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Il Grillo (7/2/2000)

Emanuele Severino

il tempo della filosofia

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"Se nessuno me lo chiede, lo so. Se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so". Sant’Agostino (sul concetto del tempo)

7 febbraio 2000

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Elio Vittorini" di Milano

 

SEVERINO: Mi chiamo Emanuele Severino. Siamo qui per discutere un tema importante, che riguarda Il tempo della filosofia. Osserviamo prima questa scheda filmata.

Cos’è allora il tempo? "Se nessuno me lo chiede, lo so. Se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so". Con queste parole, rimaste celebri, delle Confessiones di Sant’Agostino, si può dire abbia avuto inizio la speculazione moderna sul tempo. Per quanto precisamente possa essere misurato, il tempo rimane in sé qualcosa di sfuggente. Il passato è qualcosa che ora non è più. Il futuro qualcosa che non è ancora. Lo stesso presente, che pure qualche volta ci appare anche troppo concreto, non è costituito che da attimi, attimi di cui abbiamo coscienza solo una volta che sono trascorsi. Quello che il tempo è non lo sappiamo mai. La cosa fondamentale della nostra vita, ciò che segna la nostra nascita e la nostra morte, ci resta intangibile e invisibile. Gli imbarazzi di Agostino non sono solo dei filosofi. Sono degli imbarazzi di ognuno di noi di fronte all'idea del tempo e del suo scorrere e hanno tanta parte nell'immagine che l'uomo moderno si è fatto di un mondo perturbante e assurdo fin nelle sue fondamenta. Eppure ciò che ci sembra così naturale e irriducibile è anch'esso in qualche modo frutto di una visione del mondo, una visione legata all’interiorità e al primato dell"Io. A dimostrarlo sta il fatto che nell’antichità quello del tempo non era affatto sentito come un problema irriducibile. Per vedere cosa fosse il tempo gli antichi non guardavano dentro sé stessi, ma alzavano gli occhi al cielo e, guardando i movimenti del cosmo, ritenevano di vedervi riflessi i movimenti del tempo e il tutto, di cui anch’essi sentivano di fare parte. Cos’è potuto intervenire da allora perché questo occhio così penetrante ci è venuto a mancare?

STUDENTESSA: Nel filmato è detto che l’uomo, in antichità, misurava il tempo basandosi sul tempo degli dei, per esempio guardando le stelle. L’"occhio penetrante che è venuto a mancare" secondo il filmato non è, più che altro, un occhio superficiale? L’uomo oggi non l’ha oltrepassato grazie al progresso della conoscenza?

SEVERINO: Concordo appieno con questa Sua osservazione. La filosofia ha reso l’occhio dell’uomo non superficiale, mentre prima questo era penetrante "relativamente". Il pensiero filosofico ha introdotto un altro occhio, estremamente più potente. D’altra parte lo strumento della filosofia fa vedere tutto in modo inaudito, quindi anche il tempo.

STUDENTE: Lei afferma che l’essente sia infinito. Noi tutti abbiamo l’esperienza della morte. L’uomo che muore, oppure un qualsiasi animale che muore, non é forse un essente?

SEVERINO: Non ho mai affermato che l’essente è infinito. Infinito è soltanto l’infinito. Questa seggiola è una cosa tra le cose, dunque rappresenta un finito. E’ più corretto asserire che tutto ciò che é un niente, é eterno. Dunque, ogni ente é eterno. Che cosa rappresenta allora la morte? La parola "eternità" incomincia a entrare nel discorso filosofico sin dai suoi primordi. Anassimandro, il primo scienziato e filosofo di cui abbiamo notizia, parla dell’eterno. Dell’eterno si parla da sempre all’interno del pensiero filosofico. Ma é un eterno diverso da quello cui alludono i cosiddetti "miei scritti". Li chiameremo così perché essi non sono l’opera di un solo individuo. La filosofia insegna a considerare la verità non come prodotto di un individuo. Tutto quanto un individuo possa compiere è discutibile, finito, contingente. L’"eterno", nella storia del pensiero filosofico, è l’eternità di un padrone, di un signore che domina il divenire temporale del mondo, ovverossia il tempo. Altra cosa è il dominio sul tempo da parte dell’eterno. Il Cristianesimo eredita questo modo di intendere il quadro generale dell’esistenza. Al di sotto sta il dominato, in altri termini il nostro mondo che va e viene, noi, gli affetti, sopra si colloca l’eterno. Il nostro mondo pertanto è servo del Dio. Il Dio è la figura essenziale dell’eterno, della storia del pensiero occidentale. C’è un dio che domina, e una regione dominata. D’altra parte io ritengo che non c’è un servo sotto diveniente e sopra un padrone. Essere appartiene all’essenza di ogni ente, anche il più nobile, il più grande, o il più umile. L’eternità appartiene al cuore di ogni essente, proprio per il fatto che è un essente.

