Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
www.filosofia.rai.it
Search RAI Educational
La Città del Pensiero
Le puntate de Il Grillo
Tommaso:
il piacere di ragionare
Il Cammino della Filosofia
Aforismi
Tv tematica
Trasmissioni radiofoniche
Articoli a stampa
Lo Stato di Salute
della Ragione nel Mondo
Le interviste dell'EMSF
I percorsi tematici
Le biografie
I brani antologici
EMSF scuola
Mappa
© Copyright
Rai Educational
 

Il Grillo (3/4/2000)

Remo Bodei

La filosofia e il corpo

Documenti correlati

...Il corpo è ciò che pone l’uomo in contatto con il mondo. Vorrei ribadire che, secondo la filosofia contemporanea, l’uomo non ha un corpo, ma è un corpo. Seguendo questa concezione, corpo ed anima non sono separati. Pure ammettendo che tale separazione ci sia, il corpo può fungere da veicolo per la crescita e per la grandezza dell’anima...


3 aprile 2000

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico “Copernico” di Napoli

REMO BODEI: Sono Remo Bodei e sono docente di Storia della filosofia all’Università di Pisa. Tema della puntata odierna è La filosofia e il corpo. Vediamo assieme un primo contributo filmato.

“Il Cristianesimo dette da bere ad Éros del veleno. Costui in verità non ne morì, ma degenerò in vizio”. Con queste folgoranti parole, Nietzsche in Al di là del bene e del male traccia, con la sua abituale potenza immaginativa, i rapporti tra Éros antico ed Éros moderno. Neanche Nietzsche, fiero avversario di Platone e della sua filosofia, può negare che nell’erotica pagana, compresa ancora l’erotica platonica, si colga quell’aspirazione al tutto, che solo il Cristianesimo e la filosofia moderna manterranno poi completamente perduta, operando una netta scissione tra anima e corpo, intelletto e sensibilità, mondo sensibile e mondo soprasensibile. Nel mito platonico del Simposio infatti Éros non è qualcosa, ma qualcuno, un demone, figlio di Penìa, la povertà, e di Pòros, l’espediente. Siccome Éros non è un dio, ma un povero demone, aspira al bello, e non lo possiede. Ma siccome è un terribile demone e non un dio, pur se non possiede il bello, cerca di mettere in atto ogni espediente e stratagemma per goderne. L’espediente è cercarlo nelle cose terrene. La bellezza delle cose terrene, a cominciare da quella dei bei corpi, delle persone belle, è un veicolo per l’ascesi verso il bello in sé, che è al di là di tutte le cose, ma che, in diversa misura, partecipa di ognuna. Questo è Éros ancora nella filosofia platonica: un formidabile procacciatore di bei corpi e insieme di belle anime. Nel Cristianesimo invece la  figura di Éros si può incarnare perfettamente in quella di Don Giovanni, il vizioso, che, come ci fa vedere Kierkegaard, può conquistare tutto senza andare al di là di nulla. Don Giovanni gode dei corpi e perciò stesso condanna l’anima, la propria e quella delle sue conquiste. Quale potrebbe essere allora il nome di quel veleno, per dirla ancora con Nietzsche, che il Cristianesimo avrebbe dato da bere ad Éros? “Regno dei Cieli” forse?

STUDENTESSA: Nella scheda filmata si imputava al Cristianesimo, o, quanto meno, al Regno dei Cieli, la colpa di avere sminuito il significato che Platone dà ad Éros. Con Platone Éros aveva il ruolo di procacciatore di bei corpi, ma anche e soprattutto di belle anime. Credo invece che questa colpa non sia da imputarsi al Cristianesimo, bensì alla filosofia e al sapere forte. Infatti, quando il sapere debole si è trasformato in sapere forte - mi riferisco al razionalismo o al positivismo - il corpo ha perso la sua funzione di conoscenza, e di conseguenza anche Éros. Io credo che la colpa di tutto vada imputata al positivismo, piuttosto che al Cristianesimo.

