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Il Grillo (24/4/2000)

Luciano Canfora

Cos'e' una rivoluzione?

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...per definire le rivoluzioni in maniera puntuale ci si dovrebbe riferire a quegli eventi a partire da cui nulla é rimasto uguale, e a cui non è sopravvissuto nessun elemento relativo all’ordinamento, agli assetti e agli equilibri preesistenti...

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Copernico" di Napoli

CANFORA: Buongiorno. Mi chiamo Luciano Canfora ed insegno Filologia greca e latina. La puntata di oggi si intitola Cos'é una rivoluzione?. Prima di aprire il dibattito, vediamo assieme una breve scheda filmata.

"Mileto é afflitta da intestina discordia", scriveva lo storico greco Erodoto. Per intendere discordia, egli usava la parola stasis, che in greco antico significava conflittualità, sedizione, sommossa, rivoluzione, ma anche stasi e immobilità, ossia due concetti che a noi moderni sembrano opposti alla condizione rivoluzionaria. Per la modernità, infatti, una rivoluzione implica il cambiamento radicale di un ordinamento politico e sociale. La parola venne presa dalla rivoluzione delle orbite e dei pianeti, e doveva esprimere l’idea del passaggio da un punto ad un altro ad esso opposto: ciò implica un mutamento totale, e non parziale. La Rivoluzione Francese, ad esempio, abbatté non solo un regime politico, ma interi secoli di storia: essa diede vita ad un nuovo corso degli eventi, ad una "nuova storia". Come già il cristianesimo - che fu a suo modo una rivoluzione -, anche la Rivoluzione Francese annunciò nuovi cieli e nuova terra. Del resto, secondo il filosofo tedesco Karl Löwith, é proprio con il cristianesimo che si afferma la concezione lineare della storia, concezione che, in ultima analisi, fornisce la premessa alle rivoluzioni in senso moderno. Al contrario, per i Greci la storia era circolare e non poteva dare luogo a mutamenti né a rivoluzioni: perché queste ultime potessero accadere, occorreva che il ciclo del cosmo si interrompesse, che fosse sospeso lo scorrere delle cose, costante e sempre uguale a se stesso. Si sarebbe dovuta verificare "l'interruzione della stasi".
La rivoluzione, dunque, contrappone tra loro due mondi diversissimi: quello antico e quello moderno.

STUDENTESSA: Esiste un modello di rivoluzione a cui ispirarsi?

CANFORA: Solo il tempo può dirci se una rivoluzione abbia costituito un modello o meno. Durante i secoli si sono succedute infinite rivoluzioni e sommosse, eppure soltanto alcune di esse hanno rivestito un’importanza e una dignità tali da assurgere a punti di riferimento. Si tratta di referenti sempre controversi e mai definitivi: all'improvviso può accadere che, per ragioni di non difficile individuazione, una rivoluzione che aveva assunto un'importanza epocale venga declassata ad un evento di minore importanza. Ciò non esclude che possa tornare ad essere considerata una svolta nella storia del genere umano. Come si può bene vedere, quindi, non esistono dei modelli frutto di una valutazione oggettiva, a meno che non si tratti di modelli "in movimento".

STUDENTESSA: Lei ritiene che il cristianesimo possa essere considerato una rivoluzione? Cosa pensa dell’affermazione di Löwith citata nel filmato?

