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Il Grillo (30/11/1999)

Giovanni Berlinguer

Etica della responsabilità

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....La responsabilità è un dovere umano tipico dei nostri tempi. Un po' richiama l'insegnamento cristiano, ama il prossimo tuo come te stesso, e un po’ l’insegnamento di Immanuel Kant, considera sempre l'uomo non come mezzo ma come fine. Questi principi sono sicuramente validi ancora oggi. La differenza è che noi dobbiamo riflettere non più in termini di "prossimo" o di singoli esseri umani, ma nei termini dell'impatto che hanno le conoscenze e le applicazioni della tecnica nello spazio, nonché nel tempo vicini a noi ....


Puntata realizzata con gli studenti del Liceo "Seneca" di Roma

 

Siti internet sul tema

GIOVANNI BERLINGUER: Mi chiamo Giovanni Berlinguer. Dal punto di vista della formazione universitaria sono un medico. Insegno alla Facoltà di Scienze dell'Università di Roma e presiedo il Comitato Nazionale per la Bioetica. Il Comitato è un organismo consultivo, che perciò offre pareri non vincolanti al Governo, al Parlamento e alle istituzioni, su temi che riguardano il rapporto tra scienza, vita e morale. Sono qui per rispondere alle Vostre domande.
Cominciamo con un contributo filmato che riassume alcuni dei problemi attinenti alla bioetica, e in particolare il tema della nostra responsabilità nei confronti del progresso tecnico-scientifico. Vediamolo.

Il progresso dei saperi e delle tecnologie ha comportato una modificazione delle concezioni etiche. L'etica privata è stata regolata per diciotto secoli, a partire dal tardo Impero Romano, attorno alla centralità del nucleo familiare. Ma ora le tecniche di riproduzione assistita stanno scardinando il presunto significato naturale della famiglia, e stanno consegnando alla responsabilità e all'inventiva degli individui i modi in cui far nascere e crescere i figli. Così il senso della morte ha subito una forte modificazione. Il significato intuitivo della morte, come la fine della vita fisica e spirituale, si sta scomponendo. La possibilità di tenere in vita persone con malattie degenerative gravi produce il fenomeno della morte a rate, e mette in luce la labilità della nostra nozione di identità personale, come un concetto chiaro e univoco. Nell'etica pubblica assistiamo ad analoghe trasformazioni naturali. Il senso del giusto deve tenere conto della nostra accresciuta conoscenza, delle conseguenze delle azioni. Le generazioni future non sono più solo le possibili custodi della nostra memoria, ma sono entrate in conflitto con noi. Sono portatrici di interessi e ci chiedono di modificare la percezione della moralità della nostra condotta in campi come la demografia, l'inquinamento e il patrimonio genetico. Le nostre responsabilità morali sono diventate più difficili e incerte. In molti casi l'illusione dell'assolutismo etico è ancora più insensata. Tuttavia resta forte negli individui il bisogno di certezze, attorno cui far scorrere le proprie esistenze.

STUDENTESSA:Professore, volevamo spiegarLe il motivo per cui abbiamo scelto di portare in studio quell'oggetto, che è il machete e, che, secondo noi, racchiude in sé due concetti fondamentali per l'uomo quali la sopravvivenza e la difesa. Desideravamo chiederLe quanto è giusto per Lei che l'uomo sia responsabile di se stesso e quanto lo deve essere degli altri, dove per altri intendiamo gli altri uomini, gli animali e il mondo vegetale.

BERLINGUER: Il machete può quasi rappresentare i nostri artigli. Noi siamo più deboli delle belve, però abbiamo inventato uno strumento che serve per farsi strada nella giungla, per tagliare la canna da zucchero, per difendersi, e anche per aggredire. Possiamo tenerlo sotto controllo attraverso la nostra volontà, utilizzarlo in un senso o nell'altro. Questo controllo si complica quando a strumenti così semplici sostituiamo strumenti molto più perfezionati, aventi un impatto straordinariamente forte sulla natura, non solo immediato, ma anche sul futuro. Qui subentra un principio morale. Non è la reazione immediata a dovere guidarci in queste situazioni, ma la nostra capacità di vedere le conseguenze lontane di quello che facciamo. Principio che, un grande filosofo, Hans Jonas, chiama il Principio Responsabilità. ( vedi l'aforisma L'etica della responsabilità )

STUDENTESSA: Lei pensa che al giorno d'oggi, con tutti gli strumenti tecnologici che ha a propria disposizione, l'uomo sia veramente responsabile di quello che fa verso se stesso e verso gli altri?

