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Il Grillo (31/1/2000)

Giovanni Jervis

A cosa serve la psicoanalisi?

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...non tutte le persone che soffrono di disagi hanno per ciò bisogno di psicoterapia, e che non tutte le persone che fanno psicoterapie fanno trattamenti di tipo psicoanalitico, perché le psicoterapie sono tante. L’individuo cade spesso nell’errore di pensare che la soluzione delle proprie sofferenze provenga esclusivamente dall’esterno. Più verosimilmente la soluzione delle sofferenze è il frutto di una cooperazione fra un’istanza esterna, rappresentata dal terapeuta, e quello che il soggetto - paziente riesce a mobilitare dentro di sé...


31 gennaio 2000
Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico
"Seneca" di Roma del  31 gennaio 2000

GIOVANNI JERVIS: Mi chiamo Giovanni Jervis. Sono medico psichiatra e insegno Psicologia dinamica all’Università di Roma "La Sapienza". La "psicologia dinamica" é la disciplina che rappresenta il pensiero psicoanalitico e le idee della psicoanalisi come oggi sono insegnate. La psicoanalisi fu fondata alla fine del secolo scorso da Sigmund Freud, che ne diede una definizione nel 1922, e ha rappresentato, attraverso questo secolo, una scuola di pensiero nell’ambito più generale della psicologia e del trattamento dei disturbi psichici. Ha rappresentato soprattutto un orientamento, un insieme di idee, che hanno enormemente influenzato la cultura del nostro secolo. Con la psicoanalisi il confine tra normalità e devianza in campo psichico si é venuto a sfumare. Osserviamo questo primo contributo filmato, che aprirà il dibattito.

Non si capirebbe il significato della psicoanalisi, se non si comprendesse che essa nasce agli inizi del secolo insieme a una nuova patologia, la nevrosi. Non che la nevrosi non esistesse prima della psicoanalisi. La psicoanalisi però l’ha riconosciuta. Un vasto complesso di comportamenti, che prima venivano catalogati all'interno delle più diverse categorie, vengono ricondotti dalla psicoanalisi a precise patologie. Il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, ritiene che la vita normale é in realtà intessuta di piccole e grandi nevrosi, di dipendenze psicologiche, di traumi, di paure. Gli stessi sogni, secondo Freud, sono formazioni simboliche, che nascono da paure prevestite e desideri riposti e inconfessabili. L’interpretazione dei sogni diventa con la psicoanalisi una chiave per penetrare nell'inconscio. L’idea di Freud é che in ogni individuo si trovino chiuse, nel profondo del serbatoio dell’inconscio, pulsioni, particolarmente di tipo sessuale, inaccettabili dalla società e dall’individuo stesso. Proprio perché inconfessabili le pulsioni parlano, travestendosi nei simboli. La repressione delle pulsioni é un’origine delle nevrosi. Prendere coscienza dei traumi inconsci, che spesso si sono originati nell’infanzia, è, secondo la psicoanalisi, la chiave della guarigione. Al suo sorgere la psicoanalisi suscitò scandalo, perché non si accettava l'immagine dell'uomo che ne derivava. Troppe erano le implicazioni, religiose e morali. Ma ancora oggi ci si può chiedere se siamo pronti allo studio neutrale e disincantato di noi stessi. Non bisogna dimenticare che la psicoanalisi voleva essere una terapia medica. Ciò che la psicoanalisi definisce patologia non potrebbe però essere un aspetto della natura umana? È curabile l’anima, il male di vivere? È corretta la riduzione della vita quotidiana del male di vivere a patologia?

STUDENTESSA: Secondo il filmato le nevrosi fanno parte dell’umanità. Ma allora perché vanno curate? Da cosa si riconosce una nevrosi che necessita di cure psicoanalitiche da una che rientra nella piena normalità?