BODEI: Già nella filosofia platonica è presente una separazione netta tra anima e corpo. Platone già parla di uno svilimento del corpo, nel senso che egli paragona il rapporto tra anima e corpo a un supplizio etrusco, in cui si ponevano due cadaveri sotto terra e si legava a loro una persona viva allo scopo di immobilizzarla, oppure un cadavere e un individuo vivo. Secondo Platone il corpo è qualcosa di caduco, destinato soltanto ad essere la sede dell’anima. Il corpo finisce addirittura per essere prigione dell’anima, e la vita vera comincia dopo che l’uomo si è liberato dal corpo. Imparare a filosofare equivale in Platone ad imparare a morire. L’idea della bellezza eterna, della divinità, costituisce il termine ultimo dell’ascesa di Éros. Diversi sono i gradi di innalzamento dell’anima, che Platone individua nel Fedro. L’éros è superiore alla poesia. L’éros rappresenta la capacità di trovare nell’altro il simile e il diverso. Si badi, “non totalmente diverso”, perché altrimenti le due anime non entrerebbero in contatto tra loro. Di conseguenza si ama ciò che è quasi totalmente diverso e quasi identico. Il Cristianesimo ha certamente contribuito alla denigrazione del corpo, ma non nel senso in cui essa viene intesa normalmente, per esempio nella dottrina paolina, ovvero come la “lotta contro la carne” perché questa, in quanto sinonimo di “diabolico”, è sinonimo di ribellione a Dio. Persino il diavolo, che è puro spirito, è considerato come istigatore della carne, e carne esso stesso. Che sia stata la dottrina positivista la unica responsabile della morte di Éros è vero, ma solo in parte. Tutta la filosofia moderna, da Cartesio, passando per Julien Offroy de La Mettrie, fino al positivismo, ha considerato il corpo come una macchina, dunque lo ha “de-eroticizzato” alla stregua di uno strumento. Si pensi all’uomo-macchina proprio del materialismo illuministico di La Mettrie. L’éros pertanto non costituiva più un valore etico inerente al corpo, ossia che dipendeva dal fatto che l’uomo, non solo avesse un corpo, ma fosse un corpo. Il positivismo o, in generale, tutte le forme scientistiche riconducevano il corpo a un unico principio, legandolo sostanzialmente alle proprie tecniche, e riducendo l’éros a una sorta di kamasutra. D’altra parte noi sappiamo che l’éros è strettamente collegato alla dimensione psichica e alla potenza del desiderio.

STUDENTESSA: Lei prima ha sostenuto che la causa iniziale della distruzione di una parte di éros è dovuta al Cristianesimo. Secondo me, non è tanto il Cristianesimo, quanto la Chiesa ad essere responsabile, come Stato e non come istituzione. Cosa si può fare per un recupero del significato originario di éros che, oltre ad essere, come dice anche la scheda filmata, tendenza al bello, alla ricerca dei bei corpi, è anche e soprattutto coinvolgimento passionale e non si riduce al solo puro atto fisico in sé?

BODEI: Il Cristianesimo, quando era ai suoi inizi, tese a eliminare l’éros, quello terreno, in quanto identificato con la persecuzione che dovettero subire i primi martiri cristiani. Si pensi alle atroci morti di San Lorenzo e di Santa Caterina d’Alessandria Il “nemico” era considerato come colui che pensava a straziare il corpo. Allorché le persecuzioni cessarono il Cristianesimo cambiò posizione. Mentre dapprima nel Cristianesimo era il tradursi di numérose dottrine stoiche, e di conseguenza si adottavano forme di “automartirio” quali il digiuno, la fustigazione,la castità, la dottrina dell’amore cristiano, dal IV secolo in poi, sempre più raccomandò all’uomo una forma di controllo su sé stesso che passasse anche attraverso la diminuzione dell’éros, ovvero del desiderio per le cose, per i corpi, per la bellezza mondana. Il Cristianesimo sostituisce l’amore per le cose terrene, che offre una felicità limitata, con l’amore per le cose celesti, per Dio, per il Paradiso, unico e solo capace di dare una felicità maggiore. Certamente la Chiesa ha da sempre imposto un autocontrollo sull’éros. Si pensi al Quinto Canto dell’Inferno di Dante, quello di Paolo e Francesca. In esso v’è la condanna del disio soltanto carnale. La Chiesa ha contribuito in qualche modo a depotenziare l’éros. La riscoperta della corporeità dell’éros nel mondo contemporaneo potrebbe accentuarne una certa commercializzazione, una certa “mercificazione”. Nell’éros commercializzato la potenza del desiderio non si conserva, ma si inflaziona. Un éros troppo facile e senza ostacoli paradossalmente è un éros che non ha valore. Il filosofo francese Michel Eyquem de Montaigne, nel Diario di viaggio in Italia, un postumo del 1774, si chiedeva per quale ragione la bellissima Poppea portasse il velo. Poppea portava il velo perché ciò che è nascosto, ossia ciò che si mostra e non si mostra, risulta più erotico, più intrigante. Lo stesso vale per la natura dell’éros. L’éros deve avere il carattere che già gli aveva dato Platone, quello non soltanto di espediente, di tecnica, o di ricchezza, bensì anche di povertà e di assenza. Nella presenza di un oggetto erotico deve anche ravvisarsi un’assenza, un carattere sfuggente. Si pensa spesso che la bellezza insorga dalle strutture regolari, dalla proporzione. Nella bellezza dell’éros, oltre la regolarità, esiste un elemento imponderabile, un non so che, termine petrarchesco che sta per il latino nescio quid, che non dipende unicamente da proporzioni, armonie, o simmetrie.