BERLINGUER: Deve esserlo! È un dovere, nell’accezione che non si può agire superficialmente. Non si può, per esigenze immediate, sacrificare quello che può avvenire in parti lontane del mondo in conseguenza delle nostre azioni, o quello che può avvenire nelle generazioni future, per altri esseri non ancora nati. Il machete non può influenzare i posteri. È un potere che hanno solo le applicazioni della scienza. Per questo dobbiamo vigilare eticamente su tali applicazioni.

STUDENTESSA: Professore, Lei non crede che la scienza e il progresso stiano andando un po' oltre i limiti, puntando a manipolare, con la clonazione, per esempio, cose che sono naturali, che fanno parte della natura, che sono in noi? Non ritiene che si stia andando forse oltre, e che la responsabilità si stia un po' perdendo?

BERLINGUER: Sta succedendo in parte. È per questo che non porrei limiti al progresso e alla conoscenza. La scienza deve progredire. La conoscenza di noi stessi e del mondo, costituisce un'esigenza insopprimibile dell’essere umano. Dobbiamo essere vigili sulle applicazioni della scienza. Medesime conoscenze possono condurre a manipolare e a distruggere, oppure a costruire e a migliorare. Io ho suggerito, come primo ospite di questa trasmissione, un personaggio un po’ insolito, una pecora. Non è Dolly, non è la pecora più celebre del mondo, è quella che è stata clonata. Questo è un animale pacifico. Vorrei sottoporre alla Vostra attenzione come alcune scoperte e possibilità della scienza possano da un lato servire, e dall'altro compromettere il futuro. Clonare degli animali significa creare delle difficoltà agli animali stessi, ma non credo che si pongano grandi problemi a clonare, in altri termini a riprodurre, cellule o tessuti umani. Questo può risultare utile. Se si può clonare un pezzo della pelle, riprodurre pelle umana all'infinito, come già possibile, ciò può servire, per esempio, per curare chi è vittima di ustioni. Quando, invece, si mira a clonare esseri umani, a costruire artificialmente, cioè, degli esseri umani, uguali agli altri, si entra in un campo che suscita non solo molte perplessità ma anche forti ostilità.

STUDENTESSA: Nell’impiego di queste scoperte e del progresso Lei fa appello alla responsabilità del singolo individuo. Sta a noi decidere come utilizzare il progresso? Se andare oltre, o meno? Quanto può essere utile tutto questo?

BERLINGUER: Indubbiamente esiste una responsabilità del singolo individuo, ma le grandi decisioni, se clonare o meno gli esseri umani, per esempio, devono comunque essere decisioni collettive. Tanto è vero che su questa materia è intervenuta una decisione del Consiglio d'Europa, importante organismo che raggruppa tutte le nazioni europee, che sancisce il divieto della clonazione degli esseri umani. È un appello alla scienza a fermarsi di fronte a questa possibilità che tecnicamente esiste. In nome della morale, in nome della nostra responsabilità.

STUDENTESSA: Vorrei sapere fino a che punto, per Lei, è eticamente giusto parlare di una manipolazione da parte dell'uomo, che va ad intaccare quei meccanismi naturali, da sempre autonomi, e quindi una manifestazione che implica una responsabilità enorme da parte dell'uomo, e che può intaccare tanto il patrimonio genetico quanto le condizioni ambientali che circondano l'uomo.

