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Il Grillo (1/12/1999)

Salvatore Natoli

L'etica della vita quotidiana

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...parlando di responsabilità, si ricorda che "Non nuocere" è il principio dell'etica, mentre "Non nuocere all'altro" è il principio della giustizia. Nel Vangelo di Matteo troviamo stranamente una modificazione della famosa regola aurea:  Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" diventa "Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te". Sembra che non vi sia differenza, e invece c'è. Mentre nel non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te il principio è il non nuocere, nel fare agli altri quello che vorresti fosse a te il principio è l’aiutare chi soffre, perdonare chi ha sbagliato, sollevare chi è caduto. L'etica diventa l'etica del dono, e nella quotidianità questa é la più necessaria.. .

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo "Seneca" di Roma

 

SALVATORE NATOLI: Sono Salvatore Natoli. Insegno Filosofia teoretica alla Università Statale Bicocca di Milano. Mi sono a lungo interessato di problemi relativi alla morale, all'etica, e ho scritto un Dizionario dei vizi e delle virtù. Sono qui per parlare con Voi dell'etica della quotidianità. Per introdurre questo argomento, osserviamo il filmato, e leggiamo assiem questa breve scheda introduttiva.

La vita quotidiana è nutrita dei grandi principi morali della giustizia e dell'imparzialità. La forza e l'autorità di questi ideali si misurano infatti tanto nelle grandi quanto nelle piccole scelte. I grandi principi ci pongono in una scena in cui è il mondo intero a guardarci e a esprimere il suo giudizio. Lì agiamo come se le nostre azioni avessero come interlocutore l'intera comunità umana. È questo ciò che rende nobili e ammirevoli tali azioni. Ma esse non esauriscono la trama della vita morale quotidiana. Difficilmente la dedizione e la lealtà che mostriamo in un legame con la persona amata o verso i propri figli si conquisterebbero l'amore che è tributato alle grandi scelte morali. Esse mostrano il loro valore su una piccola scala. E così l'amore per il bene può non ricevere espressioni come la sorpresa generosa verso le persone, la capacità di essere toccati dal loro destino e di comunicare questo senso imprevisto e ricco della vita.
La vita quotidiana può assumere tonalità che i grandi principi morali non sanno trasmettere e che danno significato alla nostra esistenza. Siamo attraversati talvolta dalla profondità delle persone, oppure dalla loro seriosità fredda e chiusa alle molteplici fonti affettive della vita. Ci colpisce il valore della leggerezza e della soavità, ma ci può anche deludere la mancanza del giusto senso di austerità e di concentrazione nelle cose. Dei toni che la vita assume sono intessuti i nostri concetti morali e le scelte di ogni giorno. Ma come connettere l'etica degli imperativi e dei doveri con quella espressa dalla trama sottile delle percezioni e dei sentimenti che colorano le nostre esistenze?

STUDENTESSA: Noi sappiamo che alla base dell'etica della quotidianità ci sono il rispetto e la tolleranza. Volevo chiederLe se la giustizia, pur spesso connessa alla legalità, possa essere una virtù che permetta agli uomini di rispettarsi, di realizzarsi e di non nuocersi tra loro.

NATOLI: Si può considerare la giustizia uno degli elementi fondanti e strutturanti l’etica, perché la giustizia è l'assegnazione delle parti e la relazione tra le stesse secondo una corretta proporzione. La giustizia è appunto non dare di più di quanto tocchi, non sottrarre. Ne consegue che la giustizia è la dimensione che permette anche lo sviluppo delle altre dimensioni dell'etica, come la concordia e la tolleranza. Ma la giustizia, come la non prevaricazione, è il dare ad ognuno come dicevano i Latini - quello che è suo, in una equa spartizione dei beni e delle risorse. Quest’ultima connotazione è un elemento preliminare della giustizia, perché ci siano quelle dimensioni fondamentali che fioriscono dall'etica, e cioè la pace e la concordia.

