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Il Grillo (10/1/2000)

Giovanni Berlinguer

Cosa è la bioetica?

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La bioetica riguarda tutti. Sono i doveri ma anche i diritti di tutti, nei confronti del progresso tumultuoso delle scienze biomediche e della vita quotidiana. Non solo il nascere in condizioni parzialmente artificiali, ma anche il nascere quotidiano, non solo eventualmente il morire con l'eutanasia, ma anche il fatto che si muore precocemente, prematuramente, per malattie evitabili. Questo è, in sostanza, la bioetica


 

 

 

 

 

 


Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Seneca" di Roma

GIOVANNI BERLINGUER: Oggi parleremo di Bioetica. Io sono un professore universitario ed insegno questa materia all'Università "La Sapienza" di Roma. Presiedo, inoltre,  il Comitato Nazionale di Bioetica, che ha prettamente poteri consultivi nei riguardi delle istituzioni pubbliche. Ora potremo leggere un breve contributo introduttivo sull'argomento.

Casi medici sensazionali sono presentati dalla stampa e dalla televisione quasi quotidianamente. E questo non solo per il loro interesse scientifico, ma soprattutto per le implicazioni etiche. A indicare questo insieme di problemi si è introdotto il termine bioetica. Ma lo sviluppo della bioetica non è solo in relazione con i progressi scientifici, ma anche con l'aumentata democratizzazione delle scelte. Finché la scelta era delegata ai medici o ai professionisti, non si ponevano delle vere e proprie questioni di bioetica, ma di deontologia, e cioè di rispetto dei codici professionali, come il giuramento di Ippocrate. La bioetica si è imposta invece in seguito all'allargamento della discussione pubblica su questi temi, che si è espresso con la costituzione di comitati etici, con la ricerca universitaria e il dibattito sui media. D'altra parte gli sviluppi scientifici non permettevano più alla vecchia concezione morale di prendersi cura dei nuovi casi. L'inizio della vita è diventato sempre più un campo vastissimo di scelta con la messa a punto delle tecniche di fecondazione assistita. E la fine della vita è divenuto egualmente un tema di scelta con la possibilità dell'eutanasia. La cura delle persone è anch'esso un difficile ambito. La cura dipende da opzioni morali, come il reperimento degli organi per i trapianti o da ricerche scientifiche controverse, come l'ingegneria genetica. Tuttavia la ricaduta di questa difficile riflessione sull'opinione pubblica sembra ancora dominata dal sensazionalismo e dall'approssimazione. Possono fare da soli gli esperti? La bioetica è, o può divenire, un'occasione di democrazia?

STUDENTESSA: Il passaggio dalla deontologia alla bioetica ci viene spiegato come un ampliamento degli orizzonti conoscitivi. Ma la bioetica viene anche definita come una teoria dell'etica applicata. In quest’ultimo senso non è insita una contraddizione?

BERLINGUER: La deontologia é la teoria dei doveri di una professione. Il medico ha i doveri nei confronti dei suoi pazienti di rispettare la loro volontà, curarli bene e seguirli umanamente. La bioetica riguarda tutti. Sono i doveri ma anche i diritti di tutti, nei confronti del progresso tumultuoso delle scienze biomediche e della vita quotidiana. Non solo il nascere in condizioni parzialmente artificiali, ma anche il nascere quotidiano, non solo eventualmente il morire con l'eutanasia, ma anche il fatto che si muore precocemente, prematuramente, per malattie evitabili. Questo è, in sostanza, la bioetica.

STUDENTESSA: Ma parlando di etica applicata, sembra quasi che l'insieme dei valori etici vengano subordinati alla scienza. Non può tutto ciò comportare conseguenze negative per la società?

BERLINGUER: La scienza, come tale, ovvero la conoscenza, il sapere, è solo positiva. Non si deve porre alcun limite alla scienza, che è poi l’ansia del sapere e del conoscere. Qualsiasi limite significherebbe restrizioni, condanne, abiure, limitazioni alla libertà. Se di limiti, scopi, indicazioni si può parlare è solo in quanto riferiti alle applicazioni della scienza, all’etica applicata. Con ciò si giustifica l’approfondimento dei problemi etici legati all’esercizio della medicina e alle ricerche effettuate in questo campo.

