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Il Grillo (17/4/2000)

Sergio Givone

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.... né dolcezza di figlio, né la pìeta
 del vecchio padre, né il debito amore,
 lo qual dovea Penelope far lieta
vincer potero dentro a me l'ardore,
ch'io ebbi, a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore.
Ma misi me per l'alto mare aperto,
 sol con un legno e con quella compagna
picciola, dalla qual non fui diserto....

(Dante Alighieri, Commedia, Inferno, Canto XXVI)


 

 

17 Aprile 2000
Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico
"Copernico" di Napoli

SERGIO GIVONE: Mi chiamo Sergio Givone e insegno Estetica all'Università degli Studi di Firenze. Sono qui per discutere con Voi del viaggio come metafora della conoscenza. Direi di visionare, innanzitutto, questa scheda questa scheda introduttiva preparata dalla regia.

La metafora della navigazione in mare aperto, con la lotta contro i flutti e le incertezze del viaggio, ha percorso la storia della filosofia. Essa sembra toccare qualcosa di profondo della condizione umana. Le peregrinazioni alla ricerca della verità e del bene appaiono vicine alle imprese dei naviganti. Vi é il senso di precarietà, il non poter contare su nessun altro aiuto all'infuori del proprio discernimento e dell'intelligenza, la vastità dell'orizzonte. E tuttavia questa metafora può indicare due concezioni lontane del ruolo della conoscenza umana. L'immagine della navigazione in mare aperto suggerisce dopo tutto un paragone con la terraferma, con il terreno solido sotto i piedi, e quindi con l'idea di casa e di patria. Non a caso le immagini dell'appartenenza umana sono legate alla terra. Quindi vi è, in questa visione della conoscenza, la nostalgia o l'aspirazione di qualcosa di più solido e certo del viaggio per mare, di una peripezia del sapere e dell'anima, che segua percorsi tracciati e sicuri. Ma vi é anche un'altra immagine, secondo cui la condizione umana é caratterizzata proprio da questa instabilità e insicurezza, a cui non si oppone alcun territorio fermo, ma il naufragio, l'imperizia, che conduce al fallimento dell'impresa del sapere e della conoscenza. Il pensiero moderno sembra attraversato da questo duplice atteggiamento, nei confronti del viaggio della conoscenza umana, concepito da una parte come qualcosa di imperfetto, a cui cercare di dare ancoraggi ben più sicuri, e accettato, dall'altra, con fiducia nelle capacità umane, a cui é solo illusorio, se non pericoloso o tragico, cercare di abdicare.

STUDENTESSA: Professore, considerando il viaggio come una metafora dell'esperienza mentale, secondo Lei, é più importante la meta, il punto fisso, l'approdo, oppure la stessa esperienza del viaggio?

GIVONE: È il caso di riferirsi alla storia, a sua volta luogo di un grande viaggio. Il viaggio della storia appartiene a due tipologie: é sia movimento verso la ricerca di un approdo, che abbandono, perdita e cancellazione di ciò che eravamo. Sono due immagini di viaggio a cui se ne aggiunge una terza: il viaggio come sperimentazione continua, portato di tanta filosofia moderna e contemporanea. Lo scienziato e filosofo francese Blaise Pascal individuava nel viaggiatore un naufrago che non accetta questa sua condizione, e cerca l'orientamento in un mare aperto, in assenza di segnali da terra o dal cielo, ma sulle tracce dei pochi frammenti di naufragi precedenti. Io credo che il nostro viaggio debba essere proprio questo.

STUDENTESSA: Secondo il mio modesto parere, il viaggio può rappresentare la metafora della vita, dell'esistenza stessa dell'uomo, oltre che della conoscenza. Si può considerare a questo punto la morte come la fine di un viaggio e l'inizio di uno nuovo, oppure semplicemente una tappa del viaggio verso la conoscenza?

