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Il Grillo (4/1/2000)

Domenico Fisichella

Segni di crisi nella democrazia?

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...Le maggiori responsabilità sono sempre delle classi dirigenti. Le classi dirigenti sono investite di una funzione di guida della società e dunque hanno dei doveri superiori a quelli delle altre. Non è affatto vero che più si sale e più aumentano i diritti. Più si sale e più aumentano i doveri. Le classi politiche hanno compiti di così grande responsabilità che le devono condurre ad assumere comportamenti e a tenere linee ed indirizzi che i cittadini possano comprendere anche in termini di comunicazione...


 

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Seneca" di Roma

 

DOMENICO FISICHELLA: Mi chiamo Domenico Fisichella. Sono attualmente Vicepresidente del Senato. Sono stato Ministro per i Beni Culturali e Ambientali, e professore universitario di Scienza della Politica presso l'Università "La Sapienza" di Roma. La Scienza della Politica è la disciplina che si occupa dei regimi politici. La democrazia è, per l'appunto, uno dei regimi politici in cui l'umanità ha vissuto e costituisce il tema del nostro appuntamento. In particolare il tema del nostro appuntamento è dedicato ai problemi della democrazia, ai segni di disagio che si colgono oggi nelle democrazie contemporanee. Diamo inizio al dibattito partendo da un contributo filmato.

COMMENTATORE: Molti segnali sembrano confermare una disaffezione alla democrazia. La disaffezione è, nella sua radice, soprattutto indifferenza. Cresce il numero dei non votanti, cresce l'insofferenza verso le procedure lente e meticolose della decisione democratica. Le regole della democrazia sembrano troppo astratte, lontane. A qualcuno appaiono addirittura inutili. Gli effetti, al contrario, sono apprezzabili solo in termini di anni. I vantaggi del sistema democratico sono dati per scontati. Un grande pericolo per la democrazia è da ravvisarsi nella insufficiente partecipazione alla vita democratica. Se non c'è vita democratica, se non c'è interesse per la politica, la democrazia scolora, impallidisce e si trasforma in un vuoto esercizio di amministrazione. Se viene meno la partecipazione dei cittadini, viene meno la stessa democrazia. L'identità politica degli italiani è spesso coincisa con la vicinanza ad un partito. Finita l'epoca dei partiti, in cui riconoscersi ideologicamente, sembra essersi dissolto anche l'interesse alla politica e alla democrazia. Sembra diffondersi un senso di impotenza e, al tempo stesso, di forte attrazione di fronte al potere economico. Si discute delle riforme elettorali, che dovrebbero ridare slancio alla vita democratica. Ma la vita della democrazia non è anche minacciata da uno svuotamento dei valori democratici?

STUDENTESSA: Nella scheda si punta il dito sulla disaffezione da parte del cittadino alla vita democratica. Io credo che si stia scontando, in generale, una diseducazione da parte dei politici. Scene di aule completamente vuote o di persone che si addormentano in Parlamento sono all’ordine del giorno. Come può allora il cittadino, secondo Lei, credere in questi personaggi?