STUDENTESSA: Sappiamo che di recente il ministero della Sanità ha dato il via a una sperimentazione di tre anni, per il trapianto di organi tra animali. Sappiamo, d’altronde, che numerose industrie della cosmesi si sono mostrate sensibili al tema decidendo di non usare più gli animali come cavie. Non Le sembra un po’ paradossale che proprio un'istituzione abbia dato il via a questo tipo di sperimentazione?

BERLINGUER: Apprezzo la decisione, che non è generale, delle industrie cosmetiche. Caso completamente diverso è sotteso dalla possibilità di utilizzare organi degli animali, in particolare il fegato del maiale, eventualmente modificato geneticamente, per renderlo compatibile con l'uomo, ai fini di un trapianto. Prima questione morale è se sia lecito utilizzare gli organi degli animali. Io francamente capisco le perplessità, ma non vedo quale differenza vi sia tra il mangiare il fegato di maiale e l’utilizzarlo per salvare una vita umana. Seconda questione morale è il passaggio di malattie dall’animale all’uomo per effetto del trapianto. L'AIDS è una patologia delle scimmie, che, trasmessa all'uomo ha provocato i disastri che sappiamo. Altro freschissimo esempio è dato dal morbo di Kreutzfeld - Jacob, o malattia della mucca pazza. Il Comitato di Bioetica, che presiedo, ha chiesto pertanto una sospensione degli esperimenti di trapianto di organi animali sull'uomo, non della ricerca. Lo si è fatto anzitutto per tutelare l’interesse legittimo del cittadino.

STUDENTESSA: L’uomo ha un corpo o l'uomo è un corpo? Nella prima ipotesi potrebbe farne, sicuramente, l'utilizzo che vuole. Se invece egli é "solo", in quanto coscienza di una mente soggettiva, una parte di sé stesso, dunque una parte che lo compone ma non gli appartiene, l'uomo, di fronte al problema dell'uso del proprio corpo, dovrebbe comportarsi in un altro modo. A me pare che, a causa della società in cui viviamo, prevalga la convinzione che l'uomo possieda il  proprio corpo. Lei cosa ne pensa?

BERLINGUER: Sì, purtroppo. Viene valorizzato il criterio del possesso, del corpo come proprietà. Io sono convinto dell'opposto, ovvero che noi siamo il nostro corpo. Ritengo altresì che occorra distinguere la proprietà dalla disponibilità. Noi siamo il nostro corpo e possiamo disporre del nostro corpo, nel senso che possiamo scegliere. La disponibilità non implica la facoltà di compravendita del corpo o che il corpo sia oggetto di speculazioni e manipolazioni da parte di altri. La commerciabilità appartiene a una probabilistica diversa. Insisto con il dire che noi siamo il nostro corpo. Il nostro corpo è disponibile secondo la nostra volontà, ma non può essere oggetto di commercio né di baratto.

STUDENTESSA: Non Le sembra che la scienza stessa dovrebbe valorizzare di più la tesi che l'uomo è un corpo, e non la tesi che vuole l’uomo proprietario del suo corpo?

BERLINGUER: La scienza non ha di queste responsabilità. La scienza fa unicamente conoscere le cose. Noi viviamo in una società che impone ogni giorno il mercato come un indicatore indispensabile, come veicolo del progresso tecnico e dell’aumento delle risorse. Il mercato diventa una legge universale, perché tutto è oggetto di mercato. Non solo il commercio di organi, come ad esempio il commercio di sangue, ma anche l’uso del corpo, e in ispecie del corpo femminile, come veicolo pubblicitario di merci.

STUDENTESSA: Noi abbiamo portato in studio, come oggetto, l'immagine di una ecografia, da collegare alla culla che ha portato Lei. Volevo chiederle: a che punto e da che punto si può considerare la vita come tale, a proposito di argomenti quali la fecondazione artificiale e l'aborto.

