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Il Grillo (19/12/1997)

Pippo Micalizio

La lotta alla malavita organizzata

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Micalizio: Ho 52 anni, sono siciliano di nascita e sono un dirigente generale della Polizia di Stato. Sono in Polizia dal 1969, ho lavorato per oltre vent'anni a Milano e da sei anni vivo e lavoro a Roma. Sono stato per tre anni vicedirettore operativo della D.I.A., Direzione Investigativa Antimafia, e da qualche mese rivesto l'incarico di Direttore Centrale dei Servizi Antidroga.
Perché faccio questo lavoro? Confesso che ho cominciato a farlo subito dopo l'università, perché, come molti giovani del Sud, avevo bisogno di lavorare. Poi ho scoperto abbastanza in fretta due cose: la prima, che questo è un lavoro che dà la possibilità di avere un osservatorio privilegiato sul mondo; la seconda è il gusto di stare dalla parte della legalità.
Per una generazione come la mia questo può essere abbastanza comprensibile. E' una generazione che aveva bisogno di forti motivazioni ideali anche nella quotidianità, e quindi fare questo lavoro ha rappresentato e rappresenta per me un modo per dare un contributo alla difesa degli ideali di giustizia e democrazia, in cui ho sempre creduto.

 

Il traffico di droga rappresenta una delle linfe vitali della mafia ed è causa di microcriminalità. Noi cittadini dobbiamo pagare costantemente il costo della attuale politica repressiva e proibizionista sulla droga. Non sarebbe opportuno, per sconfiggere o per limitare il fenomeno della mafia, adottare una politica diversa, antiproibizionista, che diverrebbe anche politica antimafia ?

E' una domanda sicuramente interessante: però i limiti della risposta sono sicuramente evidenti. Io non sono affatto convinto che liberalizzando il mercato delle droghe si possa risolvere il problema. Non v'è dubbio che la criminalità organizzata tragga i maggiori guadagni, ancora oggi, dal traffico delle sostanze stupefacenti. E' tutto da vedere, però, se questo profitto verrebbe a cessare liberalizzando la vendita di droga.
Lo Stato dovrebbe vendere la cocaina e l'eroina? Dove? In farmacia? Al supermercato? Francamente questo tipo di meccanismo mi lascia un po’ perplesso.

 

In una città come Napoli, dove il fenomeno della camorra è particolarmente forte, com'è possibile che in alcune zone - mi riferisco soprattutto alla periferia - la presenza delle forze dell'ordine sia o del tutto inadeguata o addirittura inesistente? Come mai le forze dell'ordine sono presenti e concentrate solamente da una parte della città, mentre il resto viene abbandonato, e diviene zona franca per la camorra?

Io ho la profonda convinzione che si potrà sconfiggere, o perlomeno limitare in maniera precisa, il fenomeno della criminalità organizzata quando si daranno risposte alle domande che lei pone, cioè risposte a quelle domande di sicurezza, che tutti i cittadini vogliono nella quotidianità.
Io non credo che il problema sia solo del numero di agenti delle forze dell'ordine. In Campania sono presenti oggi, tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, 15.000 persone. C'è sicuramente un problema di razionalizzazione dell'impiego, attraverso una migliore distribuzione sul territorio, sapendo però che non si potrà mai mettere un poliziotto o un carabiniere accanto a ogni singolo cittadino. E' giusto però che ci sia - il governo e il Ministero dell'Interno si stanno impegnando per questo - una migliore distribuzione e una maggiore razionalizzazione delle risorse umane.

 

Uno dei metodi per sconfiggere la mafia è il pentitismo. Secondo Lei è giusto dar credito ai pentiti, promettendo loro anche qualcosa in cambio?

Io innanzi tutto desidero essere chiaro: credo che non sia possibile sconfiggere definitivamente alcune forme di criminalità organizzata. C'è la necessità di ridurre il tutto in termini fisiologici. Ogni società sviluppata fa i conti con forme di criminalità organizzata. L'obiettivo è quello di ridurre al massimo l'incidenza della criminalità organizzata.
Per le forme di criminalità organizzata mafiosa il ricorso allo strumento del pentito - che non è una categoria dello spirito, ma è una persona che decide di collaborare e di dire le cose che sa - è stato sicuramente importantissimo e determinante per arrivare a scoprire, dall'interno, meccanismi, logiche e funzionamento
I pentiti sono una serie di persone, più di mille oggi, che per motivazioni diverse hanno scelto di collaborare. Collaborare significa dare qualche cosa per avere qualche altra cosa in cambio. Questo non significa che si debba credere ai pentiti come se fossero un Vangelo. Normalmente si cerca di andare a trovare i riscontri. Io credo, anche per l'esperienza specifica che ho avuto nel settore, che è assolutamente necessario andare a una revisione dei meccanismi del pentitismo, che però salvaguardi lo strumento del collaboratore di giustizia.
Pur con tutti gli aggiustamenti che sono necessari per evitare le disfunzioni, che ci sono state, il pentito è uno strumento indispensabile per contrastare la criminalità organizzata di stampo mafioso.