STUDENTESSA: Se uno dei nostri doveri di uomini è quello di dare ai nostri figli un mondo migliore, perché invece assistiamo sempre più a guerre e violenza? Perché esiste tutto questo male, se dentro di noi c’è il desiderio, oltre che il dovere di dare ai nostri figli un mondo migliore?

NATOLI: Una delle ragioni fondamentali per cui si scatena nel mondo la violenza è l'ingiustizia. La dimensione della violenza nasce da una sopraffazione, quindi fondamentalmente da un imperio di sé sugli altri, negando il loro diritto e quello che è giusto dare loro, o addirittura togliendo loro quello che possiedono, impoverendoli. Lo sbilanciamento che si origina diventa irrefrenabile, perché a un atto violento e di prevaricazione non è detto che si risponda nella stessa proporzione. La reazione può essere più violenta, perché il sentirsi dalla parte del torto autorizza il soggetto a essere più violento di quanto non debba esserlo. Non c'è una logica di risarcimento. Questa è una dinamica che acceca. Ecco spiegato uno dei motivi per cui risulta difficile fermare le guerre. La logica del perdono è una logica a suo modo economica, perché la dobbiamo considerare come quell’interruzione della violenza che permette uno stacco, una cesura. Impedisce che questa spirale cresca sempre su se stessa, inevitabile. Da questo vortice di problemi, la dimensione dell'etica deve incentrarsi sull'idea di relazione, di partecipazione, di comunità umana. La cosiddetta etica del quotidiano altro non è che una specificazione dell'etica originaria.che la si simbolizza col pane, perché quest’ultimo è l'indicazione fondamentale della comunità. Il pane è la tavola e quindi mostra che vi è qualcuno che dà la vita e qualcuno che la riceve, mostra la inevitabilità del legame. Originariamente gli uomini sono collocati in un legame. Legame vuol dire una relazione di dono, ma anche di impegno. Perché quel pane non solo è sorgente di vita, non solo è condiviso, non solo è dato, procurato dal lavoro, ma è anche diviso secondo giustizia. Nello spezzare il pane, di conseguenza, non v'è soltanto un atto di dono, ma anche di giustizia. Si vede come la legge non deve essere pensata come qualcosa di esterno, che viene da fuori, una coercizione, ma come essa sia proprio la giusta relazione tra gli uomini. Dimensione che per molti versi gli uomini non scelgono: gli uomini nascono in una comunità, pertanto sono posti originariamente nel legame. Si tratta di valorizzare questa dimensione al meglio, a vantaggio di tutti.

STUDENTESSA: Nella vita quotidiana tutti gli uomini sono indaffarati sia nelle piccole che nelle grandi cose. Chi affronta le cose più importanti sente veramente il peso dell'etica, si pone il problema se nel suo agire vi sia un fondamento etico e se quello che sta facendo sia giusto? Il pane di cui Lei parla è uguale per tutti?

NATOLI: L'etica in generale non esiste, perché l'etica è sempre particolare coincidendo essa con tutti i momenti dell'esistenza. Ogni giorno si spezza il pane nel senso reale. Ogni giorno stabiliamo relazioni, scambiamo parti, diamo qualcosa, riceviamo qualcosa. La dimensione etica, nella nostra pratica quotidiana, è avere dentro di sé l'istanza dell'altro, non sentirsi mai unici, separati, assoluti, perché questo condurrebbe a un delirio di onnipotenza. Se io non interiorizzo l'altro in me, se non mi sento parte, inevitabilmente mi sento tutto, e quindi, anche senza volerlo, sono distruttivo, perché credo di avere il diritto su tutto. La relazione di alterità è la dimensione fondamentale dell'etica. Senza l'alterità non c'è l'etica. Solo attraverso la dimensione di alterità gli uomini possono incontrarsi e prendersi le misure. Si sviluppa il giudizio etico: in questo momento quanto ti do, quanto ti tolgo, quanto devo, come ti devo amare? E allora la domanda etica diventa: qual è la giusta relazione con l'altro?