JERVIS: Nel linguaggio moderno si parla meno di nevrosi, e maggiormente di disturbi ansiosi. Un ansioso merita di essere curato allorché l’ansia incida in modo significativo sulla possibilità di condurre una vita normale. Vita normale significa studiare, lavorare, voler bene alle persone, esplorare, e via di questo passo. La psicoanalisi ha introdotto l’idea che il confine fra normalità e anormalità psichica, ossia fra "male di vivere" e "sofferenza mentale", è labile e, in qualche misura, "convenzionale". Le cure delle nevrosi sono numerose. Una di esse é la psicoterapia o orientamento psicoanalitico.

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 STUDENTESSA: Noi, a questo proposito, abbiamo portato un puzzle. Il puzzle è qui utilizzato nel senso metaforico di una composizione dei pezzi per una visione unica. Componendolo, si forma un quadro di Peter Bruegel il Vecchio, La lotta tra Carnevale e Quaresima. Noi abbiamo pensato a questo "contrasto" come al dualismo umano che si dibatte fra trasgressione e conformismo. Si può affermare che ognuno di noi potenzialmente potrebbe diventare un essere patologico?

JERVIS: L’uomo possiede una disposizione al patologico in egual misura. È difficile fissare una separazione fra normalità e follia, o fra normalità e sofferenza psichica. Il quadro di Bruegel é interessante perché si riferisce a una tematica storica curiosa: in determinate occasioni calendariali si dava spazio alla trasgressione e, in qualche misura, alla follia. Il Carnevale nasce così. Il Carnevale rappresenta un rovesciamento di valori e potestà, per cui il folle acquista poteri, il povero diventa ricco, il pezzente diventa re. È un periodo in cui solitamente è permessa la manifestazione dell’interdetto, dell’irrazionale, del folle, dell’improvvisazione più strana. Ciò sta semplicemente a indicare che ogni popolo abbisogna di spazi per fare vivere gli aspetti irrazionali dell’uomo.

STUDENTESSA: Perché l’uomo ha bisogno di un carnevale, di questa ricerca, di un gioco delle parti in cui ognuno é qualcun altro?

JERVIS: Soccorrono in proposito le intuizioni di Sigmund Freud. Molte delle sue intuizioni sono a carattere psicosociale. Le scoperte più valide di Freud non riguardano tanto la scienza in senso proprio, quanto una serie di ipotesi sul rapporto tra l'individuo e la società. Freud sostiene che lo sviluppo della società, in particolare della società civile, evoluta, industriale moderna, impone ai singoli individui il sacrificio della propria spontaneità. Ciò significa che l’uomo è costretto ad autodisciplinarsi. L’applicazione dell’analisi a campi extra-analitici porta a considerare la struttura dell'organizzazione sociale sempre più ferrea, sempre più basata sull’orologio, sulla precisazione, sul dovere e sulla responsabilità, imponendo agli istinti del singolo un sacrificio, che si traduce in una tendenza alla nevrosi. Si produce in questo modo, secondo Freud, un eccesso di repressione. È questa un’operazione conscia che, secondo Freud, bisogna mantenere nei limiti di una certa disciplina. Ogni individuo ha bisogno di reprimersi. Tanto più si reprime ed é disciplinato, quanto più deve trovare dei momenti di rilassamento. Questi momenti sono, più o meno, ritualizzati. A fronte di questo "disagio della civiltà", afferma Freud nello scritto che porta lo stesso titolo, bisogna potere opporre il "trionfo della propria esistenza".

STUDENTESSA: L’interpretazione in chiave psicoanalitica dei simboli può, e in che modo, essere riportata in campi come l’arte e la religione?

JERVIS: Sigmund Freud sosteneva che l’interpretazione dei simboli poteva essere valida anche per quanto riguardava il simbolismo religioso. Oggi si é più cauti al riguardo. Il simbolismo onirico nella psicoanalisi di Freud, tutto vertente sui contenuti sessuali e sull’inconscio, è oggetto di una più prudente considerazione. Lo stesso simbolo, ricorrente nell’inconscio del sognatore, può rappresentare cose molto diverse. Attualmente quel che resta del pensiero psicoanalitico, in parte superato in quanto storico, si applica prevalentemente a problematiche individuali, nel rapporto col paziente.