STUDENTESSA: Da quali motivi filosofici sorge l’esigenza di ridurre l’éros agli stadi carnali?

BODEI: Io credo che non si tratti di esigenze di tipo filosofico. Credo piuttosto che siano forme che la società assume nel tempo. Quando cadono i divieti, quando con la contraccezione, anzitutto chimica come quella consentita dalla “pillola del giorno dopo”, la donna si pone sullo stesso livello dell’uomo, e quindi non nutre più nell’atto sessuale la paura del concepimento, quando cioè l’éros e il piacere si disgiungono dalla procreazione, si scatena una possibilità, assolutamente ignota alle generazioni precedenti. La filosofia interviene successivamente, limitandosi a registrare la capacità di emancipazione dai divieti. L’essere umano, che prima si rifiuta, in seguito passa a condiscendere ad elementi di seduzione. Acconsentire l’éros come seduzione, che etimologicamente significa condurre a sé stesso, attrarre, risponde a un compito positivo e che allieta la vita dell’uomo, rendendogliela più sensibile. Per rispondere alla Sua questione, dirò che la degradazione dell’éros è sempre esistita. E’ indubbio che un éros che mantenga la tensione, l’altezza del desiderio, l’ambiguità tra il conoscere e l’ignorare, il velare e lo svelare, richiede un determinato virtuosismo e una determinata educazione dei sensi. La degradazione dell’éros è un fenomeno antico come il mondo. Con la soppressione di alcuni tabù l’éros si è ulteriormente commercializzato. Ciò non implica affatto una filosofia della degradazione dell’éros.STUDENTE/b>: Può essere l’éros inteso come uno strumento offerto all’uomo per la conquista dell’aulicità dell’anima, nel senso, quest’ultima, di Grandezza naturale?

BODEI: Occorrerebbe anzitutto sapere se veramente si possa distinguere l’anima dal corpo. Il corpo è ciò che pone l’uomo in contatto con il mondo. Vorrei ribadire che, secondo la filosofia contemporanea, l’uomo non ha un corpo, ma è un corpo. Seguendo questa concezione, corpo ed anima non sono separati. Pure ammettendo che tale separazione ci sia, il corpo può fungere da veicolo per la crescita e per la grandezza dell’anima. Ciò vale in particolare per quelle tradizioni filosofiche o religiose secondo le quali, attraverso la macerazione del corpo, si perviene a una perfezione dell’anima. Il corpo, sottoposto a privazioni, sarebbe uno strumento per perfezionare l’anima. Più il corpo deperisce, più l’anima cresce. Più il corpo è offeso, più l’anima fiorisce e s’innalza. Meglio sarebbe se il corpo fosse considerato come il tempio di Dio, ovvero come qualcosa che non deve essere svilito. Non tutto il Cristianesimo professa la negazione del corpo. Si pensi soltanto alla tradizione francescana.

