male alle persone, si potrebbe parlare di un adattamento di Dio a questa persona? Questa persona, pur non avendo Dio in sé, e commettendo sempre questo stesso tipo di peccato, potrebbe trovarsi di fronte ad un Dio comunque disposto ad accettare questo fatto, ovvero l’incapacità di questo peccatore di redimersi da solo?

DON FORTE: Ma, veda: io credo che Dio accetti Lei, così come è Lei. Ora, se ognuno di noi è stato fatto in un certo modo-, se Lei è stato fatto in un certo modo e tende a ripetere certe azioni, possiamo stare certi che Dio continuerà ad accettarLa ed amarLa per quello che Lei è, per quello che Tu sei. Certamente Dio ti chiama, ti dà una mano, perché tu possa superare quella che può essere la tua fragilità, la tua debolezza. Però, se Dio ci amasse solo quando noi fossimo bravi, buoni e perfetti, sarebbe molto triste. C'è una frase di San Bernardo, che è stato un grande mistico - tra l'altro una frase che era molto amata anche da Martin Lutero - che suona così: "Dio non ci ama perché siamo buoni e belli. Dio ci rende buoni e belli perché ci ama". Questo è molto importante, perché significa che non sono i nostri meriti, le nostre capacità che valgono agli occhi di Dio, ma il semplice fatto che noi esistiamo, che siamo suoi figli, le sue creature. Allora io certe volte dico: "Ci sono dei corpi grassi e dei corpi magri. Questa è una banale osservazione. Ebbene, allo stesso modo vi sono anche delle anime grasse e delle anime magre. Il che significa questo: ci sono sicuramente persone che sono grasse nel senso che, spiritualmente, tendono a ripetere sempre le stesse cose, quasi tendendo ad enfatizzarsi in questa loro ripetizione della loro esistenza spirituale. Dio le ama lo stesso. E, poco a poco, probabilmente, con questo amore, anche per queste persone, sarà possibile cambiare, iniziare qualcosa di nuovo. Insomma, il peccato non deve mai farci dimenticare l'aspetto più importante e più bello, che Voi, nel titolo di questo incontro, avete chiamato redenzione, ovvero l'amore di Dio. Dio si è destinato per noi e ci chiede un'unica cosa: che noi ci destiniamo totalmente per Lui.

STUDENTESSA: Don Bruno, vorrei chiederLe un'altra cosa. La redenzione può attuarsi anche per una persona che non crede? Potrebbe capitarci di incontrare, chissà quante volte, dei ragazzi appartenenti ad altre religioni e scoprire, in loro, una capacità di perdonare gli altri, di saper chiedere perdono per i propri errori, che potrebbe rendere queste persone vere ed autentiche anche agli occhi di Dio. Quindi queste persone potrebbero sperimentare, al pari di un cristiano, quello che noi potremmo definire, con il termine che abbiamo scelto nella nostra trasmissione, redenzione. Lei che ne pensa?

DON FORTE: Lei che ne pensa?

STUDENTESSA: Penso che potrebbe accadere..

DON FORTE: Innanzitutto Dio sa certamente meglio di noi quando in un cuore umano si verifica realmente un'apertura a Lui, un amore sincero e quali siano le ragioni per cui qualcuno può avere rifiutato il Suo amore. Dunque, lasciamo a Dio il mestiere di Dio, che è certamente un mestiere fatto di grande misericordia, di grande comprensione. Certo quello che è vero è che tutti, qualunque sia la nostra storia, la nostra fede, siamo accomunati da due cose: l'amore di Dio nei nostri confronti, ma anche la serietà del peccato contro di Lui. A questo proposito potremmo visionare una scheda di approfondimento di Sergio Quinzio. Sergio Quinzio, era un vecchio signore con la barba, che in realtà era, tra l'altro, anche un mio caro amico, ed è stato un grande pensatore. È morto qualche anno fa. È stato il testimone di un Cristianesimo inquieto, tormentoso, che ha avuto la capacità di parlare a tanti uomini e donne del nostro tempo. Ebbene, mi sembra che in questo contributo Sergio Quinzio voglia aiutarci a farci capire quanto è seria la drammaticità del peccato, anche di quel Peccato Originale, ma anche come, in fondo, ci sia data questa grande chance, a tutti noi, ovvero la possibilità di giocare la nostra vita nella piena libertà di esseri umani. E questo vale per chi crede come per chi non crede, anche se Dio bussa alla porta di tutti perché tutti possano stringere alleanze con lui.