STUDENTE: Che rapporti ci sono tra i principi etici che regolano i grandi eventi, quelli seguiti per lo più dai governanti e da coloro che reggono le sorti dei Paesi, e l'etica che viviamo tutti i giorni, cioè le azioni cosÏ come da manifestate nella nostra quotidianità?

NATOLI: Il rapporto che Lei mi chiede si stabilisce partendo dalla dimensione della qualità etica nella politica o nelle grandi decisioni e nella vita quotidiana, nel senso che le grandi decisioni politiche devono tenere conto di sorti collettive. E’ un problema di giustizia. Si è parlato di guerra e di squilibri. Uno degli argomenti di cui molto si discute in sede internazionale è l'abolizione del debito a carico dei Paesi più poveri ma inadempienti, perché caricarli ulteriormente di debito vuol dire indebitarli ancora di più. E’ chiaro che si tratta di un risanamento. Si viene incontro a quella povertà evitando che se ne crei ancora. Allora squilibrio di ricchezze, squilibrio di cultura, di informazione. I Governi, sia a livello interno, di nazioni, sia tra nazioni, devono prendere decisioni intese ad annullare non solo lo squilibrio di ricchezze, ma anche quello che vi può essere di cultura e di informazione. Questo modo di operare influisce sull'etica degli individui, perché una società che permette agli individui più libertà, di svilupparsi meglio, che li scioglie dai vincoli della fame e della necessità, permette loro di relazionarsi con gli altri con un atteggiamento che non è di rivincita. migliorando le condizioni sociali e anche i rapporti quotidiani tra gli uomini.

STUDENTE: Gli sprechi della nostra quotidianità possono alimentare lo squilibrio che vi è tra il Nord e il Sud del mondo? Il nostro agire quotidiano può coincidere con le differenze sociali che esistono anche all'interno delle grandi nazioni?

NATOLI: Il problema si fa più complesso giacché le differenze nel mondo non sono determinate dal solo spreco, o dal fatto che esistono società che sprecano e sottraggono alle altre secondo una logica cosiddetta di rapina, ma da un tipo di ragionamento ben più arduo, a dire che ci sono delle società che non riescono a valorizzare le loro ricchezze. E quindi il problema dell'ingiustizia è che non si offre a quelle società una sufficiente autonomia di intelligenza e di valorizzazione delle proprie risorse. Questo permetterebbe loro di esercitare una vita più libera. La portata dello spreco non equivale a una rapina di risorse, ma a una incapacità di valorizzare quelle realtà o di mettere quei popoli nelle condizioni di un protagonismo sociale e culturale. È una rapina non tanto di cose, quanto di cultura, di beni e di intelligenza, di autonomia nell’organizzazione politica. Il problema che l’etica si pone è quello dei giusti rapporti. Laddove i rapporti siano giusti a un livello superiore, permettono anche agli individui di esserlo nella loro vita. Si verifica l’opposto quando, in termini di responsabilità, siamo noi a rovesciare sulle istituzioni i problemi di ingiustizia del nostro quotidiano, nei rapporti tra individui. Diventiamo dei barbari con il nostro vicino. Non sempre sono le istituzioni che rendono non etica la società, ma è una società che non è capace di etica, che produce istituzioni perverse.

STUDENTE: Sì, molto spesso attribuiamo i problemi della società a un sistema che siamo noi stessi a fondare, con frasi del tipo: "È colpa del sistema".. L'azione del singolo, nel quotidiano, quanto può influire sul grande meccanismo delle istituzioni?

NATOLI: Non possiamo saperlo. Il granello che diventa valanga, questo non lo possiamo sapere. Indipendentemente dagli effetti di un’azione del singolo, ognuno di noi deve assumersi le proprie responsabilità, agire eticamente, nel giusto rapporto tra sè e gli altri, nel momento in cui agisce, indipendentemente dagli effetti che si produrranno. Se tutti ragionassero in questo modo, gli effetti non sarebbero che positivi. Scaricare la responsabilità sempre sulle istituzioni, su ciò che non è noi, non migliora le cose. Occorre far propri due atteggiamenti: la critica di ciò che è sbagliato unitamente alla scelta unilaterale di un'azione giusta.