 

Falcone e di Borsellino hanno svolto un grande lavoro contro la mafia. Come mai questo loro impegno non è stato protetto a dovere dalle Forze dell'Ordine?

Io credo che niente in assoluto, di quello che è umano, possa essere protetto in maniera assoluta. Anche alcuni Presidenti degli Stati Uniti d'America, che sono protetti molto attentamente, sono stati assassinati. Le stragi di Capaci e di Via d'Amelio hanno dimostrato che avevamo a che fare con organizzazioni in grado di portare attacchi frontali allo Stato. Lo hanno anche dimostrato nel '93, mettendo bombe a Milano, a Roma, a Firenze, in un'ottica che era quella di sfidare lo Stato.
Questa è la caratteristica della mafia - e quando dico mafia dico un sistema criminale integrato tra mafia, camorra, Sacra Corona Unita e ndrangheta - nei cui confronti però lo Stato, dal '91 in poi, ha fatto sicuramente tanto. Una delle cose che ha fatto è stato quello di prendere spunto dall'esperienza di Falcone e Borsellino per trasformare la lotta in una lotta di organizzazioni alle organizzazioni.
In quest'ottica è nata la Sezione Investigativa Antimafia; in quest'ottica sono nate le Procure Distrettuali Antimafia; in quest'ottica è nata e si è sviluppata la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga. Sono organismi interforce in cui ci sono carabinieri, polizia e guardie di finanza. Mettendo assieme energie e professionalità, mettendo al lavoro una struttura organizzata, si possono ottenere grandi risultati ! Credo che i risultati ottenuti in questi anni sono sotto gli occhi di tutti.

 

Secondo Lei, che tipo di legame esiste tra mafia e istituzioni?

La nostra criminalità organizzata, in particolare Cosa Nostra siciliana, ma anche la ndrangheta e la camorra, sono state fortemente caratterizzate, nel corso degli ultimi anni, non solo da una grande potenza militare, non solo da una grande potenza di reinvestimeto di capitali di provenienza illecita, ma anche dalla capacità di instaurare un certo tipo di rapporti con spezzoni della politica, con uomini della politica, non con la politica in genere, né con tutti i partiti politici, e rapporti con qualche spezzone delle istituzioni.
Questa capacità ha fatto diventare le organizzazioni criminali nel nostro paese un momento patologico. Qualsiasi società economicamente sviluppata si deve confrontare con meccanismi di criminalità organizzata, perché la criminalità organizzata ha lo scopo di lucro e quindi tende a far soldi e dove l'economia è sviluppata i soldi ci sono e i soldi si fanno. E' assolutamente importante però recidere questa possibilità di avere questo tipo di rapporti, di avere questo tipo di infiltrazioni tra criminalità organizzata e politica.
Quando si riuscirà a far questo, potremo dire di aver ridotto il fenomeno a un momento fisiologico, cioè a un momento con il quale si può continuare a fare i conti, uscendo da una situazione di patologia quale è stata - e qual' è, per alcuni versi, ancora in questo momento.

 

Come può un onesto cittadino andare a denunciare un avvenimento, diciamo camorristico, di cui egli è a conoscenza, se non sa chi si trova di fronte? Sappiamo tutti che ci sono "evidenti collusioni" tra alcuni poliziotti e la mafia stessa. Da chi è tutelato il cittadino? Come può rivolgersi a una persona della quale non ha sicurezza?

