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Il Grillo (1/1/1998)

Giovanni Billia

Che cos'è lo stato sociale?

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Billia: Mi sono laureato in Ingegneria. Avevo capito, credo, abbastanza - siamo negli anni Sessanta - che l'America diventava un centro di sviluppo molto competitivo con l'Italia. Ho vinto una borsa di studi, sono andato in America, ho studiato Informatica, quando in Italia ancora non si sapeva cos'era. Dopo sono stato all'ENI, nei petroli, cinque anni, cinque anni all'IRI, e poi, perché sapevo abbastanza bene l'informatica, anzi ero uno dei pochi che ero stato negli Stati Uniti, sono stato chiamato dalla Previdenza Sociale, prima come consulente poi come Capo dell'Automazione. Il tema che mi hanno dato era di sviluppare un sistema che facesse il controllo della riscossione dei contributi e pagamento delle pensioni. Dopo, avendo fatto abbastanza bene, ho fatto anche Direttore Generale, sono stato al fisco, per cercare di fare la lotta all'evasione, poi, per caso, sono andato sei mesi alla RAI, dove ho fatto il Direttore Generale. L'ho fatto in modo forse un po' scomodo per chi aveva il potere allora, e, diciamo così, sono stato invitato a cambiare posto e ho fatto il Presidente dell'INPS. Quindi son tornato ai miei vecchi amori, cioè a gestire un sistema molto complesso dello stato sociale. Questo è oggi di cui parliamo. Allora penso che sarebbe opportuno vedere la scheda.

-Si visiona la scheda:

PRESENTATORE: Garantire un reddito agli anziani, curare i malati, far studiare i giovani, sono i compiti dello stato sociale, il vero garante dei diritti del cittadino. Ma tutto questo ha un costo elevatissimo, e non sempre le tasse e i contributi, pagati dai cittadini, bastano a coprire tutte le spese. Dunque, si dice, bisogna risparmiare, tagliare le pensioni, ridurre il numero degli insegnanti, costringere i malati a pagarsi, almeno in parte, le spese mediche. Negli ultimi cinque anni l'Italia ha stretto molto i cordoni della borsa. E ora la nostra spesa sociale è più bassa che in Francia o in Germania. Ma fino che punto è possibile tagliare?

DONNA: Io c'ho la pressione alta, mio marito c'ha il diabete. Come si fa a vivere con una minima pensione?

PRESENTATORE: Dove non riesce ad arrivare lo Stato, spesso, per i più sfortunati, poveri, barboni, ragazze-madri, immigrati, interviene il volontariato. Solo in Italia operano circa cinque milioni di volontari.

DONNA (altra): Quando è nata Violetta io sono stata costretta a trovarmi una casa, perché altrimenti avrei corso il rischio che mi portavano via la bambina.

PRESENTATORE: Eliminare gli sprechi è giusto, ma, a forza di risparmiare, si corre il rischio di fornire un servizio scadente e sulle pensioni si sfiora il dramma. Per contenere la spesa si obbliga a chi lavora a restare più a lungo al proprio posto, altrimenti si corre il rischio di non avere più soldi per le generazioni future. Ma andare più tardi in pensione significa liberare meno posti e impedire ai giovani di entrare nel mondo del lavoro.

-Finita la scheda, inizia la discussione.

Billia: Allora, facciamo due o tre considerazioni su quello che avete visto. Voi vedrete nei prossimi anni delle grandi contraddizioni. Noi viviamo un mondo nel quale c'è un fatto felice, cioè si innalza l'età della vita, ma la si vede in modo triste, perché questa popolazione d'anziani rischia di essere abbandonata. C'è sviluppo della produttività. Cioè produciamo molto di più a costi più bassi, però dall'altra parte c'è una fortissima disoccupazione. Queste sono le grandi contraddizioni della società. Nella realtà lo stato sociale è qualcosa di più che non pagar le pensioni. Lo stato sociale vuol dire il momento nel quale oggi una società ha dei motivi per stare insieme. Voi avete visto, ad esempio, la Corea. Si continua a dire: bisogna tagliare le pensioni. In Corea costa meno il lavoro e quindi, come tale, la Corea riesce a produrre più di noi. Poi vedete che la Corea entra in crisi, esplodono le tensioni sociali. Ecco questo è il punto: come possiamo tradurre in sviluppo, in consenso, lavorando insieme, queste due sfide: la vita più lunga dei vecchi - e ovviamente chi li paga -, la produttività più alta, senza avere disoccupazione. E poi ricordatevi che il problema non è mai più solo nazionale; oggi il problema è internazionale, cioè quel che avviene oggi in Corea, che si ripercuote sul Giappone, che si ripercuote negli Stati Uniti, cade in Italia. Quindi noi siamo sempre meno uno stato nazionale e sempre più uno stato globale. Questi sono i punti di fondo. Chi comincia?

STUDENTESSA: Allora, va bene. Innanzi tutto, buongiorno. La mia domanda era questa: dato che lo stato dovrebbe regolare, ma anche garantire il cittadino e, di conseguenza, l'idea del sociale dovrebbe essere già intrinseca in quella di stato, volevo sapere se esiste, e di conseguenza quale sia, la differenza tra stato e stato sociale.