BERLINGUER: Io non ho dubbi sul fatto che, da quando avviene la congiunzione dello spermatozoo e dell'ovulo, e quindi di due patrimoni genetici, si crea la base per una individualità, ossia per un progetto di vita, diverso, unico, irripetibile rispetto agli altri. Sostenere che l'embrione è già una persona, è una teoria filosofica e scientifica rispettabilissima. Altre teorie, filosofiche e scientifiche, altrettanto rispettabili, affermano che è da considerare una persona solo quella che comincia a svilupparsi. Occorre una considerazione più accurata di stadi quali la differenziazione delle cellule, la formazione del sistema nervoso, il principio della relazione tra l’individuo genetico e l’individuo vivo, pienamente vivo, per indicazioni che arrivino più puntuali dal mondo giuridico, medico, etico. Io penso che l'embrione meriti un grande rispetto, ma dubito che possa essere considerato già una persona. Il soggetto fondamentale su cui si devono basare le abitudini e anche le leggi della procreazione è il nascituro. Mi riferisco tanto al nascituro naturale, quanto a chi nasce con i nuovi sistemi di procreazione assistita. Vediamo un breve filmato, che rappresenta l'esempio di una madre nonna.

MADRE: Te lo dico sempre: tu, Andrea, hai una mamma molto vecchia, è la più vecchia di tutte, di tutte le mamme. E comincio a prepararlo, e lui mi guarda, mi ascolta e penso che arriverà a capirmi. Quando mi hanno annunciato che ero gravida, io ho dovuto dire la verità, ho dovuto dire che non avevo 47 anni, ma 61. Ma invece dico questo, che una donna può partorire, portare a termine una gravidanza fino a 70 anni. Però il problema viene dopo. Come fa a tirarlo su? Perché adesso, parliamoci chiaro, 70 anni, 60 anni sono 60, e una donna non può vivere più di 80, 82, 83 anni, in salute, ben che vada, perché poi può venire anche a mancare la salute. Io penso in continuazione al futuro di Andrea. Mi preoccupo molto. Ma io poi ho la fortuna che ho mio marito che è molto più giovane. Lui ha 50 anni. Specialmente adesso che dovrà andare all'asilo il confronto con le altre mamme sarà un po' traumatico per il mio bambino, e allora diranno: "Ma Andrea, ti ha portato la tua nonna?", e lui dovrà dire: "No, è la mia mamma". Finché, come si fa spiegare a un bambino di tre anni che io l'ho cercato per vent'anni ed è arrivato solo a 61 anni, e non è arrivato quando avevo 40 anni. Senz'altro un po' di egoismo c'è, senz'altro, però io gli voglio un bene! Un bene, che è un nido d'amore questo!

STUDENTESSA: Il filmato mostra l’esito felice di una fecondazione artificiale, nonché l’amore di una madre per suo figlio, per un figlio tanto voluto e avuto solo a 60 anni. Mi chiedo se l’utilizzo di queste tecniche possa stravolgere un equilibrio naturale. Non sta a me giudicare il comportamento di questa donna, ma, proprio a causa di questo tipo di fecondazione, si può prospettare il disagio futuro di un bambino. Desidererei avere un Suo parere al riguardo.

BERLINGUER: Sono casi che lasciano quantomeno perplessi. Penso che chi nasce ha il diritto di nascere, possibilmente con due genitori di sesso diverso, non dico giovanissimi, ma in grado di occuparsi del figlio per un lungo periodo e in un sistema certo di relazioni. La fattispecie in oggetto indica un figlio nato da ovuli della figlia della signora che l'ha portato in grembo. Lo stesso figlio ha una madre gestante e una madre genetica, che, per molti aspetti, è sua sorella. Quindi vive in un sistema di relazioni complesso. Su questo caso nutro molte perplessità. Ogni uomo ha il dovere di non porre a rischio la vita degli altri. E per "vita" intendo anche "qualità della vita".

STUDENTESSA: Quindi è nostro dovere pensare, prima di agire, alle conseguenze, delle nostre azioni in un futuro.