BERLINGUER: L'esistenza dell'uomo ha sempre influito sugli equilibri naturali. La natura non è stata indifferente all'azione umana, e, in molti campi, l'azione umana ha migliorato la natura. La scienza e il progresso tecnico, sono serviti, nella maggior parte dei casi, a correggere e perfino a eliminare molte malattie. Quando, invece, l’impatto umano, frutto della nostra attività sulla natura, distorce questa profondamente, o la sostanza stessa dell'uomo, nel caso si vogliano modificare per via genetica caratteristiche umane, entra in gioco il principio di responsabilità. L’uomo non possiede il diritto di alterare la natura in generale, la vita degli animali, l’equilibrio della biosfera. Su questo terreno deve essere cosciente che tutto ciò che fa può avere un impatto positivo, ma anche un impatto terrificante, e sugli esseri viventi e, soprattutto, sul futuro delle generazioni che seguiranno, e che sono, rispetto a noi, la grande maggioranza degli esseri umani possibili. Le nostre generazioni hanno una responsabilità che non ha pari nel corso della storia. Sfruttando il prossimo contributo filmato, vedremo come proprio in Italia si sia verificata una trasformazione dell'ambiente naturale, allo scopo di produrre energia elettrica, che ha avuto un effetto devastante. Quell’immane tragedia che va sotto il nome di Tragedia del Vajont.

Sei stazioni: si chiamavano Calalzo di Cadore, poi c'era sotto Castello, che ha un'altra diga. Ma il treno non si fermava neanche qui. Di seguito c'era Perarolo - Ospitale, Castel Lavazzo, Longarone. Ecco la valle della sciagura. Fango, silenzio, solitudine, e capire subito come tutto ciò è definitivo. Più niente da fare o da dire. E migliaia di persone, ieri c'erano, oggi sono terra. E nessuno ha colpa, nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, e gli uomini non ci hanno messo le mani; tutto fatto dalla natura, che non è buona, non è cattiva, ma è indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo! Non uno di noi, moscerini, resterebbe vivo, se davvero la natura si decidesse a muoverci guerra. Tu per un minuto la vedevi la diga bianca, in mezzo alle montagne nere e ti venivan dentro due sentimenti: quello delle mamme e quello dei papà. Il sentimento delle mamme si chiamava: "Povera Longaron, povera Longaron, povera Longarone", ed era un sentimento che procedeva per fondamenta. Fondamenta senza muri, che venivano su, in mezzo alla ghiaia del Piave che aveva riempito tutta la valle. E a noi, bambini, avevano spiegato che sotto a questi assi c'erano ancora i morti, che non li avevano trovati tutti. E allora io avevo questo sentimento disciplinato, che aveva un nome: "Povera Longaron, povera Longaron, povera Longarone". Però, ehh! Non potevo farne a meno di averne un altro sentimento, qua, quello dei papà, per la diga, perché era rimasta su. E io, bambino, pensavo: ma insomma, la montagna è cascata ma la diga ha tenuto, il suo dovere l'ha fatto. Se fosse cascata la diga sarebbe andata peggio, no? E allora un po' di consolazione ti restava dentro. E con questa consolazione qua si diventava grandi.

La tragedia del Vayont
http://www.itis-setificio.co.it/allievi/vajont/

STUDENTESSA: Professore, prendiamo in considerazione un insieme di valori, che portano con sé determinati imperativi cui il comportamento si uniforma. Io mi domando: la responsabilità potrebbe essere definita come l'autouniformarsi a questi valori-guida prescelti. Possiamo dire che la responsabilità è la condizione necessaria e insostituibile dell'etica stessa?

BERLINGUER: La responsabilità è un dovere umano tipico dei nostri tempi. Un po' richiama l'insegnamento cristiano, ama il prossimo tuo come te stesso, e un po’ l’insegnamento di Immanuel Kant, considera sempre l'uomo non come mezzo ma come fine. Questi principi sono sicuramente validi ancora oggi. La differenza è che noi dobbiamo riflettere non più in termini di "prossimo" o di singoli esseri umani, ma nei termini dell'impatto che hanno le conoscenze e le applicazioni della tecnica nello spazio, nonché nel tempo vicini a noi. Dobbiamo pensare, naturalmente, anche a chi è lontano, non solo a chi è prossimo, pensare a chi non conosciamo. Possiamo pensare in termini completamente nuovi di spazio e di tempo alle generazioni che verranno, ai popoli che giàabitano questo globo e che noi possiamo conoscere in ogni istante. Abbiamo la possibilità di conoscere in ogni istante quello che accade in ogni parte del mondo. Accade che siamo insensibili quando riteniamo che la nostra relativa ricchezza, la nostra relativa salute, la nostra relativa felicità, che è un buon livello rispetto all'insieme del mondo, sia solo un privilegio da conservare, non una risorsa da spendere nell'interesse degli altri. Si tende troppo a rinchiudersi nel proprio guscio.