BILLIA: Ma io farei più che una distinzione un discorso molto pratico. Diciamo così: come viene pagato lo stato sociale? Pigliamo ad esempio la FIAT. La FIAT paga dei salari. Il 50% del salario lordo viene ridotto, viene preso dall'INPS, dall'INAIL per pagare pensioni e infortuni. Quindi noi nella realtà abbiamo fatto un patto coi giovani: il salario dei giovani, metà del salario dei giovani serve per pagare le pensioni. In questo scambio noi aspettiamo che ovviamente voi pagherete le pensioni a noi, noi abbiamo pagato le pensioni agli altri. Quindi oramai è abbandonato il discorso di cosa deve far lo stato. La vera sfida è questa. Se oggi l'Italia prende il 50% del monte salari delle aziende, per pagare le pensioni - poi possiamo dire che è poco, che è tanto -, ma per caso i tedeschi ne prendono il 40%, le nostre aziende non son più competitive, rispetto al costo del lavoro. Allora bisogna vedere in quale altro modo si finanzia la cosiddetta "spesa sociale". Innanzi tutto cominciamo a chiarire bene che questo paese spende meno degli altri paesi per le spese sociali. Quindi abbiamo due contraddizioni. Spendiamo molto meno degli altri paesi, spendiamo più per le pensioni. Adesso diamo dei numeri, perché altrimenti i discorsi rimangono appesi a degli aggettivi. Il nostro prodotto interno lordo, cioè la ricchezza che noi produciamo, è due milioni di miliardi l'anno. Due milioni di miliardi l'anno. Le pensioni costano trecentomila miliardi. Spendiamo, diciamo così, sessanta-ottantamila miliardi più dei tedeschi, però i tedeschi spendono per pensioni, disoccupazione, formazione, l'assistenza alla famiglia, casa, seicentomila miliardi. Noi ne spendiamo tre, quattro punti meno, cioè centomila miliardi di meno. Ecco, questa è la dimensione del problema. Quindi noi cosa dobbiamo fare a questo punto? Non è più tanto lo stato che deve ribattere cosa dare, ma come ricavare le risorse, per fare che cosa? Aiutare i giovani a inserirsi con la formazione, aiutare quelli che vengono espulsi dalle aziende - pigliamo i bancari, i telefonici -, aiutare i pensionati che vivono più a lungo. Quindi il problema si sposta non tanto da ciò che io devo dare, che è un punto importante, ma da dove prendo le risorse e le devo prendere in modo equilibrato, rispetto al sociale.

STUDENTE: Professore, assodato quindi che, dunque, stato sociale non significa solo previdenza, ma quindi anche assistenza, quindi significa altro, significa sanità, significa scuola, è ovvio e scontato, giacché siamo in una scuola, fare certe considerazioni. Noi, diciamo, eufemisticamente parlando, siamo letteralmente incazzati perché è stato fatto un provvedimento che sovvenziona, in base a principi governativi di compromesso, non in base a principi costituzionali, scuole private. Lei, in merito, cosa ne pensa?

BILLIA: Guardiamo meno in Italia, guardiamo più fuori. A me sembra che una sana competizione fra privato e pubblico ci deve essere. Il problema è chi paga. Chi paga? Certamente oggi noi abbiamo questa contraddizione enorme. Abbiamo troppi professori, è calata la popolazione, parallelamente la pubblica amministrazione avrebbe bisogno di molta gente, io ad esempio come presidente dell'INPS, dovrei avere cinque-seimila persone in più per fare la lotta all'evasione, per servire meglio i cittadini e non ho spazio per assumere personale. Quindi lei vede che il problema non è soltanto scuola privata e scuola pubblica, il problema è molto più complesso. E torno al punto di fondo. Voi in questi tre anni avete sentito parlare di tre cose: debito pubblico. In questi anni noi abbiamo sviluppato il consenso stampando dei BOT indebitandoci, nel senso che pagherete voi. Ovviamente coi parametri di Maastricht o in confronto internazionale, non possiamo più fare questo gioco. Secondo per rendere competitive le nostre aziende, abbiamo svalutato. Voi capite cosa significa svalutare, cioè la nostra lira vale di meno. Quindi in realtà i nostri beni sono competitivi. E questo non si può più fare, perché si va in Europa con la moneta unica. Terzo punto: noi dovremo riprogettare la macchina dello stato. Riprogettare la macchina dello stato vuol dire: primo, l'emergenza, lavoro nero. Lavoro nero vuol dire lavorare, però vuol dire anche non partecipare alla collettività, vuol dire non dare risorse a chi è in pensione, sottrarre risorse allo sviluppo e pertanto, nella realtà, vuol dire mandare in crisi lo stato sociale. Quindi io, per carità, mi rendo conto, il problema scuola privata, la scuola pubblica. Ognuno di noi può avere delle idee diverse. Ma il punto cardine, qua dentro, nel nostro paese, non è più questo discorso astratto, quello dello stato, dello stato sociale, è lo sviluppo. Ragazzi, qui se non si fa un discorso di modello di sviluppo, che rilanci l'occupazione, noi vivremo la tragedia di due fattori positivi: l’allungamento dell'età della vita e l'incremento della produttività. Questi sono due punti di fondo.

STUDENTE: Mi scusi se La interrompo. Volevo sapere, secondo Lei, un meccanismo come quello dello stato sociale non si deve rivolgere a noi con un linguaggio molto più semplice rispetto a quello molto più complesso che è oggi?