STUDENTESSA: Riguardo al Cristianesimo l’invito alla fustigazione non sempre è presente. Anzi, nel Cantico dei Cantici dell’Antico Testamento, si esalta il corpo e la preparazione all’atto sessuale, proprio perché l’unione tra i coniugi rappresenta l’amore di Dio per gli uomini.

BODEI: Esattamente, è proprio come dice Lei. Oggi si tende a considerare il Cantico dei cantici come l’insieme di sette carmi nuziali, tutti riconducibili al tema del mutuo appartenersi di due sposi. Un’altra esegesi vede l’allegoria in ogni singola parte del componimento: lo sposo è diventato Cristo, e la sposa è la Chiesa. La mistica spagnola, e poi santa, Teresa d’Avila non concepiva il corpo amoroso come qualcosa di negativo, di caduco, sottoposto alla corruzione e da non amare, giacché esso è transitorio. La bellezza, per Teresa d’Avila, conosce un culmine. Nella scultura che raffigura la Santa, esposta nella Cappella Cornaro della chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma, sembra quasi che l’Estasi sia di tipo sessuale. Questa che Vi cito non è un’interpretazione maligna, giacché in tutta la tradizione mistica, l’atto di uscire fuori di sé - l’“estasi” - è paragonato all’atto sessuale. L’“Estasi di santa Teresa” di Gian Lorenzo Bernini bene interpreta questo godimento, che nasce dal congiungimento dell’anima, la sposa, con Dio, lo sposo. Il congiungimento dell’anima trascina anche il corpo. L’amore per le “creature” di san Francesco d’Assisi, percorso come è da fermenti di autentica religiosità democratica, non implica affatto una punizione per ciò che è corporeo. In Sant’Agostino ugualmente. Possiamo osservare questo secondo contributo al dibattito, tratto dal testo di un filmato.

Il corpo di Bob Bridge lo ha accompagnato per ottantasette anni. Non per molto ancora. Il tempo consumato è il corpo di Bob. Tutti i suoi organi sono in declino. I nostri corpi si sono evoluti in modo da durare solo il tempo necessario a trasmettere i nostri geni alle generazioni successive. Dopo esserci riprodotti e aver cresciuto i nostri figli, non siamo più necessari. Bob ha svolto già da tempo il suo compito biologico. Vive di tempo preso in prestito.

BODEI: Questo contributo mostra ciò che ha costituito per millenni l’argomento principale di denigrazione del corpo. Il  corpo che invecchia e muore appare come un involucro destinato a sciogliersi e a lasciare uscire, come si può vedere in alcuni dipinti medievali, dal respiro l’anima, contesa tra il diavolo e l’angelo. Voglio ricordare che anima deriva dal greco anemos, etimologicamente il vento. Il tema della degradazione del corpo ci riporta all’interrogativo iniziale. L’uomo si identifica con il corpo oppure anche con l’anima? Il cuore batte, lo stomaco digerisce, e i globuli bianchi hanno la proprietà di incorporare e spesso ingerire particelle eterogenee o germi per mezzo dei numérosi fermenti contenuti nel loro corpo cellulare. Sono organi ed elementi cellulari che agiscono senza la volontà dell’uomo. Il corpo pertanto possiede i suoi automatismi. Friedrich Wilhelm Nietzsche diceva che il corpo é un grande saggio che ne sa più di noi. Il corpo è la “grande ragione”, che opera e si  muove indipendentemente dal consenso dell’uomo. Si contrappone alla “piccola ragione”, la porzione di noi che crede di dominare il corpo. Abbiamo qui l’immagine della doppia elica del DNA, sigla di acido desossiribonucleico, molecola responsabile della trasmissione e dell’espressione dei caratteri ereditari. Sappiamo che attualmente il corpo è modificabile non soltanto attraverso protesi e trapianti, ma, in linea di principio, anche geneticamente, ossia intervenendo mediante manipolazioni sul codice genetico degli individui. Quello che sembrava un artificio oggi è diventato natura.

