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Il Grillo (7/3/2000)

Giulio Ferroni

La letteratura come esperienza dell'io

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7 Marzo 2000

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Elio Vittorini" di Milano

GIULIO FERRONI: Mi chiamo Giulio Ferroni, e insegno Letteratura italiana all’Università di Roma La Sapienza. Il tema di oggi è Letteratura come esperienza dell’io. Vediamo subito un contributo introduttivo.

Il poeta tedesco Höelderlin, nell’ultima fase della sua vita, in preda ormai alla follia, filmava le proprie poesie con date immaginarie e con un nome italiano: Scardanelli. Non era uno pseudonimo, era il segno della sua pressoché totale perdita di identità. Infatti la parola "io", dal quel momento, non comparirà più nei suoi scritti. Eppure alcune poesie, tra quelle che portano questa firma, sono tra le più belle scritte dal poeta. Perdere l’identità non significa perdere la propria forza poetica. A parte il caso estremo di Höelderlin, comunque, la poesia e il romanzo, attraverso la potenza immaginativa di cui dispongono, mostrano sempre figure non abituali dell’io e dell’individualità. Se uno dei tratti più riconoscibili della sensibilità dell’epoca contemporanea sta nella perdita di certezze attorno ad un io stabile e separato del mondo, la letteratura ne costituisce senz’altro la principale esperienza e manifestazione.

UOMO: Le vele, le vele, le vele, che schioccano al gusto di un tempo, d’un pianto di vane e sequele. Le pene, le pene, le pene.

Come non vedere infatti che la letteratura ha ripercorso e anticipato, passo dopo passo, proprio un’esperienza di spaesamento dell’io? Vengono alla mente gli stili e le tradizioni poetiche più disparate. Quella ottocentesca americana in cui, nel Moby Dick di Melville, l’io narrante si presenta con una fulminante battuta iniziale, "Chiamatemi Ishmael", e poi, per tutto il romanzo, parla di sé in prima persona, ma anche in forma indiretta. O quella di certi esperimenti delle avanguardie poetiche europee del Novecento, che, con l’invenzione e l’uso di tecniche, quali il monologo interiore o la scrittura automatica, hanno decomposto l’io, fino a farcelo apparire nei termini che a suo tempo aveva già perfettamente indicato Rimbaud, dicendo, con un paradosso, che io é un altro.

STUDENTESSA: Nella scheda introduttiva sembra prevalere l’idea di una letteratura come ristrutturazione dell’io. Ma non c’è anche un’altra letteratura, quella sulla Resistenza o fatta dai tanti racconti e delle lettere dei sopravvissuti ai campi di concentramento, che muove verso un rafforzamento dell’io?

FERRONI: Concordo con Lei, ma si tratta di direzioni ed esperienze molto diverse. Le esperienze cui Lei si riferisce sono strettamente collegate a un orizzonte collettivo. In queste le personalità, gli "io", non sono concentrati su di sé, ma partecipano a un’esperienza globale. Se si guarda alle esperienze letterarie del passato, l’"io" annegava completamente nella collettività, si identificava in tutto con il collettivo. D’altra parte, nella letteratura contemporanea, e anche nell’esperienza letteraria della Resistenza, si dà una divaricazione tra la soggettività e il partecipare di questa soggettività all’universo collettivo. L’"io", pur partecipando alla lotta, si sente da quella separato e scisso. Tutta la produzione di Beppe Fenoglio, grande scrittore di una "letteratura della Resistenza", è improntata alla contraddizione tra l’"io" e la partecipazione alla lotta.

STUDENTE: Solo dopo l’avvento del razionalismo moderno, con Descartes, comincia una letteratura di distruzione del sé. Prima del razionalismo questa tendenza, nella storia del pensiero occidentale, a me pare molto meno evidente. Lei concorda?

FERRONI: Direi di sì. La modernità e la post-modernità sono tutte tendenze che muovono verso la distruzione dell’io. Nella tradizione letteraria occidentale si segue un processo molto più lungo di costruzione dell’io, di uscita dell’io dall’orizzonte collettivo e di una sua identificazione autonoma. Si sa che nella letteratura arcaica l’io ieraticamente quasi non esiste, perché è immerso in un orizzonte collettivo. In epoche successive la letteratura offre un progressivo contributo alla costruzione, all’identificazione e alla separazione dell’io. si identifica, si separa dal collettivo. Questo contributo è già presente sia nella letteratura greca che in tutta la ritrattistica romana.