GIVONE: Il viaggio può sostituirsi tanto alla conoscenza quanto alla condizione umana. Il viaggio come metafora della condizione umana é il viaggio di chi si sente perduto, di chi sta in mare aperto, di colui che non vede la terra, di colui che é naufragato. Può anche essere il viaggio di chi sa dove sta andando, di chi bordeggia la terra e conosce i confini. L'approdo di questo viaggiatore può anche costituire la fine di tutto. Il viaggio come conoscenza é un'altra cosa. L'uomo é tale perché la sua condizione é quella di colui che si interroga sul suo passato, presente e futuro. Poiché l'uomo si interroga sul suo itinerare, il viaggio assume valore di metafora non solo della condizione umana, ma anche e soprattutto della conoscenza. In quanto metafora della conoscenza, il viaggio é nel cuore di grandi opere filosofiche. A cominciare da Platone, che nel suo dialogo della maturità, Fedone, pensa il movimento del pensiero e dell'anima, e in cui la contemplazione non é mai statica ma invita l'uomo a muoversi verso l'oggetto contemplato. Pertanto nel Fedone conoscere significa viaggiare, o meglio, "volare su una biga alata" verso la verità, verso la bellezza, verso il Bene, verso l'Uno. È un viaggio che si lascia alle spalle il mondo senza disconoscerlo. La Fenomenologia dello spirito di Georg Wilhelm Friedrich Hegel é un'altra opera filosofica pensata sotto forma di "viaggio". Ha infatti il compito di accompagnare la "coscienza" naturale, dai suoi gradi più immediati e poveri fino al riconoscimento del "sapere assoluto". La Fenomenologia é la descrizione del viaggio che la "coscienza" compie nel mondo. Mentre per Platone il viaggio rappresenta l'abbandono del mondo, in Hegel indica la penetrazione nei "labirinti mondani" della storia: il viaggio li attraversa tutti con l'unico filo che é la "coscienza", che si perde nel mondo e perdendosi non fa che riconoscervi sé stessa. nel mondo. Le figure del padrone e del servo, della Libertà, e di Napoleone, che percorrono le pagine della Fenomenologia, sono "altre" dalla "coscienza". La "coscienza" si riconosce in queste figure, sa che é in gioco qualcosa che la riguarda, deve appropriarsi di queste e così diventare "coscienza di sé". La fine del viaggio è rappresentata dall'"autocoscienza", ossia la coscienza di sé propria dell'uomo che si presenta quale identità di "opposti": L'Io - soggetto e l'Io - oggetto sono il medesimo Io che da sé stesso si duplica. Con l'"autocoscienza" la "coscienza" diventa cosciente di sé. L'"autocoscienza" si riappropria del mondo solo quando lo ha attraversato per intero. Il "viaggio" hegeliano é il cammino del pensiero.

STUDENTESSA: La tendenza attuale a settorializzare le conoscenze potrebbe allontanare l'uomo dalla navigazione del sapere e non portarlo a conoscere orizzonti più vasti?

GIVONE: È avvenuto qualcosa nel mondo moderno che ha reso definitivamente impossibile quel sogno hegeliano di cui abbiamo appena parlato. Il sogno via via si realizzava sino a giungere a comprendere la necessità del cammino percorso attraverso le "figure", quando infine la "coscienza" si faceva trasparente al mondo, quando essa si appropriava del "sapere apparente", assolutamente residuale, non razionalizzabile, riconoscendolo come suo. Il sogno di un siffatto viaggio del pensiero é definitivamente tramontato, perché é tramontata l'idea della "coscienza" - dello "spirito" - che possiede la totalità. Gli elementi caratterizzanti l'esperienza della conoscenza contemporanea sono l'ignoto, l'inimmaginabile, la novità. A proposito del novum, della novità, mi piace citare la frase di un filosofo tedesco contemporaneo, Ernst Bloch, il quale ha scritto: "La cosa più difficile da pensare è la novità". Si potrebbe obiettare che il mondo presenta sempre sotto gli occhi qualcosa di nuovo. Il viaggio rappresenta pur sempre l'incontro con la novità, dai viaggi di Ulisse fino a quelli raccontati da Bruce Chatwin. Eppure la novità appare la cosa più difficile da pensare. Questo perché la conoscenza é riconoscenza. Si riconosce solo ciò che già appartiene alla conoscenza. La giustificazione della conoscenza dell'uomo secondo Platone affonda le proprie radici nel profondo dell'anima. Si riconosce ciò che già si possiede. Da questo punto di vista, non c'è un vero incontro con il novum. Se conoscere é riconoscere, ridestare alla coscienza qualcosa che era lì già da sempre, appropriarsi del tutto che é nell'eternità, viene a mancare l'incontro con il novum. Leggiamo, in proposito, il secondo contributo, tratto.