STUDENTESSA: È più corretto parlare di etica della responsabilità o di responsabilità dell'etica? Perché, vede, secondo me, sia nel caso del Vajont, sia in quello della clonazione, il comune denominatore è, appunto, il problema della responsabilità. Per quanto attiene alla tragedia del Vajont, c'era un principio che imponeva la sicurezza e la difesa ambientale e, più in generale, la difesa dell'uomo. Di conseguenza,esisteva il problema della responsabilità di adeguare il modo di agire a questo principio generale. Di fatto questo non é avvenuto, anzi si è riscontrata una responsabilità distorta dell'uomo, che è una irresponsabilità dal punto di vista etico. Per quanto invece riguarda la clonazione, a me pare che clonare significhi al contempo replicare la vita e dimezzare la morte, per cui, da una parte, c'è la duplicazione artificiale dello spirito vitale, comportante la distorsione del senso della vita, e dall'altra la distorsione stessa del senso profondo della morte, quindi un termine del destino materiale di un essere, che è unico e irripetibile nella storia dell'umanità. Vorrei un Suo giudizio.

BERLINGUER: Occorre distinguere le responsabilità sotto l’ottica della colpa. Nel caso del Vajont sussiste una colpa chiarissima, perché era prevedibile quello che doveva succedere. Non si è agito, frenando la costruzione di quella diga, semplicemente perché c'erano degli interessi, produttivi, mercantili, che hanno prevalso sull'interesse umano e su quello ambientale. Nel caso della clonazione, anche ove si trattasse di duplicare la vita, saremmo in presenza di un atto di arbitrio. L’uomo non può arrogarsi il diritto di creare esseri viventi predeterminati. È una violazione della libertà individuale. Non possiamo creare un essere umano stabilendo fin da principio quello che lui dovrà essere, perché lui deve poter costruire, per quanto è possibile, il proprio futuro senza che siano altri a deciderlo. È altrettanto errato stabilire di evitare la morte attraverso una clonazione infinita degli esseri umani. La morte fa parte della vita. Malgrado sia duro ammetterlo per ciascuno di noi, essa è un elemento essenziale, non solo della sopravvivenza, ma anche del rinnovamento del genere umano. E noi non possiamo essere tanto egoisti da pensare che la vita possa continuare solamente con noi. Continuerà senza di noi e, anzi, si spera che senza di noi possa anche migliorare. Non dobbiamo dunque porre delle barriere a questa trasformazione.

STUDENTESSA: Se si legge il libro della Genesi, l'uomo viene presentato come "padrone di tutte le cose". Come "direttore" di tutto quello che lo circonda. La storia ci ha detto che l'uomo ha rispettato questo ruolo, usando la natura e tutto quello di cui aveva bisogno per migliorare la propria vita, la propria esistenza. Ma anche solamente per curiosità, per conoscere. Ultimamente questi processi, diciamo conoscitivi, si sono intensificati grazie alla scienza. Fintanto che noi andiamo a indagare su cose che non riguardano l'essere umano, non ci poniamo scrupoli né ci spaventiamo. Quando invece l'indagine si sposta sull’essere umano, ci spaventiamo di più, come se davvero non volessimo conoscere quello che riguarda noi stessi. Desidererei un Suo parere al riguardo.