BERLINGUER: filosofo e storico delle religioni tedesco Hans Jonas ha inteso formulare con il "Principio responsabilità" il principio morale fondamentale cui Lei nella domanda si richiamava. Il concetto di responsabilità attiene non solo all’immediatezza delle azioni dell’uomo, ma anche al lungo termine. Secondo Jonas, "la responsabilità non riguarda più semplicemente il soggetto singolo, ma l’umanità nel suo complesso". Si intende con ciò superare il limite generazionale. Si guarda ai rapporti tra noi e le future generazioni, ai rapporti tra noi e le altre specie viventi, cioè a un’etica che si dilata nel tempo e nello spazio. L’orizzonte dell’etica non sono più soltanto i rapporti interumani, ma l’intera cosiddetta biosfera, lo spazio universale in cui noi viviamo in questo pianeta. Mi sembra che questa sia la base più solida da dare oggi alla bioetica.

STUDENTESSA: Quale é, secondo Lei, l'età giusta per avere un figlio senza poi cercarlo in un'età poi troppo matura?

BERLINGUER: L’età giusta, sul piano fisiologico, va dalla pubertà alla meno pausa. E’ difficile stabilire quale età sia la migliore. Attualmente l'età dei genitori si va spostando verso l'alto. Varie sono le cause. Le donne possono difficilmente conciliare la loro aspirazione ad avere una vita propria, un lavoro, una carriera, un'attività autonoma, con quelli che sono gli impegni familiari, perché i servizi e i sostegni alle coppie, alle donne che hanno dei figli, sono attualmente scarsi. E’ difficile dire quale sia l'età giusta, ma la procreazione deve essere una scelta libera e responsabile, che non conosce impedimenti di alcun tipo. La società tutta deve impegnarsi a che questa scelta sia la più libera possibile. E’ una questione morale che io mi pongo e Vi pongo.

STUDENTESSA: Professore, Lei ha portato in studio questi criceti. Saprebbe dare un commento, una spiegazione al riguardo?

BERLINGUER: I criceti sono, come è noto, degli animali molto simpatici, e, in passato, sono stati oggetto di molta sperimentazione. L’uso degli animali ha permesso di scoprire cose utilissime per la salute, per la vita umana, e anche per l'esistenza stessa degli animali utilizzati come cavie in laboratorio; i loro comportamenti ce li hanno resi in qualche modo più vicini. La sperimentazione sugli animali è molto contestata, perché si è accompagnata spesso a metodi selvaggi, inaccettabili. La contestazione verteva e verte su motivi umanitari e sul fatto che molti ancora negano la trasferibilità all’uomo dei risultati. C’è stato un grande movimento, soprattutto giovanile, tendente a vietarla o quantomeno a ridurla. Si continua a praticare la sperimentazione, in misura tuttavia più limitata, e cercando, per quanto è possibile, di ridurre le sofferenze. Al livello delle cognizioni attuali alcuni tipi di sperimentazione non sono completamente sostituibili con pratiche incruente. Ciò non ha affatto frenato la scienza, l'ha resa più umana.

STUDENTESSA:Vi possono essere punti di accordo fra la scienza e i cittadini? Voglio dire che spesso siamo solo spettatori di una scienza e una ricerca che fanno nucleo a sé stanti. Può essere utile a tal riguardo, come nei casi citati della sperimentazione, la pressione dell’opinione pubblica? Oppure questa è destinata a restare inascoltata?

BERLINGUER: Lei ha dato una interpretazione che risponde alla domanda posta nel primo contributo filmato. La bioetica può essere un’occasione di democrazia? Sperimentazione a parte, la pressione dell'opinione pubblica, giovanile, dei movimenti, delle associazioni, o tradotta in proposte di legge, ha permesso alla scienza di avanzare nel senso di una sua progressiva umanizzazione, ovvero le ha consentito di cogliere una maggiore vicinanza tra noi e gli altri esseri umani. Non solo. L’uomo non è l’unica specie vivente al mondo. Le forme di democrazia rappresentata dai gruppi di pressione, come si direbbe in economia, lo hanno persuaso del fatto che il destino della specie umana è strettamente collegato a un equilibrio tra le specie viventi, che si può anche alterare, modificare, ma che non si deve tendere fino al punto di rottura.