SERGIO QUINZIO: Il vero peccato originale consiste nel fatto che l'uomo ritenga di poter scegliere del tutto autonomamente tra il bene e il male. L'uomo, cioè, pretenderebbe di avere una conoscenza, al di sopra delle situazioni, che gli consentirebbe, in ogni momento di dire: questo è bene e questo è male, farò la scelta buona o farò la scelta cattiva. Ecco, tutto questo non è altro che l'etica. Ora l'etica, questa etica, se per etica dobbiamo intendere questo, è il peccato originale, ovvero la presunzione che un uomo possa distinguere liberamente fra il bene e il male. Ora facilmente - perché può sembrare così strana, - credo che pochissimi mi perdonerebbero l'affermazione secondo cui nell'ebraismo l'etica non è fondamentale, a cominciare da Emmanuel Lévinas. Però, questa è la mia fondamentale obiezione, nel non comprendere questa affermazione si commetterebbe, a mio giudizio, una confusione tra quello che ciò che è l'etica e quello che è l'obbedienza al precetto di Dio, perché non si distinguerebbe correttamente tra colpa e peccato.

DON FORTE: A me sembra che, in questo filmato, che abbiamo visto, vi sia un particolare - non so se l'avete notato -, che è molto significativa. C'è una piccola porta aperta sul fondo, direi quasi socchiusa. Quella è la metafora, l'immagine, molto bella, di ciò che Sergio amava concepire per conversione. Sto parlando dell’immagine per cui noi tutti abbiamo una libertà da esercitare, di aprire o meno quella porta. Nell'Apocalisse di Giovanni Apostolo il Signore dice: Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la Mia voce e mi apre la porta io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con Me (Apocalisse 3; 20). Credo che qui sia tutto il dramma della libertà, qui sia tutto il dramma del peccato Noi siamo sospesi su una vertigine, la vertigine del nulla o la vertigine dell'amore infinito. Dobbiamo solo scegliere dove tuffarci.

STUDENTE: Padre, volevo sapere: dal punto di vista della Chiesa, colui che non crede in Dio non è altro che un peccatore?

DON FORTE: Innanzitutto partiamo dal presupposto, facile da osservarsi, che tanti che credono (o che dicono di credere) in Dio sono comunque dei peccatori. Dunque resta il problema: chi è il peccatore? Il peccatore è colui che si chiude, in maniera consapevole e libera, a questa chiamata all'amore che proviene dal Signore. Il peccatore è colui che non vive quello che io definirei il vero amore, ovvero l'esodo da sé senza ritorno. È una definizione che è stata data da un filosofo ebreo, Emmanuel Lévinas. "L'esodo da sé", consiste nell’uscire da sé, nel dimenticarsi di sé stessi, senza pensare ad un possibile, eventuale, ritorno. Il che significa affrontare un viaggio intrapreso senza l’intenzione di guadagnare una ricompensa, un riconoscimento, ma per donarsi unicamente a coloro che sono "fuori" da sé, a partire dal Signore. Ora, chi non vive questo, chi si chiude in sé stesso, chi è prigioniero del suo egoismo, della sua solitudine, rischia di essere un vero peccatore. Si può essere tali se si è credenti e se non si è credente. Chi è il credente, chi è il non credente? Io dico: il credente - lo ripeto tante volte - è un povero ateo che ogni giorno si può sforzare di cominciare a credere. Ovvero è colui che con Dio deve cominciare ogni giorno, perché nell'amore non si vive di rendita. Voi siete innamorati? Qualcuno di Voi è innamorato? Chi lo sa! (Va bene non approfondisco!) Sì, qualcuno tra Voi ha alzato la mano. Ma comunque uno che è innamorato sa che nell'amore bisogna fare di sé stessi ogni giorno delle persone nuove. O no? Quando ci si chiude ad una continua novità, l'amore appassisce. In fondo questo è il peccato. È il chiudersi alla fedeltà, ovvero alla novità dell'amore. E questo nel credente è possibile, è possibile anche nel non credente, soprattutto se il suo non credere nasce da una chiusura del cuore, da un'incapacità di amare.