BERLINGUER: Il Libro della Genesi presenta due formulazioni diverse dei doveri, dei compiti che la Divinità assegna agli uomini. In un passo si dice: tu dominerai la natura, e in un altro si dice: tu custodirai la natura, che sono due espressioni distinte. Quella che ha avuto la prevalenza assoluta nel comportamento umano è stata l'idea del dominio, dominio sulle altre specie viventi e dominio sull'ambiente. Soltanto di recente si è fatta strada l'idea che noi siamo parte integrante di questa natura, che c'è una coevoluzione delle specie viventi e che quindi noi dobbiamo essere responsabili, in quanto detentori di un grandissimo potere, dell'esistenza di tutti i viventi. Quanto al timore da Lei ricordato, l’uomo nutre il giusto panico di vedere una trasformazione dei suoi simili non perché si considera perfetto, ma perché pensa che il miglioramento degli uomini e delle donne debba avvenire fondamentalmente per via culturale e per via sociale. È bene chiarire che deve trattarsi di un processo di maturazione, di crescita, di evoluzione, che non va sotto il governo della tecnica, ma che marcia sotto il dominio, per quanto è possibile, della nostra volontà e delle nostre aspirazioni. L'idea che il nostro patrimonio genetico possa essere modificato artificiosamente ci ripugna, tranne nel caso in cui fosse possibile modificare quei caratteri genetici che fossero portatori di malattie. Allora noi possiamo correggere un errore della natura. Ma io non andrei oltre.

STUDENTESSA: Professore, quando Lei parla di responsabilità ritiene che si abbia solo nei nostri confronti o anche nei confronti degli altri? Quindi non solamente della nostra sfera più privata, della nostra vita sociale nel nostro piccolo, nelle nostre azioni quotidiane, ma anche rispetto alle comunità che vivono anche all'interno della nostra stessa comunità. Penso alle culture dei Nomadi. Abbiamo responsabilità nei loro confronti, oltre che nei nostri?

BERLINGUER: Un atteggiamento responsabile deve partire anche da quello che ciascuno di noi fa quotidianamente, per coloro che ha più vicini a sé (il prossimo) e per sé stesso. Tutto dovrebbe poter partire dall'ambito familiare e delle piccole comunità. Viviamo in tempi di forte globalizzazione. Tutto quello che noi oggi facciamo ha delle ripercussioni sugli altri. Ma vi sono tantissime popolazioni ed etnie che vivono in situazioni di grande disagio. Dobbiamo sentirci responsabili anche per loro. Questo non dovrebbe mai significare decidere anche per loro. Non dovremmo mai arrogarci il diritto di stabilire il modo di vivere degli altri. Abbiamo il dovere di assecondare le decisioni e gli orientamenti che ciascun popolo si dà liberamente e nel rispetto della legittimità.

STUDENTESSA: Lei non ritiene che questa responsabilità, soprattutto negli ultimi tempi, pesi talmente tanto che ognuno di noi cerchi, in qualche modo, di scaricarla su chi gli è più prossimo?

BERLINGUER: Indubbiamente questa è una questione che pesa. Pesa certamente di più il fatto di assistere, di conoscere, perché oggi tutto, più o meno, si conosce. Conosciamo le sofferenze di gente lontana, e abbiamo la sensazione di non potere far nulla o di non volere far nulla. Nessuno dei cammini che ci prospettiamo oggi è facile. Di questo ho piena consapevolezza e spero che anche Voi l'abbiate.

STUDENTESSA: Anche se l’affascinante rivoluzione nel modo informare di oggi ci permette di sentire più vicine le sofferenze degli altri, non sembra che questo abbia mutato l’indifferenza della gente. Si sente spesso parlare delle disgrazie delle popolazioni più lontane, e noi non ci adoperiamo neanche per aiutare il prossimo più vicino.

BERLINGUER: Non sarei così pessimista. In Italia, per esempio, ci sono, su una popolazione di 56 milioni di abitanti, circa sette milioni di persone attive nel campo del volontariato. Volontariato nell'assistenza, nelle iniziative culturali, volontariato per le attività fisico-sportive. È un lavoro cui non consegue un premio materiale, ma che è utile a far progredire se stessi e gli altri. Non sono pochi sette milioni di individui. A farlo sono associazioni cattoliche, laiche, di diversissimo orientamento. Possiamo citare i Medici Senza Frontiere, Medecins Sans Frontières, che si recano ovunque. Altri volontari, purtroppo, sono stati anche i nostri morti nel disastro aereo di Pristina. Questi morti segnalano un entusiasmo di fare qualcosa che dovrebbe essere molto più incoraggiato, e che, se assente, provocherebbe l’effetto di chiuderci sempre di più in noi stessi. Ci sono tante forze che agiscono in questa direzione, soprattutto giovani.