STUDENTE: Per quanto i valori etici possano cambiare al mutare dei tempi, non Le pare che una istituzione fondamentale, come quella della famiglia, sia imprenscindibile ai fini di un corretto sviluppo psicofisico della persona?

BERLINGUER: Di questo sono assolutamente convinto, anche per esperienza personale. Occorre aggiungere che la famiglia ha, sì, una propria tradizione, ma subisce una modificazione costante. La famiglia di un secolo fa, o anche meno, era caratterizzata dalla figura patriarcale del padre, cui le altre erano subordinate. La famiglia attuale, proprio per consolidarsi, deve essere fondata sul riconoscimento del valore di ognuno dei suoi membri. La donna non è soggetta al maschio. La donna è donna. Il bambino non è un futuro adulto. Il bambino è un bambino, e va riconosciuto come tale e aiutato a svilupparsi. I nonni non sono coloro che non sono ancora morti. Sono assolutamente vivi e possono contribuire alla famiglia. Quanto al caso osservato nel precedente filmato, ritengo indispensabile che le individualità esistenti all’interno di un nucleo familiare, e corrispondenti ai diversi gradi di età, di sesso, di funzione e di aspirazione, siano tutte riconosciute e che la famiglia si fondi sull'armonia di queste funzioni e di questi soggetti. La famiglia patriarcale, quella autoritaria, non reggono più. Abbiamo con ciò descritto il cammino del consolidamento della famiglia, non il ripristino della famiglia di vecchio stampo.

STUDENTESSA: Abbiamo osservato l’uomo in rapporto ai suoi cicli vitali, attraverso l’aborto e la fecondazione artificiale. Se fosse possibile l’eutanasia, chi, secondo Lei, potrebbe decidere sulla vita del paziente: lui stesso, il medico o i parenti?

BERLINGUER: Ho già accennato al fatto che ogni uomo deve godere dell’autonomia delle proprie decisioni, riguardanti la sua vita. Nessuno può decidere per un altro. D’altra parte, se un paziente decide che si deve porre termine a cure che non fanno altro che accrescere le sue sofferenze, il medico è tenuto a rispettare questa volontà. Altra cosa è chiedere al medico che somministri direttamente la morte. Il medico é agente di cura, persona che cerca di combattere le malattie; non può somministrare la fine della vita. Mi pare di averVi descritto due fattispecie totalmente diverse.

STUDENTESSA:Lei sostanzialmente ritiene che il medico non debba assumersi la responsabilità di agire per far morire un suo paziente. Ma di fronte al dolore non verrebbe con ciò vanificato il giuramento di Ippocrate?

BERLINGUER: Io credo che sia sbagliato chiedere al medico di somministrare la morte. Il medico deve curare, lenire le sofferenze. Naturalmente esistono delle zone di confine tra il dolore e il non dolore piuttosto labili. A un certo punto si è costretti a intervenire sulle sofferenze, vuoi su richiesta del malato. Intendo dire che le sofferenze possono essere tali e tante da richiedere la somministrazione di sostanze antidolorifiche, che indirettamente possono accelerare la morte. Fu papa Pio XII, papa Eugenio Pacelli, a dire che "il medico non deve far morire, ma che, se nella sua opera di attenuazione delle sofferenze, indirettamente si causa anche l'effetto di accelerare la morte, questo può essere fatto". Con ciò non si proclama la liceità di gesti simili.

STUDENTESSA:Lei ha sempre trattato di temi come l’etica della salute. Non Le sembra che attorno a parole come fitness, salute, benessere, si stiano creando dei modelli artificiali?

BERLINGUER: Non solo. Anzitutto si sta chiedendo alla medicina di fare cose non le competono. La medicina, come la politica, non può dare la felicità. La medicina e la politica possono semmai eliminare motivi di infelicità. La felicità tout court, in quanto tale, va ricercata in sé stessi, nel rapporto con gli altri, nel realizzare le proprie aspirazioni, nella correttezza dei propri comportamenti.

STUDENTESSA: La medicina, con ciò, si vede assegnare un ruolo che non le compete...