STUDENTE: Se tutti agissero eticamente per sé stessi, cosa mi impedirebbe di negare in prima persona, per me, solo i principi etici e attuare una politica del risparmio nelle mie azioni giuste? Otterrei il massimo vantaggio per me, e ci sarebbe il minimo svantaggio per la società. Se solo io faccio quello che non devo, mentre tutti gli altri fanno quello che devono, l'osservanza della regola morale non ha più rispetto per me e, di contro, rispetto alla società, un grande valore.

NATOLI: Per regola morale intendiamo quella che nella tradizione è stata chiamata la "regola aurea". Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.È un principio che parte dal Codice di Hammurabi per arrivare alla Bibbia. Esistono nelle società determinati egoismi. Esiste colui che soffre del delirio di onnipotenza, esiste colui che, pur essendo parte, pretende di non esserlo. Sta in questo la sostanza di ogni colpa. Sostanza di ogni moralità é ergersi a legge generale a partire da sé. Molti si comportano in questo modo. Anche se non lo ammettono, il loro tipo di condotta risulta questo. Benché siano molti a comportarsi così, qualora io voglia agire moralmente non devo tenere conto di questo. Il singolo deve farsi carico di denunciare questa situazione di cose, criticarla, questo è l'aspetto critico, ma, per quanto lo riguarda, deve agire bene indipendentemente dalla condotta degli altri. Una portata di condotta che fosse uguale a quella degli altri significherebbe la disgregazione sociale, cioè in ultimo la guerra. L'esito dell’immoralità è la distruzione della società.

STUDENTESSA: Le passioni che vivono dentro di noi contribuiscono in meglio al nostro comportamento etico, oppure devono essere represse perché ci comportiamo civilmente, giustamente?

NATOLI: Voi sapete che etica deriva dalla parola greca ethos, che vuol dire anche abitudine, consuetudine. L'etica è la consuetudine, gli atti propri di una comunità. All'origine del termine greco ethos c'è una radice indoeuropea, -své, che, attraverso la modificazione di un affisso particolare, diviene ethos, cioè etica. Questa stessa radice, -své , attraverso un'ennesima modificazione fonetica, diventa in greco idios che significa proprio, proprio nel senso di personale. Allora l'etica riguarda il comune, la relazione tra gli uomini. Da questa stessa radice -své discendono vocaboli di parentela come cognato, sorella del cognato, che dimostrano comunque come l'etica sia il sistema di relazioni in cui noi nasciamo e che non è deciso da noi. Noi siamo originariamente morali, perché collocati in una comunità. Tuttavia dentro la comunità appare l'idios, l’io in rapporto a me stesso. L'etica è un appartenere a, un essere parte, e un appartenersi. Nell'appartenersi, l'uomo fa i conti con le sue passioni. È evidente che le passioni tendono a portarci oltre. Così intese, sono positive perché dinamiche. Se noi non desiderassimo, se non avessimo questa spinta, la nostra vita risulterebbe inerziale, morta, passiva. La passione, in quanto spinta, in quanto desiderio, è attivante, anche se ci porta a sconfinare. Nell'appartenersi, dobbiamo diventare signori del nostro desiderio, signori della nostra potenza, per evitare che questa potenza si svolga a danno degli altri, distruggendo l'ambiente in cui vive e perfino le proprie possibilità di esistere. Diceva Aristotele che l'uomo deve esistere ed esiste in comunità, perché altrimenti sarebbe o animale o Dio . Anche gli animali non possono vivere da soli e forse neanche Dio, dal momento che si è incarnato, dunque si sviluppa come donazione.

STUDENTESSSA: Quindi, secondo Lei, l’etica è un educare le nostre passioni?