CANFORA: Come il cristianesimo fu a suo modo una rivoluzione, così non é detto che un moto rivoluzionario debba presentarsi necessariamente sotto forma di violenza fisica. Quest'ultima, infatti, potrebbe scatenarsi solo in un momento successivo. Una rivoluzione coinvolge tutti gli aspetti della vita: dalla mentalità ai rapporti tra le persone, dalla valutazione di ciò che é bene e ciò che é male alla determinazione dell'autorità. Da parte sua, il cristianesimo ha sovvertito la scala dei valori dell’antichità - fino allora considerati inamovibili - ed ha privato dello scettro i centri di potere all'epoca esistenti. La stessa storia del cristianesimo - dalle origini fino alla divisione delle Chiese in età moderna - é lunga, complessa e tortuosa: basti pensare al difficile adeguamento delle modalità di trasmissione dei contenuti dottrinali cristiani alle categorie culturali proprie degli abitanti dell’Impero Romano, di lingua sia greca sia latina. Per ciò che riguarda le periodiche persecuzioni scatenate nei confronti dei cristiani, poi, bisogna ricordare che nel 361 d.C. l’imperatore romano Giuliano l’Apostata sostenne la sua fede pagana promuovendo un rilancio del paganesimo come religione ufficiale e mettendo a punto un nuovo apparato liturgico. Dopo di lui il conflitto continuò a resistere, e questa volta la violenza fu attuata dai fanatici cristiani nei confronti degli oppositori. E’ a tale periodo storico che va ricondotto il famoso episodio dell’uccisione di Ipazia, filosofa e matematica alessandrina massacrata nella convinzione di agevolare la "Rivoluzione Cristiana", ossia quel cambiamento che il cristianesimo avrebbe dovuto apportare all’intera vita dell’Impero. Oltre a questo va detto che, nonostante il cristianesimo non abbia mai affrontato la questione direttamente, la sua predicazione e i valori ad esso impliciti hanno permesso di abrogare uno degli architravi del mondo antico: la schiavitù. L'affermazione dell'uguaglianza di tutti di fronte alle istanze della fede, infatti, mise in crisi un concezione che fino allora non era mai stata osteggiata, quella che voleva gli schiavi da una parte e i liberi dall'altra. Il processo d'abrogazione della schiavitù nell’Europa cristianizzata durò ancora per secoli, fino ai successi conseguiti da Carlo Magno - proclamato imperatore del Sacro Romano Impero - nella difesa e nella diffusione del cattolicesimo.

STUDENTESSA: In precedenza ha sostenuto che non esiste un modello di rivoluzione, e nella scheda si è affermato che quest'ultima implica una concezione lineare del tempo. Da ciò potrebbe conseguire che, in realtà, una rivoluzione non rappresenta una rottura definitiva con il passato, bensì l’accelerazione di un movimento che preesiste da tempo…

CANFORA: L’idea del tempo é una concezione dell’uomo: il tempo, nonostante il suo indubbio scorrere, resta fondamentalmente una nostra creazione mentale. Possiamo immaginare che consista in un succedersi di eventi ripetitivi o, al contrario, nella misura di un'evoluzione ininterrotta, più o meno accidentata. Chi ragiona nella seconda maniera é anche convinto che certi fatti storici determinino una scossa talmente innovativa da accelerare lo scorrere del tempo. Tuttavia, é difficile non rendersi conto che la considerazione degli eventi rivoluzionari passati da parte dei moderni risulta soggetta agli esiti che i medesimi hanno avuto nella storia. Nel nostro senso comune, ad esempio, la Rivoluzione Francese rappresenta lo spartiacque tra il "vecchio" e "nuovo". Ciò risulta tanto più azzeccato se prendiamo in considerazione l'espressione ancien régime, che venne coniata dai rivoluzionari francesi per connotare in senso negativo il sistema politico e/o socioeconomico della Francia pre-rivoluzionaria. In seguito il termine fu adottato da tutti con la triplice accezione politica, sociale ed economica. I contemporanei alla Rivoluzione, però, non erano tutti dello stesso parere: molti non la tenevano in grande considerazione ed erano convinti che si trattasse solo di una parentesi. Furono gli eventi successivi - i moti che scuoterono l’Europa nel 1830 e nel 1848, la Comune di Parigi del 1871, la Rivoluzione Russa del 1917 - che indussero a rivalutare la portata della Rivoluzione Francese e a considerarla un "evento cardine" della storia moderna e contemporanea. Essa divenne un modello di rivoluzione "esportabile": tale modello, sebbene possa non risultare valido in tutte le occasioni, rimane sempre presente dalle conquiste napoleoniche in poi.

STUDENTESSA: Come oggetto simbolo della trasmissione odierna abbiamo portato un "planetario", rifacendoci all’origine della parola "rivoluzione", nata in contesto astronomico e indicante il movimento dei pianeti intorno al Sole. Lei, invece, ha scelto la "ghigliottina": perché questa decisione?