STUDENTESSA: Se Freud ritiene che tutti gli uomini sono dei nevrotici, come può poi concepire una terapia psicoanalitica, se il conforto che la psicoanalisi può dare consiste unicamente nella presa di coscienza da parte del paziente della sua conformità alla società in quanto nevrotico?

JERVIS: Inizialmente Freud e i suoi allievi concepivano il trattamento psicoanalitico come una cura impartita da una persona sana a una persona malata. Successivamente ci si é resi conto che l’incontro psicoanalitico, come qualsiasi incontro psicoterapico, o cosiddetto "di aiuto", era un incontro fra due persone, ciascuna portatrice di problemi. Il vantaggio di un colloquio d’aiuto, come di qualsivoglia colloquio psicoterapico, poggia sul mantenimento della diversità dei ruoli: il ruolo di chi è disposto a porgere aiuto e a non parlare dei propri problemi, e il ruolo di chi chiede aiuto. Conta la diversità dei ruoli, non la situazione problematica di cui l’uno e l’altro si fanno portatori. Situazione che, a ben vedere, potrebbe risultare analoga.

STUDENTE: Lo spazio della soggettività è ricco di emozioni, ricordi, fantasie, sogni. Ma l’ansioso, che è un soggetto evidentemente esasperato, ha la possibilità di entrare nel suo intimo e di conoscere sé stesso rispetto alle persone cosiddette normali?

JERVIS: Occorre riportarsi alla iconografia psicoanalitica, a questo interrogarsi che è anche interrogare l’altro e un farsi interrogare. Noterete la Sfinge, figura mostruosa con il volto di donna e il corpo del leone che, secondo la mitologia, poneva enigmi ai passanti. Solo Edipo seppe rispondere. Qui però noterete, dall’atteggiamento di Edipo, che sia quasi lui stesso a chiedere qualcosa alla Sfinge. Esiste pertanto un dialogo perenne. Il pensiero freudiano chiarisce al riguardo che i contenuti dell’inconscio possono riaffiorare sul piano della coscienza e del comportamento solo a prezzo di un compromesso con i processi difensivi che ne alterano la natura originaria. I limiti dell’individuo spesso non sono del tutto correggibili, seppure attraverso mezzi che possono comprendere o non comprendere la psicoanalisi. In questo senso potremmo concludere che l’ansia é un ostacolo alla conoscenza di noi stessi, e che, al contempo, se noi impariamo a conoscere noi stessi, riusciamo a essere un po’ meno ansiosi.

STUDENTE: Rimane da considerare sempre una predisposizione dell’individuo, ossia la voglia di entrare nel proprio stato d’animo...

JERVIS: L’ansia non rappresenta di per sé un fenomeno patologico, é uno stato di attivazione dell’organismo e della mente di fronte a una possibilità di emergenza. L’attivazione dell’ansia, o angoscia, può essere paralizzante, ma anche uno stimolo alla conoscenza di sé stesso da parte dell’adulto. I mezzi per imparare a essere "bene ansiosi" possono consistere tanto in processi di accertamento quanto in processi di accettazione della propria personalità. Esistono altresì individui che tendono a creare difese dall’ansia di tipo patologico. Per esempio, tendono a recitare. L’individuo recita la parte in cui si sente più sicuro. Zelig, il film di Woody Allen, è anzitutto un finto documentario che ricostruisce la biografia di un immaginario individuo il quale, per correggere la propria ansia interiore, si trova a impersonificare delle identità fittizie.

STUDENTESSA: Nel film di Woody Allen da Lei citato è visibile come Leonard Zelig, il protagonista del film, cerchi disperatamente di assomigliare ad altri personaggi. L’impersonificazione di un’identità fittizia non potrebbe comportare la perdita della propria e privilegiare l’identità collettiva?