Diciamo che ci sono collusioni, e non evidenti collusioni. Queste collusioni da parte di singoli sono emerse in tutte le realtà. Io le potrei rispondere: come potrei fare allora a lavorare, io, se non mi dovessi fidare, se non potessi fidarmi di tutti coloro che lavorano con me? Io credo che c'è una necessità: bisogna aver fiducia nello Stato, bisogna aver fiducia nelle istituzioni. Statisticamente è molto improbabile che lei vada a fare una denuncia e si trovi di fronte a un poliziotto colluso, che pure c'è.
A lei è capitato di andare a fare una denunzia e di trovarsi di fronte a un poliziotto colluso? Io non nego che ci siano questi fenomeni. Dico però che non si può fare, se ci sono 15.000 tra carabinieri, poliziotti e finanzieri in Campania, non possiamo dire che ci sono 15.000 poliziotti, carabinieri o finanzieri corrotti. Io credo che è importante schierarsi. Se si vuole avere giustizia bisogna credere nel concetto che ci sarà pure un giudice onesto. Perché, se non si crede in questo concetto, bisogna rassegnarsi a subire l'ingiustizia, e, quindi, la scelta che lei ha, continuare a subire l'ingiustizia giorno per giorno, oppure credere che ci sino poliziotti, carabinieri e finanzieri onesti, come ce ne sono, e ce sono tanti, e sono la maggior parte, e credere che ci sia un giudice onesto.
Questa è la sfida. In questa sfida bisogna credere. So che ci vuole coraggio. Però se non ci si crede tutto diventa più difficile. Io la prego di credere, come prego tutti i colleghi di credere in questa sfida.

 

Se io assisto a uno scippo e non faccio niente, è perché dopo tutte le cose che io sento dai mass media non mi viene proprio la voglia di cercare di fermare questo scippatore.

Lo capisco. Ma rovescio i termini del problema. Se tu vieni aggredito, se tu vieni scippato e nessuna delle persone che passano fa niente per te, tu come la prendi? Male. Ognuno di noi è uomo con tutti i pregi e con tutti i difetti. Io credo che raccogliere la sfida di stare dalla parte della legalità significa, ogni qual volta che è possibile, mettere in discussione se stesso in difesa, non tanto del singolo, che in quel momento ha bisogno di aiuto, ma in difesa di quella società a cui tutti apparteniamo.

 

Però lo Stato non c'è, parliamoci chiaro. Lo Stato non è presente, e il cittadino ha paura a denunciare.

Lo Stato nel Meridione mostra molto più spesso la faccia feroce che la faccia di uno Stato che c'è e che aiuta. Sono il primo a darne atto. Però chiediamoci anche se noi abbiamo sempre visto nello Stato, noi meridionali in particolare, abbiamo sempre visto nello Stato un qualcosa di distante e di lontano, un qualcosa che sta altrove, un qualcosa che è diverso da noi, una vacca da mungere, un qualcosa a cui ricorrere quando si ha bisogno.
Lo Stato siamo tutti, e lo dobbiamo essere momento per momento. Non chiedo a nessuno di essere eroe, però o si crede nella possibilità del cambiamento e quindi ci si impegna ognuno per la sua parte, oppure si dà per certo che bisogna rassegnarsi a vivere sempre peggio. Questa è la sfida.
Io non dico che ognuno deve necessariamente fare l'eroe e aspettare a ogni fermata di autobus uno scippatore per andarlo a prendere. Dico semplicemente: "comportati in queste situazioni come tu desideri che gli altri si comportino nel momento in cui tu vieni scippato".

 

C'è un problema di omertà. Lo Stato deve riuscire a capirlo. A volte è la paura che crea questo muro di silenzio: se io vedo uno scippo per strada non lo dico per paura che la cosa poi possa ritorcersi contro di me. Cosa intende fare lo Stato per riuscire a superare il muro di omertà che si è creato?

I problemi della quotidianità sono grandi. Lo Stato sta cercando - mai come nel corso degli ultimi sei, sette anni - di dare risposte sempre più precise alle richieste di sicurezza che provengono da parte di tutti i cittadini. E' però assolutamente necessario che ogni cittadino sappia che lo Stato, da solo, non può fare tutto. Perché una persona venga condannata occorre che ci sia qualcuno che vada a testimoniare; perché una persona venga arrestata occorre che ci sia qualcuno che vada a fare la denunzia. Lo Stato non è dietro ogni lampione. Guai se fosse così, con tutta una serie di telecamere, come un "grande fratello" che controlla tutti quanti. Nessuno di noi vorrebbe una cosa di questo genere.
Rispetto ai singoli fatti è necessario che, da parte del singolo cittadino, ci sia un qualcosa in più. Io mi rendo conto che è assolutamente difficile chiedere un qualcosa in più ai singoli cittadini nel momento in cui lo Stato sembra assente o mostra la faccia feroce.
Non si può risolvere il problema della grande e della piccola criminalità solo attraverso gli interventi di tipo repressivo. Ci sono una serie di interventi che riguardano il mondo del lavoro, l'occupazione, la sanità, l'edilizia, ecc.
E' chiaro che, se non c'è questo, i carabinieri, i poliziotti, i finanzieri e i magistrati non bastano. E' una cosa su cui ognuno di noi deve dare un minimo di partecipazione, perché se non c'è questa partecipazione da parte dei singoli, poco potrà cambiare.