STUDENTESSA: Noi abbiamo scelto come oggetto simbolico il Centauro, l’essere biforme dal corpo equino e dal busto umano. La parte animale sta a rappresentare l'irrazionalità, la parte umana quella razionale. Rispetto alle altre dottrine il pensiero platonico e quello aristotelico sono più improntati al “logico” e al “razionale”. Perché si è andato a privilegiare proprio il pensiero logico e la razionalità? E perché gli altri pensieri sono stati ricollegati al corpo e quindi, in qualche modo, sottovalutati?

BODEI: Il motivo è esplicito, tanto in Platone quanto in Aristotele. Ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi è appunto la ragione. L’uomo condivide con l’animale tutto o quasi: i sensi, la corporeità, e molte volte, secondo le interpretazioni, le passioni e gli istinti. Tuttavia soltanto l’uomo possiede la razionalità. E’ interessante notare come spesso il Centauro, sin dall’antichità greca, fosse considerato simbolo dell’animalità, della forza naturale e del dominio sugli istinti, poiché la natura animalesca veniva limitata dai tratti umani. Oltre il carattere razionale c’è dunque quello irrazionale, ovvero il carattere passionale. Si è sempre manifestato, nello sviluppo del pensiero occidentale, il tentativo di tenere a bada l’elemento animale dell'uomo, privilegiando la razionalità o l’anima che poi, per determinati aspetti, coincidono, rispetto al resto. Il pensiero filosofico moderno, da La Mettrie in poi, è tutto improntato a riaffermare la centralità dei caratteri passionali dell’uomo. La differenza tra animale e uomo sembra infatti solo quantitativa, non più qualitativa. Anche il pensiero non è che un prolungamento della sensazione. D’altra parte il Centauro serve da metafora per capire il fenomeno oramai diffuso della produzione di organismi geneticamente modificati. Tutto questo sta a dimostrare come sia possibile modificare la stessa presunta immodificabilità della natura umana.

STUDENTE: Tradizionalmente l’anima ha goduto di una nobiltà maggiore rispetto al corpo. La superiorità dell’anima può essere giustificata se si considera l’uomo nella dimensione metafisica trascendente. Non è più giustificata se si considera l’uomo in una dimensione immanente, in cui lo strumento principale è il corpo, sofferente e gaudente. Lei quale dimensione predilige? Personalmente e anche in base ai dati.

BODEI: Se si intende l’anima in termini aristotelici, ovvero come una realtà non separabile dal corpo, ma che è lo stesso essere vivente in quanto vivente, si può considerare non esistente la separazione di corpo e anima e “glorificare” il corpo come qualcosa che fa parte di noi stessi ma che non possediamo. D’altra parte, se si estrae l’anima dal corpo e si considera quest’ultima come una sostanza destinata a restare mentre il corpo deperisce, muta la sensazione dell’uomo e si definisce l’anima come un atto unitario ed eterno, perché, essendo l’anima semplice, essa non è più scomponibile, e quindi è immortale. La civiltà attuale preferisce pensare agli individui come esseri dotati di corpo e di passioni. E’ in corso una rivalutazione del corpo e dunque una giustificazione dell’uomo in una dimensione immanente. Il solo rischio è che tale atteggiamento di godimento continuo e a buon mercato possa risultare dannoso e procurarsi in tal modo riserve riguardo agli scopi più importanti del corpo.

STUDENTE: Come è visto il corpo oggi dalla filosofia? Come un qualcosa di negativo oppure da equiparare all’anima?

BODEI: Filosofi francesi moderni come Maurice Merleau-Ponty e Michel Foucault attingono alla “coscienza” come a qualcosa di correlato con il “corpo” nel rapporto originario con il mondo. Il corpo è interpretato come qualcosa da cui l’uomo non può assolutamente prescindere, che lo pone in contatto con il mondo esterno. L’uomo, attraverso i pori del corpo, che nel termine greco originario poroi volevano dire tanto vie d’entrata quanto vie d’uscita, e dunque mediante i propri sensi, si pone in contatto con il mondo. Soltanto il corpo mette l’uomo in contatto con il mondo. Il corpo permette all’uomo l’idea della fedeltà al mondo. Il progetto filosofico di Merleau-Ponty riafferma pertanto la riduzione fenomenologica del nostro essere al mondo e con il mondo. L’uomo non deve trasformare la filosofia in una ex carnatione, ovvero non deve togliere alle cose i loro caratteri sensibili per ridurli all’astrazione dei concetti. Questo progetto filosofico moderno invita l’uomo una volta di più al godimento delle apparenze, all’apprezzamento della corporeità, ossia di quello che non deve essere svalutato come transitorio. La morte del corpo sta a significare la sua importanza. L’uomo deve restare non nel corpo come “macchina”, ma nel corpo come “veicolo di comunicazione”.