BILLIA: Non c'è dubbio. Diciamo così, che lo stato sociale poiché è in Italia il 25% del prodotto interno lordo, quindi noi abbiamo due milioni di miliardi, quindi stiamo parlando di 500-600 mila miliardi, diciamo così che lo stato sociale per funzionare, dovrebbe spiegare alle scuole quali sono i flussi, cioè cosa fanno le imprese, cosa fanno i cittadini, cosa fanno le aziende. Cioè lo stato sociale è nella realtà oggi visto in termini soltanto di ciò che deve dare. Lei ha ragione, la democrazia significa cultura. Cioè dovremmo spiegare a voi lo stato sociale non in termini di pensione, ma in termini di economia. Io da ingegnere sono stato negli Stati Uniti. Ho studiato per prima cosa Economia e Psicologia. Sono le cose che non abbiamo mai imparato a scuola. Senza Economia non c'è la conoscenza degli strumenti, per poi partecipare al dibattito democratico. Allora si rischia di parlare di fattori astratti. Conclusione: lo stato sociale in che cosa consiste? Di prelevare dei soldi, delle quantità monetarie dagli stipendi e anche dalle tasse e ridistribuirli. Per pensioni: ma pensate a tutti quelli che sono, ad esempio, cacciati a cinquant'anni perché l'industria fallisce, che noi teniamo in piedi con un salario; perché non è pensabile che noi oggi prendiamo delle persone e le buttiamo fuori, usa e getta, non è pensabile. Ma lo stesso vuol dire anche il proporsi il problema dei giovani. Cioè il giovane che entra e che deve avere facilità o più incentivato per essere assunto, deve poter avere un trattamento preferenziale. Ad esempio, per tre anni, non pagare gli oneri sociali. Però voi capite che non pagare gli oneri sociali non vuol più dire non dargli tre anni di pensione al giovane. Bisogna che qualcun'altro paghi questa, queste somme, che poi vengono, oggi, distribuite, successivamente quando lei andrà in pensione.

STUDENTE: Ma lo stato sociale è il garante dei diritti del cittadino. Tra le sue funzioni c'è di curare i malati. Adesso, guardando le condizioni di molti ospedali italiani, e non solo ai malati che sono obbligati a sostare nei corridoi per aspettare di essere curati, ma a tutte le altre magagne potremmo dire, volevo chiederLe: ma questo stato sociale che ci costa tanto in realtà, ma rende poco, quanto vale in realtà?

BILLIA: Diciamo così, in termini politici: c'è stata una grossa disattenzione politica a uno dei punti di fondo, che è la gestione, la capacità di creare un'impresa pubblica efficiente. Diciamo che per anni - è la mia personale valutazione - la pubblica amministrazione è stata utilizzata come parcheggio dei disoccupati, molti meridionali. Lo scambio era: basso salario, basso stipendio e bassa partecipazione e molte volte, con franchezza, un secondo lavoro pomeridiano. Ora questo non può più funzionare. Noi dobbiamo pensare a una pubblica amministrazione professionalizzata, con buoni salari, meno gente, competizione col privato. Questo è il salto della rivoluzione da farsi. Quindi lo stato sociale non è soltanto discutere di soldi; ma di cultura di gestione, di manager, di grande studio, ragazzi, di grande studio. Cioè noi dobbiamo essere competitivi. Il pubblico vive se è competitivo con il privato, altrimenti muore. E' inutile che cerchiamo di tenere in piedi il pubblico, se il pubblico non è legittimato dalla qualità del servizio.

STUDENTE: Quindi però si può affermare che fino adesso non ha funzionato bene la cosa?

BILLIA: Diciamo così: dipende molto dagli individui. In certe strutture pubbliche funziona bene. Io che dirigo l'INPS, ritengo che a Napoli ad esempio l'INPS è un ente che funziona abbastanza bene. Però punto cardine, ti ripeto, non è avere un dirigente in gamba che fa girare bene la sua azienda. Il punto cardine è questo: aver la consapevolezza che la pubblica amministrazione è un'azienda, che deve essere riprogettata, come fosse la FIAT, che non c'è distinzione fra pubblico e privato, quando si guarda l'efficienza , la cultura, i salari, gli stipendi, e questo è ciò che legittima il pubblico, altrimenti il pubblico sarà distrutto. Cioè noi riusciamo a spiegare alla gente che le poste saranno ancora pubbliche, se, solo se, fanno più effetto che non ai privati, altrimenti perché pagar le tasse per tenere delle poste che perdono soldi. Non ha più senso?!

STUDENTE: Professore, in questo discorso io credo che si possa inserire il problema dell'evasione fiscale. Cioè una volta...

BILLIA: Drammaticamente sì.

STUDENTE: Drammaticamente sì, perché una volta deciso, diciamo distribuito, equamente il peso fiscale e una volta stabilito chi debba pagare, occorre che chi debba pagare, paghi. Altrimenti è inutile il discorso sulla razionalizzazione del sistema pensionistico eccetera, se poi, di base diciamo, i soldi che dovrebbero esserci, vengono a mancare.