FISICHELLA: Questo è certamente uno dei fattori che più alimentano il senso di disagio dei cittadini. Il cittadino si disaffeziona rispetto all’assenza di un adeguato impegno da parte dei parlamentari e, più in generale, dei politici, nei confronti della cosa pubblica. Queste considerazioni vanno passate al vaglio di un contesto più ampio, che tenga conto dei mutamenti che si stanno verificando negli equilibri, nella società stessa. È cambiato, per esempio, il rapporto tra dimensione politica e dimensione economica dell'esperienza. È indubbio che sono da registrare molte carenze a carico della classe politica, ma è altrettanto vero che vi è un insieme di grandi soggetti, economici per esempio, che oggi nutrono un interesse a delegittimare il sistema politico nel suo complesso. La delegittimazione del sistema politico nel suo complesso apre grandi spazi di opportunità per le decisioni del sistema economico e, di conseguenza, degli attori dei processi economici. È proprio in relazione a questi mutamenti che il cittadino oggi assiste, non soltanto a livello interno, ma anche a livello internazionale, a una forte spinta a modificare la dinamica complessiva dei rapporti tra politica ed economia. Congiuntamente a questo si produce uno dei maggiori fattori di disagio della democrazia contemporanea, vale a dire la tendenza alla crescita di fattori oligarchici all'interno della democrazia. Credo di poter dire che questa minaccia sia uno dei temi cruciali del nostro tempo, così come credo che su questo argomento interverranno altre domande. Non vi è dubbio che, a carico della classe politica, siano da imputare limiti attitudinali, carenze, incapacità decisionali, inefficienze e inettitudini organizzative tali da disamorare anche i cittadini più devoti. Mi riferisco al caso italiano, dove la riforma elettorale non ha ridotto bensì accresciuto il numero dei partiti, e dove il cosiddetto "bipolarismo", che avrebbe dovuto semplificare i rapporti fra le forze politiche, ha costituito invece motivo di litigiosità fra i partiti e di incapacità degli stessi a coniugare le proprie scelte con un’idea di interesse generale. Lo abbiamo visto anche nelle più recenti elezioni suppletive, svoltesi in quattro Collegi per la Camera dei Deputati e in un Collegio per il Senato. Il cittadino ha espresso il proprio verdetto, il proprio distacco dalla politica, non andando a votare. Il cittadino va sempre meno a votare e con sempre minore passione.

STUDENTESSA: A me pare che il disagio dei cittadini vada capito. Di fronte alla non attuazione delle loro richieste e dei programmi di cui i partiti si delegano, credo che si giustifichi da sé l’astensione dal voto.

FISICHELLA: Il disagio dei cittadini va capito, perché la partecipazione degli stessi alla cosa pubblica è una delle componenti essenziali della vita democratica. La partecipazione dei cittadini tuttavia non risolve, né può risolvere, tutti i problemi, perché in ogni società che si rispetti vige l’elemento di divisione del lavoro. Quando si pose il problema della partecipazione delle famiglie agli organismi scolastici, si registrò una prima fase di straordinario entusiasmo. Questa fiammata è durata poco, e non poteva durare molto, per la semplice ragione che in una società complessa come la nostra, in una società di decine di milioni di cittadini, la partecipazione deve confrontarsi con i problemi della molteplicità dei ruoli dei cittadini. Ogni persona detiene più ruoli e, avendo più ruoli, deve assolvere a più compiti. L'idea di partecipazione che si aveva nella democrazia degli antichi, allorché le comunità politiche erano ristrette, i cittadini erano pochi e i problemi semplici, non è più applicabile.

STUDENTESSA: Se la democrazia in Italia deve essere obbligatoriamente rappresentativa, il cittadino italiano deve avere delle certezze in cambio. Il comportamento negativo, astensionista, disamorato del cittadino forse è da imputare a una difficoltà di linguaggio fra il popolo e i suoi rappresentanti. Occorre recuperare quella facilità di comunicazione propria dei tempi antichi. Vorrei una Sua opinione al riguardo.

FISICHELLA: Le maggiori responsabilità sono sempre delle classi dirigenti. Le classi dirigenti sono investite di una funzione di guida della società e dunque hanno dei doveri superiori a quelli delle altre. Non è affatto vero che più si sale e più aumentano i diritti. Più si sale e più aumentano i doveri. Le classi politiche hanno compiti di così grande responsabilità che le devono condurre ad assumere comportamenti e a tenere linee ed indirizzi che i cittadini possano comprendere anche in termini di comunicazione. Sul nostro Paese grava il problema della trasformazione dei partiti e, per molti aspetti, della loro crisi. La crisi dei partiti è una realtà che si manifesta in molti paesi democratici. I partiti sono stati a lungo considerati un meccanismo di mediazione fra i grandi numeri e i piccoli numeri, dove i grandi numeri rappresentano i cittadini e i piccoli numeri la classe politica dirigente. Lo strumento partitico di mediazione presentava delle linee interpretative della società che, in una determinata fase storica, sono state di tipo essenzialmente ideologico. I cittadini nutrivano un forte sentimento di identificazione con i partiti, e quindi aderivano ad essi per questa sensazione di appartenenza a un impegno comune. Successivamente si è verificata in Italia la crisi dei partiti. Tra i fattori determinanti questa crisi il più significativo è stato il crollo del Muro di Berlino. Questo fatto ha comportato il collasso della ideologia alla quale facevano riferimento taluni partiti. È susseguita Tangentopoli, che ha comportato la delegittimazione di alcuni altri partiti. In tutto questo il sistema delle comunicazioni di massa ha assunto una capacità di mediazione superiore a quella che svolgevano le forze politiche di tipo partitico. Come vede, tutto questo insieme di elementi ha determinato la situazione cui Lei prima faceva riferimento.