STUDENTE: Prendendo spunto da questa struttura del DNA, e analizzando gli effetti delle moderne biotecnologie, con le quali si può volontariamente plasmare il corpo umano, si ravvisa un’assenza di subordinazione tra anima e corpo. L’anima, dunque, non potrà mai essere plasmata. Fino a che punto, a Suo avviso, può o non può essere plasmata l’anima?

BODEI: Le funzioni di organismi viventi possono essere studiate allo scopo di trarne modelli di “bionica”. Si possono studiare altri tipi di modificazione all’interno del corpo. Ne consegue che il corpo può essere plasmato. Una rivista scientifica statunitense recentemente ha scritto che fra cent’anni saremo tutti dei corpi compositi, plurilavorati attraverso inserzioni di tipo tecnico o organi presi da altri corpi. La modificazione dell’anima si ottiene per mezzo dell’educazione. In altre parole, anche l’anima può essere plasmata. Il problema della pubblicità attiene a un diverso ordine di fattori da considerare. La pubblicità é, nell’attuale società, un insieme di attività e di mezzi che attivano al consumo e alla vendita, perché, se non si vende, non si produce, e, fino a che non cambi il vigente modello economico, la pubblicità diventa e diventerà il modo per orientare i consumi. La pubblicità non si basa sul ragionamento, ma sulla seduzione. Richiama l’attenzione del pubblico su prodotti facendoli oggetto di un chiaro e non velato desiderio. In questo modo il desiderio si inflaziona, non avendo più la forza dirompente che gli nasce dall’essere incatenato. La pubblicità non fa altro che moltiplicare il desiderio, se questo è facilmente accessibile attraverso una marca di whisky o un nuovo modello di autovettura.

STUDENTESSA: La filosofia greca, con Socrate prima e con Platone in seguito, considera il corpo una entità eterogenea e come la tomba dell’anima. Perché, se nei riguardi del corpo si aveva questa considerazione, veniva comunque data una certa importanza al culto del corpo defunto?

BODEI: Soma in greco vuol dire cadavere, prima di significare corpo. Tuttavia è indubbio che nella tradizione greca ci fosse una analogia tra soma e sema, ossia tra corpo, soma, e sema, tomba, nel senso di “nuovo”, della “deperibilità del corpo umano”. Il corpo è sempre stato esaltato. Per indicare il corpo, nel periodo arcaico, si diceva chia, ovvero l’“insieme delle membra”. La pittura vascolare greca del “periodo geometrico” mostra sempre un corpo umano atletico, avvolto in un fascio di muscoli assolutamente armoniosi. Non a caso i giochi olimpici nascono nell’Antica Grecia. Platone non disprezza la corporeità in quanto tale, piuttosto coltiva l’idea di un uso buono dei piaceri. In Grecia era diffuso il convincimento che l’uomo non dovesse dissipare sé stesso attraverso godimenti eccessivi. Il corpo deve mantenere la sua misura, perché diversamente si avrebbe una dispersione di potenza e di volontà. In ciò la filosofia orfico-pitagorica e quella aristotelica differiscono dal Cristianesimo.

STUDENTESSA: Se la scienza e le conoscenze attuali hanno dimostrato che il pensiero non è altro che un prodotto del corpo, quindi che l’anima e il corpo sono un tutt’uno, perché in noi si tende ancora oggi a privilegiare l’anima rispetto al corpo?