STUDENTE: Lei afferma che tutto è eterno, persino il pelo della barba di un uomo. C’è qualcosa nell’uomo che non è eterno, se egli stesso muore. La mia barba fra cento anni potrebbe non esserci più.

SEVERINO: Tutto é eterno. La morte comunemente é considerata come una smentita dell’affermazione che tutte le cose sono eterne, che è eterna la totalità degli stati e degli aspetti dell’universo, non soltanto delle idee, perché altrimenti si ricadrebbe nella tradizione del pensiero filosofico. La morte sarebbe una valida e radicale smentita soltanto se essa fosse l’apparire dell’annientamento degli essenti. Ma è la morte l’apparire dell’annientamento? L’ente annientato continua ad apparire, a mostrarsi, a manifestarsi così come appariva, si mostrava, si manifestava quando non lo era ancora? L’ente, in quel caso, non è più manifesto solo perché esce dall’esperienza del visibile. Voi, per sapere che sorte ha avuto il sole quando non lo si vede più, potete interrogare il cielo visibile? Il cielo non dice nulla intorno alla sorte del sole che esce dall’orizzonte. L’esperienza di tutte le cose equivale alle cose che ci appaiono. Se applichiamo all’esperienza di tutte le cose quanto detto sul cielo visibile, vedremo che l’ente annientato dalla morte - si suppone che la morte è fenomeno dell’annientamento, per eccellenza - non è più sperimentabile, visibile, osservabile, manifesto. Se una cosa è annientata, essa non appartiene più all’orizzonte della esperienza. L’esperienza, pur mostrandoci gli orrori dell’agonia e di ciò che definiamo morte, non ci dice nulla riguardo all’essente che, morendo, proprio perché si pensa che si annienti, esce dall’esperienza e non è più visibile. La sorte dell’essente, dal punto di vista dell’osservabilità delle cose, resta una incognita. La stessa cosa si può dire del sole, quando tramonta ed esce dalla visibilità. La morte non è una obiezione contro l’assunto dell’eternità dell’essere, quanto una sua interpretazione. L’esperienza tace intorno alla sorte di ciò che esce da essa. Resta da vedere che ne è di ciò che va nel niente. In proposito non è più l’esperienza a essere chiamata in causa, in quanto l’esperienza tace.

STUDENTESSA: Se riferito a un essente che è eterno, si può parlare di un suo passato, di un suo presente, e di un suo futuro?

SEVERINO: Se è annientamento, il morire dell’uomo e delle cose è anche un uscire dall’esperienza. Io dico che l’affermazione che l’essente è eterno è una confutazione dell’annientamento. Inizialmente la concezione occidentale del tempo è tutta rappresentata da un Kronos, termine che viene dal greco, ossia da un dio che, rispettando l’immagine degli occhi che sovrastano il cielo, mangia i propri figli e poi li vomita. A questa idea subentra lo sguardo filosofico della concezione del tempo come annientamento del passato. Kronos mangia i propri figli, ma non li vomita più. Se li vomitasse, significherebbe che essi vivono ancora. Una delle più potenti evocazioni di Kronos è semplificata dall’Inno a Zeus dell’Agamennone di Eschilo, appartenente quest’ultimo alla trilogia dell’Orestea. Siamo in un terreno speculativo che vede nella morte l’annientamento, e nel tempo il passare delle cose. Il poeta Giacomo Leopardi dice di Silvia: "Hai, passata sei!". Questo "passata", se ben tradotto, equivale a "sei annientata". Quello che costituisce l’evidenza, per noi, in quanto abitatori del tempo, è la follia estrema. Una follia che si manifesta per l’essere una cattiva lettura dell'esperienza. L’uomo crede di vedere ciò che invece non si fa vedere. E’ pertanto follia credere di vedere un annientamento che non si mostra. L’affermazione dell’eternità dell’essente è dunque la negazione dell’annientamento. Lo si nega anzitutto dicendo che esso è qualcosa che non appare.