VITTORIO GASSMAN:

                                     "Quando
                                 mi dipartii da Circe, che sottrasse
                                             me più d'un anno là presso a Gaeta,
                                             prima che sì Enea la nomasse,
                                         né dolcezza di figlio, né la pìeta
                                         del vecchio padre, né il debito amore,
                                          lo qual dovea Penelope far lieta
                                        vincer potero dentro a me l'ardore,
                                ch'io ebbi, a divenir del mondo esperto,
                                         e de li vizi umani e del valore.
                                        Ma misi me per l'alto mare aperto,
                                   sol con un legno e con quella compagna
                                       picciola, dalla qual non fui diserto.
                                       L'un lito e l'altro ivi, infin la Spagna,
                                        fin nel Marocco e l'Isola dei Sardi,
                                        e l'altre che quel mare intorno bagna.
                                      Io e i compagni eravam vecchi e tardi,
                                    quando venimmo a quella foce stretta,
                                     dov'Ercole signò li suoi riguardi
                                    a ciò che l'uom più oltre non si metta.
                                    Da la man destra mi lasciai Siviglia,
                                      dall'altra già m'avea lasciato Setta.

                                       (Dante, Commedia, Inferno; Canto XXVI, vv 91 - 111)

STUDENTE: Secondo Lei, è possibile oggi intraprendere un viaggio libero, senza condizionamenti, né morali, né sociali.

GIVONE: Io credo di no. Lo dico non in senso pessimistico, negativo, giacché ogni nostro viaggio é un percorso d'incontro con noi stessi, seppure ancorato ai pregiudizi che ognuno di noi si porta dentro. È perciò vero che ci si dovrebbe aprire all'ascolto dell'altro, capire le sue ragioni, e imparare a guardare il nostro mondo come lo guarderebbe uno straniero. Allo stesso dobbiamo guardare il mondo che non ci appartiene non restando prigionieri del nostro, ma dando luogo a uno scambio effettivo. Occorre quindi liberarsi, almeno in parte, dei condizionamenti, non restarne prigionieri. I condizionamenti rappresentano anche quello che noi siamo, quello che ci costituisce in quanto prospettive sul mondo. Ciascuno di noi é un occhio che guarda, e ogni occhio é diverso dall'altro. Non é una tabula rasa. Non possiamo immaginare di sbarazzarci di tutto ciò che ci portiamo dietro. Ciò che ci portiamo dietro é zavorra, ma é anche lente, filtro, luce, che permette di guardare. L'infante, che non sa, non vedrà nulla. Per vedere, occorre avere visto. Sapendo che guardiamo da un determinato punto di vista e che é un vedere il nostro pre-giudicato, bisogna vedere essendo capaci di prendere le distanze dai propri condizionamenti. Rincorrere l'ideale di uno sguardo assolutamente limpido e non condizionato rischia di accecare e di non farci vedere più niente.

STUDENTESSA: La storia, la mitologia e la letteratura sono colme di esempi di guide dei viaggi: Virgilio per Dante e la Stella Cometa per i Re Magi. Secondo Lei, è sempre necessaria una guida nei viaggi?

GIVONE: Con il termine "guida" si può intendere qualcuno che si impone a noi dall'esterno e ci costringe a dei percorsi che non sono quelli che noi esattamente vorremmo compiere. Questa guida non è necessaria, contrariamente a quella che permette un migliore orientamento. L'orientamento è comunque necessario, anche nei viaggi intesi come esposizione, la più libera possibile, a incontri, a eventi o a scoperte nel segno della casualità. Il viaggiatore si arma sempre di un proprio indirizzo, di una propria direzione culturale. Pensare, secondo Immanuel Kant, significa orientarsi, tra le parole, tra i concetti, tra i pensieri possibili. Pensare significa altresì trovare l'Oriente nel mondo dei pensieri possibili, ovvero trovare quel punto a partire dal quale il mondo cessa di essere caos indistinto, e si lascia attraversare, sapendo verso dove e da dove si viene, e che cosa si cerca. Io temo che senza un orientamento, quale che sia, si viaggi alla cieca.

STUDENTESSA: Abbiamo scelto, come oggetto rappresentativo della puntata, il dipinto più celebre di Jean-Louis-Thèodore Géricault, intitolato Zattera della Medusa. In lontananza si intravede il battello che salverà i naufraghi. Lei scorge nella filosofia contemporanea la possibilità di una salvazione, quindi la possibilità di un naufrago di raggiungere la terraferma?