STUDENTE: Già in Seneca è presente l’idea di una personalità multipla, di un soggetto che recita la sua parte perché ha una maschera, cui si contrappone la figura del sapiente, il quale costruisce un "io" saldo, che non muti nel tempo. Le idee della destrutturazione e della frantumazione dell’io si trascineranno fin nel mondo romantico. Di conseguenza, a mio avviso, la destrutturazione dell’io non è un’idea completamente nuova, ma esiste, sia pure come filone sommerso, anche nell’antichità.

FERRONI: Si potrebbe dire che la personalità é sempre frantumata, che l’io nasce già come frantumato e, in qualche modo, contraddittorio a sé stesso e all’universo collettivo. La risposta dimora nel fondo più oscuro della psiche collettiva se si pensa ai miti del "doppio" e del "sosia". Il "doppio" e il "sosia" sono figure retoriche già ampiamente trattate dalla letteratura arcaica. Il nome "sosia", infatti, deriva da un personaggio di una commedia di Plauto, l’Amphitruo. Sosia era il nome del servo di Anfitrione.

STUDENTE: Perché è così forte la tendenza all’autodistruzione dell'io? Perché dobbiamo cercare una distruzione di questo nostro io, e non considerare, invece, che le diverse sfaccettature che costituiscono la nostra personalità non per questo tendono a distruggerla?

FERRONI: La cultura moderna ha cominciato a dubitare sul rapporto fra il carattere dato dell’esistenza e il valore che a tutto ciò attribuisce la vita sociale. Se l’io si sente lacerato e scisso è perché la consistenza psichica, o anche la consistenza nei rapporti quotidiani e nella comunicazione, sfuggono. Gli oggetti che sono intorno all’uomo, dopo avere favorito la costruzione della sua personalità, a un determinato istante hanno contribuito a lacerarla. Si pensi ai fenomeni "virtuali", alla tanto blasonata "realtà virtuale".

STUDENTESSA: Arthur Rimbaud scrisse: Io è un altro. Si dice che l’autobiografia abbia una origine mimetica. Che differenza vi é tra lo scrivere la propria vita e/o investirla e dilapidarla? E che differenza vi é tra l’io e l’altro, tra il racconto in sé, il racconto di una realtà interna, e il racconto, invece, di una realtà esterna?

FERRONI: L’autobiografia è naturalmente legata a una mimesi dell’esperienza vissuta, ma anche a qualcosa di artificiale. Molti studiosi dell’autobiografia affermano che il racconto della propria vita non fa necessario riferimento alla realtà vissuta, ma a una costruzione di sé, che l’autore accorpa nell’opera. Il modello di una "storia dell’anima", a lungo imitato, sono le Confessiones di Sant’Agostino. La vita, nell’autobiografia, è già sistemata in un percorso precostituito. Dunque, ripercorrendo l’esperienza dell’autobiografia, non viviamo soltanto una mimesi della realtà vissuta, ma anche una costruzione dell’"io". Forse l’"io" in natura nemmeno esisterebbe, come entità separata dal resto. L’uomo è un essere che vive circondato da un orizzonte materiale assoluto.

STUDENTE: La figura del narratore onnisciente può essere tradotta come un tentativo di costruzione dei vari "io" disgregati?

FERRONI: Il narratore onnisciente entra nei punti di vista e nelle menti di tutte le personalità e di tutti gli "io" possibili, partecipando di tanti personaggi. In altri termini, il narratore onnisciente è colui che va oltre i singoli "io" della storia narrata, fino a pretendere di sapere quello che accade nella mente di tutti i personaggi. Questa é una costruzione finanche estrema. Uno dei problemi su cui riflettere è il dato dell’esperienza concreta. Il meccanismo del ricordo, ad esempio, tende inevitabilmente a deformare le cose vissute. Sull’esperienza di chi ricorda, di chi narra ciò che gli è accaduto, si sovrappone tutta l’esperienza successiva. L’esperienza singola, immediata, in qualche modo é irrecuperabile. Sull’esperienza passata si proietta il senso degli anni intercorsi nel frattempo. Direi che, fatte queste dovute premesse, la consistenza di una personalità assoluta, chiusa in sé, totale, viene meno.