STUDENTESSA: In vece che di annientamento, si potrebbe parlare di mutamento, tra il passato, il presente e il futuro?

SEVERINO: Aristotele distingue il divenire accidentale da quello sostanziale. Egli afferma che il divenire avviene sempre fra opposti e mediante la privazione di uno di essi. Tale passaggio è quello dalla potenza all’atto, e ha bisogno di un sostrato che, nel caso del divenire sostanziale, è rappresentato dalla materia prima, ed entro il quale possono avvenire le trasformazioni. Inoltre, per passare dalla potenza all’atto c’è bisogno di un essere già in atto, perché nessun ente in potenza può darsi da solo quell’attualità che non possiede: da questo principio, Aristotele conclude con l’affermare l’esistenza di un "atto primo" o "motore immobile", che è all’origine di ogni passaggio dalla potenza all’atto, e quindi di ogni divenire. Parlando del tempo della filosofia, parliamo di ciò che è al fondamento di tutti i modi in cui la cultura occidentale, nelle sue differenti specializzazioni, si è interessata del problema del tempo. Non stiamo facendo un discorso specialistico, al di fuori del quale ce ne siano degli altri. Tutti gli altri sono all’interno di questo essenziale. Il mutamento è pur sempre l’acquisizione di una forma nuova che prima era niente. Se la forma nuova, acquisita nel mutamento, fosse già stata prima, non ci sarebbe alcun mutamento. L’annientamento, presente nella morte e in tutte le forme di divenire, è anche nel mutamento.

STUDENTE: Pare che Lei tenda a tralasciare l’esperienza, per basare le Sue affermazioni su un idealismo, che parte da principi non esplicabili oggettivamente, ma solo concettualmente. I Suoi principi non sono dimostrabili nella realtà, pur Lei stesso reputando che "il tempo non esiste". In base a che cosa Lei afferma che "il tempo non esiste"?

SEVERINO: Non esiste la cattiva interpretazione del tempo. Non esiste la persuasione che il tempo sia annientamento. Se per tempo si intende qualcosa di diverso dall’annientamento, se cioè il tempo viene ad essere il progressivo comparire degli eterni, allora stiamo parlando del tempo, ma non nel senso in cui esso è inteso dal pensiero occidentale. Io non tralascio affatto l’esperienza. E’ proprio l’attenta lettura dell’esperienza quella che consente di estromettere la persuasione che l’annientamento appaia. Non si deve tralasciare l’apparire delle cose. Questa tesi è tuttavia adombrata dalla Teoria della Relatività. Osserviamo il secondo contributo filmato.

STUDENTE: Ugo Foscolo eternizzava l’uomo con il sepolcro. Quindi ciò che non è ricordato non esiste più?

SEVERINO: Il dimenticare è il modo del non apparire. Sono d’accordo con Lei nel non dover dimenticare l’esperienza e l’apparire. Una cosa è dire: "Questa stanza non c’è". Altra cosa è dire: "Non c’è altro che questa stanza". L’esperienza è ciò che mostra che l’essente è. D’altra parte l’esperienza non può mostrare la necessità che l’essente sia e non scenda nel non essere.

STUDENTE: Tra il dire: "Non c’è altro che questa stanza" e: "Questa stanza non c’è", c’è anche il dire: "C’è questa stanza e c’è altro".