STUDENTE: Finora abbiamo parlato di questo "principio responsabilità" e lo abbiamo individuato come centrale. L'unico secondo il quale la nostra etica debba essere regolata. Ma pare piuttosto insufficiente. Per soddisfare un'etica vera e propria, un'etica della responsabilità, o per ammettere una responsabilità, dobbiamo configurare, a monte, qualcuno nei confronti del quale prendersi queste responsabilità. In mancanza dell’altro, preso come singolo, non vi è responsabilità verso nessuno. Sussisterebbe solo se ammettessimo un'etica della persona. Secondo me, assumendo come vera un'etica della responsabilità, allora anche il suicidio del singolo sarebbe ammissibile.

BERLINGUER: Il Principio Responsabilità di Jonas non esaurisce i temi dell'etica. Esistono numerose altre esigenze. C'è, per esempio, il bisogno dell'equità. Dovremmo porci per scopo non tanto l'uguaglianza degli esseri umani - un sogno, un'utopia, perfino regressiva se significasse livellare tutte le persone rendendole omogenee e rompendo la ricchezza che consiste nell'eterogeneità dell’essere umano -, ma una maggiore giustizia. Questo è un principio etico fondamentale. Lei accennava al rispetto delle decisioni delle singole persone, del principio dell'autonomia personale nella quale rientra la possibilità di decidere del proprio destino. Io, naturalmente, sono contrario al suicidio anche se ritengo che ciascuno abbia il diritto di decidere la propria vita. Il malato, per esempio, deve sapere qual è la propria malattia. Nessuno si dovrebbe arrogare  il diritto di negargli questa conoscenza, perché è la sua malattia. Deve essere messo in condizione di accettare o meno le cure che gli vengono proposte. Il malato consapevole ha il diritto di rifiutarle. Occorre lasciare morire con dignità, lasciare morire in pace. In altri termini, occorre il rispetto della libertà personale di chiunque.

STUDENTE: Le chiedo se un'etica della responsabilità possa soddisfare appieno le esigenze radicali dell'uomo. L'esigenza di Dio, per esempio, o l'esigenza della vita in quanto tale. Non è possibile che si cerchi una etica della persona, più che della responsabilità.

BERLINGUER: Ho parlato dei diritti delle singole persone, del concetto di autonomia, dell'esigenza di rispettare le scelte individuali. Quanto all'esigenza di Dio, questa è una necessità che ciascuno risolve nella propria coscienza. Non può e non deve diventare un principio universale imposto a tutti. Coloro che credono trovano, nella divinità o nelle religioni, principi morali ai quali ispirarsi. Non possono tuttavia essere principi aventi un valore universale, o da diffondere in maniera tale da creare difficoltà per coloro che abbiano altre idee. Non possono essere la base della morale comune. È pure vero che la religione cristiana ha influenzato talmente la storia e la morale umana che, in un certo senso, fa ormai parte di tutti noi, anche di coloro che non sono credenti.

STUDENTESSA: Lei prima ha sottolineato che ogni nucleo, ogni popolo, ha il diritto di manifestare le proprie abitudini, i propri usi. Poiché siamo in una comunità, l’esponente di questi nuclei non ha anche la responsabilità e il dovere di adeguarsi in parte alla comunità che lo ospita?

BERLINGUER: Ha certamente il dovere di rispettare le leggi e di non nuocere agli altri. Ma costui non dovrebbe  rappresentare, in quanto membro di una cultura diversa, solo una popolazione ospite. Sono, quelle di cui stiamo parlando, popolazioni che vivono qui a pieno diritto. Hanno abitudini che noi dobbiamo in qualche misura accettare. Proprio di recente si è verificato il caso di una donna di religione islamica, che ha presentato una carta d'identità con la fotografia in cui aveva il volto coperto dallo chador. Le è stato obiettato che il documento non aveva il valore di una carta di identità perché non si vedeva chi era. Se questa donna è abituata a mantenere, per tradizione, quella identità, perché rifiutargliela? Altra cosa sarebbe accettare mutilazioni dei genitali femminili, come accade in molte comunità dell'Africa, e in donne e ragazze di queste comunità che vivono nel nostro Paese. Questa rappresenterebbe una esplicita violazione della libertà e della dignità del corpo, non riscontrabile nel caso di chi porta un velo.