NATOLI: Educare le nostre passioni con una dimensione singolare, perché nelle passioni dimora la potenzialità a diventare virtù o vizi. Diventano virtù se la passione sviluppa una potenza costruttiva, diventa vizio se sviluppa una potenza distruttiva. Non a caso Aristotele diceva che la virtù sta nel giusto mezzo tra gli estremi . Solo la potenza è la stessa. Talvolta scavando al di sotto di un vizio si può trovare un'istanza di virtù e viceversa. Occorre bilanciarsi, osservarsi. Analizziamo un esempio: l'invidia. L’invidia distrugge ciò che è bello, non permette di apprezzare ciò che è riuscito, ed è uno dei vizi peggiori perché, mentre gli altri danno piacere, l'invidia tortura. Se da un lato l'invidia è questo sentimento che non apprezza ciò che è grande, che, come avrebbe detto Nietzsche, non sa venerare e, di conseguenza, distrugge la bellezza, al fondo può contenere una sua verità, può trasformarsi in una interrogazione del tipo il successo che tu hai avuto, te lo sei meritato davvero. L'invidia, che è distruttiva se non apprezza, può risultare un potenziale di giusto sospetto verso risultati forse non meritevoli.

STUDENTESSA: La globalizzazione conduce alla presa d’atto di più punti di vista, di diversi modi di interpretare. Premesso che io non credo che si possa parlare di una etica universale, Le chiedo se il fondamento dell’etica risieda piuttosto nel rispetto. Il rispetto fra le persone, fra gli Stati, o comunque il rispetto in generale, può voler dire una convivenza pacifica e armoniosa? A me pare che questo rispetto venga meno tutte le volte che entrano in gioco interessi economici o politici.

NATOLI: Esistono etiche diverse. Esistono etiche diverse, perché esistono comunità diverse, nella storia e nel tempo. Se l'etica, così come prima definita, è il modo in cui si articola la vita di una comunità, ovvero le relazioni degli uomini in una società, allora, essendo le società diverse, tanto nello sviluppo della propria storia quanto nella dimensione dello spazio, ognuna di loro elabora un'etica, o anche una strategia di felicità, di riuscita. Quando una comunità, che non è mai un singolo quanto piuttosto il risultato di un processo storico, elabora delle regole di convivenza, lo fa affinché questo permetta alla stessa di svilupparsi. La prova dell'etica sta nella capacità di conservazione di una comunità attraverso le regole. Che è poi una capacità nella stessa di autoperpetuazione nel tempo. Non a caso le etiche sono collegate, quando si parla di quotidianità, con le tradizioni. Molte volte le etiche non si discutono perché sono le tradizioni. Nonostante questi particolarismi, appuriamo una tendenza alla universalizzazione delle etiche. Accade che diverse comunità si incontrino e si scambino, divenendo parte le une delle altre. Se all'interno di una comunità i soggetti devono rispettare la reciproca alterità, anche le diverse culture, entrando in contatto tra di loro, devono rispettare le reciproche alterità. Questo incontro può risolversi in uno scontro. Ma il conflitto, di per sé, non è riprovevole. Ogni cultura si porta il suo essere "altro", la sua differenza. Unica condizione, giusta, è che il conflitto non sia distruttivo. Il galateo, ad esempio, è pensato per il quotidiano ma rispecchia l'istanza etica fondamentale della non invasione dell'altro. Per neutralizzare il conflitto, occorre dare all'altro il suo spazio, concedergli la sua privatezza, riconoscergli la sua dimensione. Tanto avviene per una società, tanto avviene per diverse culture.

STUDENTESSA: Se prendiamo come base il rispetto degli altri, a me sembra che non tutti poi si avvalgano dei propri diritti, non avendone preso coscienza. Come spiega Lei tutte le privazioni che invece noi oggi siamo costretti a subire? Le persone in realtà non prendono coscienza delle proprie potenzialità, né di quelle degli altri.

