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Il Grillo (3/5/2000)

Vincenzo Caianiello

Retorica e politica

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3 maggio 2000  
Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Copernico" di Napoli

CAIANIELLO: Mi chiamo Vincenzo Caianiello e sono docente di Economia all’Università L.U.I.S.S. di Roma. Argomento della puntata odierna è "Retorica e politica". Vediamo una prima scheda filmata.

Quante volte si sente dire che i politici sanno solo parlare, che la politica non serve a nulla, che è lontana dai fatti concreti, che è solo retorica. In queste considerazioni, oltre alla tipica forma di qualunquismo, che percorre l’opinione pubblica dei nostri tempi, cogliamo anche un significato moderno della parola retorica, un significato interamente negativo, sinonimo di oratoria falsa e ingannevole. Non sempre la retorica è stata intesa in questo modo. Aristotele, ad esempio, già rimproverava Platone di possedere un concetto un po’ superficiale di retorica. La retorica non si deve necessariamente intendere come un mezzo per abbellire il discorso e far passare i messaggi non veritieri. Si può intendere anche come un mezzo per spiegare meglio come stanno le cose. Nella politica e nell’agire umano non è facile trovare fatti in sé e per sé evidenti. La politica non è una scienza esatta, perciò ha bisogno di consensi più che di riscontri. In questa prospettiva si può capire l’importanza della retorica, se concepita non come pura tecnica di persuasione, ma come un ausilio alla ricerca dell’accordo politico. La saggezza antica non a caso la poneva accanto alle altre scienze pratiche. Etica e politica. Solo il mondo moderno, avendo, nella sua esasperazione tecnicista, nettamente separato politica e retorica, si ritrova a concepire la retorica come pura e semplice tecnica oratoria e la politica come pura e semplice tecnica amministrativa. Su queste basi non è un caso nemmeno che la politica contemporanea soffra di una crisi del consenso così profonda. Si prendano, ad esempio, i governi europei. Tra infiniti problemi e non poche carenze stanno però riuscendo a realizzare il progetto forse più importante nella storia di questo secolo: unificare un continente, dilaniato in passato da guerre e divisioni. Eppure non riescono a trasmettere all’opinione pubblica alcuna passione. Perdono consenso, e spesso diventano impopolari. In questo quadro non sarebbe utile una certa capacità retorica? Se non quella di un Pericle o di un Giulio Cesare, almeno quella di un Roosevelt o di un Mandela?

STUDENTE: Lei non pensa che nella politica moderna la retorica non venga più intesa come l’arte dell’eloquenza o come la disciplina del linguaggio parlato, scritto e spiegato, bensì quale ricerca dell’effetto e sostegno dell’utile di pochi?

CAIANIELLO: Lei ha ragione nel fare questa considerazione sulla trasformazione della retorica, da strumento a fine. La retorica, essendo appunto l’arte del discorrere e del comunicare, è uno strumento nella testa di chi parla. Capita invece che spesso venga interpretata non come uno strumento, ma come il modo per governare, per imporre le proprie idee agli altri. La diversa utilizzazione della retorica non è soltanto di questa epoca storica e dipende dal tipo di regime che governa. Il regime democratico ha un differente modo di concepire la retorica rispetto a quello autoritario. Se si raffrontano politica e retorica, di entrambe si dice che sono "arti". La politica è l’arte e la scienza di governare. La retorica è l’arte e la scienza di comunicare. L’arte solitamente sfugge alle regole, mentre le scienze, come si sa, dovrebbero averne. Mentre in democrazia la retorica serve o dovrebbe servire a chiedere l’investitura al governato da parte del governante, nelle dittature essa procura il consenso. Nelle democrazie la retorica fa leva sul momento genetico dei poteri. In un regime totalitario, invece, la retorica tende ad imporsi come il "metodo" che è in grado di eliminare ogni voce di dissenso. Vediamo questo breve filmato tratto da una celebre tragedia di William Shakespeare, il Giulio Cesare. Subito dopo ne illustrerò brevemente il significato. 1@