SEVERINO: E’ proprio quanto stavo tentando di dire. Anche ciò che esce dall’esperienza é, essendo dimenticato. Si deduce che l’essere sia una necessità anche dall’affermare che l’istante che stiamo vivendo cessa di essere. Diremmo che questo istante, che non è un niente, a un determinato momento è niente. Arriveremmo all’assurdo di pensare che questo niente è niente. Dove va l’istante che è già passato? Va nella regione alla quale alludevo prima. Poiché tutto è eterno, ciò che è obliato, dimenticato, non apparente, è. Nell’essente permane tutto ciò che va via, mostrandosi e ritraendosi dalla luce. Prima accennavo a un concetto di tempo, che non è l’annientamento delle cose, ma il mostrarsi e il sottrarsi degli eterni. Gli eterni non sono semplicemente un dio privilegiato che sta in cielo mentre l’uomo è destinato al tempo di Kronos. Gli eterni sono tutte le cose del mondo e di tutti i possibili mondi.

STUDENTESSA: Lei ha detto che l’esperienza non attesta che ne è di ciò che non le appartiene più. Come fa allora a sostenere che l’essere è eterno?

SEVERINO: Il niente è solo il niente. Quindi questo istante è un non niente. Come è impossibile un tempo in cui il cerchio sia quadrato, così è impossibile un tempo in cui l’essente sia niente. Affermare che con la morte, di cui vedevamo qualche istante fa l’effigie kubrickiana, si va nel niente, significa pensare un tempo in cui il non niente è niente. Quale non niente? Silvia, questo istante, i peli della barba. Questo è da pensare. Secondo la Teoria della Relatività, i tempi futuro e passato sono reali come il tempo presente. Il futuro è un non ancora, il passato non è un non più. Il filosofo austriaco Karl Raimund Popper chiamava il suo amico Albert Einstein "Parmenide", sostenendo che nella Teoria della Relatività tutti gli eventi del mondo fossero come i fotogrammi di una pellicola cinematografica, che aspettava solo di essere proiettata. Eppure nella proiezione della pellicola c’è il movimento. Sono necessarie categorie di cui la Teoria della Relatività non dispone. Tuttavia la tesi come tesi, per quanto paradossale essa sia, è la tesi della Teoria della Relatività.

STUDENTE: Alla luce di questo, Lei come interpreta la storia?

SEVERINO: Se il tempo è Kronos, che mangia i suoi figli, la storia è un progressivo lasciare andare nel niente il proprio passato. Se l’essente, in quanto essente, è, ed è impossibile che non sia, il venire avanti dei cosiddetti "eventi storici", sempre nuovi, è il venire avanti di "essenti", non del nulla. Se poi consideriamo che l’essente in quanto essente è eterno, allora la "storia" è il "continuo manifestarsi degli eterni".

STUDENTE: Tutta la storia sarebbe concentrata in un unico istante, nel tempo. E’ così?

SEVERINO: No, la storia è il progressivo apparire degli eterni. Prima c’era l’eterno, costituito da questa stanza senza di noi. Poi si è fatto innanzi l’eterno con qualcuno di noi. In seguito c’è stato l’eterno con la regia che predisponeva lo studio, quindi l’eterno costituito dal nostro primo incontro. Quindi c’è stato questo istante, e in seguito ci saranno gli istanti che seguiranno. Gli stati del mondo sono. Ognuno di essi è ed è impossibile che non sia. La storia è il progressivo manifestarsi di ciò che è, cioè dell’eterno, degli eterni.

STUDENTE: Per quanto riguarda il mutamento, si può dire, secondo l’accezione comune, che io non sono più quello che ero un anno fa. Si può ipotizzare che l’Io di un anno fa sia annientato. Io non riesco a mantenere l’eternità dei miei vari Io dei vari attimi.

SEVERINO: Se si affermasse un divenire nel senso dell’annientamento delle cose, si ritornerebbe a una visione dell’eternità che domina il mondo umano dell’esperienza. Per quanto ogni essente rimanga in eterno, l’uomo non può percepire questa eternità se non come senso comune. Il senso comune dice: il sole prima è lì, poi è là. Di conseguenza é il senso comune a dimostrare il movimento del sole. I modelli del senso comune e della critica del senso comune conducono ad asserzioni fra loro discordanti. Se il tempo, come vuole la concezione comune occidentale, è quella situazione in cui le cose vanno annientandosi, allora sorge il progetto di dominarle. Le si può dominare se le si spinge nell’essere, o se le si caccia via dall’essere. Vorrei dire un’ultima cosa a proposito del Suo concetto di individuo. Non è quello il concetto di individuo in cui c’è un nucleo permanente, che va perdendo via via le foglie in qualche modo. Quello che era va allontandosi. L’individuo, seguendo la Sua impostazione, é la totalità dei nostri stati.