BILLIA: Lo stato sociale vivrà su due grandi sfide. La prima sfida è lo sviluppo. Se non c'è occupazione, ragazzi, lo stato sociale va in crisi, perché noi viviamo sui salari e sulla ricchezza prodotta oggi, in parte da mettere come investimento in parte da distribuire per solidarietà a chi ne ha bisogno. Secondo punto, il fisco. Nella realtà in questo paese non si è mai posto il problema vero di una lotta all'evasione integrata. L'INPS riscuote i suoi contributi, 180 mila miliardi all'anno, quindi parecchi. L'INAIL riscuote i contributi, 12 mila miliardi, l'ente degli infortuni. L'ENPALS, l'Ente dei Dipendenti dello Spettacolo, tra cui gli amici della RAI, riscuote i suoi contributi, il fisco riscuote l'IVA, poi l'IRPEF. Cioè ognuno riscuote un tributo. Nel mio sogno ci deve essere un'unica azienda che guarda il contribuente e gli dice tu devi pagare tanto. Cioè noi dobbiamo passare da un'organizzazione per tributi a un'organizzazione per contribuente. Questo vuol dire cambiare parecchio. Perché guardate che la pubblica amministrazione non è stata fatta soltanto con bassi salari e bassi stipendi, ma è stata anche molto una struttura parallela che serviva anche un po' per distribuire un po' il potere politico, per cui magari un Ente era un po' più rosso, un altro era un po' più bianco, un altro era un po' più grigio. Nella realtà oggi bisogna fare una distinzione molto forte. La pubblica amministrazione deve avere un suo valore, indipendentemente dalla politica. Bisogna fare una grande distinzione fra gestione e politica. La politica deve fare politica, strategia, controlli; la gestione deve essere indipendente. Noi siamo un paese in cui questa grande sfida è ancora da vincere. Non è ancora affatto vinta. Cioè noi non abbiamo una pubblica amministrazione come la Francia, come l'Inghilterra, con una forte separazione fra politica e gestione. Basti pensare che il dirigente generale dell'INPS, denominiamo, ne abbiamo trenta, viene nominato dal Consiglio dei Ministri, in un'azienda avanzata, a mio avviso - almeno per quel che io penso dovrebbe essere una pubblica amministrazione -, dovrebbe esser nominato dal Coniglio d'Amministrazione. Poi se non va bene lo si caccia, perché questo è giusto che si denomina governativamente. Però se va bene, gli si dà potere di scegliersi gli uomini con cui correre. Un po' come la Ferrari. Io devo poter scegliere il pilota. Poi dopo valutate se sono bravo o meno a correre o a vincere.

STUDENTESSA: Le vorrei chiedere quali sono - e soprattutto se ci sono - programmi di recupero della legalità dell'evasione fiscale e quindi del sommerso.

BILLIA: I programmi ci sono. Diciamo così, noi oggi partiamo con una delega del Ministro, che ha ottenuto il Ministro delle Finanze. Per la prima volta faremo la riscossione dei contributi dell'IVA - voi sapete che cos'è l'IVA, l'Imposta sul Valore Aggiunto -, dell'IRPEF, cioè della trattenuta alla fonte sul reddito, e dei contributi INPS. Oggi come oggi, oggi come oggi, tanto per esser chiari fra di noi, io posso avere un'azienda che non paga per due o tre anni l'IVA, i versamenti sul Valore Aggiunto, che paga l'INPS, ed io non sono in grado di fare il controllo fra i contributi che paga l'INPS, i dipendenti che ha e il fatturato. Se noi facciamo il versamento integrale fra il contributo monte salari, che è un prelievo percentuale del 40%-50% sul monte salari, i versamenti dell'IVA, IVA vuol dire, il Versamento sul Valore Aggiunto, cioè avere l'idea del fatturato. Ecco oggi noi possiamo avere che nei nostri archivi abbiamo un'azienda che denuncia dieci dipendenti - quindi un monte salari mediamente di duecento milioni -, dieci dipendenti e che mi può denunciare parallelamente un fatturato di due milioni al mese, che è assurdo, perché il fatturato, ciò che vendo deve essere superiore ai salari che pago ai miei dipendenti. E oggi come oggi noi non siamo in grado di fare il controllo fra il fatturato denunciato dall'azienda, i dipendenti che ha e quindi come tale all'evasione, quella che è. Voglio ricordare che lo stesso Governatore della Banca d'Italia, nel '95, ma io stesso, che ho fatto il Segretario per due anni al Fisco, avremmo valutato che l’evasione dell'IVA è di circa 25 mila miliardi l'anno, 25 mila miliardi l'anno, cioè fatturato che esce in nero, va ai consumi e che non contribuisce al pagamento del sistema. Questo vuol dire andare fuori dell'Europa. Cioè non solo, ma vuol dire tradire fra di noi la solidarietà, perché non pagare i contributi vuol dire poi non pagare le pensioni ai pensionati, alla sanità, alla scuola, allo sviluppo del paese.

STUDENTE: Lei sta tanto parlando di occupazione, ma nella crisi occupazionale, questo campo, l'INPS, che compito ha?