STUDENTE: L’oggetto che abbiamo scelto per questa puntata é un "quadro", che, per metà è composto da una fotografia, e per metà da un disegno, dove la parte disegnata serve a completare la parte fotografica. Si  potrebbe associare questo "quadro" all’autobiografia. Nell’autobiografia l’autore non dovrebbe per metà guardare all’interno di sé stesso, e per metà creare altre caratteristiche partendo dalla propria immaginazione?

FERRONI: Certamente. Non solo partendo dalla propria immaginazione, ma tenendo anche conto del proprio pubblico. L’io non si costruisce unicamente per riflettersi su di sé, ma si costruisce e si narra per farsi vedere dagli altri e presentarsi ad essi, per comunicare con il mondo. Da questo punto di vista l’"io" é sempre un altro, e si può costruire anche soltanto attraverso una "maschera". La letteratura moderna e del Novecento, compresa quella italiana, ricorre spesso alla figura della "maschera". Da questa discende quel motivo del "doppio" pirandelliano che fa tappa fondamentale ne Il fu Mattia Pascal. Mattia Pascal é il personaggio che, per consistere, deve assumere sempre altre identità. Mattia Pascal muore due volte, e continua a vivere sottratto a sé stesso, con una personalità che gli viene costantemente negata, proprio perché si deve sempre mostrare agli altri.

STUDENTESSA: Il critico stesso, quando legge un’opera, non fa ricorso a spunti autobiografici? Non rivela, criticando, un po’ della propria identità?

FERRONI: Assolutamente sì, anche se la critica dovrebbe partire dall’ascolto e dal rispetto delle opere. La critica dovrebbe basarsi sull’interrogazione dei problemi e dell’uso sociale delle opere stesse. La critica, come qualsiasi esperienza culturale, é un fatto squisitamente comunicativo. La critica é rivolta a un pubblico più vasto di quello letterario; deve porre dei problemi e non esibire la personalità dell’autore. Esistono anche critici che parlano di sé. Rispetto a questi io avrei molte esitazioni. È peraltro legittimo che il critico si sovrapponga a volte all’oggetto della critica, con un atteggiamento inverso a quello mimetico.

STUDENTESSA: Si deve considerare l’autobiografia soltanto fine a sé stessa oppure come un’esperienza che l’autore scrive per lasciare una memoria di sé? Vorrei inoltre sapere per quale motivo le maggiori autobiografie sono state scritte in età senile?

FERRONI: Anzitutto l’autobiografia è scritta per lasciare una memoria di sé, ovvero per riflettere sul senso della propria esperienza. D’altra parte l’autobiografia si afferma maggiormente con l’affermarsi della società borghese. La società borghese assicura una maggiore autonomia all’io individuale. L’autobiografia come noi siamo abituati a concepirla, come riflessione sul senso globale di una vita, si sviluppa con forza nel Settecento, ma senza negare i caratteri dei modelli antichi. Non a caso l’opera più celebre dell’autobiografismo settecentesco, Le confessioni di Jean-Jacques Rousseau, reca lo stesso titolo delle Confessiones di Sant’Agostino. È vero altresì che le maggiori autobiografie, come La vita di Vittorio Alfieri, siano state scritte in età senile. La ragione sta forse nell’età avanzata, che consente di guardare meglio alla propria esistenza, come se fosse finita. L’autobiografia "ideale" sarebbe quella di chi è già morto.

STUDENTE: Ai fini di un’indagine del sé è più determinante, secondo Lei, un’autobiografia o un genere letterario come il romanzo, nel quale il narrante scompare o soggiace a una autoindagazione non voluta?

FERRONI: In tutte le forme e in tutti i generi letterari la presenza dell’io é più o meno esplicita. L’autobiografia é il genere moderno per eccellenza, in cui più esplicitamente si rivela la dimensione dell’io. Tuttavia le maggiori esperienze di disgregazione dell’io sono affidate a generi letterari diversi. Il Novecento si spinge oltre, con grandi scrittori che rappresentano non più solo la frantumazione della personalità, ma la sua negazione totale. Uno di questi é Samuel Beckett, che, nonostante fosse irlandese, aveva cominciato a scrivere in francese, lingua nella quale ha poi composto le sue opere più importanti. La sua è una letteratura che parla di continuo, fino alla ricerca del silenzio e della negazione della personalità. Vi è nel suo "individuo" una paradossale resistenza all’oscuro destino d’annientamento che lo sovrasta, come già accadeva nei personaggi kafkiani. Complessivamente la letteratura del Novecento registra un’esplosione della disgregazione dell’io.