STUDENTESSA: La crisi del sistema partitico ha condotto all’instaurazione del bipolarismo, sotto certi aspetti un po' ambiguo. È, per me, il risultato di un intricato sistema di alleanze tra i grandi partiti e i piccoli, appoggiando prima uno schieramento e, dopo poco, spostandosi dalla parte opposta, che funge un po’ da ago della bilancia. Il disinteresse, il disamore dell’elettore non può nascere dall'incapacità di riconoscersi ideologicamente in un partito o, comunque, dalla mancanza di partiti che rimangano sempre fedeli alla loro linea di condotta senza dover cedere alle esigenze dell’Opposizione?

FISICHELLA: Io credo che i partiti tendano a somigliarsi sempre più tra loro. A questa tendenza concorrono, per un verso, il venir meno dei grandi fattori discriminanti di tipo ideologico del passato e, per un altro, la doverosa considerazione che un insieme di questioni sociali, economiche, civili possano incontrarsi ed affrontarsi solo nell’ambito circoscritto di una determinata fascia di soluzioni. Non possono esistere soluzioni drasticamente alternative per questioni come l’occupazione, la migrazione, il debito pubblico. L’oggettività dei problemi vincola le forze politiche. A questo Lei deve aggiungere i fenomeni di trasformismo, tali che persone elette in uno schieramento si trasferiscono in un altro schieramento e viceversa, e inoltre alcune tendenze omologanti, di tipo culturale, che rendono difficile la distinzione fra i diversi schieramenti politici. Le spinte di tipo omologante convergono in quel processo di deperimento della democrazia, di cui si avvertono oggi molti segnali. Oggi per l’oggi, non ci sono grandi forze che si oppongono alla democrazia, ovvero esplicitamente antidemocratiche. È altrettanto indiscutibile che la democrazia vive una condizione di difficoltà dettata da forti meccanismi di deperimento della stessa. A questo proposito, vorrei con Voi vedere un filmato, che riproduce una intervista del professore Ralf Dahrendorf, illustre sociologo e politologo di origine tedesca ed ora cittadino britannico.

RALF DAHRENDORF: Credo che in un paese democratico sussista sempre il pericolo del totalitarismo. Questo però non significa che non ci siano altri pericoli per la democrazia. E fra questi altri pericoli io inserisco quello, peraltro già individuato da Max Weber, e cioè la possibilità che in un clima in cui più nessuno assume l'iniziativa, le istituzioni, che in sé rendono possibile il mutamento, finiscano esse stesse per impedire il mutamento. Tutto rimane fermo, com'era prima. Questo è, in modo particolare, il caso di quelle moderne democrazie in cui è presente un forte elemento burocratico, ossia un ceto burocratico sul quale non riescono ad influire né gli interessi della popolazione, né le iniziative dei dirigenti eletti. Così, la rivendicazione di una maggiore attenzione per le questioni ambientali o per i diritti della donna, ovvero per altri interessi che vengono dal basso, tutto ciò si scontra col muro di gomma della burocrazia. In questo senso la burocrazia costituisce forse il più grave problema politico per le democrazie e per i Paesi sviluppati di questo secolo.