STUDENTE: L’uomo, comunque, percepisce per totalità solo uno stato dei tanti.

SEVERINO: Non come senso comune, perché esiste il ricordo. I ricordi non sono forse la presenza del nostro essere stati in altro modo, ossia del nostro essere di più di quello che noi siamo nel nostro stato attuale? Non si può comprendere senza quel mutamento che è l’annientamento, e con la sola follia. Follia è credere che il variare sia un essere che diventa niente. Kronos che mangia e trattiene definitivamente presso di sé i suoi figli.

STUDENTE: Il comparire e lo scomparire sono una proprietà degli essenti. Questo però non vuol dire che poi non continuino a essere...

SEVERINO: Abbiamo escluso che gli essenti possano rivivere dal loro essere e annientarsi. Lo abbiamo escluso in base all’assunto di un tempo in cui non ci può essere un cerchio che sia quadrato, perché sarebbe un tempo in cui l’essere è niente. Questa concezione non esclude il variare del tempo e degli essenti. Lo interpreta in modo diverso da come è stato pensato nel pensiero filosofico e nella scienza. Aurelio Agostino, ovvero sant’Agostino, sapeva bene cosa era il tempo. Ciò che non poteva sapere era l’andare nel niente, l’uscire dal niente. Lo conferma la battuta tratta dalle Confessiones, e citata nella scheda filmata iniziale.

STUDENTE: Quanto al paragone tra l’esperienza della morte e quella del fatto che il sole tramonti e sorga, io ritengo che solo della prima si possa avere una continua esperienza. Inoltre credo che la morte confermi il fatto che essa sia disgregazione, fine.

SEVERINO: Le nostre ipotesi sull'esperienza sono ingenue. L’uomo ha costruito ipotesi sull’esperienza che non sono suffragate dalla stessa. Noi viviamo persuasi di sapere che esistono gli altri. Ma Lei fa esperienza della coscienza altrui? L’individuo interpreta l’altrui coscienza solo attraverso l’esperienza. Si può sapere che esiste una societas non in base all’esperienza. Noi interpretiamo perfino la vita, quando il nostro prossimo è vivo. Anche questa è un’inferenza, una supposizione. Voi giovani siete in difficoltà, perché ancora dovete imparare le ipotesi. Altro é ciò che serve, altro é ciò che è vero.

STUDENTE: Http:///vv.utm.edo/reserche/iep/ttimehtm è l’indirizzo di un sito Internet che riguarda il "tempo", filosofico, scientifico, psicologico. Varie sono le ipotesi dei vari filosofi. Lei ritiene vero il principio di Parmenide, mentre io so che non è dimostrabile. Mi trovo di fronte a questo dubbio.

SEVERINO: Karl Raimund Popper designa Parmenide come il padre della fisica teorica contemporanea, in quanto ha introdotto il concetto di dimostrazione. Altro che non dimostrabile. Parmenide è il primo filosofo a pensare l’essere, ma l’essere in cui l’essere è vuoto. L'essere che non è stanza, corpo, sentimenti, sensazioni, storia, é l’essere che lascia al di fuori di sé tutte le determinazioni. Questo essere è il nulla. L’ ...esti... parmenideo è interpretabile in almeno tre accezioni fondamentali: copulativa ("è qualcosa"), esistenziale ("esiste"), o verdicia ("è vero"). Parmenide, nel poema didascalico Sulla natura, scrive: "Le cose del mondo sono niente", ma al contempo scrive: "Eterno non è semplicemente l’essere la sfera ben rotonda, ma l’essere la ben rotonda sfera che lascia al di fuori di sé i colori". Questo è il Parmenide al quale Lei probabilmente si riferiva e al quale guarda Martin Heidegger. L’eterno non é la pura luce senza i colori, ma é la luce dei colori.

Puntata registrata il 13 gennaio 2000

 

 

 


Biografia di Emanuele Severino

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