NATOLI: La relazione umana deve obbedire ai canoni di una relazione di non invasione. Deve preservare lo spazio all'altro. D’altro canto, oltre alla neutralizzazione del conflitto, ci deve essere lo sviluppo della disponibilità nei confronti dell'altro. Mostreremo un contributo filmato che dimostra proprio il passaggio da una etica, che evita il conflitto, chiamiamola anche del rispetto, a una etica che sviluppa la dimensione della disponibilità e della confidenza. È la storia di un dono; noi possiamo ricavare delle ipotesi in questo senso. Si tratta di un famoso film, che si intitola Il pranzo di Babette . Vi si narra di una donna, che fa la domestica in un piccolo paese della Danimarca presso due anziane sorelle, e che in realtà è lo chef del Café Anglais in fuga da Parigi dopo aver partecipato alla Comune. Con i suoi risparmi prepara un grande pranzo. Offre a tutti i paesani un menù indimenticabile, ma che presto diventa l'inizio di una nuova relazione e di una forte amicizia. Segna l’inserimento della donna nella comunità attraverso il dono. Guardiamo questo estratto e riflettiamo su questa idea.

(si visiona il secondo contributo filmato, costituito da un dialogo, ricavato dal film Il pranzo di Babette)

UOMO: Babette dice che il pranzo è servito.

(ci si siede a tavola)

UOMO: Incredibile! Amontillado! È il miglior Amontillado che abbia mai gustato! Questo deve essere Blinis Demidoff(?)! E questo è certo Veuve Cliquot1860! Eh, sì! Un bel pasto, zia.

ZIA: Grazie.

UOMO: Grazie.

ZIA: Babette! Ah, è stato davvero un ottimo pranzo! Ci ricorderemo tutti di questa serata, quando sarete tornata a Parigi.

BABETTE: Io non tornerò a Parigi.

ZIA: Non tornerete a Parigi?

BABETTE: Non ho più denaro!

ZIA: Non hai più denaro? E i diecimila franchi?

BABETTE: Li ho spesi.

ZIA: Diecimila franchi?!

BABETTE: Una cena per dodici al Café Anglais costerebbe diecimila franchi.

ZIA: Ma, cara Babette, non dovevate dar via tutti i vostri averi per amor nostro!

(fine della visione del secondo contributo filmato)

STUDENTESSA: Professore, abbiamo pensato ad un Manuale di Scuola Guida come oggetto che rappresenti il nostro pensiero su questo argomento. Abbiamo considerato l'etica un vasto campo all'interno del quale l'uomo, quindi la società umana, deve districarsi attraverso divieti e precedenze. Secondo Lei, è giusta questa metafora?

NATOLI: La Vostra dimensione simbolica sta a significare che, quando non c'è possibilità di circolazione, non vi è la condizione di una relazione tra gli uomini se non attraverso divieti e precedenze. Non si può fare tutto. Le strade sono percorribili, ma hanno limiti. Non tutti possono entrare da una stessa strada, non tutti possono uscire allo stesso tempo. La vita è questo gioco infinito di finitezze, non finisce mai, ma la combinatoria, che non finisce mai, è di elementi finiti. Nasciamo in una comunità, ne siamo parte sin dalla nascita, entriamo in un gioco, parliamo una lingua che già si parla, e dunque entriamo in un discorso che è già in corso. Se si considera quest’ottica dimensionale, si hanno presenti reciprocità e relazione. Proprio perché nessuno può tutto, ma è l’insieme che si sviluppa e che si cresce, è necessario rendere compatibili e congruenti le differenze. È necessario che esistano norme e divieti. La legge - e questa è la sua natura fondamentale - non riveste un principio di coercizione, ma di coordinamento. La legge, in fondo, non è altro che l'istanza della alterità nella soggettività, e quindi dà la possibilità di combinare le diverse relazioni tra gli uomini. Il Codice della Strada è una delle tante leggi, ma la legge, fondamentalmente, è questo criterio di orientamento nelle condotte. Per dirla in termini sociologici, la legge regola le aspettative tra gli uomini. Ogni uomo - si sa - compie un'azione, ogni uomo è una novità per l'altro. Bisogna che tra il comportamento di una persona e quello di un'altra vi sia un codice, secondo cui le aspettative tra le due persone vengano regolate. La legge, in tal senso, funge da contatto tra due e più azioni. Garantisce alle stesse coerenza e logica. Le coordina, perlappunto.