STUDENTESSA: Prima Lei ha fatto riferimento a un’eventuale trasformazione della democrazia in oligarchia. Lei la interpreta come un fattore positivo o negativo?

FISICHELLA: La vedo sicuramente come un fattore negativo. Il professor Dahrendorf ha messo in evidenza il ruolo della burocrazia come fattore di resistenza allo sviluppo democratico e di caduta della democrazia. Io, piuttosto che parlare della burocrazia, certamente un problema cruciale, parlerei, peraltro, della tecnocrazia, che al suo interno abbraccia fenomeni come la bancocrazia e la burocrazia, costituenti attualmente la reale sfida alla democrazia. La "bancocrazia", la tecnocrazia e la burocrazia sono tutti fattori che rinviano a realtà di potere, che prescindono dalla legittimazione popolare e dalle forme democratiche del controllo politico. 
Vedo davanti a me un oggetto simbolico, da Voi portato, una campanella. È la campanella che noi usiamo quando presidiamo il Senato. La campanella indica il rispetto di un determinato numero di regole. Questo vuol dire "avere la campanella in mano". Questo strumento serve al richiamo dei colleghi al rispetto delle regole di tempo e di procedura, col che si vogliono evitare interferenze di temi che non fanno parte dell'ordine del giorno e che qualche senatore vorrebbe inserire nel dibattito e vengono in qualche modo vulnerate. Le regole della democrazia hanno, come primo presupposto, il controllo politico. Fondamento di questo meccanismo è l’elemento elettivo e la capacità di esprimere attraverso l’elezione la presenza di una Opposizione responsabile e istituzionalizzata, capace cioè di svolgere il proprio ruolo lungo tutto il tempo che intercorre tra una elezione e l'altra. Ne consegue che la campanella è un grande simbolo della democrazia rappresentativa. 
Vedo peraltro un altro simbolo, ed è la parabola. La parabola, ovvero le tecnologie della comunicazione, pone un problema - se si vuole - "nuovo" rispetto alla democrazia rappresentativa di ottanta o di cento anni fa. Una comunicazione con queste caratteristiche sta a significare che si è in presenza di una cosiddetta democrazia elettronica. La democrazia elettronica non è altro che l’idea che, attraverso i meccanismi informatici e della nuova comunicazione, si possa avviare un rapporto, diretto e immediato, tra cittadini e centri del potere, assolutamente prescindendo dalle istituzioni rappresentative. La cosiddetta democrazia elettronica potrebbe cessare, tuttavia, anche in relazione alla crescita delle tecnocrazie e dei poteri economici capaci di controllare i meccanismi massmediali. La democrazia elettronica potrebbe cedere il posto a un rapporto prettamente oligarchico, nel quale soltanto chi gestisce i mezzi delle comunicazioni di massa è in grado di condizionare le scelte dei cittadini. Si avrebbe allora un rapporto viziato, perché contrassegnato, non più dalle domande che un cittadino pone e dalle risposte che i poteri danno e viceversa, come è con la tecnica delle urne, ma da un crescente condizionamento dei cittadini da parte dei centri oligarchici della comunicazione. Il professor Dahrendorf diceva che il rischio della democrazia è sempre il totalitarismo. Il pericolo si nasconde nel totalitarismo, non tanto nel senso storico, come lo abbiamo conosciuto dall’esperienza bolscevica e nazionalsocialista, quanto nel senso di una omologazione guidata dai centri oligarchici di potere.

STUDENTESSA: Il Parlamento continua a essere considerato il motore della nostra democrazia. Lei ritiene un fatto positivo l'elezione diretta del Presidente della Repubblica?