CANFORA: In realtà, la revolutio descritta dal planetario indica un ritorno al punto di partenza, ossia l'esatto contrario di quel cambiamento irreparabile di cui la ghigliottina é feroce rappresentazione. La ghigliottina, infatti, rende impossibile un qualsiasi ritorno ad pristinum, mentre il verbo latino revolvere - da cui revolutio - significa volgersi in giro, volgersi indietro, ritornare, ricadere. La revolutio, quindi, non indica tanto un cambiamento, quanto piuttosto l’immobilità o il movimento apparente. Cicerone, ad esempio, per indicare le rivoluzioni e i mutamenti politici parlava di res novae, ed intendeva la rivoluzione come un fatto negativo, perché all'epoca una novità veniva considerata come il mutamento di un ordine giusto. La stasis greca, invece, indicava un sommovimento provocato dagli oligarchi al fine di abbattere la democrazia: tutto l’opposto di ciò che oggi pensiamo sia una rivoluzione. La Rivoluzione Francese e la Rivoluzione Russa, ad esempio, posero finalmente le basi per un’evoluzione della società in senso rispettivamente borghese e proletario, e riuscirono a far emergere quelle classi che per troppo tempo erano rimaste ai margini e che ormai risultavano mature per governare. Ecco profilarsi la cesura tra l'idea antica di rivoluzione e quella moderna. Inoltre non bisogna dimenticare che, nell'immaginario, la Rivoluzione Francese è stata a lungo collegata alla ghigliottina - strumento ambiguo perché feroce ed "igienico" al contempo -, tramite cui il dolore è ridotto ad un istante, proprio come la risoluzione del conflitto storico che la concepì. Dopo due secoli possiamo tranquillamente affermare che la ghigliottina non costituì un elemento determinante per quella vicenda storica: le rivoluzioni nascono spontaneamente, come degli stati febbrili, ed il filmato che ci accingiamo a vedere ne dà un esempio significativo.

"Noi stiamo morendo. Abbiamo fame. Moriamo nelle trincee: non si può più tacere. Alla lotta! Scendiamo nelle strade con le bandiere rosse della rivoluzione."
Il manifesto cui si riferiscono queste parole - facente parte del Proclama del 25 febbraio ‘17 - esprime tutto sulla Rivoluzione di Febbraio a Pietrogrado, che non fu organizzata da nessun partito. Gli scioperi ebbero il carattere di una sollevazione spontanea. Quando - sempre il 25 - il Comandante della piazza intervenne per proibire gli scioperi, dovette usare la Guardia Imperiale e provocò 150 morti. I manifestanti chiedevano semplicemente pace ed aumento dei salari, non avevano in mente la Rivoluzione. Questa si innescò per una ragione essenziale: la repressione non riuscì ad ottenere il suo scopo perché, per la prima volta, le truppe mandate dallo zar al fine di schiacciare la rivolta si unirono ai manifestanti stessi. Il 25 febbraio, diversamente da tutte le altre occasioni che si erano succedute nella storia russa, i cosacchi si schierarono con la folla degli scioperanti. Anche i soldati del Reggimento Volinskij passarono dalla parte della rivoluzione, ossia dalla parte degli operai: volevano abbattere il regime che stava portando avanti la guerra.

CANFORA: Questo breve ma significativo frammento rende in maniera esemplare un concetto su cui credo si debba meditare: la Prima Guerra Mondiale é la matrice delle rivoluzioni che hanno cambiato l’Europa, la più importante delle quali é senz’altro quella russa. Quest'ultima ha inizio proprio con un atto di rifiuto del conflitto. Gli scioperi di Pietrogrado e lo schieramento dei soldati insieme ai manifestanti, dimostrarono che il regime zarista non era più capace di garantire la propria sopravvivenza. Questa presa di coscienza bastò ad innescare la rivoluzione, e non si esaurì semplicemente in un'anticamera di quell'insurrezione che imprimerà una svolta alla storia del mondo, datata il 25 Ottobre secondo il calendario giuliano.

STUDENTESSA: Paragonando la rivoluzione ad uno "stato febbrile" intende dare della stessa una connotazione positiva - "rivoluzione" come reazione difensiva del nostro organismo contro gli agenti dannosi -, oppure negativa, perché indice di mancanza di salute?

CANFORA: Era semplicemente una metafora coniata da un profano che sa poco di medicina. Il mio giudizio sulla rivoluzione rimane comunque positivo: è come se l'organismo fosse mobilitato fino all’estremo perché sta attraversando un momento di passaggio a velocità maggiore della norma. Ai tempi in cui i treni erano considerati i mezzi più veloci e a tecnologia più avanzata, la rivoluzione veniva descritta come "la locomotiva della storia". L’idea di rivoluzione - sconosciuta nell’Antichità così come nel Medioevo - si è connotata come un'azione di rottura che rifonda la realtà precedente in base a principi ed istituzioni nuovi. L'azione rivoluzionaria, quindi, subisce una fortissima accelerazione che in seguito si ferma.

STUDENTESSA: Fino a che punto una rivoluzione è in grado di cambiare la società?