STUDENTESSA: Vorrei proporre una tesi che cerchi di rispondere alle problematiche che investono l’etica del quotidiano. Se questa etica esista oppure no. Partiamo dagli elementi materiali che abbiamo qui presenti, il galateo. Con il galateo mi viene in mente l'idea di una normativa universale. Essendo normativa ed essendo universale, ne deriva il concetto di correttezza. Inoltre abbiamo il pane. Io questo pane lo intenderei come cibo, nella duplice accezione sia materiale che spirituale. Materiale, intendendo con ciò non soltanto quello che concerne la semplice quotidianità, ma anche quello che vada oltre la quotidianità, tutto quello di cui l'uomo abbisogna. A proposito del cibo, ritengo che l'uomo sarà soddisfatto, e quindi realizzato, nella misura in cui riuscirà a condividere questo pane con gli altri. Cosa non nuova, perché, per fare un esempio, mi viene in mente una epigrafe di un sepolcro di un sacerdote egizio, in cui era scritto: ..."Se ari il tuo campo e il Dio ti concede le messi con generosità non soddisfare la tua bocca in faccia al tuo vicino"... . Si prospetta il concetto della condivisione, che io porrei come uno dei fulcri dell'etica calata nel quotidiano. Questo principio si realizza e si materializza grazie alla preposizione latina ...cum... , per cui impone tre considerazioni. La prima è il fatto di riconoscere sé stesso come soggetto autocosciente, ma anche consapevole della nobiltà della dignità umana. La seconda è il fatto di riconoscere gli altri e allo stesso tempo attribuire loro la stessa dignità del singolo. La terza è il fatto di materializzare il concetto di ...cum... , per cui entrare in relazione con essi. In questo senso prende forma il significato del filmato che abbiamo appena visto. Ha diversi punti di contatto con il significato che, ad esempio, il Boccaccio vuole dare alla vicenda di Federigo degli Alberighi, nella misura in cui emerge l'immagine nobile di un uomo, cioè Federigo, pronto a rinunciare a quanto di più caro abbia, all'unica cosa che gli sia rimasta, così fortemente trattenuta a sé, e nonostante tutto immolata in nome di una superiore devozione, che è un noto tema del più genuino codice d'onore cavalleresco. Visto che, al di là dell'epoca, l'uomo, oggi come allora, risulta come eroismo, come paradosso, ma anche come inquietitudine - l'uomo è un essere che è costituito di una grande forza che gli consente di protendere verso un poter essere - secondo Lei, è possibile vedere in questa ricerca incessante dell'uomo un suo ritorno a quel concetto di armonia classica, presente in tutti gli esseri ma difficile da ritrovare in noi stessi?