STUDENTESSA: Don Bruno, volevo chiederLe, se secondo Lei è un peccato rifiutare l'amore di una persona?

DON FORTE: Io penso che sia semplicemente un esercizio della nostra libertà. Se tu non ami una persona, che vuole a tutti i costi amarti, ebbene, sei libera di non amarlo. L'amore non si può costringere o imporre. L'amore nasce nella libertà. Naturalmente, io direi anche che peccato è non amare quelli che nessuno ama. Quello, sì, che è un grande peccato. Finché è facile amare, allora è anche comodo, è anche "bello", umanamente parlando, ma quando tu devi amare qualcuno che nessuno ama, il problema si complica. Pensa per esempio, in questo momento, a quello che è avvenuto poco tempo fa nel Kosovo. Pensate a quella massa enorme di gente. Se ognuno di noi si fosse chiuso in sé stesso (come, in realtà è avvenuto), se non si fosse preoccupato di fare qualcosa, anche nel proprio piccolo, io credo che si sarebbe commessa una grave forma di peccato, una forma di omissione. Lo stesso sarebbe avvenuto se fossimo rimasti zitti davanti all'altra barbarie, che non è stata meno grave, ovvero assistere impotenti all’uccisione di centinaia e centinaia di civili con le bombe. Mi sembra che nel momento in cui noi sentiamo il peso drammatico del peccato sulla storia e capiamo dove sta veramente il peccato, non possiamo fare altro che peggiorare le cose se l’approdo di tale constatazione finisce per non essere altro che il chiuderci al prossimo, nel chiuderci ad una chiamata d'amore, una delle tante che possono farci stabilire un rapporto di rispetto nei confronti dignità di ogni essere umano, chiunque esso sia.

STUDENTESSA: Padre Bruno, per me la redenzione non è una cosa semplice. A volte non saprei neanche come pormi nei confronti di Dio. Io volevo chiederLe: Lei, personalmente, cosa ne pensa della redenzione?

DON FORTE: La conversione non è solo per te una questione difficile! Io ho incontrato Dio in una maniera piena, trasformante, quando, più o meno, avevo la Vostra età. Avevo diciassette anni. Credo che sia più o meno la Vostra età, forse qualcuno sarà più piccolo, qualcuno più grande. L'ho incontrato come un amore che mi ha preso totalmente, che ha dato un senso completamente nuovo alla mia vita. Ricordo che mi facevo spesso questa domanda: che senso ha la mia vita. È una domanda che non so se Voi Vi ponete spesso, ma ogni tanto mi tornava profondamente nel cuore. Mi accorgevo che le risposte che davo non mi bastavano. Cioè non mi bastava avere qualcuno che mi amasse, degli ottimi genitori, degli amici, non mi bastava fare quello che facevo - lo studio -, avevo bisogno di qualcosa di più, qualcosa di più significativo, di più grande. Ad un certo punto, per varie circostanze, ho incontrato Dio o forse è più esatto dire che è stato Lui ad incontrare me, a venirmi incontro. Devo dire che da quel momento tutto è stato molto più impegnativo, ma è stato anche tutto molto più bello. Sono passati tanti anni da allora. Ecco, io vorrei darLe una risposta. Poiché siamo in un liceo di Napoli, Le darò la risposta di un vecchio missionario napoletano, che incontrai in Cina, diversi anni fa. Pensate: è un uomo di novant'anni, (deve essere un po' pazzo, secondo me, perché faceva il pilota d'aereo, all'inizio del secolo) che poi si convertì e decise di farsi missionario in Cina, vendendo tutti i suoi beni per darli ai poveri e così andò in Cina. Erano passati tanti anni. Allora, a questo vecchietto con gli occhi lucidissimi io chiesi: "Ma se Lei nascesse di nuovo, rifarebbe la vita che ha fatto?" Aveva sofferto tanto, aveva patito persecuzioni, però aveva visto tante persone convertirsi e crescere nella fede intorno a lui. Allora lui mi guardò bene e disse: "Lo rifarei, ma ci penserei bene prima (sorridendo)". Questo non significa che non ci si debba spaventare se si scopre che può esser difficile fare qualcosa di bello. La redenzione cristiana, cioè amare l'amore, restituire amore all'amore, può essere faticoso, però è anche quello che rende la nostra vita degna di essere vissuta. Vivere solo per sé, chiudersi nel proprio mondo, nel proprio egoismo, alla fine diviene qualcosa di incommensurabilmente triste, anche quando si tratta di pagare un prezzo. E badate bene, tragico è il peccato, ma tragico è anche l'amore. Se volete cercheremo di tornare su questo. Quello che sto cercando di dirVi è questo: tragica può essere anche l’esperienza della santità, perché certe volte noi abbiamo un'immagine della santità che è un po' oleografica: il santo è buono, è colui che si porta dietro l'aureola. Io credo che, in verità, la santità significa un amore che esige un costo continuo della vita. Poi su questo Vi racconterò una storia.