BERLINGUER: Prendiamo, a mo’ di esempio, il problema della bellezza. Capisco che la medicina intervenga, ed è giusto, per correggere deformazioni, che sono ostacoli al funzionamento di organi, di apparati, o anche un ostacolo alle relazioni sociali, e così che si intervenga per correggere e accrescere eventualmente con protesi.

STUDENTESSA: Non crede che sia la medicina stessa a favorire questo bisogno di bellezza? Non sono proprio scoperte come quella del gene della giovinezza a creare involontariamente aspettative che a loro volta creano modelli artificiali?

BERLINGUER: C’è una medicina altamente commercializzata, del tipo speculativo, che pretende di modificare la natura umana e che io considero criticamente. La bellezza, per dirne una, è data dalla varietà. Se si afferma un unico prototipo di bellezza femminile o maschile si vanificano le varietà dell’essere umano. Tutto diverrebbe un uniformarsi.

STUDENTESSA: Cosa si può fare contro l’imperversare dei prodotti dietetici e consimili? Lo dico perché molte ragazze aspirano a diventare come un modello. La anoressia le aspetta dietro l’angolo. E a quel punto non sarebbe solo un’anoressia mentale, ma una vera e propria alterazione dell’equilibrio organico. Se un individuo è fatto in un modo, non può aspirare ad esserne un altro. Lei non crede che questa medicina andrebbe annientata o almeno demotivata?

BERLINGUER: "Annientata" è una parola forte. A mio avviso è una medicina che va frenata con un’operazione di maturazione culturale da parte dell’individuo e con una pressione che agisca in senso opposto. Se le donne si ribellassero al prototipo unico della bellezza, che si cerca di imporre, questa medicina troverebbe meno adepti e la pubblicità forse meno stimoli per vendere i suoi prodotti.

STUDENTESSA: Le chiedo se biologia e etica possano mai coesistere in questo tipo di medicina.

BERLINGUER: No, non mi pare che ci sia molto di etico in questa medicina.

STUDENTESSA: Professore, vorrei riprendere il discorso sull’eutanasia. Lei prima ha parlato di limiti alla somministrazione della morte da parte di un medico. Io credo che il caso di un individuo in fin di vita, che sta soffrendo e che chiede che gli venga somministrata la morte, che quindi sceglie di smettere di lottare, sia molto simile all’ipotesi di suicidio. Vorrei un Suo parere.

BERLINGUER: Sono senz’altro due ipotesi comparabili. Considero il suicidio una rinuncia alla vita, ma anche un atto che procura sofferenza ad altri indiviudi. Nel passato il suicidio era perfino configurato come reato, e pertanto perseguibile. Al suicida, secondo alcune leggi dell'Ottocento, venivano confiscati i beni. Il suicida veniva punito nella sua discendenza. Attualmente il suicidio non è più un reato penale, né al suicida viene comminata una condanna civile. Anche se l’atto rientra nel vasto campo delle libertà umane, io non mi sento di approvare chi lo compie.

STUDENTESSA:Che differenza c’è dunque tra l’eutanasia e il suicidio?

BERLINGUER: L’eutanasia è la somministrazione della morte da parte di altri, sia pure su richiesta. L’eutanasia è la somministrazione deliberata della morte da parte di altri. Il suicidio è lasciarsi morire, che è cosa ben diversa, è un reato individuale.

STUDENTESSA: Il gesto di staccare la macchina e lasciare morire il malato il più delle volte pone fine a un accanimento terapeutico che vede lo stesso malato soffrire al punto di chiedere la somministrazione della morte. Io ritengo che il malato possa ben scegliere di smettere di lottare.

BERLINGUER: Smettere di lottare a volte implica, come in questo caso, associare un altro a questo atto e quindi, in un certo senso, renderne colpevole un altro, ovvero delegare a un altro questo atto, che cosa ben diversa. Capisco che si tratta di sfumature, ma la realtà è composta di una casistica infinita e variabile.

STUDENTESSA: Quanto all’aborto, Lei pensa che la decisione spetti solo alla donna, nella coppia, o anche all’uomo?