BILLIA: Ma noi abbiamo, diciamo, un compito che si direbbe di "ammortizzatore sociale". Cioè quando l'azienda va in crisi e deve sospendere la produzione per otto, nove mesi - si chiama "Cassa Integrazione Guadagni", l'80% dei salari, i salari all'80% dei loro valori vengono pagati dall'INPS. Inoltre noi paghiamo una indennità per la disoccupazione. Inoltre noi, quando un'azienda è in crisi o aveva dei prepensionamenti, cioè persone mandate via prima dell'età di vecchiaia, noi paghiamo la pensione. Questo in termini, diciamo così, di '"ammortizzatore sociale"'. A mio avviso il futuro dovrà essere un po' diverso. Noi dobbiamo pensare a sviluppi di formule tipo contratti di formazione-lavoro, tipo le borse di studio, date oggi ai giovani, per le aziende, piccole e medie, che assumono. Voi sapete che l'INPS in questo momento sta pagando 800 mila lire al mese, per lavori di mezza giornata, per aziende, sotto i 15-20 dipendenti, che fanno stage di lavoro coi giovani. Qual'è l'obiettivo? Questo stage durerà un anno. E' chiaro che 800 mila lire non è molto, però si impara e poi si spera che l’azienda assuma la persona. Nella realtà questo è un palliativo. Un palliativo: è un intervento necessario e molto positivo. Però, se voi fate l'esempio di come è fatta la scuola in Germania, voi vedete una cosa diversa, voi vedete quel che si chiama Dual System, Sistema Duale. Cioè lavoro e scuola, lavoro e scuola. L'azienda conosce voi, voi conoscete cos'è il lavoro, voi scegliete il mestiere che volete fare in funzione delle possibilità di sviluppo e dei vostri interessi. Questa dicotomia studio-lavoro finisce, non è produttiva. Molte volte i ragazzi studiano cose che non applicheranno mai, perché non hanno fatto prima il bagno all'interno delle aziende. Ecco l'obiettivo delle centomila borse, centomila borse di studio, di lavoro, tratte oggi dal governo, pagate dall'INPS - 1000 miliardi grosso modo -, è un fattore positivo, perché avvicina i giovani al mondo del lavoro.

STUDENTESSA: Quindi in questo modo la scuola, la scuola perde la sua funzione principale, che è quella di creare coscienze critiche, di fare cultura. Cioè, se noi pensiamo che la scuola debba servire per creare una classe di lavoratori più specializzati, più bravi, più tecnici, insomma, la scuola non ha quindi più motivo di esistere, cioè non ha senso dire ....

BILLIA No. Io vi ho detto brevemente cosa ho fatto da studente. Io ho fatto tre stages. Son stato due mesi nella miniera di Montecelio, in Sardegna, quando facevo il Politecnico, due mesi sulla Piattaforma petrolifera all'ENI, in Sicilia, e due mesi in un laboratorio chimico. Guardate ragazzi, che voi non potete pensare la cultura disgiunta dal vostro ruolo nel sociale. Nel sociale vuol dire nell'impresa o nella società. Noi siamo l'unico paese che ha un fortissismo distacco fra scuola e azienda. Questo non vuol dire ridurre la scuola a un'appendice dell'azienda, ma guardate che oggi l'azienda di fatto è un grosso fautore di sviluppo culturale. Pigliate, ad esempio, oggi, la ricerca nel mondo, non si fa più soltanto nei laboratori, si fa nelle imprese, si fa nelle aziende. Io so perfettamente che voi adesso avete in mente la piccola azienda nel Meridione, so perfettamente che c'è il lavoro nero e non è questo il modello d'azienda. Ma guardate che il futuro del mondo industriale è questo, da noi. Un'azienda, che deve fare prodotti di alto valore aggiunto, cioè prodotti ricchi, non prodotti poveri, perché è questa la sfida, così questo paese andrà allo sviluppo e riuscirà ad assumervi, perché avete studiato, se noi non facciamo ciò che viene fatto dagli indiani o viene fatto dai cinesi o dai coreani, perché là si faranno prodotti in cui il costo di lavoro è molto basso e noi non riusciremo a competere. Allora noi dobbiamo fare in modo che le nostre aziende facciano quei prodotti di alto valore aggiunto, di alta cultura, dallo spettacolo, dai film. Pigliate ad esempio questo paese. Sapete che noi importiamo il 90% dei film? Io ho fatto il Direttore Generale della RAI. Noi compravamo 800 miliardi l'anno di fiction, invece di produrle. Allora, questo problema, che questo paese è fatto di gente intelligente, ma che non produce niente, in campo televisivo, in campo di film, in campo di fiction, ma vogliamo porcelo, chiederci come mai? E a questo punto la cultura non può essere un fattore soltanto individuale, deve essere un fattore collettivo, di produzione e di occupazione, non di sfruttamento, ma di ricchezza.

STUDENTE: Professore, ricollegandoci al discorso di prima, sul fisco in generale, diciamo sui problemi a esso relativi, si può, diciamo, introdurre a questo proposito il problema dell'azienda no profit?

BILLIA: Io su questo sono molto d'accordo. Voi sapete che noi andiamo verso un capitalismo che sarà sempre più un capitalismo di lotta, di concorrenza, di conquista di mercati. Kissinger sostiene che noi oggi siamo in guerra, in una guerra economica. Voi avete visto che abbiamo perso l'informatica. Io nella mia vita di ingegnere ho visto: avevamo un po' di ottica, l'abbiamo persa, l'informatica l'abbiamo persa, il nucleare non lo facciamo più. Lasciamo perdere perché di fatto non lo facciamo più. Siamo circondati da centrali nucleari, non fatte da noi, il know how non c'è. L’aeronautica faceva degli ottimi aerei. Non li facciamo più. Cioè noi stiamo perdendo quote di mercato di alto valore aggiunto. Quindi un sistema competitivo molto duro. Allora, la solidarietà monetaria, la solidarietà del sociale, è fondamentale. Noi stiam parlando di 600 mila miliardi, su due milioni di miliardi di ricchezza. Quindi non stiam parlando di quattro lire. Ma non possiamo vivere soltanto con un sistema monetario. Ecco, io ritengo che il volontariato è la leva nuova di una solidarietà anche spirituale, non soltanto materiale, per poter entrare e anche ridurre le durezze del capitalismo. Questo certamente sì, tant'è vero che negli Stati Uniti il volontariato ha uno sviluppo che è quattro, cinque volte il nostro. Noi cominciamo appena adesso a fare, a fare volontariato.