CANFORA: Per quanto possa sembrare paradossale, la rivoluzione comincia prima di avere inizio e continua anche quando é terminata. Il poeta italiano Giosué Carducci dedicò alla Rivoluzione Francese il primo di un gruppo di sonetti - chiamato Ça Irà dal titolo di una famosa canzone rivoluzionaria -, in cui descrisse il furore sordo, la rabbia repressa e l’insofferenza generale che regnarono nelle campagne francesi prima del luglio 1789. Si trattava di una situazione insostenibile: la Rivoluzione prese atto di tale stato di cose e dei cambiamenti in corso, li codificò e arrivò a mutarne ulteriormente le forme. Probabilmente queste trasformazioni portarono a commettere degli errori che, a loro volta, demolirono proprio ciò i rivoluzionari intendevano costruire. Tuttavia il cambiamento si radicò talmente nella coscienza diffusa che continuò ad agire anche quando scomparvero le persone che lo avevano provocato. D’altra parte è possibile affermare che sotto ogni cambiamento si nasconde la continuità: gli individui continueranno sempre ad avere pregiudizi, idee, convincimenti erronei, tradizioni, persuasioni religiose, abitudini ed attitudini che non possono essere cancellate completamente. Questi elementi si mescolano alla rivoluzione e il vecchio si ritrova ad abbracciare il nuovo.

STUDENTESSA: In precedenza si è riferito a quei ceti emarginati che, grazie alla rivoluzione, sono arrivati al potere, anche se a volte solo per poco tempo. Affinché una rivoluzione si riveli efficace ha bisogno di partire dal basso o, al contrario, necessita di una guida che agisca dall'alto?

CANFORA: Con "emarginati" intendo quei ceti significativi e produttivi che, tuttavia, non detengono il potere politico. Ogni rivoluzione efficace necessita di una compartecipazione "intellettuale" proveniente dall’alto: lo si può notare con la Rivoluzione Francese, che all'inizio si connotò come una "rivoluzione aristocratica". All'interno delle classi alte possono formarsi delle personalità che abbracciano il nuovo, lo guidano e alla fine ne rimangono travolte. Si pensi, ad esempio, alla figura di Honoré-Gabriel Riqueti, conte di Mirabeau, il quale, benché nobile, fu eletto deputato del Terzo Stato d’Aix. Dapprima egli sostenne i principi rivoluzionari con brillante oratoria, in seguito ai successivi sviluppi, però, ne divenne un aspro oppositore. Gli intellettuali che hanno guidato le Rivoluzioni Comuniste o Socialistiche del nostro tempo appartenevano alle classi più elevate: essi avevano compartecipato delle forme di educazione più raffinata ed impegnativa che l’assetto sociale dell’epoca poteva elargire. Spesso l’alto e il basso risultano essere due elementi inestricabili ai fini di un'efficace sommossa. Se affidata ciecamente agli istinti di un gruppo sociale esasperato, la rivoluzione ha corto respiro; per converso, un gruppo di intellettuali privo di una base cui rivolgersi si ritrova a combattere senza una reale prospettiva.

STUDENTESSA: Per quanto riguarda le teorie relative all'origine delle rivoluzioni - alle loro cause scatenanti -, ho trovato molto interessante l'ipotesi di Tocqueville, il quale sosteneva che difficilmente i moti rivoluzionari scaturiscono da un inasprimento dell’oppressione. Questa tesi si pone in netto disaccordo con quella sostenuta da Karl Marx: qual è il Suo parere in proposito?

CANFORA: Tra le due tesi non sussiste una reale contrapposizione. Nelle sue critiche e nelle pagine degli Annales, François Furet - storico francese e grande interprete della Rivoluzione del 1789 - ha sempre posto l'accento sul fatto che il riformismo di Luigi XVI stava manifestandosi in maniera compiuta proprio alla vigilia della Presa della Bastiglia e della convocazione degli Stati Generali. In realtà, le spinte di carattere riformistico del sovrano francese nascevano dalla percezione della debolezza del proprio tradizionale potere assoluto. Tale percezione, avvertita anche dal popolo, si unì all'insostenibilità della situazione esistente: questi due elementi si fusero e fecero esplodere un evento rivoluzionario di carattere epocale.

STUDENTESSA: Lei crede sia possibile che alcune riforme - miranti a rafforzare un sistema già esistente - si trasformino fino a divenire dei veicoli rivoluzionari?