BERLINGUER: Io sono moralmente contrario all'aborto, perché ritengo che sia l'interruzione di un processo vitale in itinere, che dunque può sempre dar vita a una persona. Altra cosa è stabilire il ricorso a un aborto legale, quando la gravidanza si prospetti indesiderata. E’ da distinguere il giudizio morale dall’assistenza all'aborto, dal permesso di abortire. Occorre considerare che, in un regime di illegalità, com'era prima della legge italiana e in quasi tutti i Paesi del mondo, la sofferenza legata all’aborto raddoppia. Sappiamo che non si può prevenire l’aborto clandestino, spesso effettuato in condizioni orribili. Si può agire per ridurre il fenomeno. In virtù della legge, il numero degli aborti in Italia è diminuito di circa la metà. Ciò non cambia affatto la questione morale, perché la morale non si valuta a numeri. E’ giusto che la decisione, soprattutto nel primo periodo della gravidanza, sia la donna a prenderla, possibilmente in accordo con l’uomo. E’ perfino doveroso associare il partner alla decisione.

STUDENTESSA: Vorrei mettere a confronto la questione della fecondazione artificiale con quella dell'aborto. Vorrei sapere come viene tutelato il diritto del nascituro, tanto nel caso di un’interruzione di gravidanza quanto in quello di una gravidanza voluta a tutti i costi. Io ritengo che sia il diritto del nascituro a dover essere sempre tutelato. Come si può stabilire una gerarchia dei diritti, che spettino all’uomo, alla donna o al bambino? A chi compete un compito così arduo e difficile?

BERLINGUER: Il compito effettivamente è arduo. La Corte Costituzionale Italiana e quella degli Stati Uniti in proposito hanno sentenziato che al diritto di un embrione che sta crescendo, di un individuo biologico che non è ancora persona, deve essere preferito il diritto di una persona viva, esistente, cioè di una madre. Credo che, pur essendo favorevole alla legge sull'aborto, per le ragioni che ho esposto, la distinzione in parola operata dalla Consulta sia decisamente arbitraria, e, per questo, non mi sento di condividerla.

STUDENTESSA: Sappiamo che fra i diritti del cittadino c'è anche quello di poter donare gli organi. Sul discorso del trapianto degli organi, volevo chiederLe come si pone il medico, da un punto di vista etico, di fronte all’obbligo dell’intervento e al cessare di quest’obbligo, ossia di fronte al confine che pure esiste fra la morte clinica e quella fisica, completa, del malato.

BERLINGUER: Non è morto l'insieme delle cellule del corpo secondo l’esempio da Lei fatto. Il decesso non è un atto istantaneo, per cui tutte le cellule si fermano contemporaneamente. Alcuni organi e apparati possono continuare a funzionare. Una scadenza, su tutte, è stata definita per legge e riconosciuta ovunque dalla scienza, e si chiama morte cerebrale. Definisce il momento in cui l'insieme del cervello cessa di funzionare, in cui non c'è più alcun segno di vita in nessuna parte del cervello. A quel punto, solo a quel punto, si definisce morto l'individuo, malgrado che, con apparati di sostegno, possa continuare a battergli il cuore e a funzionargli il respiro. A quel punto nulla osta all’utilizzo dei suoi organi.

STUDENTESSA:È il medico, in quel caso, a stabilire un limite alla vita di un individuo?

BERLINGUER: Lo stabilisce il riconoscimento scientifico, ovvero quella forma di  riconoscimento che, partendo dal presupposto in base al quale  l'identità personale è fondamentalmente basata sul funzionamento del cervello, che è l'organo deputato al coordinamento di tutte le funzioni mentali e nervose e di mantenimento metabolico,  arriva a considerare l'individuo come morto al cessare delle funzioni vitali in un organismo. Naturalmente in tale definizione può ravvisarsi un margine di arbitrio. È un atto, comunque, di garanzia, che sottolinea un momento irreversibile della fine della vita umana complessiva. Solo con il riconoscimento scientifico della morte cerebrale si rende lecito il trapianto di organi del defunto, a condizione che con quelli si possano salvare altre vite umane. Non è un unico medico a decidere caso per caso. È una commissione di tre medici, cui spetta compiere una serie di analisi e accertamenti. Si viene con ciò a costituire un sistema di garanzie procedurali.