STUDENTE: Però negli Stati Uniti, dove appunto tutto è privatizzato, sappiamo benissimo che, per esempio, se uno si fa male a una gamba in un incidente, prima ti chiedono chi paga e poi ti curano. Ossia non interessa la vita della persona, ma solo i soldi che vengono in tasca. A me questo sembra una cosa letteralmente schifosa, mi scusi.

BILLIA: Certamente, certamente, ma per fortuna noi non abbiamo gli stessi valori, anche se negli Stati Uniti non è proprio tutto così. Ma certamente, tant'è vero che Clinton ha portato - non ce l'ha fatta ma ha portato in Parlamento - una sua visione diversa, cioè di introdurre lo stato sociale, ma non soltanto negli Stati Uniti. Pensate, ad esempio, alle generazioni dell'India, della Cina, del Giappone. Pensate a della gente che arriverà a settant'anni, condannata o a lavorare o a essere mantenuta dalla famiglia oppure niente. Sono le nuove povertà. Quindi è evidente che noi dobbiamo porci il problema che noi siamo un paese europeo di lunga tradizione. Ricordatevi che la Previdenza Sociale, non è stata fatta, tra l'altro, dalle sinistre, è stata fatta dalle destre. Il più grosso inventore dello stato sociale è stato Bismark, perché quando nacque l'industria in Germania - che nacque molto prima che da noi - e le moltitudini uscivano dalle campagne e entravano in città, e non avevan più la terra, queste moltitudini erano moltitudini pericolose per la stabilità del governo. Quindi nacque il discorso della solidarietà, cioè di tenere in piedi queste masse, strappate dall'agricoltura per essere utilizzate nell'industria, che poi non potevano essere buttate e rimandate nelle terre che non c'erano, non c'erano più. Però le ripeto: state attenti, ragazzi, che, al di là della solidarietà, che è un fattore fondamentale democratico, anche difensivo, io ritorno sul discorso di fondo: lo sviluppo. Noi dobbiamo porci il problema: questo paese quali prodotti farà nel Duemila? Cosa vendiamo? Perché se vendiamo sedie, tappeti, maioliche, noi saremo battuti dalla Bosnia, che fra un po' entrerà rapidamente nel mercato. Quindi, Lei vede che qui punto cardine è: quale progetto di pubblica amministrazione? Una pubblica amministrazione che farà pagare le tasse a tutti, e quindi fa pagar di meno, rapida e snella per non avere sprechi, che abbassa i costi degli oneri sociali, cioè abbassa il prelievo sul monte salari, affinché le aziende abbiano le risorse per fare investimenti e andare alla ricerca di nuovi prodotti, prodotti che possiamo fare noi e noi paesi in via di sviluppo.

STUDENTE: Professore, dalle Sue parole emerge che Lei ha un cultura abbastanza liberale, è liberista nei confronti dello stato. Perché lei non si batte anche per l'abolizione, a questo punto, delle, come dire, della Cassa Integrazione Straordinaria?

BILLIA: Ma guardate che le mie opinioni sono un po' diverse dal concetto di stato liberale. Io ritengo fondamentale per uno stato che tenga conto dei più deboli, lasciando però la libertà. Perché uno stato burocratico si è dimostrato inefficiente. Lascia perdere se era di destra o era di sinistra. Cos'è la Cassa Integrazione Straordinaria? Domanda di fondo. Allora pigliamo... Certamente c'è stato un cattivo uso della Cassa Integrazione Straordinaria, cioè un uso, come dicevo, politico. Pigliamo un'azienda, un'azienda della pasta, non dico il nome, un pastificio. Io non posso pagare per vent'anni i dipendenti con la Cassa Integrazione Straordinaria, cioè dando gli stipendi per vent'anni a fare niente. Allora devo addestrare il lavoratore, , formarlo, lanciarlo su nuovi modelli di sviluppo, su nuove aree. Non possiamo pagare della gente e far niente e poi la gente va a lavorare in nero. Per questo ci vuole una capacità di progetto che oggi non c'è ancora in questo paese. Vi dò un'idea di numeri. Noi nel 1950 avevamo una popolazione che al 50% lavorava nell'agricoltura. 1950. Forse molti di voi non eran nati, però non è molto tempo fa. Oggi siamo al 7%. Ciò vuol dire che abbiamo espulso dall'agricoltura sei milioni di lavoratori. Non tutti questi lavoratori potevan trovare posto nell'industria. Gli abbiamo dato delle pensioni di assistenza, si chiamavano pensioni di invalidità per incapacità di guadagno. C'era alternativa? Alterativa non c'era, per esser molto chiari. Quindi sta attento: quando crolla così rapidamente un'occupazione, sei milioni di lavoratori, espulsi dall'agricoltura, che non riescono a trovare lavoro nell'industria, il discorso "che fare" è molto importante. Quel che non puoi fare è abbandonarli.