STUDENTE: Leggendo l’opera di Ugo Foscolo, ho sempre avuto l’impressione di trovarmi di fronte a una celebrazione mitizzata dell’individuo, e dunque di fronte a una forte costruzione dell’"io". Esistono nella letteratura altri esempi di una costruzione così forte della propria personalità?

FERRONI: Il caso di Ugo Foscolo é estremamente interessante. Foscolo si affida a "personaggi schermo", ovvero si identifica con i personaggi che sono al contempo autobiografici e non. I personaggi di Jacopo Ortis, il più noto, e di Didimo Chierico rappresentano le due "anime foscoliane". Il primo è chiamato a dar voce agli slanci del poeta e alla sua volontà di creare un "mito" della propria vicenda. La seconda "anima" è contrassegnata da un calore di fiamma lontana, come dice l’autore stesso nella Notizia intorno a Didimo Chierico, nella quale traccia un ritratto ironico e insieme fremente del suo personaggio. Jacopo Ortis non è Ugo Foscolo alla lettera, e tanto meno lo è Didimo Chierico, ma ne rappresentano una immagine e una maschera. Non si dimentichi che la pubblicazione della Notizia intorno a Didimo Chierico risale al periodo dei primi tentativi foscoliani di traduzione de Il viaggio sentimentale di Sterne, autore umoristico, dissolutore dell’io, e comico per eccellenza. Foscolo riesce a essere al contempo tragico e tempestoso come Jacopo Ortis, e leggero, sfuggente, e ironico come Didimo Chierico. D’altra parte, in una lettera a un’amante, Foscolo arriva a scrivere chiamami romanzo tanto giunge a tendere alla vaghezza del personaggio. Tra il Settecento e l’Ottocento molti altri scrittori, tra cui Stendhal e Rousseau, riescono a fondere una appassionata sincerità con un sapiente gioco di costruzione dell’io.

STUDENTESSA: Il verificarsi di una progressiva "perdita dell’identità", quale si è registrata, per esempio, nella letteratura del Novecento, non potrebbe significare che nei romanzi, soprattutto in quelli che hanno "fatto la storia" della letteratura contemporanea, siano state portate in scena anche diverse parti della personalità e della mente umana, diverse dall’io? La mia domanda è la seguente: oltre all’identità, anche la dimensione dell’inconscio e dell’inconsapevolezza, che emerge con la psicoanalisi e con Freud, quale grande influenza può avere avuto sulla letteratura del ‘900?

FERRONI: Lei pone due problemi, in realtà. La letteratura non è necessariamente la manifestazione di un "io". Nella letteratura classica, l’"io" non è mai l’espressione di sé automatica, ma vive sempre nel collettivo. L’epica, per esempio, è un genere caratterizzato dalla narrazione di fatti eroici, ma gli eroi partecipano sempre ad una collettività. D’altra parte v’è un quesito di ordine psicologico che tende a collegare la manifestazione letteraria all’inconsapevolezza. Più che di "inconsapevolezza" io parlerei di "inconscio". Perché ci sia costruzione letteraria e possibilità comunicativa è sempre necessario, però, un elemento di consapevolezza, di capacità di costruzione, anche se questa costruzione nega ogni costruzione. Nell’universo letterario antico si registra un caso celeberrimo di dissoluzione dell’io nell’Ulisse dell’Odissea di Omero, quando, per ingannare il Ciclope Polifemo, si fa chiamare Nessuno. Ulisse, o Odisseo, é uno dei primi eroi che affermano la propria personalità, in quanto separata dal mondo. Odisseo si differenzia dagli eroi dell’Iliade, che partecipano sempre al respiro epico collettivo. Ulisse si muove nel mondo come colui che potrebbe essere considerato il primo vero "io" della letteratura occidentale. Ma Ulisse, proprio Ulisse, è costretto a presentarsi come Nessuno. Vediamo assieme alcune immagini dal secondo contributo filmato.