STUDENTESSA: È giusto che ogni popolo, ogni nucleo nutra comunque le sue tradizioni. Resta il fatto che vivere insieme da sempre è difficile. Riguardo all'ambito della legalità, sono d'accordo con Lei. D’altra parte, per quanto riguarda altri settori, è difficile mettere tutti d’accordo!

BERLINGUER: Non credo che sia utile, e neanche necessario, mettersi tutti d'accordo, perché ragione di vita è l’elemento di conflitto. Il tema che Lei solleva non riguarda solo i rapporti tra la nostra comunità, di bianchi italiani, ed altre, di pelle più scura, per esempio. È un tema che concerne perfino l'ambito ristretto della nostra famiglia. È nell'ambito dei nostri rapporti più frequenti che noi avvertiamo l'esigenza di rispettare gli altri. Un tempo i ruoli nell'ambito della famiglia erano molto predefiniti. C'era il capo famiglia, ovvero il padre. C'era la madre, solitamente casalinga e madre e poco altro. C'erano i figli, che dovevano obbedire. C'erano gli anziani, che erano rispettati: casi eccezionali in ogni modo, perché raramente si raggiungeva quell'età. Oggi tutti questi rapporti sono profondamente mutati, e una famiglia, per vivere e convivere, deve tenere conto di tutte le differenze, della personalità di ciascuno. Ne esce più robusta, se ogni membro comprende le esigenze dell’altro. Non è pensabile ricostruire una famiglia del vecchio stampo. Cominciamo a misurare i nostri rapporti in questo ambito ristretto. Nondimeno la famiglia umana c’è ed esiste. È vasta, è molto più eterogenea e complessa, ma, come campo della nostra indagine, anche molto più affascinante.

STUDENTESSA: Professore, vorrei allacciarmi al discorso della sopraffazione corporale subita da alcune donne orientali. Le donne occidentali, grazie anche al progresso tecnologico, o scientifico che dir si voglia, riescono a modellare il proprio corpo in seguito a operazioni di chirurgia. Non Le sembra che da una parte sia rispettata una piena responsabilità e coscienza del proprio corpo che dall’altra è assolutamente negata? È possibile che la responsabilità di queste donne, che subiscono queste mutilazioni dei genitali, sia affidata ad altre persone? Mi chiedo se sia giusto tutto questo.

BERLINGUER: Queste mutilazioni sono orrende. Sappiamo che vengono asportate intere parti degli organi genitali femminili, che vengono cucite le vie della vagina. È un'usanza barbara, derivante forse dal nomadismo proprio di alcune popolazioni, in cui il maschio voleva lasciare la femmina, sicuro che non accadesse nulla a lui di ostile. È una espressione del dominio e dell'arroganza maschile, inaccettabile, che dobbiamo cercare di correggere tenendo però conto di queste tradizioni. Non accettare e al contempo non volere imporre a queste popolazioni la nostra visione del corpo umano può essere un ampliamento della propria conoscenza. Altra cosa è la possibilità, cui si ricorre sempre più spesso, di migliorare il proprio aspetto estetico. Ritengo che, a questo proposito, vengano commesse molte aberrazioni. Non nutro molta simpatia per questi fenomeni comportamentali, tranne quando si tratti di correggere delle deformazioni evidenti. Temo che si voglia affermare, come bellezza, un unico prototipo femminile, cui tutti devono uniformarsi, e che questo colpisca la varietà delle persone. La vera ricchezza estetica consiste nella diversità, non nell'omogeneità. Che sia più un'acquiescenza alla moda o a coloro che operano nella chirurgia plastica, è indubitabile. Ogni donna, naturalmente, del proprio corpo può fare quello che vuole. Entro certi limiti, naturalmente.