CANFORA: Certamente. Quando il Comitato Provvisorio - eletto dalla Duma aggiornata dallo zar Nicola II - e il Soviet degli Operai e dei Soldati di Pietrogrado si accordarono per nominare un governo che garantisse le libertà civili e politiche e convocasse un’assemblea costituente, era chiaro a tutti che lo zarismo stava per finire. Promuovere l’incrinatura di un assetto a carattere autocratico significa anche segnalare all’esterno che quello stesso sistema é in crisi. La suddetta riforma mirava a prevenire la rivoluzione, a toglierle alimento, mentre in realtà finì con l'accelerarla. Non é detto che debba sempre essere così, ma l’esperienza storica ci insegna che fenomeni del genere possono accadere.

STUDENTESSA: Lei crede che valori come la fratellanza e l’uguaglianza accompagnino sempre una rivoluzione, oppure ritiene che quest'ultima miri ad un semplice sovvertimento dell’ordine?

CANFORA: La rivoluzione non inizia necessariamente servendosi di un programma definito, anche se quella Francese si rivelò fondamentale proprio perché i suoi programmi furono tali. Una rivoluzione che si presenti con un programma carente di linee guida risulta impossibilitata a conquistare i consensi e le coscienze.

STUDENTESSA: Se l’idea rivoluzionaria entra in crisi, la rivoluzione stessa é destinata ad essere considerata una "forzatura" della storia?

CANFORA: La rivoluzione é necessariamente una forzatura della storia e non si presenta mai come un’ipotesi: essa accelera i tempi, smantella rapidamente ciò che vi è di tradizionale e che si perpetua da secoli. Oggi, ad esempio, si tende ad interpretare la Rivoluzione dell’Ottobre del 1917 come un "colpo di Stato", sostenuto dal ruolo dei bolscevichi e attuato per la conquista del potere da parte del proletariato. Vero é che, nel linguaggio comune, un colpo di Stato é cosa ben diversa dalla rivoluzione. Sbagliata o meno che sia questa diagnosi, la Rivoluzione Russa - vecchia di quasi un secolo - continua ad essere interpretata in modi differenti, anche perché lo Stato che ne nacque è caduto dopo circa 70 anni. Molti esegeti coevi di Napoleone operarono lo stesso tipo di analisi quando terminò l’esperimento rivoluzionario bonapartista. Gli storici e storiografi a noi contemporanei sanno che una delle forzature della storia consiste proprio nell’attitudine sovvertitrice della rivoluzione, che di norma abbatte gli ordini prestabiliti tramite l'uso della violenza. La capacità di durare di una rivoluzione dipende dagli effetti diretti o collaterali che tale forzatura riesce a produrre.

STUDENTESSA: Il definire la rivoluzione come una "forzatura", però, potrebbe implicare che le conseguenze derivate dai moti rivoluzionari sarebbero occorse anche senza il loro insorgere.

CANFORA: La Sua domanda andrebbe rivolta ad un profeta di tipo particolare, capace di guardare nel passato invece che nel futuro. Forzatura potrebbe sembrare un termine negativo, sebbene non lo sia: Antonio Gramsci affermava che si produce una forzatura "quando la situazione può marcire". L’intervento di un gruppo di uomini - persone capaci e rivoluzionari lungimiranti - può accelerare, tramite l'azione concreta, un processo che altrimenti rimarrebbe bloccato. La parola "forzatura" sta anche ad indicare una spinta verso una determinata direzione. Per quel che mi riguarda, con "forzatura" voglio intendere un processo quasi sempre violento ma con esiti positivi, giacché lascia i suoi frutti nella storia e nel tempo. L’esproprio e la vendita dei privilegi feudali durante la Rivoluzione Francese, ad esempio, si dimostrarono senz’altro una forzatura, perché si trattava di imprimere una certa accelerazione alla storia. Successivamente ci si rese conto che alcuni privilegi andavano eliminati in via definitiva, mentre altri potevano essere restaurati e ripristinati.

STUDENTESSA: Lei crede che i Paesi che hanno vissuto delle rivoluzioni abbiano intrapreso un cammino più rapido verso la democrazia?

CANFORA: Certamente sì, anche se questo punto di vista non piace agli storici di ispirazione liberale, i quali si ostinano a negare che la Rivoluzione Francese abbia accelerato i processi democratici. Se si decide che la democrazia è presente laddove il potere é detenuto dalle classi non possidenti, allora la Rivoluzione Francese ha costituito un architrave, una pietra miliare nello sviluppo dei principi democratici. Io credo che la Rivoluzione Francese rappresenti a tutti gli effetti il caposaldo della storia democratica d’Europa.