STUDENTESSA: Mi scusi, ma ritornando un attimo al problema dell'istruzione, Lei diceva che un problema dell'Italia è che non c'è una cultura generalizzata, cioè una cultura diffusa. Ma com'è possibile creare un cultura diffusa se in primo luogo non si pensa alla cultura, ma, ribadisco, soltanto a creare lavoratori? E in secondo luogo Lei diceva che per migliorare il livello dell'istruzione c'è bisogno di una sana competizione tra pubblico e privato. Ma questa sana competizione come può avvenire se il pubblico, se lo stato finanzia le scuole private, che in sé hanno già la capacità di fare competizione e se i privati entrano nelle scuole pubbliche con donazioni e cose di questo genere?

BILLIA: Ma, a mio avviso, si rischia che i privati non entrano affatto con donazioni, cioè non danno affatto soldi alle scuole pubbliche. Ma innanzi tutto io non vorrei avere quest'idea che la scuola, che il lavoro e il lavoratore è sganciato dalla cultura. Il lavoratore ...

STUDENTESSA: Sì, ma non è solo, la cultura non è solo quello, anzi.

BILLIA: Il lavoro dell'anno Duemila, un capo, uno che fa il capo in un'azienda, un dirigente deve conoscere la filosofia, deve conoscere la sociologia, deve conoscere l'azione sindacale, non deve soltanto conoscere le macchine. Guardate che il concetto che chi entra in un'azienda conosce soltanto le macchine, è un concetto superato. Inoltre oggi il lavoratore deve avere una creatività, deve avere quindi un bagaglio culturale fondamentale per poter partecipare e far migliorare il progetto, il prodotto, l'ambiente. Guardate che la quantità di cultura oggi necessaria, io, ai miei dipendenti dell'INPS insegno il marketing, le relazioni col pubblico, la pianificazione e il controllo della produzione, la qualità, il miglioramento, come parlare in pubblico. Cioè, questo fa parte della cultura. Secondo me il problema di fondo è che la scuola non insegna abbastanza, o meglio non abbiamo fatto una scelta di addestrare, formare, aggiornare i nostri professori, per cui, io stesso, che faccio il professore universitario, vi devo dire: il livello nostro scolastico non è molto competitivo con i servizi.

STUDENTESSA: Ma perché non ci sono i mezzi per farlo.

BILLIA: Sì, ma vede come il gatto mangia la coda?! Qui ci vuole un grande progetto, che comincia così, che io faccio in questi termini: cosa vogliamo fare nei prossimi quindici anni? L'Italia cosa vuol produrre? Guardate che queste scelte, mettiamocelo bene in testa, le scelte non saranno affidate esclusivamente al mercato. Non potete pensare che il paese da solo trova i prodotti per poter competere. Pigliamo l'esempio degli Stati Uniti, ma se volete dell'Inghilterra e della Germania. Negli anni Settanta, quando l'industria non tirava, non produceva abbastanza, si interpretava Kates dicendo: "Sia l'azienda di stato a produrre". E produceva tante cose, anche il panettone. Poi lo produceva in perdita, L'Alemagna, la Motta che son fallite. Oggi il paese vero, il paese vero deve rendere competitiva l'industria. Cosa vuol dire rendere competitiva l'industria? Fare le grandi infrastrutture. Allora l'infrastruttura dell'alta velocità delle merci, che consentirebbe all'agricoltura del Sud di entrare in Europa, non c'è. L'alta velocità delle tecnologie: voci, dati, immagini, radio, televisione cioè un Internet d'altissimo livello, che vi consenta - o ci consenta - di fare questo dibattito qui con altre, ad esempio, quaranta scuole se lo vogliono sentire o sentire di qua delle lezioni che vengono fatte negli Stati Uniti. Cioè questi sono il futuro dello stato.

STUDENTE: Le volevo chiedere una cosa. Lei parla di questo grande progetto, di questa formazione dei lavoratori. Ma come si può pensare a questo non guardando alla realtà. Cioè, oggi, in molte scuole mancano addirittura i banchi, cose di prima necessità.

BILLIA: E infatti ritengo che per l'emergenza futura non c'è modello di sviluppo in questo paese se non si parte dalla scuola. Io credo che voi di inglese ne sapete abbastanza poco. Non vi conosco, ma credo che qua dentro d'inglese ce ne sia poca conoscenza. Allora rendiamoci conto che l'italiano è un dialetto, non è una lingua. A Bruxelles si parla inglese. Primo. Secondo: credo che d'informatica ne sapreste abbastanza poco. Ma voi sapete che il settore che tira di più nell'assunzione è l'informatica, che va dal disegno, alla moda. Questi sono i punti.

STUDENTE: Figuriamoci il computer.

BILLIA: Proprio questo. Ma a questo punto, a questo punto, cioè se non si capisce cosa si vuol fare, non si progetta la formazione culturale di alto livello, non di basso livello, di alto livello, dei ragazzi che escono, come si fa a avere una scuola? Ad esempio, ma sapete perché noi non riusciamo a fare i film, non riusciamo a fare le fiction e a venderle nel mondo? Perché i nostri attori non recitano in inglese, recitano in italiano, e il costo del doppiaggio è altissimo e ci mette fuori gioco.