FISICHELLA: Il Parlamento è il luogo dove si svolge la funzione del controllo politico. Una delle ragioni del disincanto dei cittadini nei confronti del Parlamento è che si è voluto demandare all’Assemblea parlamentare una molteplicità di compiti, che questa non era attrezzata per assolvere. Stiamo attraversando una fase nella "democrazia della onnipotenza" del Parlamento. Io invece dico che se si fa tutto, si rischia di fare tutto male. Lo specifico delle istituzioni rappresentative è il controllo politico. Altre funzioni, compresa buona parte della funzione legislativa, potrebbero essere demandate agli organi esecutivi, ai Governi. Io stimo il ruolo del Parlamento primariamente e tendenzialmente di controllo politico. Credo che un rafforzamento della figura del Presidente del Consiglio, o del Primo Ministro, sia da ritenere un fatto positivo. Ritengo che il Presidente della Repubblica, il Capo dello Stato, debba continuare a svolgere funzioni, prevalentemente, di neutralità istituzionale. Avrei difficoltà a vedere il Capo dello Stato che è anche Capo del Governo, perché questo vorrebbe dire che il Capo dello Stato non è più una figura super partes, ma una delle due figure della contesa bipolare. Se Lei me lo chiede, io sono più a favore dell’elezione del Primo Ministro, in un contesto istituzionale che rispetti determinate regole, che di quella a suffragio universale del Capo dello Stato con funzioni governanti.

STUDENTE: Lei parlava di bipolarismo come di un traguardo da raggiungere. Ciò uniformerebbe il caso italiano al modello statunitense. Lei crede che l’alternarsi continuo degli stessi due movimenti politici, per lo più omogenei sulle grandi questioni internazionali e sociali, possa davvero chiamarsi una democrazia compiuta?

FISICHELLA: Quello statunitense è un sistema bipartitico, e non un sistema bipartitico bipolare. Naturalmente, il sistema bipartitico lavora su basi e con una meccanica bipolari. Occorre considerare che il bipolarismo non si esaurisce in un unico sistema partitico. Sistema bipolare è sia quello statunitense dove i partiti sono due, sia quello francese, in cui i partiti sono più di due e tuttavia si raccolgono in due opposti raggruppamenti. Il modello francese, e quindi italiano, di bipolarismo offrono una maggiore disponibilità di scelta ai cittadini nelle votazioni. I due partiti del modello politico americano si somigliano molto, e dunque i loro fattori di declino sono piuttosto robusti. Nel sistema politico americano i mezzi di comunicazione hanno assunto un rilievo enorme. A proposito del regime politico statunitense, c’è chi parla di un liberalismo dei gruppi di interesse, chi di un liberalismo dei gruppi di pressione, perché, quanto alle opzioni espresse dal cittadino, ancora sussiste la meccanica liberale in aggiunta a un’articolazione delle loro istituzioni da noi pressoché impraticata. Tuttavia, nel caso americano, i contenuti delle scelte politiche sono ampiamente dettati dai gruppi di interesse economico.

STUDENTESSA: La crisi della democrazia, secondo Lei, non può essere stata alimentata da una crisi delle premesse filosofiche dell'agire per la collettività, proprie di filosofi come Jean - Jacques Rousseau che, 
ne Il contratto sociale, valorizzava l'importanza della volontà generale rispetto a quella individuale di un singolo individuo?

FISICHELLA: Su Rousseau si discute ancora moltissimo, perché è abbastanza arduo definirlo un ispiratore della democrazia moderna. Il modello rousseauiano era piuttosto la democrazia degli antichi e il suo riferimento alla volontà generale va letto in questo senso. La democrazia dei moderni è più da far risalire all’opera di Alexis De Tocqueville, per restare all’esperienza culturale francese. Secondo alcuni interpreti, Rousseau è uno dei capifila di quella che è stata definita la "democrazia totalitaria". La democrazia contemporanea vive la contraddizione di doversi porre tra due esigenze: la tutela di un interesse generale, non di una volontà generale, pena una certa polverizzazione dei gruppi di interesse, e il ruolo da dare all’individuo. Direi che oggi la tendenza è alla polverizzazione, che si accompagna alla crescita delle oligarchie. Le due esigenze in realtà non si pongono in contrapposizione, perché, se i cittadini perdono il senso dell'interesse generale, lasciano contemporaneamente spazio a quei piccoli gruppi che perseguono gli interessi propri, specifici, di categoria. La caduta del sentimento dell'interesse generale, nella grande massa dei cittadini, finisce per aiutare l'emergenza di quei gruppi che perseguono, nella maniera più esplicita e talvolta spregiudicata, i loro interessi particolari. Questo aspetto della democrazia contemporanea, tuttavia, è piuttosto inquietante.