STUDENTE: Tornando al tema della bellezza, io penso che un individuo, uomo o donna che sia, ricorra alla chirurgia plastica ricostruttiva solo per una questione di autostima. Ognuno è libero di decidere di seguire il proprio istinto. Solo una morale ipocrita può imporre dei divieti a questo tipo di medicina.

BERLINGUER: Il cambiamento della propria fisionomia rientra nelle libertà umane. Di conseguenza non sono proponibili limiti di legge al ricorso alla chirurgia plastica ricostruttiva. Dubito che i casi da Lei prospettati obbediscano solo a un fatto di autostima. Molto appartiene a un processo di omologazione. Si tratta, in altri termini, di un'autostima indotta, che spinge a omologarsi e a rendersi uguale a un modello umano, a volte superumano. Vorrei invitarVi a valutare quanto c'è di spontaneo e quanto di indotto in scelte personali di questo tipo. Ogni persona è un mondo a sé, e dunque libera per quel che la concerne. Tuttavia l’uomo non vive isolato dal mondo, ma in un sistema di stimoli, di incentivi, e indirettamente di costrizioni, alle quali non sa sottrarsi.

STUDENTESSA: Io ho sentito parlare di clonazione di organi. Questo potrebbe comportare una svolta, potrebbe migliorare la vita. È una pratica che potrebbe comunque sfociare in un mercato nero di corpi, e io ne ho paura. Volevo un Suo parere.

BERLINGUER: Purtroppo questo mercato già esiste, a prescindere dalla clonazione. So di cliniche, in India, che espiantano i reni di persone estremamente indigenti a favore di malati ricchi, che provengono dai Paesi occidentali. So anche di un’inchiesta che deve accertare le responsabilità relative a un episodio di falsa donazione di organi dietro pagamento, avvenuto in Italia. Stiamo parlando di episodi raccapriccianti. Ritengo il commercio delle parti del corpo umano una delle aberrazioni più terribili della nostra epoca.

STUDENTESSA: Non potrebbe conseguire alla clonazione la proiezione in un futuro non molto prossimo di un uomo come una macchina? Per esempio, se alla macchina si rompe il motore, lo si cambia. Se si buca la ruota, la si cambia. Ma un individuo, cui fa male un rene, che fa? Se lo cambia?

BERLINGUER: Non contesto l’opportunità di una riproduzione artificiale di organi da trapiantare su corpi umani vivi, in condizioni di necessità e urgenza. Rifiuto la clonazione genica, ovvero quella tecnica dell’ingegneria genetica per mezzo della quale sarebbe possibile separare e riprodurre in milioni di copie determinate regioni del DNA. Equivarrebbe a riprodurre vite umane uguali ad altre vite. Rifiuto l’idea di un mondo di cloni, dominato per ciò stesso dall’arbitrio, dal predeterminismo per ragioni genetiche. Ogni individuo ha il diritto di nascere senza essere predeterminato, senza che si stabilisca in anticipo come lui deve essere. Come già abbiamo detto a proposito della bellezza, la straordinaria ricchezza del genere umano è la sua varietà.

STUDENTESSA: Ci siamo collegati col sito Internet di Fabio Terragni, il biologo, che mostra un'ampia rassegna di libri sui temi della bioetica. Terragni incentra la sua riflessione su una diatriba: non tutto ciò che è possibile è lecito. Lei cosa ne pensa?

BERLINGUER: Concordo con Terragni. Oggi le applicazioni della scienza, ivi inclusa la clonazione, sono di una tale portata e ampiezza che non se ne possono prevedere gli effetti. Dobbiamo e possiamo riprodurre esseri umani tutti uguali? La clonazione di esseri umani rientra nel campo di ciò che è possibile, ma che io non considero lecito, moralmente anzitutto, a prescindere dal quadro legislativo.


Biografia di Giovanni Berlinguer

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