JERVIS: Indubbiamente. Zelig rappresenta un caso limite, un caso patologico. È patologico nella misura in cui l’individuo tenta di trovare delle forme di comportamento e di pensiero altre, che rimedino al proprio disagio interiore. In realtà si tratta di forme di comportamento e di pensiero che lo allontanano dalla collettività e lo fanno stare peggio. Ogni individuo sceglie, nel corso della propria vita e a partire dall’infanzia, dei modelli più o meno compromissori, in primo luogo quello genitoriale. La ricerca di una somiglianza a identità altre tende a riassorbirsi nel corso degli anni, soprattutto dopo i 20, nel senso che ogni individuo realizza un proprio modo di essere, senza la necessità di un ricorso ai modelli. Questo è il caso ordinario.

STUDENTE: L’autoanalisi può aiutare a capirsi oppure svia l’individuo, dando così origine a dei complessi maggiori?

JERVIS: Occorre distinguere i casi di affezione da disagi di tipo esistenziale e da problematiche di vita, da quelli di affezione a veri e propri disturbi psichici. Quando i disagi sono di tipo esistenziale, senza essere veri disturbi psichici, oppure quando questi disturbi non sono gravi, si consiglia il ricorso a psicoterapie di derivazione psicoanalitica. La psicoanalisi è anzitutto un fenomeno storico. La relazione psicologica di aiuto, cioè il rapporto psicoterapico, o anche psicoanalitico in molti casi, fornisce un aiuto esclusivamente in quanto si pone in essere una relazione tra un individuo, in possesso di determinate proprie competenze, e un individuo che chiede una coadiuvazione. Aiutarsi da soli é una contraddizione in termini. Vorrei far notare che la qualifica di "psicoanalista" non costituisce un titolo. Psicoanalista indica semplicemente la persona qualificata per praticare la psicoanalisi facente capo alla teoria generale elaborata da Sigmund Freud. È sufficiente, e necessario al contempo, che chi porga aiuto abbia compiuto determinati studi e acquisito un determinato tipo di competenza.

STUDENTE: Quindi, secondo Lei, l’autoanalisi può servire solo in casi di psicopatologie del quotidiano.

JERVIS: L’autoanalisi serve in generale a ben poco. Il confronto con l’altro è utile proprio nella misura in cui l’altro non dà ragione, ma considera i problemi in modo diverso da come li considera colui che ne è affetto. Di qui si spiegano i limiti dell’autoanalisi.

STUDENTESSA: È noto che, affinché una terapia vada a buon fine, è necessario che tra psicoanalista e paziente si instauri il fenomeno del transfert, o traslazione nella sua accezione più generale. L’atteggiamento emotivo del paziente nei confronti del suo psicoanalista non potrebbe creare nel primo un ulteriore problema?

JERVIS: Direi che, senza dubbio, questo rappresenta un problema a cui oggi si è molto sensibili. Il rapporto di dipendenza non è esclusivo della situazione analitica. La caratteristica del transfert, ovvero di questo atteggiamento di ammirazione idealizzante nei confronti del terapeuta, è presente in moltissime situazioni interpersonali. Noi tendiamo ad averlo, per esempio, nei riguardi del medico o verso chi assume un ruolo genitoriale. Il bisogno di ricorrere all’altro si avverte anche nel vasto ambito degli interventi cosiddetti "eretici". Mi riferisco ai cartomanti, a coloro che leggono i segni zodiacali, ai maghi, ai guaritori di ogni sorta. Nei riguardi dei guaritori si crea un forte transfert, una forte attesa, una forte idealizzazione del potere carismatico. Se il trattamento è troppo prolungato, l’idealizzazione nei confronti del terapeuta, presente nell’atteggiamento emotivo del paziente, può diventare dipendenza. Questo è uno dei motivi per cui attualmente si preferisce evitare trattamenti così prolungati o troppo frequenti. È preferibile ricorrere a trattamenti più distanziati - una o, massimo, due sedute la settimana - e in particolare è necessario aiutare il paziente tanto a non sviluppare una dipendenza troppo accentuata quanto poi a liberarsene.