GIVONE: Il dipinto manifesta un pathos drammatico che chiunque può percepire facilmente, ma anche tutta la sua inattualità. La filosofia contemporanea spesso si è compiaciuta di una certa retorica. Ciò anche perché la letteratura contemporanea l'ha invitata a muoversi in questa direzione. La retorica è quella dell'abbandono a un movimento dove non c'è un inizio, né una fine, ma solo il trascolorare, il trapassare da esperienza in esperienza senza che mai il viaggiatore metta a repentaglio sé stesso. Viceversa il "viaggio", nell'idea filosofica di un tempo o nella pittura dei protoromantici, comporta e deve comportare il rischio estremo. Il "viaggio" così inteso è conseguente alla "perdita" e consiste nella "ricerca della salvezza". Si accosta alle tensioni che si creano tra coloro che partecipano dello stesso viaggio e vivono la stessa drammatica esperienza di "perdita" e di "ricerca della salvezza", termini tutti che appartengono più alla dimensione religiosa che a quella propriamente filosofica. Nonostante sia possibile salvarsi, ciò non toglie che prima possa accadere qualcosa di altamente rischioso, se non addirittura di mortale, come nel caso della Zattera della Medusa. Se viaggiare é questo, se il viaggio comporta un percorso di abbandono del "caro" e di "ricerca" e di esposizione di sé allo "sconosciuto", l'uomo non si contenta di un'apologia del viaggio come metafora del vagabondaggio indolore. D'altra parte, che cosa é il viaggio se non l'incontro con la novità?

STUDENTESSA: Io penso che fare progetti per il futuro significhi, in un certo senso, "navigare". Secondo Lei, vive bene la propria vita colui che decide di "non navigare" e di rimanere ancorato alla terraferma, lasciando che gli eventi lo travolgano senza che il suo "io" intervenga attivamente?

GIVONE: Ne dubito. Consiglierei di vivere diversamente. Occorrerebbe altrimenti approntare gli strumenti adatti per reggere l'urto degli eventi. Oggi il futuro si é allargato smisuratamente. Se in un recente passato l'uomo poteva prevederlo, entro determinati limiti, oggi non é più così. Oggi il futuro é più difficile da pensare. Ciò non significa che attualmente l'uomo deve accontentarsi di una mera acquiescenza alla realtà. L'impensabilità, l'imponderabilità, l'imprevedibilità del futuro non cancellano il tratto essenziale della condizione umana, che è dato dalla "progettualità". Temo che l'uomo che si lascia vivere sia destinato a soccombere. Ma siamo sicuri che solo viaggiando, solo uscendo da noi stessi, esponendoci a tutte le avventure possibili e immaginabili, noi viviamo in modo degno? Blaise Pascal diceva: "Tutti i guai dell'uomo derivano dal fatto che non sa stare un giorno intero dentro la sua stanza". Il viaggio più importante che l'uomo può compiere é quello all'interno di sé; é quello volto alla conoscenza, non tanto del mondo esterno, quanto del mondo interno. L'uomo conosce davvero il mondo esterno solo se prima conosce sé stesso. Allora solo sarà un viaggio privo di pregiudizi e assolutamente smemorato, ma sempre sulla scorta e in compagnia dei libri e dei grandi viaggiatori di un tempo.

STUDENTE: Volevo chiederLe: il viaggio nello spazio, nell'universo, risponde a un tipo di "ricerca" diverso rispetto a quello compiuto sulla Terra?

GIVONE: Io non credo che il viaggio nell'universo sia poi così diverso da uno compiuto sulla Terra. Le condizioni spazio-temporali all'interno delle quali si viaggia restano le stesse. Gli strumenti cambiano, e cambiano incessantemente. La struttura del viaggio rimane identica. Tralascerei di considerare soltanto i viaggi nel macrocosmo o nel microcosmo. Si pensi al "viaggio" di un fisico nucleare nel cuore della "materia". Si pensi ancora al Progetto Genoma, di cui tanto si parla. Il biologo che compie una "discesa" nel "punto germinale dell'essere", che lo porta a toccarlo fisicamente, compie un "viaggio" altrettanto vertiginoso, un "viaggio" di una bellezza e di una profondità incomparabili. Se non é possibile viaggiare fuori di sé senza prima aver fatto un viaggio nelle profondità della propria anima, cosa c'è di più affascinante che un tale viaggio? Charles Baudelaire non era un viaggiatore "inerme", eppure non si era mai mosso da Parigi, la sua città, al fine di scoprirne gli spazi aperti, i labirinti. La propria città può costituire una riserva infinita di sorprese. Dunque io non vedo differenze sostanziali. Il viaggio non deve essere, per così dire, una risposta "pavloviana", un riflesso condizionato agli stimoli delle agenzie turistiche. Il "viaggio" che più si avvicina a una definizione di "ricerca della salvezza" é quello che diventa metafora della conoscenza, o, meglio, conoscenza esso stesso.