BODEI: La scienza, a quanto mi risulta, non ha affatto dimostrato questo. Erano i positivisti a dire che il pensiero, o l’anima, stava al cervello come l’urina stava ai reni, riducendo ad altre lettere il “materialismo volgare”. D’altra parte scienziati come il Premio Nobel Gerald Edelman sostengono che il pensiero esiste soltanto nei casi in cui il cervello funziona. Il filosofo e scienziato italiano del passato Cesare Cremonini aveva ordinato che sulla sua tomba fosse scritto Ibi iacet Cremoninus stortus. Qui giace Cremonino tutto intero, ovvero “in anima e corpo”. Non possiamo guardare il corpo senza vedere l’anima, perché si danno alcune cose che sono immateriali. Il concetto di “triangolo” è invisibile. Se l’anima è intesa come “potenza del corpo” si deve arguire che qualcosa in noi resta costante, l’“io” o l’anima che dir si voglia, al di là di qualsiasi trasformazione del corpo, della sensazione, del pensiero. San Paolo di Tarso, a proposito del nobile quesito sul destino dell’uomo, scrive Non omnis confundar. Io non mi confonderò, cioè “Io non mi disgregherò totalmente”, perché c’è qualcosa che resta.

STUDENTESSA: Che ruolo può assumere la morte, considerato che, secondo la filosofia moderna, l’uomo non ha un corpo, ma è un corpo?

BODEI: La morte assume, da un lato, un significato tragico, se si crede che essa sia il nulla e che tutta la nostra esistenza si riduca all’arco biologico, dalla culla alla bara. Dall’altro essa é, come spesso si dice, il “nuovo osceno”. Un tempo l’oscenità, ovvero ciò che si situa fuori della scena, era rappresentata dal sesso. L’industria del “caro estinto” così diffusa negli Stati Uniti, per cui il cadavere viene vestito con i suoi abiti migliori, non è altro che un modo per negare la morte o per allontanarci dalla stessa. La morte resta il grande punto interrogativo della vita di ogni individuo. Il Nunc et in ora dell’Ave Maria esplicita la continua esposizione dell’uomo all’idea di un’improvvisa cessazione del suo essere e delle sue sensazioni. La vita dopo la morte, o, come anche si dice, la “vita oltre la vita”, è assolutamente indimostrata e indimostrabile. L’età moderna banalizza l’idea della morte, semplicemente ignorandola o camuffandola come vita. Conseguenza ne è la “secolarizzazione” in uso oggi, che trasforma il “trascendente” in “immanente”, riportando la vita umana entro l’orizzonte del mondo. Solo attraverso l’immagine della morte noi possiamo ricostruire l’immagine della vita, perché l’una è il rovescio dell’altra.

STUDENTE: Abbiamo compiuto una ricerca su Internet, e ci siamo collegati alla Rassegna Stampa del Sito Web Italiano per la Filosofia (SWIF), a cura dell'Università di Bari. Nel sito si fa riferimento al racconto di Philip K. Dick Do the Androids Dream of Electric Sheep? da cui è stato tratto il celebre film Blade Runner. Nel corso di questo film l’uomo perde la sua umanità e diviene in tutto e per tutto simile al “replicante”, ossia all’uomo meccanico. Secondo Lei, l’uomo può essere paragonato a un “replicante”, nel nostro contesto storico o in un futuro prossimo?

BODEI: Un conto sono i “replicanti” nel campo della finzione. Difficilmente intravedo un futuro, nella realtà, di “replicanti” dalle forme umane. Si è pensato, attraverso alcune biotecnologie, di produrre individui acefali, senza testa, senza cervello, e quindi senza pensiero, di modo che non sorgessero preoccupazioni morali di prelievo degli organi ai fini di un trapianto. In alcuni campi della filosofia contemporanea si cita spesso il termine di token persons per indicare gli individui - gettone (alla lettera: “individui - occorrenza”), che equivarrebbero pressappoco ai  “replicanti” di Dick. Se si realizzasse la clonazione umana, certamente noi avremmo dei “replicanti” nel senso appena detto, ossia degli individui uguali, geneticamente uguali, che comporrebbero una tribù di alter ego. D’altra parte è noto che persino il gemello “omozigoto” - nato dallo stesso ovulo - sviluppa la propria personalità. A questo punto non resta che sapere quali saranno le biotecnologie del futuro e quali vincoli morali si potranno imporre.

Puntata registrata il 6 marzo 2000


Biografia di Remo Bodei

Trasmissioni sul tema Filosofia ed eros

Trasmissioni dello stesso autore

Partecipa al forum "I contemporanei"

Tutti i diritti riservati