STUDENTESSA: È possibile che a uno stesso disturbo nevrotico si diano diverse interpretazioni, secondo le differenti terapie psicoanalitiche?

JERVIS: Certamente. La stessa interpretazione dei sogni è stata oggetto di analisi di tipo diverso, sia da parte di Freud, che da parte di Carl Gustav Jung, suo contemporaneo e fondatore della "psicologia del profondo" in relazione al simbolismo onirico. Premesso che tutte le interpretazioni sono valide, può accadere che nessuna di esse si avvicini realmente a quello che il sognatore sente dentro di sé, nel profondo del suo inconscio. Si è già visto che oggi gli studiosi e i clinici più seri preferiscono non dare interpretazioni, né diagnosi, di pazienti che non conoscono. Per dare un’interpretazione corretta del sogno di un individuo, occorre conoscerlo a fondo e avere un’idea di quello che si muove dentro il suo animo.

STUDENTESSA: Alla fine del Suo libro Prime lezioni di psicologia, Lei ha scritto che "ogni società tanto più è ricca quanto più si fa portatrice della diversità dei propri figli". Io però ritengo che le diversità siano fatte di tante piccole cose positive, e anche di tante piccole cose negative. È lecito porre l’accento sulle diversità negative, che Lei dice non esistere?

JERVIS: In Prime lezioni di psicologia io mi riferivo essenzialmente alle differenze di personalità. Nella società in cui viviamo si avverte una forte pressione al conformismo. Non é detto che il conformismo sia sempre un bene, perché una società é composta di individui differenti, che si fanno portatori di istanze, ognuna delle quali particolare e degna del massimo rispetto. Io vi comprendo le diversità normali, quelle cioè che contribuiscono al vantaggio della società nel suo insieme. Più ci sono individui diversi, più le diversità possono esprimersi, e più il gruppo ci guadagna. Il discorso può riguardare persino individui con tendenze antisociali. La loro utilità sta nel fatto che mettono sotto gli occhi di tutti gli esempi in negativo, ovvero ciò che non si deve fare. Un numero ridotto di individui con tendenze antisociali costituisce in realtà una visibilità del confine tra lecito e illecito.

STUDENTESSA: Abbiamo accennato al "fattore economico" della psicoanalisi. Lei ritiene necessario un sacrificio economico da parte del paziente per una buona riuscita del trattamento?

JERVIS: L’orientamento che prevale negli ultimi tempi vuole la copertura economica non a carico del solo paziente. Si ritiene altresì utile, nel settore della psicoanalisi, come in quelli più generali dell’assistenza sociale e dell’assistenza medica, chiedere all’assistito una sua partecipazione attiva, un suo sforzo, in modo da evitare una sua passivizzazione di fronte all’assistente. Voglio dire che la partecipazione attiva favorisce una motivazione in positivo ed evita la passivizzazione, atteggiamento di chi attende che altri provvedano al suo posto, pertanto negativo. Se noi vogliamo stare meglio rispetto ai disagi che incontriamo nella vita di tutti i giorni, o anche rispetto ai nostri disagi psichici, dobbiamo comprendere che il guaritore principale siamo noi stessi. Al paziente viene chiesto non di aspettarsi che altri risolvano tutti i suoi problemi, con il rischio che ciò si tradurrebbe in una sua infantilizzazione, quanto di porsi il più possibile in modo adulto.

STUDENTESSA: Se un individuo ricorre all’analisi è per "curarsi", perché avverte un disagio, o perché soffre. Perché dunque deve pagare?