STUDENTE: Immanuel Kant diceva che "la terra della verità é circondata da un vasto oceano tempestoso". Secondo Lei, la "verità" può essere intesa come meta di un viaggio?

GIVONE: Vorrei sottolineare tutta l'ambiguità della metafora kantiana da Lei citata. Si conoscono le critiche feroci rivolte da Kant alla metafisica "trascendente", quella cioè tesa al sovrasensibile e all'incondizionato. Mentre da un alto, dunque, Kant invita a restare ancorati alla terraferma, con i piedi per terra, e in stretto rapporto con l'esperienza, dall'altro riconosce che nell'uomo é del tutto naturale l'aspirazione alla conoscenza dell'anima, del mondo (segnatamente per quanto attiene alla possibilità della libertà del volere) e di Dio. Visto che la filosofia é spesso un paradosso, vorrei dire che la "verità" non é tanto il punto d'arrivo, quanto il punto di partenza. "Verità" intesa come "passione" per la "verità". Solo se animati da un desiderio sincero di "verità" , solo se la passione per la "verità" é già dentro di noi, allora possiamo intraprendere il "viaggio" verso ulteriori conoscenze, verso un allargamento dei confini del nostro "sapere". Se c'è la "passione" per la "verità", c'è fin dall'inizio. La verità é all'inizio, non é alla fine.

STUDENTE: Qual é la differenza, se una differenza esiste, fra il "navigare" del filosofo e quello del poeta?

GIVONE: È un "viaggiare" molto diverso. La filosofia ha la forza di strappare la "verità", affermando che il mondo é quello che é, che l'esistenza dell'uomo é fondamentalmente insensata, che l'uomo viene dal nulla e finisce nel nulla. Questa é la dura, amara "verità" della filosofia, questo é il viaggio filosofico. La poesia invece invita a "sognare sapendo di sognare", come avrebbe detto Nietzsche: sognare mondi immaginari, sognare che la vita é vivibile e dopo tutto rinasce dalle proprie ceneri producendo immagini consolatorie di bellezza. Come l'Araba Fenice, l'uccello favoloso d'Arabia che, secondo la leggenda, viveva cinquecento anni, alla fine dei quali si lasciava bruciare in un rogo per poi rinascere dalle sue stesse ceneri. L'inimicizia che si vorrebbe tra filosofia e poesia non può ridursi a una mera metafora che accosta il "vero" al viaggiare filosofico e il "dolce inganno" a quello poetico. Nello Zibaldone Leopardi attribuisce in parte l'infelicità umana al distacco dalla natura, ma, adottando posizioni sensistiche, la considera soprattutto conseguenza della costituzionale fugacità del "piacere". La voluta "inimicizia" tra il "navigare" filosofico e quello poetico può tradursi leopardianamente in una più profonda solidarietà. Tanto la "verità" si mostra attraverso le "dolci menzogne" dei poeti, quanto l'"inganno" può emergere dalla cocciuta fedeltà alla voglia di disincantamento e di asciuttezza dei filosofi.

STUDENTE: Navigando in Internet ho scoperto la poesia Itaca di Costantinos Kavafis. Il poeta neollenico rovescia il rapporto viaggio-approdo e cerca le maggiori esperienze prima di arrivare alla meta. Non é importante Itaca come "meta", ma il "viaggio" in quanto tale, che offre emozioni e senso al "navigare". Lei concorda con questa impostazione?

GIVONE: Concordo assolutamente con la "poetica" di Kavafis. Il poeta ammonisce all'importanza dell'esperienza nel viaggio. Il "viaggio" é alimentato dal fuoco continuo delle esperienze, quella della nostalgia e quella, altrettanto bruciante, dell'attesa. Il viaggio é viaggio, e ciò che vi accade dev'essere preso sul serio, non soltanto strumentalmente, come un modo per passare da un punto all'altro. D'altra parte ciò che v'accade si lascia illuminare, e quindi sperimentare, nella sua "verità" e nella sua "profondità" solo se messo in rapporto con il punto di partenza e quello di arrivo.

Registrazione del 30 Marzo 2000


Biografia di Sergio Givone

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