STUDENTESSA: Le vorrei chiedere questo: si parla tanto, diciamo, del peccato. Però cosa può essere veramente peccato? Trasgredire, per esempio, i Dieci Comandamenti? Ma non potrebbe essere "peccato" forse anche il trasgredire l'etica umana? Mi spiego meglio: se per esempio la società permette l'avarizia, ovvero lascia che sia eticamente accettabile che una o più persone possano accumulare molto denaro o assecondare uno qualsiasi dei sette vizi capitale, l’etica di quella società dove avvenga questo potrebbe far sì che la consuetudine trasformi il peccato in atto normalissimo, del tutto accettabile....

DON FORTE: Io capovolgerei la domanda. Invece di chiedere: che cos'è peccato, se trasgredire il comandamento n. X o seguire l'etica comune, provassimo a guardare meglio un'immagine, - l’immagine che Voi avete scelto, come oggetto emblematico per questo dibattito, ovvero un crocefisso – vedreste un'immagine dove c'è Gesù Cristo giustiziato fra i due ladroni. Il ladrone, cosiddetto "buono", è quello che sulla croce si pente. È uno che ha trasgredito i comandamenti, ha trasgredito anche l'etica del suo tempo, tant'è vero che è stato arrestato, ed è stato anche condannato a morte. Lì sulla croce però lui s'accorge che c'è accanto a lui Qualcuno che lo ama immensamente. E allora capisce che quell'amore rende possibile anche a lui, alla fine di una vita in fondo enormemente triste e fallita, di poter cambiare. Il ladrone dice a Gesù dice di provare pietà per Lui. "Oggi stesso - gli risponde Gesù - sarai con me in Paradiso". Che cosa ci fa capire questo? Che, alla base di ogni peccato, c'è questo rapporto di amore non amato, alla base di ogni redenzione c'è questo amore ritrovato. Allora che cos'è veramente il peccato? Non è solo la trasgressione della legge. Tu potresti trasgredire la legge anche senza averne consapevolezza e dunque senza peccare. Non è la conformità o la difformità dalle mode dell'ambiente che ti circondano. Il peccato è lo scegliere nel profondo del tuo cuore, qualcosa che ti fa rifiutare l'amore, cioè Dio e gli altri. Il contrario del peccato sarà scegliere qualcosa che ti permetta di donare te stesso a Dio e agli altri, completamente. Insomma è più serio che non la conformità a qualcosa di esterno al peccato. Peccare o non peccare è qualcosa che può toccarci dentro, nel profondo del nostro cuore, laddove è possibile scegliere e destinare la nostra vita. E vengo, così, all’esempio di cui volevo parlarVi. È la storia di una ragazza ebrea, molto giovane, che morì ad Auschwitz, a 22 anni, per propria scelta. Voi chiederete: "Per sua scelta? Ma che, per caso, era pazza?" No! Semplicemente, ad un certo punto, questa ragazza ha incontrato Dio, l'Amore di Dio. Pare, tra l'altro, che Lo abbia incontrato attraverso il Vangelo. È molto bello questo. Ella però è rimasta ebrea, nella fedeltà alla fede dei suoi padri e, potendo fuggire, salvarsi, da Amsterdam - era un'ebrea olandese -, scelse, invece, liberamente, di consegnarsi ai tedeschi. Per fare cosa? Per aiutare Dio nel suo cuore e nel cuore dei suoi compagni di sofferenza. Una scelta d'amore grandissima: Aiutare Dio.