 

Secondo Lei la vera mafia è quella che vediamo tutti i giorni, come per esempio lo scippatore o lo spacciatore, oppure è quella ben più grave, la mafia di tipo economico?

Io credo che la vera mafia - ma questo non per fare gradazioni di pericolosità - sia qualcosa di molto più pericoloso del singolo spacciatore. La vera mafia è un sistema criminale che è in grado, in certi momenti, di porsi come antagonista allo Stato, di porsi come anti-Stato, di porsi come soggetto che ritiene di poter contrastare lo Stato.
Le bombe del '93, tra le altre cose, avevano anche l'obiettivo di sfidare lo Stato sul problema del 41 bis, cioè dell'isolamento per i detenuti mafiosi.
Questa è la vera mafia, che magari è quella che non si vede per le strade, che magari è quella che scopriamo all'improvviso essere il nostro vicino di casa o il professionista che noi conoscevamo come persona per bene. La mafia è quella che non si vede, che però, quando si vede, fa male, come quando fa le stragi.
Quello che deve essere chiaro è che si può criticare lo Stato, perché pagando tutti le tasse abbiamo tutti diritto di criticare lo Stato e chiedere allo Stato di fare sempre qualcosa di più. Però, per chiedere allo Stato di fare qualcosa di più, soprattutto sul tema della sicurezza, bisogna cominciare a dare qualcosa in prima persona.
Un altro esempio: il discorso dell'orologio rubato : in Italia vengono rubati quotidianamente un sacco di autocarri, con carichi pesanti, che trasportano parmigiano, macchine da cucire, televisori. Queste merci rubate, dove vanno a finire? Vanno a finire in qualche mercato. La gente che le compra, spesso a prezzo stracciato, chi è? Sono persone, persone per bene. Io sostengo è che bisogna cominciare a recuperare il senso della legalità, cercando di rendersi conto che con un certo tipo di comportamenti, quello di andare a far recuperare l'orologio, quello di comprare la roba a prezzo stracciato fingendo che sia roba di saldo di magazzino, quando si sa bene che è roba, con ogni probabilità, di provenienza furtiva, cercando di dare, ognuno per la propria parte un contributo alla legalità.
Lo Stato deve sicuramente fare di più e molto di più. E su questo sono io il primo ad essere d'accordo. Non è possibile che lo Stato possa fare tutto, quando, da parte dei cittadini, non c'è nessuna possibilità o nessuna volontà di cominciare a recuperare sul piano della legalità. Su questo bisogna essere chiari, perché se non si comincia a recuperare sul piano della legalità da parte dei singoli il problema rimarrà sempre un problema dello Stato e dei criminali.

 

Lei ha più volte sottolineato il fatto che lo Stato, soprattutto a partire dagli anni Novanta, si sia interessato alla lotta contro la mafia. Non pensa che questo interesse dello Stato verso la lotta contro la mafia sia strettamente collegato al fatto che gli italiani hanno gridato "basta!" agli avvenimenti mafiosi, dopo la morte di Borsellino e di Falcone?

Questo è un dato sicuramente importante da non trascurare. Questo nuovo modo di proporsi dello Stato con una maggiore attenzione, con maggiore struttura e con maggiori risorse è cominciato, a dire il vero, prima della morte di Falcone e di Borsellino.
E' altrettanto vero, però che quello che è cambiato, in questi anni, è l'atteggiamento complessivo di quella che normalmente si chiama la "gente" nei confronti del problema.
C'è una sensibilizzazione maggiore, una partecipazione maggiore. Anche la partecipazione ha momenti, in qualche caso, altalenanti. E' però importante che si abbia presente quanto è difficile fare il poliziotto, il carabiniere, il finanziere, il magistrato, sapendo di essere isolato.
Io non credo che il poliziotto abbia bisogno di essere glorificato o che il magistrato abbia bisogno di essere santificato. Siamo tutti persone che facciamo un lavoro che abbiamo scelto, per cui ci pagano ; possiamo crederci di più o di meno, ma è un lavoro.
Abbiamo però bisogno di non sentirci soli a giocare un gioco pericoloso, a guardie e ladri, con la criminalità organizzata. Abbiamo bisogno quanto meno che la gente tifi per noi, e ogni tanto dia qualche calcetto alla palla.


Biografia di Pippo Micalizio

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