NATOLI: Condivido appieno l'andatura dell'intervento e identificherei come nucleo l’idea dell'.essere- con che corrisponde al ragionamento dell'esser parte. Nelle modalità dell' essere - con se ne possono individuare tante. Due sono fondamentali: un modo dell'appartenere, inteso come inevitabilità dell'appartenenza e quindi l'essere originariamente in debito perché non ci si è fatti da sé, e un modo del non nuocere all'altro, perché altrimenti si diventerebbe colui che è contro, colui che vale per sé stesso. Ma è in questa polarizzazione di sé contro gli altri che sta la lacerazione, la guerra. L’etica, allora, possiede il carattere primo del non nuocere, che chiamiamo il rispetto con l'altro, ma che non è ancora la condivisione. La condivisione non è soltanto centrata sul non nuocere, ma sul far del bene. In questo caso un’altra dimensione soccorre e arricchisce l’etica consentendole di realizzarsi con una maggiore pienezza, che è quella del dono. Babette entra in una comunità attraverso un dono. Invitando i paesani alla sua mensa, contemporaneamente rende fratelli quelli che sono lì e crea qualcosa che è di più della dimensione normativa della cittadinanza, cioè lo scambio della quotidianità.Quel pranzo sembra voler dire:"Veniamoci incontro ogni giorno, perché ogni giorno in questa relazione di affetto, di rispettivo, reciproco sostegno, di dono, noi facciamo crescere la nostra comunità". Ecco la dimensione dell’umanità in ogni uomo. La quotidianità ha questo di importante. Non l’umanità in astratto, l'umanità in ogni uomo. L'umanità non esiste, è incarnata in ogni uomo. Ma al termine umanità è preferibile il termine evangelico prossimità. Il prossimo è: io, l'altro e l'altro accanto, perché l'umanità è astratta. Nel nostro secolo, in nome dalla umanità si sono commessi grandi delitti. È difficile commettere delitti di fronte alla prossimità.

STUDENTESSA:È possibile vedere nell’eticità una opposizione a una massificiazione e a ogni forma di frantumazione dell’io, dello spirito vitale?

NATOLI: Se l’eticità è un appartenersi, se si è etici solo in quanto si ha la legge dell'altro dentro di sé, ne discende che questo toglie l'anonimato. Ognuno diventa custode dell'altro. In questo senso cade quell'anonimato. Nel cinismo nessuno si prende cura dell'altro, nessuno diventa custode dell'altro. La dimensione della custodia nasce soltanto se, nei confronti dell’altro, io mi senta responsabile della sua vita. Questo è l'elemento più alto dell'etica.

STUDENTE: Ho trovato un sito sull'etica della comunicazione attraverso un motore di ricerca intitolato Quando pubblicità fa rima con onestà. ( http://www.cucina.italynet.com/giornali/gdo/2473.htm). Sappiamo che oggi, nella nostra vita quotidiana, noi siamo vittime della pubblicità, quindi Le chiedo quanto la pubblicità possa condizionare l'etica della nostra persona e, se crea qualche condizionamento, quale è maggiormente diretto verso una positività o una negatività.

NATOLI: Qualsiasi condizionamento, giacché qualsiasi condizionamento limita la libertà. Ovvero, se si è etero-diretti, non si è liberi. La legge dell'altro è assumersi la responsabilità dell'altro, fare i conti con l'altro, ma non essere etero-diretti. Qualsiasi organizzazione che annulli la soggettività annulla l'etica, perché annulla la responsabilità. Condizione fondamentale dell'etica è la scelta. La responsabilità dell'altro è un impegno con l'altro. La pubblicità ha altri vantaggi. Attiva i consumi, e migliora, per molti versi, le condizioni dell'esistenza. Cosa ben diversa è quando attraverso la pubblicità si facciano passare modelli etici standard, che sviluppano imitazione e stimolano la responsabilità. In questo senso la pubblicità può essere un veicolo quotidiano di immoralità. Non è immorale in base ai principi, ma per quello che mette in opera nelle coscienze. Ma, parlando di responsabilità, si ricorda che "Non nuocere" è il principio dell'etica, mentre "Non nuocere all'altro" è il principio della giustizia. Nel Vangelo di Matteo troviamo stranamente una modificazione della famosa regola aurea. "Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" diventa "Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te". Sembra che non vi sia differenza, e invece c'è. Mentre nel non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te il principio è il non nuocere, nel fare agli altri quello che vorresti fosse a te il principio è l’aiutare chi soffre, perdonare chi ha sbagliato, sollevare chi è caduto. L'etica diventa l'etica del dono, e nella quotidianità questa é la più necessaria .

Puntata registrata il 16 novembre1999

 


Biografia di Salvatore Natoli

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