STUDENTESSA: Qual é il Suo pensiero riguardo alle altre grandi rivoluzioni della storia, ad esempio quella Americana?

CANFORA: Le Rivoluzioni di cui abbiamo parlato - in particolar modo quella Francese e quella Russa - non costituiscono un semplice fatto nazionale. Esse, infatti, non possono rimanere circoscritte all'interno del territorio in cui sono fisicamente avvenute perché hanno mostrato un'efficacia immediata a larghissimo raggio. La Rivoluzione Russa, ad esempio, é considerata a ragione la "prima rivoluzione del Terzo Mondo", poiché ha contribuito ad avviare la ribellione delle colonie nei confronti dei grandi imperi. Dal canto suo, la Rivoluzione Francese ha riscosso un'eco immediata in Italia, in Germania, nei Paesi Bassi, in Spagna e perfino in Russia: il goffo e sensibile protagonista del romanzo Guerra e Pace di Lev Tolstoj, rimane invasato da quelle idee rivoluzionarie penetrate nell’alta società moscovita nel 1805, alla vigilia della guerra contro Napoleone.

STUDENTESSA: Per quale ragione il termine "rivoluzione" viene utilizzato in relazione ad eventi piuttosto recenti e non si riferisce mai alle sommosse precedenti il Seicento?

CANFORA: Come abbiamo già avuto modo di accennare, pure il cristianesimo può essere considerato a tutti gli effetti una rivoluzione, anche in virtù dell’interpretazione che ne é stata data a partire dal Seicento. Senza dubbio sussiste una cesura tra l’antichità e la modernità che si suole far partire proprio dal XVII Secolo. La modernità comincia nel Seicento per molteplici ragioni, non soltanto politiche, ma anche scientifiche: le dottrine di Galileo e Francis Bacon, ad esempio, concorreranno a fondare la "Nuova Scienza". Il grande Stato Nazionale, poi, si viene forgiando durante la Guerra dei Trent’Anni, andando così a formare il quadro in cui si produrranno le moderne rivoluzioni.

STUDENTESSA: Attraverso una ricerca per aree tematiche effettuata su Internet, ho trovato un sito in cui si afferma che "le grandi rivoluzioni violente sono come dei terremoti, i quali non solo distruggono - in un brevissimo lasso di tempo - quanto incontrano nelle vicinanze del loro epicentro, ma il cui raggio di azione si va estendendo ad ondate successive di sempre maggiore ampiezza, fino a produrre ulteriori scosse molto lontane dal punto di partenza. Allo stesso modo, le ondate rivoluzionarie si riproducono nel tempo come i sismi nello spazio". Qual è il Suo parere al riguardo?

CANFORA: Si tratta di una definizione molto olimpica, serafica e descrittiva che, sostanzialmente, afferma l'ovvio. Le rivoluzioni, al pari dei terremoti, sono fenomeni che sconvolgono l’ordine esistente e hanno effetti in grado di riprodursi nel tempo, ma svincolati dal punto di partenza. Personalmente ritengo che un'affermazione del genere esprima un po' poco, dato che non riesce ad operare una reale distinzione tra le mutazioni fondamentali della storia umana e i semplici sommovimenti. La Rivolta di Mileto raccontata da Erodoto - il quale già in età classica si conquistò la fama di "padre della storia" - è, se si vuole, una rivoluzione, le cui conseguenze hanno però interessato un’area di modestissima entità. Per definire le rivoluzioni in maniera puntuale ci si dovrebbe riferire a quegli eventi a partire da cui nulla é rimasto uguale, e a cui non è sopravvissuto nessun elemento relativo all’ordinamento, agli assetti e agli equilibri preesistenti.

Puntata registrata il 3 Marzo 2000, messa in onda del 24 aprile 2000

Siti Internet sul tema

Rivoluzione Francese - cronologia
http://flesh.goldnet.it/www.cronologia.it/
mondo40.htm

Modern History - syllabus and links
http://academic.brooklyn.cuny.edu/history/
dfg/core/c4dg-syl.htm

Rivoluzione Russa - cronologia
http://flesh.goldnet.it/www.cronologia.it/
mondo24b.htm

Internet Modern History Sourcebook
Russian Revolution
http://www.fordham.edu/halsall/mod/
modsbook39.html

 

 


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