STUDENTE: Il peccato originale come può essere interpretato in una società moderna? Adamo ed Eva vengono cacciati dal paradiso terrestre a causa della loro disubbidienza ad un ordine di Dio; fin qui il racconto biblico. Ma, in sostanza, cosa simbolizza veramente, o cosa può ancora simbolizzare questo racconto, oggi?

DON FORTE: Questa è una domanda molto impegnativa, perché raccoglie due aspetti. Il primo è il seguente: in che cosa è consistito il peccato originale? Io credo profondamente nel fatto che il peccato originale sia consistito, e consista, in quello cui corrisponde ogni peccato: volersi gestire la propria vita separatamente da Dio. Se ricordate bene in un passo centrale del libro della Genesi c'è un albero, l'albero della conoscenza del bene e del male, un albero buono da mangiare gradito agli occhi, e desiderabile per acquistare saggezza (Genesi 3; 6). Il serpente, il tentatore, Satana, disse ad Eva: Quando Voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male (Genesi, 3; 5) ovvero diventereste padroni del Vostro destino, non dovreste più rendere conto a nessuno, Dio incluso. Ecco: il peccato è questa avventura della solitudine, questo volersi affermare da soli senza Dio e dunque anche senza gli altri, come se fossimo gli unici padroni del mondo. Questa malattia, col peccato originale, è entrata nella storia. Noi ce la portiamo dentro, tutti quanti. Noi abbiamo nel nostro cuore questo guazzabuglio: da una parte desideriamo qualcuno che ci ami infinitamente, cui abbandonarci perdutamente. Abbiamo una sorta di nostalgia del padre e madre nell'amore, di nostalgia del totalmente altro cui affidarci. D'altra parte però ognuno di noi vive quello che Sigmund Freud chiamava "l'uccisione del padre", ossia vogliamo affermarci nella nostra individualità, nella nostra solitudine. Il dramma della libertà sta tutto nello scegliere fra queste due cose, anche il dramma del peccato e il dramma della santità. Se si è in grado di capire che si è veramente liberi non quando si persegue e si compie solo quello che ci pare e piace, ma quando si liberi, altresì, anche dalla propria libertà e la si sa offrire per un amore più grande, allora, solo allora si gusta la vera libertà. Qui sta la grande fatica di essere liberi.
Avete scelto, come emblema del nostro argomento, un crocefisso. L'avete voluto scegliere Voi. Bene il crocefisso ci parla contemporaneamente di due cose: della tragicità del male, (il figlio di Dio che muore nel dolore infinito della croce) per il peccato del mondo, ma parla anche della straordinaria tragicità dell'amore. L'amore si dimostra quando ognuno di noi diviene capace di pagare un prezzo, di offrire qualcosa di bello per amore degli altri. Nessun amore è più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Giovanni). Perciò quel segno riassume un po' tutte le cose che abbiamo detto.

STUDENTESSA: Secondo Lei, peccare e, quindi, subito dopo pentirsene, rendersi conto di che razza di peccato è stato commesso, può aiutare un uomo a crescere e a migliorarsi?