POLIFEMO: Come ti chiami? Dimmelo!

ULISSE: Vuoi sapere il mio nome? Il mio nome é famoso e te lo dirò, ma tu in cambio devi darmi il dono che mi hai promesso. Ascolta bene.

POLIFEMO: Parla!

ULISSE: Io mi chiamo Nessuno. Mio padre, mia madre e i miei compagni mi chiamano Nessuno.

POLIFEMO: Nessuno, io ti mangerò per ultimo, dopo che avrò mangiato tutti i tuoi compagni. Questo sarà il mio dono per te. Ah, ah, ah! Ah, ah, ah!

(si visionano altre immagini. Polifemo si addormenta e viene accecato da Ulisse e i suoi compagni)

ULISSE: Non é servito a niente accecarlo, anzi è peggio! Almeno avremo vendicato i nostri compagni.

POLIFEMO(urlante): Aiuto, fratelli Ciclopi, aiutatemi!

CICLOPI: Che c’è, Polifemo? Che cosa c’è, Polifemo, che ti dà tanta pena? Perché ci svegli dal sonno? Qualcuno ti ruba le bestie? Qualcuno vuole ucciderti?

POLIFEMO: Nessuno, mi vuole uccidere! Nessuno!

CICLOPI: E dunque nessuno ti fa violenza. Il male ti viene dal grande Zeus. E noi non possiamo aiutarti. Ma tu raccomandati al padre tuo, Poseidone.

 

FERRONI: Questo episodio ci spinge a riflettere sul nome, sul rapporto tra l’identità, la costruzione dell’io, e il nome. È indicativo che Odisseo riesca a fuggire dall’antro del Ciclope e a liberarsi dalla prigionia, proprio negando sé stesso, ossia facendosi chiamare con una negazione dell’identità, Oudeis, Nessuno. Naturalmente con le successive traduzioni si perse l’equivoco voluto e determinato dalla fonetica della lingua arcaica usata da Omero, per cui Odisseo era Odysseus e Oudeis significava appunto Nessuno. Si potrebbe perciò dire che Odisseo è un nome che afferma la sua consistenza, ma al contempo la nega, perché è quasi Nessuno. Fin dalle origini la consistenza dell’io, che è nel nome, si associa sempre alla sua stessa negazione. Nell’episodio di Ulisse e Polifemo, la negazione dell’io è addirittura utile ad affermare la personalità dell’eroe.

STUDENTESSA: La disgregazione dell’io, oltre che costituire la fine del processo di crisi dell’individuo, può essere interpretata anche come un tentativo di grande coraggio, perché denota comunque la volontà dell’autore di togliersi le maschere?

FERRONI: Si danno due orizzonti di disgregazione dell’io. Il primo consiste nella verifica della perdita di sé, quindi nell’abbandono. Si perde la propria consistenza in quanto si é minacciati da elementi esterni. La psiche crolla. L’individuo non si riconosce più. L’anima e il corpo si affidano soltanto ai piedi. Curiosità vuole che nel più celebre dramma di Beckett, En attendant Godot, ovvero Aspettando Godot, i due vagabondi, Vladimir ed Estragon, si trovino a un certo punto a giocare con delle scarpe. Il secondo orizzonte è quello della lotta contro l’io, della lotta contro la personalità. Sono in essere tendenze ideologiche e politiche che avversano aspramente il mito dell’"identità", con l’affermazione della "differenza". Considerano il mito dell’"identità" un mito metafisico della tradizione occidentale. La filosofia contemporanea riflette sul concetto di "differenza" aggredendo proprio i concetti cosiddetti "metafisici", quali quelli della "personalità", della "persona", e dell’"identità".

STUDENTESSA: In contrasto al tema della frantumazione dell’io è emersa, in quest’ultimo secolo, una letteratura "al femminile" tutta tendente alla costruzione dell’io e delle sue differenze. Secondo Lei, questa è l’effettiva affermazione di un’inversione di tendenza?