MARCO ANTONIO: Ancora ieri la parola di Cesare avrebbe potuto far fronte al mondo. Ora egli è steso qui e nessuno si stima tanto modesto da rendergli onore. Oh, amici! Se io fossi disposto a eccitare i vostri cuori e i vostri animi alla rivolta, farei gran torto a Bruto e a Cassio, che sono, come sapete, uomini d’onore. Ad essi non voglio far torto. Preferisco far torto al defunto, a me stesso, a voi, piuttosto che a questi uomini d’onore. Eppure ho qui una pergamena col sigillo di Cesare. L’ho trovata in camera sua. È il suo testamento. Non intendo leggerlo. Non siete di legno o di pietra. Siete uomini e, tali essendo, l’ascoltare il testamento vi infiammerebbe fino al furore. È bene che non sappiate di essere i suoi eredi, perché, se lo sapeste, chissà che potrebbe accadere.

POPOLO: Vogliamo udirlo. Antonio, devi leggere il testamento di Cesare

MARCO ANTONIO: Volete avere pazienza? Volete attendere un poco? Sono andato troppo in là parlandone. Temo di far torto agli onorevoli uomini che hanno pugnalato Cesare. Lo temo molto.

POPOLO: Altro che onorevoli, traditori sono! Sì, traditori! Non sono che traditori! Il testamento! Il testamento. Leggete il testamento! Furfanti, assassini! Assassini!

CAIANIELLO: Le parole di Marco Antonio dimostrano che, utilizzando artificiosamente la retorica, si riesce a capovolgere la situazione politica. Lo stesso popolo, che aveva esultato di fronte alla salma di Cesare, cambia improvvisamente posizione e si porta dalla parte dei sostenitori del dittatore romano assassinato. Questo, più che un modo per prospettare contenuti, è un accorgimento per strumentalizzare la retorica premendo sui sentimenti e sulle emozioni altrui.

STUDENTE: Non Le sembra che nella politica moderna ci sia un abuso di retorica?

CAIANIELLO: Direi piuttosto che è in atto il disfacimento di quello che un tempo era un codice comportamentale nell’agone politico. Io ricordo la caduta del fascismo, che della retorica aveva fatto il suo cavallo di battaglia, trascinando il popolo italiano nella tragedia, e la nascita dell’Italia repubblicana in cui si accattivava l’elettorato in senso positivo, dimostrando l’assoluta bontà degli istituti democratici. Ripeto, il regime dittatoriale tende a conquistare il consenso, mentre la democrazia mira ad ottenere l’investitura. Quella della democrazia è piuttosto un’opera di persuasione. Il sistema rappresentativo democratico mira alla "ragione" degli elettori, quello totalitario alla loro "emozione". La funzione politica è attualmente in fase di regressione perché il corpo oligarchico non si preoccupa più di comunicare con il corpo sociale governato. La democrazia non è soltanto comunicazione da parte di chi vuole l’investitura o rende conto del proprio operato, ma è anche conoscenza dei problemi reali che partono dal corpo sociale. In realtà il corpo sociale si sente accantonato, messo da parte.

STUDENTESSA: La disaffezione dei giovani alla politica potrebbe essere causata da una retorica poco comprensibile o poco attinente alle loro esigenze?

CAIANIELLO: Certamente, quando la retorica è un dialogo fra iniziati, fra individui che parlano fra di loro o, peggio, che si parlano addosso. Tutto sta ad evitare un circolo vizioso che, apertosi, riproduce un rapporto insoluto tra governanti e governati. I giovani devono cominciare, in tutte le sedi possibili, a far valere la loro opinione. Non Vi aspettate che gli altri Vi diano l’autorizzazione a parlare. Dovete prenderVela, purché sia consapevole, argomentata, dialogata, e non sia perentoria e assolutista. Questa è la prima espressione di una rinascita della democrazia.

STUDENTESSA: Fin dai tempi più antichi la retorica, divenuta ben presto ateniese e poi romana, ha assunto un ruolo fondamentale nella formazione del giovane. Perché quest’arte, così importante per tanti secoli, si è andata perdendo e anzi ha assunto un’accezione negativa se si guarda al corso degli ultimi decenni?