JERVIS: Vorrei precisare che non tutte le persone che soffrono di disagi hanno per ciò bisogno di psicoterapia, e che non tutte le persone che fanno psicoterapie fanno trattamenti di tipo psicoanalitico, perché le psicoterapie sono tante. L’individuo cade spesso nell’errore di pensare che la soluzione delle proprie sofferenze provenga esclusivamente dall’esterno. Più verosimilmente la soluzione delle sofferenze è il frutto di una cooperazione fra un’istanza esterna, rappresentata dal terapeuta, e quello che il soggetto - paziente riesce a mobilitare dentro di sé.

STUDENTESSA: Può il paziente rendersi conto da solo del progresso nell’analisi a cui si è sottoposto?

JERVIS: Credo che chiunque dovrebbe verificare la resa su sé stesso di determinate sedute o di un determinato tipo di intervento. È importante che il rapporto terapeutico avvenga sulla base di una motivazione, ossia di una spinta interna. Vorrei sottolineare, con molta preoccupazione, che lo stesso vale per uscire dal vincolo della droga o dell’alcoolismo. Occorre sempre una motivazione e una partecipazione del soggetto alla propria guarigione.

STUDENTE: Molti si sono opposti alla psicoanalisi avvalendosi di argomentazioni tanto valide quanto quelle freudiane. Quando è che la psicoanalisi raggiunge il suo fine? La pratica psicoanalitica é come quella che si legge nei libri e nei trattati? Se sì, perché finora é stata per una determinata classe sociale e non per tutta quanta la gente?

JERVIS: La fortuna dell’orientamento psicoanalitico è dovuta alla benefica influenza della teoria generale di Sigmund Freud sulla psichiatria, sulla psicologia, sull’educazione, sulla sessuologia. L’effetto prodotto dalla psicoanalisi si è rivelato di ordine culturale, prima ancora che scientifico. Attualmente non si pratica quasi più il trattamento psicoanalitico in senso stretto, di scuola freudiana. Si è visto che si ottengono risultati altrettanto soddisfacenti - purché in presenza di una competenza accertata - attraverso trattamenti psicoterapici, non psicoanalitici o soltanto indirettamente influenzati dalla psicoanalisi. Le psicoterapie possono essere utili alla risoluzione di problemi esistenziali e per numerose forme di nevrosi. Ma la loro utilità nell’insieme non è affatto risolutiva. Oggi si praticano più spesso trattamenti psicoterapici assieme a trattamenti psicofarmacologici. Resta il fatto che da molti disturbi si guarisce altrettanto bene senza cure. Il beneficio che si trae dal trattamento psicoanalitico è quello che concerne la conoscenza di sé e la maturazione di alcuni aspetti della personalità. È perlomeno dubbio che i trattamenti psicoanalitici possano offrire risolutivi vantaggi dal punto di vista sintomatologico.

STUDENTESSA: Lei ha portato come oggetto il lettino della psicoanalisi. Come può un lettino essere un mezzo di approccio tra il paziente e l’analista? In altre parole, come può un lettino costituire la condizione fisica di rilassamento e di totale apertura?

JERVIS: Attualmente é più spesso in uso la poltrona in vece del lettino. Il lettino nasce dall’esigenza del paziente di essere posto in una situazione di penombra, di stare in una stanza silenziosa, così che parli per conto proprio, senza sentirsi guardato. Gli agi e i disagi collegati alla struttura sono ovviamente relativi. Dipendono da paziente a paziente. Il lettino è più riposante per lo psicoanalista, perché questi non viene visto dal paziente e non deve sopportare il suo sguardo continuo, di dipendenza o di difesa. Pertanto il lettino è stato concepito per meglio soddisfare a un tempo le esigenze del paziente e del suo analista.

STUDENTESSA: La scelta di portare un lettino da analista non Le sembra di maniera, dato che l’immaginario collettivo associa all’idea di psicoanalisi proprio questo oggetto?