DON FORTE: Indubbiamente tutte le esperienze, nel momento in cui sono assunte con consapevolezza, con libertà, diventano una ricchezza. Però, state attenti. Non è che Vi stia dicendo: allora peccate, peccate, così diventerete più bravi! No! Sto dicendo che quando, purtroppo, avviene qualcosa nella Vostra vita che è, ineluttabilmente, un errore, uno sbaglio, un peccato, un'infedeltà, un egoismo, quando se ne prende coscienza e poi si cerca tornare ad una scelta di amore, ad una scelta con Dio e per Dio, allora non si può semplicemente cancellare quello che si è vissuto. Bisogna, parimenti, farne tesoro. C'era, una volta, un cantautore francese, che era diventato alcolista. La cosa drammatica è che questo cantautore era anche un sacerdote! Tutto questo avveniva una ventina d'anni fa. Finalmente esce dall'alcool grazie all’Associazione Alcolisti Anonimi. Lui se ne vergognava moltissimo, perché aveva cominciato a bere facendo i concerti per il mondo, ed era diventato un dipendente dell'alcool. Si liberò, infine, dell'alcool. Allora andò dalla madre, le raccontò che ne era uscito, e la madre gli disse: "Bene, non dimenticare quello che hai vissuto per comprendere le persone che incontrerai nella vita ed amarle". Invece un suo superiore, un suo responsabile gli disse: "Dimentica tutto e comincia una nuova vita". Il suo commento quale fu? Che la madre aveva vissuto un amore di fatto, l'altro un amore di diritto. L'amore vero è un amore che non deve mai dimenticare, anche il male che abbiamo fatto. Il vero amore deve poterne fare tesoro, proprio per capire di più gli altri, per essere più umili, per amare di più, per permettere al peccatore di realizzare condividere la propria esperienza con gli altri. L’esperienza di quella misericordia di cui noi possiamo fare esperienza con Dio. Il che non equivale semplicemente a dire: "Sbagliando si impara". Non è così semplice. Insomma, ragazzi, se lo prendiamo troppo alla lettera questo vecchio proverbio: "sbagliando si impara", potremmo arrivare a concludere: "Allora, sbagliamo, sbagliamo". No! Sbagliare è tragico, quando si tratta del peccato, quindi quanto meno si può fare il male, tanto meglio è. Quando però è stato commesso il peccato bisognerebbe, perlomeno, di cercare di cogliere anche da quell'esperienza, qualcosa che ci possa rendere più umani, più vicini al cuore del Padre, al cuore di Dio.

STUDENTE: La Chiesa interpreta il peccato come un atto manifestato all'esterno, attraverso azioni visibili, o come qualcosa di intimo, di essenzialmente interiore ed intenzionale? Mi riferisco più che altro ai peccati capitali, ad esempio l'invidia o la gola. Io credo che quando si è invidiosi, invidiosi dentro, questo è un qualcosa che io provo e non contro cui non posso far niente. Ora, quando io manifesto quest'invidia, cioè comportandomi male verso il prossimo, appunto perché sono invidioso, commetto un peccato. Ma pensandoci bene anche quando lo provo all'interno di me stesso esso è un peccato!

DON FORTE: L'uomo guarda all'apparenza, Dio guarda il cuore dell’uomo. Poiché il peccato interviene tra noi uomini e il nostro rapporto con Dio, io credo che ciò che conti più di ogni altra cosa sia certamente il gesto che viene a compiersi nell’azione concreta, ma senza togliere importanza al cuore con cui lo si compie. Allora se si covasse, per esempio, dell'odio nel proprio cuore, anche se non lo manifestasse all'esterno, si avrebbe, comunque, dentro sé stessi un tarlo che fa male, ovvero un male che fa male. Dunque il peccato non può essere soltanto un fatto esteriore, un fatto di pura diseducazione. Si compie un peccato e qualcuno dice: "Quello è un maleducato". No. Il peccato è qualcosa che nasce dal cuore, ovvero dalla propria più profonda intimità, ed è il nostro cuore che possiamo consegnare nell'amore. Quando Voi Vi innamorate di una persona non le darete soltanto un gesto un segno una carezza un regalo, bensì cercherete di darle il Vostro cuore. Ebbene, così sarà anche con Dio. Amore è dare il cuore, cordare, dare il cuore, credere dovrebbe significare, secondo i teologi medioevali, cordare. Non - amare è fare sì che il cuore sia chiuso agli altri. Naturalmente non dobbiamo assolutizzare questo, perché, per esempio, esiste l'etica delle intenzioni, che sottolinea molto il valore di ciò che ho appena detto, al punto che sarebbe poi secondario anche compiere dei gesti. Ma, in realtà, un cuore che ama, dovrebbe realizzarsi anche in gesti concreti. Allora se Voi, nel vostro cuore, avete, per esempio, dell'invidia, quello sarà un male, un peccato. È ancora, forse, peggio arrivare ad esprimerla, facendo qualcosa di male alla persona di cui si è invidiosi. Ciò che Lei, in particolare, dovrebbe curare, è, innanzitutto la malattia dell'anima, ovvero, in concreto, liberarsi da questo senso dell'invidia, che, in fondo, è il non capire che anche l'altro di cui Lei è invidioso è un essere umano che ha bisogno d'amore come ne ha bisogno Lei. La persona che invidia è un essere umano che Dio ama come ama te. In genere io credo che queste cose nascano soprattutto quando noi ci dimentichiamo che siamo tutti poveri e tutti figli di uno stesso Padre. Quando lo riscopriamo, allora è più facile accettarci, anche nei nostri limiti e nelle nostre fragilità.