FERRONI: La personalità e l’identità, che sono oggetti della costruzione dell’io, sono state individuate per secoli come attributi maschili, e come personalità e identità che, perché attive, agiscono sul mondo e lo conquistano. Occorre riflettere sul collegamento dell’io con il nome e con il dominio o potere. Il soggetto femminile, in seguito alla diffusione della società borghese e, in maniera prepotente, soltanto in questo secolo, si è affermato prospettando forme di identità diverse, non sempre totalmente e radicalmente alternative a quelle della personalità maschile. Apparentemente il soggetto femminile pone orizzonti e problematiche diverse. Tuttavia anche le scrittrici di questo secolo si sono dovute confrontare poi con la frantumazione dell’io. La donna non si riafferma come soggetto totale, omogeneo, ma é anch’esso un soggetto frantumato. La scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann è l’autrice di questo secolo che, a mio avviso, meglio spinge l’indagine esistenziale della donna fino ai limiti di una completa dissoluzione della personalità.

STUDENTESSA: Volevo sapere se esistono delle diversità fra l’universo maschile e quello femminile nel modo di esprimere il proprio sé, o il proprio "io", e se queste diversità riguardano i generi letterari utilizzati.

FERRONI: Fino a due secoli fa la letteratura femminile ha scarseggiato. A fronte del dominio dell’orizzonte maschile, la letteratura femminile si era affidata soltanto a pochi e limitati generi. Il più emerito e antico esempio è quello della lirica. Si pensi all’eccellenza di Saffo nella lirica, e in particolare in quella monodica, ovvero nelle composizioni liriche intonate sulla cetra da una sola persona. Tendenzialmente la lirica è collegata all'espressione dell’"io" perché in essa sono sempre forti le irruzioni sentimentali-autobiografiche. Le donne si sono spesso affidate alla lirica. Basti pensare ai canzonieri delle poetesse italiane del Cinquecento, tutti petrarcheschi per il repertorio lessicale e iconografico. Poetesse di quell’epoca furono Gaspara Stampa, Vittoria Colonna, Veronica Gambara. Progressivamente le donne hanno cominciato ad affidarsi all’autobiografia e alla memoria, partecipando maggiormente alla vita culturale. Attualmente le scrittrici non si affidano più a una specificità di generi letterari. Le donne si confrontano maggiormente con tutti i generi letterari possibili e ne possono affrontare di nuovi. L’epica, in tal senso, è il solo genere letterario che è sempre stato lontano dall’universo femminile.

STUDENTESSA: A proposito del lettore, è possibile, secondo Lei, una sua identificazione nella vita dell’altro, nella vita del personaggio che leggiamo nella pagina del libro? Può la letteratura essere anche un mezzo di costruzione dell’io del lettore?

FERRONI: Una branca della complessa comunicazione intersoggettiva studia i numerosi meccanismi di identificazione che propone un testo letterario. Chi dialoga con un altro tende comunque a creare alcuni processi di identificazione. Il critico psicoanalitico Francesco Orlando ha ricostruito un sistema dei meccanismi di identificazione che, a seconda dei generi letterari, si costituiscono tra il "destinatario", che non è necessariamente il lettore, e l’autore o altrimenti detto "destinatore". L’identificazione in questo campo funziona quasi sempre "a doppio taglio". A seconda del "tipo" e del "carattere" il destinatario è e, allo stesso tempo, non è il personaggio descritto dal testo. Si verifica una identificazione "sotterranea" dell’inconscio del destinatario.

STUDENTE: Lei se lo immagina un mondo in cui la poesia possa essere una sorta di "droga"? Che da essa si possa arrivare ad essere dipendenti per fare un "salto di qualità" nella vita?

FERRONI: Credo, per mia abitudine, che la poesia sia cosa ben diversa dalla "droga". I critici e i teorici del Settecento dicevano che la poesia era "un sogno fatto in presenza della ragione". Concordo pienamente con questa definizione. Di conseguenza la poesia non può identificarsi con una qualsivoglia tipologia di droga. L’uso della droga comporta, al contrario, una alterità totale della personalità dell’individuo, un rifiuto della comunicazione, della collettività, della ragione. La poesia, tra tutte le forme artistiche, è quella che non necessita di altro che della parola scritta. E ancora. La poesia non ha bisogno di nessun intervento artificiale, ad eccezione della struttura del libro. La poesia è una persistenza affidata unicamente agli elementi costitutivi originari della civiltà umana, che sono la parola e la scrittura. La poesia offre in qualche modo la possibilità di costruire un mondo di sogni attraverso la ragione.