STUDENTESSA: L’elezione diretta del Presidente del Consiglio non potrebbe, secondo Lei, comportare una maggiore partecipazione da parte del cittadino e quindi una conformazione della volontà generale in un’unica persona?

FISICHELLA: La democrazia deve evitare le personalizzazioni del potere. La democrazia deve viceversa incoraggiare la responsabilità. La elezione immediata di un soggetto politico a Presidente del Consiglio o a Presidente della Giunta Regionale o a Sindaco o a Presidente della Provincia non deve risultare un fattore di personalizzazione, in quanto altrimenti rischiosa. In un sistema di tipo massmediale, la persona nota finisce per essere l'attore, il giocatore di calcio, tutti soggetti nel loro campo competenti, ma che non hanno nulla a che spartire con la gestione della cosa pubblica. La personalizzazione è rischiosa, la responsabilità è importante. L'elezione diretta consente di dire: "questo soggetto è stato responsabile dei comportamenti che ha tenuto durante il proprio mandato, perché noi lo abbiamo eletto direttamente". Non è divenuto Capo del Governo in virtù dell'intreccio delle posizioni tra i singoli partiti, gruppi e formazioni politiche, ma i cittadini l'hanno comunque scelto. Non si scelgono le persone solo perché facciano alcune cose, ma anche perché evitino di farne altre. Alla fine del mandato, se il rapporto di rappresentanza è stato immediato, i cittadini possono giudicare con maggiore facilità. Non di personalizzazione si deve trattare, quanto di responsabilità. Il meccanismo della responsabilità va assolutamente incoraggiato, ma avendo i cittadini la capacità di distinguere quali siano i grandi rischi della democrazia, abbinati, per esempio, al fattore della personalizzazione. Io vedo che avete portato con Voi, come oggetto emblematico di questo tema, un’urna elettorale. L’urna non serve per portare fuori dal ruolo, dai propri ruoli istituzionali. A parità di condizioni, una cosa è lo spettacolo, altra cosa è la televisione, e altra cosa ancora è la politica.

STUDENTESSA: Non Le sembra che la democrazia in cui viviamo attualmente in Italia sia inattuata, poco compiuta?

FISICHELLA: Sotto che profilo poco compiuta? Sotto il profilo sociale, economico, politico, della partecipazione dei partiti all’alternanza al Governo? Esistono numerosi livelli per i quali giudicare un sistema politico. Attualmente la democrazia è più compiuta di quanto non fosse vent’anni orsono. In che senso è più compiuta? È compiuta nel senso che vent’anni fa, Massimo D'Alema, allora esponente del Partito Comunista Italiano, non avrebbe avuto modo di diventare esponente del Governo, Primo Ministro, in quanto vigeva la conventio ad escludendum, come conventio de facto, non de iure, nei confronti del Partito Comunista. Così come Gianfranco Fini, vent'anni fa esponente del Movimento Sociale Italiano, non avrebbe potuto avere uomini di Alleanza Nazionale nel Governo, come pure ci sono stati, e sempre per la stessa ragione. Attualmente la democrazia deve affrontare una serie di problemi ulteriori, come quello dei limiti alla partecipazione. Quest’ultimo aspetto indica che, compiuta la democrazia dal punto di vista dello schieramento politico, si attenui il quadro dei valori democratici o, se volete, l'impegno democratico di crescenti porzioni dei cittadini. Ci si attendeva che più la democrazia si compisse dal punto di vista dei partiti, più i cittadini si fossero interessati alla politica. Questa è una grave lacerazione, che sarà mio compito, e dei miei colleghi, colmare. Vi confesso che è tutt’altro che facile.