STUDENTESSA: Esiste una spiegazione fondamentale al peccato, ovvero del perché l'uomo pecca?

DON FORTE: Il peccato di per sé è bello, è qualcosa che attrae. Se non attraesse nessuno peccherebbe. Dunque, c'è una ragione che lo rende bello. Quale? Quella che probabilmente ci fa sentire più padroni, più liberi, delle persone in grado di gestire da sé la propria vita. È necessario capire che si è veramente liberi non quando si fa semplicemente quello che ci pare e piace, ma fai quello che ti rende più vicino agli altri, rendendoci capaci di dare la vita per gli altri, quindi di essere anche più vicini a Dio. Si pecca, fondamentalmente, perché si confonde qual è il bene più grande . Io insisto nel dire una cosa. Noi diciamo sempre: il peccato è il male. Ma ricordiamoci, anche di una cosa: il peccato fa male. Il bene, l'amore, l'obbedienza a Dio è il vero bene e fa bene. Dà una gioia grandissima. Io Vi posso dire, ragazzi, che, pur con tutti i limiti che ho nel cuore il vero amore è una grande fonte di gioia. Sono molto più vecchio di Voi, ma non sono altro che un vecchietto pieno di gioia, ovvero della gioia di sapere che esiste questo Amore di Dio. E anche se tante volte io non L'ho amato, o non Lo amo ancora, Egli esiste. È quel Padre che mi accoglie. Ecco: il male fa male, il bene fa bene.

STUDENTE: Don Bruno, ho voluto richiamare Via Internet un testo de I Promessi Sposi, in particolare il XXI° Capitolo, che parla della redenzione dell'Innominato. Vorrei sapere Lei che ne pensa di questa citazione e poi vorrei sapere quand'è che si raggiunge, secondo Lei, una piena redenzione.

DON FORTE: Manzoni è stato un abilissimo scrutatore dell'animo umano e quindi ha saputo mettere in luce - in maniera, secondo me, anche molto bella - il tormento, il dramma del peccato e il dramma della redenzione. Quello che non sempre si sottolinea è che, però, in Manzoni, alla fine, c'è sempre una vittoria della Misericordia, che è più grande del peccato. Io credo che la cosa più bella nella conversione dell'Innominato sia questa impossibile possibilità di Dio. Nessuno avrebbe pensato che quell'uomo potesse diventare ciò che, nel seguito della narrazione, diventerà. Dio rende possibile anche questo. Se dovessi dire una parola conclusiva del nostro incontro – intitolato Peccato e redenzione -, vorrei poter dire: la parola conclusiva, la parola più importante non è peccato, bensì è redenzione, ovvero l'impossibile possibilità dell'amore di Dio, che non si stanca di sfidarci a cominciare in un modo nuovo, anche se avessimo sbagliato già tutto. Questo può riempirci di gioia e di speranza, qualunque sia la nostra storia, qualunque sia la nostra età, perché ci dice semplicemente che è possibile qualcosa di bello, di nuovo, per tutti, così come per te e per me.

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