STUDENTESSA: Ai corsi di scrittura creativa si insegna che, per scrivere un romanzo, occorre anzitutto la costruzione di un buon personaggio principale attorno al quale ruoti tutta la vicenda, e si aggiunge che, per fare questo, requisito fondamentale è necessaria una profonda conoscenza di sé stessi. Volevo sapere se Lei concorda con questo indirizzo.

FERRONI: Secondo Socrate "si conosce sé stessi sapendo di non sapere". Si potrebbe argomentare che "il sé stesso non si conosce perché è inafferrabile". Io diffido delle cosiddette "scuole di scrittura creativa". Il fare letteratura non può essere oggetto di programmi precostituiti. Non é detto che debba esserci un personaggio principale, e non è detto che il personaggio principale debba essere rimandato alla conoscenza che si ha di sé stessi. Il processo di scrittura conosce momenti di forte riflessione sul mondo, e non può essere un meccanismo di consumo.

STUDENTE: Per riprendere il discorso sulla droga e la letteratura, vorrei dire che la prima rappresenta, senz’altro, un viatico all’autodistruzione del sé. Eppure la storia della letteratura e della poesia è piena di esempi autoriali, di altissimo livello,di questo tipo.

FERRONI: Occorre anzitutto distinguere. Prima si parlava della poesia dal punto di vista del fruitore e dell’uso sociale della stessa. Nella letteratura di questo secolo l’autodistruzione dell’io è stata spesso associata a un malessere psichico lacerante oltre che all’uso delle droghe. I paradisi artificiali di Baudelaire sono un esempio emblematico della traduzione di un mondo artificiale da parte del poeta. Occorre accertare, a mio avviso, le risultanze comunicative di ciò che viene scritto sotto l’influsso della droga. Se si è in presenza di vera letteratura, di grande letteratura, non solo per me individuo, ma per l’intera comunità sociale, è facile riscontrarvi un elemento di costruzione dell’io positiva, che va oltre l’origine negativa del testo. Umberto Saba diceva che "ogni estremo di male un bene annuncia". La "vera" letteratura, anche quando nasce da situazioni disperate o disgregratrici, fa riflettere sul senso del mondo.

STUDENTE: Io ho trovato un Sito Internet, dedicato alla figura di Sigmund Freud ( http://plaza.interport.net/nypsan/freudarc.html). Riflettevo su quanto il suo lavoro abbia contribuito a uno sviluppo delle tematiche nell’ambito culturale. Esistono autori, come James Joyce o Giuseppe Berto, che hanno utilizzato gli studi compiuti da Freud per creare un nuovo metodo di scrittura, o per dare vita a un altro stile. Vorrei un Suo parere al riguardo.

FERRONI: La rivoluzione freudiana ha dato tanto alla letteratura del Novecento, sotto il profilo delle tematiche. Non si può parlare di letteratura del Novecento senza confrontarsi con i sensi di costruzione e di distruzione dell’Io, di costruzione del linguaggio e di distruzione del linguaggio, che si traggono dalla psicoanalisi freudiana. L’esperienza surrealista è andata oltre, suggerendo la necessità di una scrittura automatica. Si scriveva, secondo i surrealisti, interessandosi a stati quali l’automatismo psichico, la follia, l’ipnosi, per registrarne e trascriverne i dati. Nella letteratura italiana del Novecento vi sono stati autori che hanno avuto un rapporto stretto con la psicoanalisi. Penso a La coscienza di Zeno di Italo Svevo, penso a Umberto Saba, e a tantissimi altri. Freud non concordava con la pretesa di una scrittura diretta dell’inconscio. Il lavoro di Freud resta un importante punto di riferimento per capire quante sono le contraddizioni in atto nella vita psichica e sociale contemporanea e per comprendere, allo stesso tempo, la necessità comunque di un orizzonte comunicativo e "costruttivo" dell’Io. Ci ha fatto affacciare alle tematiche di disgregazione dell’Io, ma ha cercato sempre di ricostruire il rapporto con l’inconscio dal punto di vista della ragione. L’io che si frantuma, nel corso di questo secolo, e nel corso della modernità, deve tendere a riconoscere la propria frantumazione e a controllarla attraverso la forza della ragione.

Puntata registrata il 24 Gennaio 2000

Biografia di Giulio Ferroni

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