STUDENTESSA: Lei prenderebbe in considerazione l'ipotesi di una monarchia, anche costituzionale, vista la lotta tra gli opposti schieramenti riguardo al presidenzialismo, che darebbe troppo potere a una persona sola, e al semipresidenzialismo, che comunque incrementerebbe il contrasto tra Capo dello Stato e Capo del Governo?

FISICHELLA: Grandi Paesi democratici sono anche monarchici. La Gran Bretagna, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, la Spagna, l'Olanda. Democrazia e monarchia non sono fra loro incompatibili. Quella che è la grande tradizione della civiltà europea, che è il Governo misto e temperato, comprende in sé elementi della democrazia e elementi della monarchia. Già Platone lo riteneva il migliore dei Governi possibili. Naturalmente mi riferisco all’istituzione monarchica costituzionale, e alle regole della democrazia rappresentativa liberale. Occorre sempre avere a mente le situazioni storiche delle singole realtà cui si fa riferimento. Alcune delle democrazie che meglio hanno retto alle sfide verificatesi nel XX secolo erano democrazie di tipo monarchico, laddove regimi di tipo repubblicano, o di recente acquisizione alla Repubblica, come la Germania e la Russia, hanno vissuto la tragedia del totalitarismo rispettivamente bolscevico e nazionalsocialista.

STUDENTESSA: Lei non pensa che la sfiducia del cittadino nei riguardi della democrazia, nel caso italiano, sia dovuta anche al fatto che, molte volte, si sentono solo parole e i fatti non si vedono? Come si può risolvere questa situazione?

FISICHELLA: Le ragioni del profondo malessere cui Lei allude sono molteplici. Alcune situazioni ineriscono ai meccanismi della democrazia, che, dal punto di vista decisionale, sono più lenti rispetto a quelli di altri regimi, anche se più rassicuranti, mentre le trasformazioni incalzano rapidamente. Esistono nondimeno valori che rendono difficile alla democrazia il compimento di determinati atti, l'acquisizione di determinate scelte. Come si può affrontare, per esempio, la questione dell'immigrazione, con sistemi che contraddicono i valori di libertà, di tolleranza e di eguaglianza, propri della democrazia? La democrazia si pone il compito di affrontare la questione dei flussi migratori degli extracomunitari, ma ha difficoltà nel farlo in una maniera che non vulneri i suoi stessi principi. Occorre anche dire che il cittadino non può semplicemente pretendere molto dalla politica, in quanto è stato educato a farlo. Se si pretende molto, sorge la necessità di molte risorse. Al venir meno delle risorse, il potere politico si ritrova molto spesso spiazzato di fronte alle aspettative dei cittadini, nel frattempo educati e abituati alle grandi promesse. Il potere politico, questa è una delle caratteristiche fondamentali della democrazia, per ottenere il consenso offre contropartite. La letteratura parla di una tendenza al deficit, delle democrazie in deficit, per indicare quei sistemi che, per ottenere il consenso, offrono prestazioni, sul piano del sistema sociale, su quello del sistema scolastico, per esempio, non tenendo conto del processo complessivo e delle fasi che richiedono contesti produttivi adeguati. Per questa ragione, finito il periodo delle vacche grasse, interviene il periodo delle vacche magre, e il cittadino si vede costretto a nuove e più grosse rinunce. I meccanismi di eguaglianza esasperata hanno sempre nuociuto alla democrazia. D’altra parte così si alimenta il disincanto del cittadino il quale si convince che lo Stato gli stia sottraendo delle cose a lui spettanti, quando in realtà non gli spettano.

STUDENTESSA: Noi abbiamo portato in studio, come oggetto, un'urna elettorale, per mettere in rilievo il tema molto dibattuto dell'astensionismo dei cittadini. Lei come si pone nei confronti di quei politici che a volte esortano i cittadini a non votare? Non potrebbe anche questo essere un esempio di diseducazione e di mancato senso civico nei confronti delle leggi e della democrazia?