CAIANIELLO: Bisogna cominciare anche a capire le diversità e a contestualizzare i problemi. Il contesto, peraltro ristretto, nel quale il mondo antico si muoveva, e nel quale la retorica veniva utilizzata, registrava un accesso fortemente limitato dei giovani alla cultura e all’istruzione. Attualmente, a fronte di un’estensione della cultura e dell’istruzione, implicante la scolarizzazione di massa, emergono meccanismi nuovi e nuove metodologie con le quali dovrà cominciare a fare i conti colui che è portatore di una ideologia ancora e in parte d’élite, dunque di difficile adattamento a una situazione di istruzione allargata anche se più selettiva.

STUDENTESSA: Lei non crede quindi che la retorica, sia essa intesa positivamente che negativamente, sia pur sempre uno strumento nelle mani di chi vuole prevaricare l’altro?

CAIANIELLO: Purtroppo sì, e questo rende ancora più urgente e necessario il massimo controllo possibile da parte del corpo sociale che non vuole essere strumentalizzato. Un esempio di strumentalizzazione del popolo per fini di potere è dato dal processo che subì Gesù ad opera dei gruppi più influenti della comunità ebraica dopo che questi erano stati delegati a giudicare in nome dell’autorità romana e del governatore Ponzio Pilato. Quello, più che un popolo, era una folla inferocita, e resa emotiva dai condizionamenti dovuti alla retorica e non ad una consapevole appropriazione del proprio potere. I politici esercitano una sovranità di cui Voi, noi, tutti quanti, il popolo, siamo i titolari. La sovranità non appartiene al governante, ma al governato. Si può rimuovere la strumentalizzazione che è in corso della retorica e che convoglia il popolo verso i fini che più interessano la oligarchia dominante se solo Voi giovani, titolari della sovranità, fate sentire ancora la Vostra voce per comunicare le Vostre aspettative e le Vostre esigenze.

STUDENTE: Al giorno d’oggi si assiste non già tanto a un operare della retorica, quanto alla fortuna delle cosiddette "ricerche di mercato" per ammaliarsi il consenso della popolazione. Si ricercano così le parole che più colpiscono la suscettibilità dell’individuo. Lei è d’accordo?

CAIANIELLO: Non è un dato che appartiene solo a questa realtà sociale. Abbiamo visto come ciò sia accaduto anche in altre epoche storiche. Oggi l’enfasi retorica del politico è maggiormente avvertita, perché gli strumenti di comunicazione entrano quotidianamente nelle nostre case esercitando una pressante forte funzione di persuasione. Occorre che ciascuno di noi sviluppi in sé stesso il senso critico, senza che ciò si traduca nel divieto e nella proibizione della parola altrui. Solitamente il termine "democrazia" designa il pluralismo, ovvero una costellazione di regimi che realizzano il massimo dialogo con il maggior numero possibile di soggetti politici. In realtà proprio i cittadini sono, in prima battuta, i rappresentanti della soggettività politica. All’epoca in cui nacque questa nostra giovane democrazia, e cioè nel dopoguerra, lo strumento di comunicazione era rappresentato dal comizio elettorale, che aveva un suo retroterra nelle adunanze oceaniche della passata dittatura fascista. Quei comizi, se da un lato riproponevano i toni della passata enfasi retorica, dall’altro invogliavano un maggior numero di cittadini a diventare elettori e a voler partecipare alla vita politica attiva. Attualmente, per ragioni di eguaglianza, tutti dobbiamo diventare elettori e tutti siamo destinatari di messaggi, anche inconsapevolmente. È opportuno allora tornare all’idea per cui la politica è una missione. Se in Germania si sostiene che "la partecipazione alla vita politica attiva è una missione", si deve dedurre che, per partecipare attivamente alla vita politica del proprio Paese, occorre aver sviluppato anzitutto il proprio senso critico.

STUDENTE: La disaffezione dei giovani alla politica non può essere anche dovuta al fatto che di tutti i Governi già provati nessuno ha portato all’utilità e alla felicità comune?