STUDENTESSA: Non Le pare assurdo che una donna occidentale venga ritenuta moralmente non criticabile se tenta di modificare il proprio corpo, e che invece una donna africana possa essere considerata immorale se si ribella a quella cultura, che, in quanto fatta dai loro uomini, comunque è ritenuta giusta e che, per rispettarla, è giusto quello che facciano?

BERLINGUER: Le mutilazioni dei genitali femminili rappresentano una tortura, un impedimento, una serie di atti di sopraffazione.E non si tratta di una libera scelta da parte della donna. Se, in questi casi, di scelta si può parlare è perché la donna, qualora non si sottoponga a queste deformazioni, viene espulsa, considerata una reietta e quindi punita. Il caso degli interventi di chirurgia plastica è completamente diverso. È una decisione che, con relativa autonomia, anche se soggiacendo a mode e pressioni che io considero riprovevoli, tradisce un elemento di autodeterminazione. E poi , genericamente parlando, non fa male. Non provoca il dolore fisico o, peggio, menomazioni.

STUDENTE: Lei prima ha parlato di "libertà". Vorrei accostare il termine "libertà" a un altro che è di uso comune e perciò rientra nella sfera dell'etica. Il termine "globalizzazione". Può la globalizzazione essere considerata un processo di attuazione di libertà fondamentali?

BERLINGUER: La globalizzazione è un fatto. Oggi si assiste alla globalizzazione dell’informazione, della finanza, delle tecniche, del potere. Non si globalizzano i diritti umani. L’evento della globalizzazione è gestito soprattutto dai paesi industrializzati. La globalizzazione è distorta, se il genere umano vive, per quattro quinti, al di sotto della soglia di sopravvivenza. Qui non si tratta di essere o meno a favore della globalizzazione. Non si può contrastare il processo di globalizzazione. Lo si deve guidare. Si deve poter estendere alla globalizzazione quei diritti universali, proclamati da decenni in tutte le carte internazionali, ma ancora non universalmente applicati. Le nazioni più potenti e più ricche, hanno il dovere e la responsabilità di lavorare in questa direzione, anche nel loro interesse. Credo che tutti vorremmo vivere in un mondo dove ci sia meno infelicità di quella che esiste oggi. Saremmo anche noi, se non più felici, almeno più sereni nella nostra coscienza.

STUDENTE: Ho trovato sul sito dedicata proprio alla tragedia del Vajont
(http://www.anpas.org/NEWMONDO/num1a5/vaiont.htm) , che è stata poi riportata sul palcoscenico da Marco Paolini.
È stato detto che la responsabilità è un dovere dell'uomo, sia verso sé stesso che verso gli altri. Quale criterio di responsabilità si è seguito in quel periodo costruendo su un terreno così instabile?

BERLINGUER: Non è il solo caso, purtroppo. Parliamo degli anni Sessanta, di un periodo in cui l’Italia è diventata un Paese ricco. In precedenza il nostro era sempre stato uno dei Paesi poveri dell'Europa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale è cresciuta la produzione, è aumentato il denaro circolante, è cresciuta l'istruzione. Gran parte degli Italiani possiede ora una casa di proprietà, un'automobile, insomma il necessario per vivere bene. In tutti questi anni si è trascurata la struttura profonda del nostro Paese. Sono state devastate le città, trasformate in palazzine, senza spazi verdi, senza viali, senza luoghi di ritrovo. È stato danneggiato, in molte parti, l'ambiente, perfino il patrimonio storico-artistico. Si sono costruite ville nella Valle dei Templi. Si è male organizzato l'assetto idrogeologico. Questi caratteri strutturali dell'Italia devono essere modificati. Ora che siamo uno Stato che ha le risorse per farlo, dobbiamo porre mano a queste modifiche che rivelano un’importanza maggiore rispetto all’accumulo e alla distribuzione della ricchezza, e che soprattutto rappresentano la ricchezza delle future generazioni. Dobbiamo lasciare alle future generazioni un'Italia più abitabile, non solo un'Italia più ricca.

 

Siti internet sul tema

Is Cloning Right? The Pros and Cons
http://hyperion.advanced.org/18258/cloning.htm

 


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