JERVIS: Lei ha perfettamente ragione. La presenza della psicoanalisi nella cultura del Novecento ha suscitato nell’immaginario collettivo l’idea dello stereotipo, dell’immagine, del mito. Freud, come Albert Einstein, appartiene alle mitologie dei grandi uomini. La psicoanalisi è potuta diventare, per una folta schiera di non specialisti, l’unico insieme conosciuto di teorie psicologiche. La psicoanalisi in realtà è una delle discipline delle scienze psicologiche. In quest’ambito, la psicoanalisi risulta oggi invecchiata, iscrivendosi come un mito e come una fantasia nella stessa cultura che l’ha fatta propria e ha fatto propri gli stereotipi della psicoanalisi. Di valido, della psicoanalisi, resta il modo di interrogarsi sulla coscienza di noi stessi, sul possesso di noi stessi. La psicoanalisi è una filosofia scettica. Per molti la psicoanalisi ha rappresentato un insieme di risposte. Sappiamo che questo non è sempre vero. La psicoanalisi è piuttosto una delle discipline che più hanno contribuito all’emergere di nuovi interrogativi.

STUDENTESSA: Leonard Zelig, il protagonista del film di Woody Allen, dapprincipio si trasforma spontaneamente, senza premeditazione, e, in seguito alle cure, riesce ad acquistare una maggiore stabilità. Ci siamo resi conto che questa stabilità era relativa, in quanto, quando Zelig perde il favore del pubblico ritornando alla stessa situazione in cui si trovava all’inizio, ricomincia a trasformarsi, anche se questo può rappresentare la sua salvezza. In quale misura la psicoanalisi può contribuire a un cambiamento reale?

JERVIS: Zelig rappresenta, in maniera iperbolica e artistica, la nota tematica del "falso se", quella dell’"Io non sono me stesso, ma sono come tu mi vuoi". È la tematica della compiacenza. D’altra parte il messaggio che la psicoanalisi validamente trasmette è quello di essere come noi stessi vogliamo essere, secondo le nostre inclinazioni, non come gli altri ci chiedono di essere. La psicoanalisi, nel momento in cui trasmette un messaggio di conoscenza di noi stessi, trasmette anche un messaggio di realizzazione di noi stessi. Ciò significa il contenimento o la limitazione degli aspetti di noi stessi che non possiamo sviluppare, oppure di quelli che hanno caratteristiche meno accettabili da un punto di vista sociale. La psicoanalisi aiuta il paziente a sviluppare le proprie caratteristiche acché riesca a interagire con gli altri e a sopravvivere nel modo migliore possibile. La psicoanalisi non comporta assolutamente un mutamento della personalità. Comporta semmai un grado di maturazione della stessa e un certo grado di realizzazione di sé.

STUDENTESSA: Ho trovato un sito Internet della Politica Italiana, che ricorda i vent’anni dall’approvazione della Legge 180, la "Legge Basaglia". Quella legge aboliva i manicomi intesi come luoghi di segregazione dei malati di mente. Lei non pensa che, invece di fare del bene a questi individui, spesso si tenda a lasciarli a loro stessi oppure in custodia ai familiari?

JERVIS: Possiamo percepire, anche nei Momenti di Riforma Psichiatrica, un’influenza indiretta della psicoanalisi. Il pensiero psicoanalitico ha portato a ripensare al rapporto fra normalità e follia. Quanto ai movimenti occorsi in Italia durante gli anni Sessanta e Settanta, sembrava che tutta la Riforma Psichiatrica consistesse nel chiudere i manicomi. Non era così. Questa era una semplificazione indebita. Significava invece creare delle strutture di assistenza che fossero più adeguate. Successivamente si è verificata una carenza di assistenza tale che i pazienti, dimessi dagli ospedali psichiatrici, non erano curati come previsto. Tuttora i problemi non sono risolti, ma nell’insieme si è registrato un progresso dal punto di vista medico - scientifico.

Puntata registrata il 14 dicembre 1999

Siti Internet sul tema

Carl Gustav Jung Home Page
http://www.usd.edu/~tgannon/jung.html

Sigmund Freud and the Freud Archives
http://plaza.interport.net/nypsan/freudarc.html


Biografia di Giovanni Jervis

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