CAIANIELLO: La "felicità comune" è un mito, o piuttosto un "punto di arrivo ideale". Fino a quando vi sarà la condizione umana non sarà possibile pensare a una felicità. Il corpo politico deve operare delle scelte che persuadano, dare delle risposte persuasive, tra le numerose istanze che muovono dal corpo sociale. Il tema delle pensioni è uno dei più scottanti e dibattuti. La risposta politica risulta allora persuasiva quando alla limitazione delle pensioni corrisponde effettivamente un incremento dell’assistenza e dell’istruzione. Un Governo, per essere accettato, deve dare risposte persuasive e ragionevoli, bilanciate fra le varie esigenze che muovono dal corpo sociale.

STUDENTE: Lei crede che la tecnologia, come quella televisiva e radiofonica, abbia contribuito a che la retorica avesse un maggiore effetto?

CAIANIELLO: Personalmente non credo che la televisione abbia contribuito a sviluppare la retorica. È importante il modo in cui viene fatta la comunicazione, ovvero se è persuasivo e ricercatore di argomenti validi. In realtà nella televisione si assiste non tanto a un discorso diretto al corpo sociale, ma a un dialogo fra iniziati. A mio avviso il mezzo televisivo, più che esaltare la retorica, finisce per deprimerla o per renderla inutile. Un tempo uno dei modi per divertirsi era quello di recarsi ad un comizio, quale che fosse, politico, elettorale o di quartiere. La televisione attualmente esercita un potere negativo, che induce alla stanchezza e al fastidio più che all’acquisizione, al buon senso e alla persuasione, la quale, il più delle volte, è imposta.

STUDENTE: È sempre uno strumento che aiuta a "catturare" molto più del comizio.

CAIANIELLO: Ancora una volta il senso critico aiuta a far ragionare gli individui, sempre che vogliano difendersi dall’imposizione del messaggio televisivo.

STUDENTESSA: Lei non pensa che la televisione e i mass media abbiano contribuito a svelare il vero volto di alcuni regimi totalitari? Ripensando al tambureggiare di informazioni che ha riguardato Slobodan Milosevic e il suo regime durante l’intervento armato in Kosovo, Lei non crede che i mass media abbiano altresì contribuito alla stanchezza di un popolo e al disinteresse dei giovani?

CAIANIELLO: Vi sono da considerare le diversità di utilizzazione e di condizionamento dei mass media. I regimi totalitari, come quello di Milosevic, tendono a pilotare il mezzo televisivo, più che a utilizzarlo come è prassi nei sistemi democratici. Questa è una forma dittatoriale, anche più efficace, di manipolazione della realtà. Un tempo, quando non c’era la televisione, nei regimi dittatoriali si usava proibire qualsiasi messaggio, dispaccio, o altro tipo di informazione, che non provenisse dai canali dell’ufficialità. Pertanto non credo che in questo senso lo strumento televisivo si sia rivelato migliore degli altri.

STUDENTESSA: Il caso Bill Clinton, il Sexgate, non ha dimostrato ancora una volta che i mezzi di comunicazione possono influire enormemente sulle scelte politiche ed elettorali di un Paese?

CAIANIELLO: Se si estrapola l’aspetto boccaccesco della vicenda, io credo che il Sexgate non abbia prodotto alcun effetto immediato sugli elettori, se non quello di attirare l’attenzione del pubblico televisivo e far registrare audiences più alte. In democrazia la regola migliore è l’alternanza. L’alternanza è garanzia di democrazia. Se, per tornare alla Sua domanda, il partito di Clinton dovesse perdere le elezioni, probabilmente è perché gli americani sanno che non bisogna mai lasciare allo stesso posto per troppo tempo una stessa formazione politica, e non per qualche recondita influenza dei mass media sull’elettorato riguardo al Sexgate.

STUDENTE: Abbiamo scelto il cobra in quanto animale molto affascinante ma altrettanto subdolo. Il cobra simboleggia l’accezione negativa della retorica attuale. Lei concorda con questa nostra scelta? 2@

CAIANIELLO: Vi spiego perché non sono d’accordo con la Vostra scelta "simbolica". Mentre quella attuale è una retorica bolsa, fine a sé stessa, non tendente a persuadere, ma soltanto a tacitare e a marginalizzare le opinioni degli altri, il cobra è piuttosto l’incarnazione simbolica della seduzione e del capovolgimento della storia dell’uomo. Se è vero che incarna il nemico, colui che riesce a competere con Dio, il serpente nel messaggio biblico simboleggia anche una spiccata valenza retorica, in quanto riesce a mettere l’uomo contro Dio. Gli attuali retori, coloro che utilizzano il mezzo televisivo e le interviste, sono soggetti che convincono poco. Proprio la disaffezione alla politica denota che noi oggi non abbiamo a che fare con un cobra, ma con qualche essere che non ha la stessa intelligenza, e che quindi utilizza la retorica erroneamente e senza la medesima raffinatezza.