FISICHELLA: La classe politica deve esortare i cittadini a esprimere il proprio voto. Vi sono, d’altra parte, situazioni nelle quali l'astensionismo è un modo, se non l’unico, per esprimere dissenso. I partiti non possono essere tanti quante sono le teste dei cittadini. I partiti hanno la funzione di aggregare. L'aggregazione significa la composizione di una molteplicità di indirizzi in una piattaforma tendenzialmente unitaria. Nessun partito, d'altra parte, risponde compiutamente a quello che ha in testa ciascun cittadino. Occorre poi evidenziare che il cittadino solo parzialmente vota in maniera razionale. Noi non possiamo sapere che cosa vuol dire votare in maniera razionale. Spesso si vota sulla base di motivazioni emotive, talvolta inconsce. Le ragioni per le quali si vota possono essere molteplici, così come quelle per le quali non si vota. L’orientamento che deve mantenere il politico democratico è comunque di porgere ai cittadini le possibilità di scelta, anche se queste non sono mai infinite. Il cittadino é condizionato dalle realtà nelle quali vive e dalle realtà stesse che costituiscono la sua essenza, la sua struttura, tanto biologica, quanto psicologica e culturale.

STUDENTESSA: Ponendo alla base della democrazia il valore della tolleranza, sarà il nostro Paese in grado di reggere e controllare usi e costumi di altre tradizioni?

FISICHELLA: Occorre sempre avere a mente le condizioni storiche. Gli Stati Uniti hanno lungamente retto l'impatto dei processi migratori perché presentavano condizioni storiche favorevoli. Il quadro europeo, per certi aspetti, può essere migliore di quello statunitense, d’altro canto è anche meno attrezzato. Consideri che l'America aveva spazi immensi, doveva nascere e crescere come nazione. L'Europa conta su millenni di storia. Detiene problemi e segni culturali molto più marcati e vincolanti di quanto non ne avessero gli Stati Uniti d’America. Quella demografica è una delle grandi sfide, delle grandissime sfide che attendono la democrazia. Se non dispiega a pieno le sue capacità, la democrazia potrebbe avere trasformazioni di tale portata da mutarla in qualcosa di diverso.

STUDENTESSA: Ci siamo collegati con il sito dei federalisti europei sul tema del rinnovamento della democrazia in Europa. Non Le pare che le ragioni di una democrazia sovranazionale, su cui poggia l'Unione Europea, siano conflittuali con quelle di un decentramento e non solo amministrativo, difeso invece dai principi del federalismo?

FISICHELLA: L’Europa è indubbiamente un grande traguardo e una grande aspettativa, per i popoli che la compongono. Bisogna tenere conto di alcuni aspetti. Il primo è il seguente: più cresce l'ampiezza territoriale e demografica di un Paese, più è difficile farvi governare la democrazia. Alcune democrazie sono soprattutto adatte ai piccoli spazi. Viceversa la democrazia rappresentativa può coprire grandi spazi. I Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America dicevano: "Noi abbiamo il grande merito di avere consentito alla democrazia di funzionare anche in un grande Paese". Era grande dal punto di vista della cittadinanza, dei numeri della cittadinanza, e dal punto di vista territoriale. Il federalismo può costituire una valida risposta come articolazione all'interno della Comunità Europea, ma certamente i passi più importanti sulla strada della democrazia politica in Europa ancora non sono stati compiuti. Ci troviamo al livello, in particolare, di spinte unificanti di tipo economico. Mancano, in larga parte, le garanzie dal punto di vista Istituzionale, della Sicurezza, e della Difesa. Non è ancora una Comunità politica. È essenzialmente una Comunità economica. Altro aspetto è quello del tempo. Dobbiamo sapere se avremo il tempo per pervenire alla democrazia politica, e comunque al sistema politico, oppure se le sfide che l'Europa dovrà affrontare non giungeranno prima che questo processo di unificazione politica e istituzionale si sia compiuto.


Biografia di Domenico Fisichella

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