STUDENTE: Quindi Lei pensa che la figura del cobra possa essere attribuibile più alla retorica di un Mussolini o di un Hitler, che a quella di un D’Alema o di un Berlusconi?

CAIANIELLO: Non voglio personalizzare l’assunto né, tanto meno, riferirmi a personaggi attuali. Io farei un distinguo tra il carattere prettamente sanguinario della dittatura nazista e il tratto distintivo illiberale di quella fascista. Le leggi sulla razza, una delle pagine più nere della nostra società contemporanea, furono fatte da Mussolini unicamente per scimmiottare Hitler, e non perché il primo vi ci credesse. Hitler e Mussolini, più che tendere a persuadere le masse, muovevano a sopraffarle, a sollecitare le loro spinte emotive. Il cobra, il serpente della Bibbia, tende a ragionare con Eva per convincerla a fare qualcosa che alla fine riesce ad ottenere. Il cobra si rivolge alla ragione, sia pure distorcendola verso il male. Hitler e Mussolini si rivolgevano unicamente all’emotività, spingendosi a sollecitare i desideri più biechi e più bassi. Il cobra è una figura che mantiene la sua dignità nel male. Non credo che gli attuali governanti abbiano le stesse capacità del cobra.

STUDENTE: Ripensando al Processo a Cristo e agli effetti sulle masse del nazismo e del fascismo, è possibile che un uomo oggi possa utilizzare la retorica nello stesso modo in cui è stata usata nel passato e conseguire lo stesso risultato disastroso?

CAIANIELLO: Oggi sono altre le preoccupazioni. Queste preoccupazioni vengono dai poteri cosiddetti "forti", dai poteri "tecnocratici", poteri in grado di ottenere gli stessi risultati che ieri potevano conquistare i politici attraverso la retorica. Il politico oggi non può più nascondere le cose che accadono. Viviamo in periodi di mezzi telematici, di conoscenze "in tempo reale." Ecco perché oggi la politica deve riacquistare un suo ruolo, in modo da evitare di essere sopraffatta dagli strumenti tecnologici di cui si avvalgono i poteri cosiddetti "forti" del settore economico.

STUDENTESSA: Può essere che, proprio a causa di queste cose, noi giovani tendiamo a sfuggire la politica?

CAIANIELLO: Voi potreste essere succubi di questa forza meccanicistica, che proviene da un sistema che vive da solo e che non conosce scelte. La politica, al contrario, è l’arte della scelta e del bilanciamento fra le esigenze che si agitano in un corpo sociale. La paura che ravviso non è tanto quella rivolta alla politica in quanto tale, ma del politico che si rende schiavo e succube di un potere economico occulto. Dato questo contesto storico, diventa più urgente il non allontanamento dalla politica, di modo che l’elettore sappia trovare quell’eletto capace di sottrarsi alle suggestioni dei poteri occulti.

STUDENTE: In seguito a un’attenta ricerca su Internet, i miei compagni ed io abbiamo scelto di presentarLe il sito di Nelson Mandela. Io credo che Mandela sia stato un uomo politico che ha fatto della retorica una ragione per far valere i diritti della maggioranza nera presente in Sud Africa. Quali crede che siano state le caratteristiche che hanno permesso a Mandela di ottenere questi importanti successi politici? 

CAIANIELLO: Il successo di Mandela è innanzi tutto quello di avere pagato di persona il proprio credo. E non solo. Ne ha guadagnato in credibilità, che in democrazia significa professare la propria idea con testimonianze concrete.

Puntata registrata il 7 marzo 2000

Biografia di Vincenzo Caianiello

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