STUDENTE: Lei ha detto che bisogna favorire il settore produttivo in generale? Però secondo me siamo partiti, siamo partiti male, perché si sta favorendo un certo settore produttivo. Penso alla rottamazione, che si favorisce un certo settore produttivo, che è la FIAT, e non il settore produttivo in generale. Cosa ne pensa?

BILLIA: Va bene, lasciamo perdere la rottamazione. Come episodio certamente non è una politica. Su questo non c'è dubbio. Io ho una mia tesi, o se vuoi un sogno. Noi abbiamo scoperto nella gestione aziendale che il piccolo è più efficiente del grande. Mi diceva un grande proprietario di una grande azienda: invece di far la ricerca, costa meno pigliare una piccola azienda che ha inventato un brevetto e comprarla. Noi in Italia abbiamo 800 mila aziende sotto i trenta dipendenti. Siamo diventati competitivi, perché nella realtà si è allargato il cervello pensante e c'è una serie di piccole aziende che assumono, assumono, corrono, inventano. Allora, punto cardine di questo sviluppo qual è? Tener conto di questa nostra capacità di aziende, che non esistono invece negli altri paesi, in Francia e in Germania, ma allora non lasciarle soltanto al mercato, ma creare una rete di infrastrutture. Leggevo prima: negli Stati Uniti la teoria ormai è questa. Tutti gli investimenti che non danno un ritorno di utile prima di sette anni, vengono abbandonati dai privati, perché è lo stato che invece investe. Allora il laboratorio della NASA fa ricerche sulle materie, sui materiali, un altro sui supercomputer, un altro sui satelliti. Cioè lo stato si preoccupa di creare gli strumenti perché la piccola azienda competa. Poi il futuro a mio avviso è sperabile. L'Europa avrà una nuova competizione, non soltanto l'interno dell'Europa, ma la riva Sud del Mediterraneo. Allora vi do un dato importante. Nei prossimi vent'anni la natalità in Europa è bloccata. Cresceremo di due milioni, non di più. Nel senso che il Sud fa i figli e al Nord non li fanno, mettiamola così. La riva Sud del Mediterraneo, cioè la Turchia, crescono di 102 milioni. Qual è il futuro? Continuare a pigliare questa gente e ributtarla a mare o cominciare invece a fare un grande patto, un piano Marshall, un patto per cui le piccole aziende nostre, insieme alle piccole aziende del Sud del Mediterraneo facciano uno scambio di formazione, di addestramento, comincino a fare una rete di piccole aziende, rilancino la porta sud dell'Europa, che è il bacino del Mediterraneo. Questo, a mio avviso, è la missione dell'Italia del Sud, del Mezzogiorno. Ma questo, ragazzi, significa che parlo inglese, perché gli Arabi conoscono benissimo l'inglese, significa conoscere benissimo le telecomunicazioni, significa conoscere il computer, significa conoscere la filosofia, la sociologa, cioè significa capire qual è il curriculum dello studente del 2005 per poter competere. A questo punto, questo punto.

STUDENTE: Professore, da quello che è emerso, Lei aspirerebbe a una grande privatizzazione di tutto il sistema pubblico.

BILLIA: Per una parte, non tutto.

STUDENTE: Considerando che, in effetti, quando un ente viene privatizzato si scopre che molto personale è in esubero.

BILLIA: Esatto.

STUDENTE: Considerando che, in effetti, tutto il sistema capitalistico, portato all'estremo, conduce verso un incremento di disoccupazione. Come fronteggiare allora questa eventualità.

BILLIA: Ecco, però allora, state bene attenti ad un punto. E’ vero che noi dobbiamo fare le poste privatizzate, perché in tutta Europa abbiam deciso si va e le poste son privatizzate, non c’è più necessità che lo stato trasporti le merci, anche perché se le avesse trasportate in modo efficiente stava in piedi. Oggi il dibattito non è più nella legittimità di tutti, non è tenere in piedi le poste, stato o non stato. La verità è che le poste non funzionano. Ragazzi, questo è il punto vero. Ecco, allora se non funzionano cominciamo a provare col privato. Come viene fuori? Che ci son 30-40 mila persone in più. Amici miei, come è stata fatta la gestione della pubblica amministrazione? Per clientela. Ho fatto prima l'esempio. Noi abbiamo assunto gente della pubblica amministrazione a bassi salari, bassi salari, scarso lavoro, a livello tecnologico basso, accettare il secondo lavoro. Anzi, aggiungo di più: gli si diceva che dopo 25 anni, 30 anni di contributi, 20 anni allora, il professore, 15 anni se ne poteva andare in pensione. Nessuno ha fatto i conti che anche con un salario basso, far andare una pensione, una persona in pensione a 45 anni costa il finimondo. Quindi questo è il punto di fondo. Allora voi vedete che nella realtà questo pubblico - che io so che voi vi sognate il pubblico l'ho sognato anch'io -, più etico, più serio, che non lavora soltanto per profitto, che non sfrutta la gente, nella realtà poi si è tradotto in assunzioni clientelari, molte volte, prima delle elezioni. Questo è il punto vero. E ha fregato il Mezzogiorno.

STUDENTE: Forse perché non era abbastanza etico, forse perché non era abbastanza giusto, è stato fatto male, forse questo è il problema.

BILLIA: Sì, ma vede la storia, la storia è fatta di fatti, non più di giudizi. Perché avviene? Allora perché nelle Ferrovie?... Ma sapete le Ferrovie, il dramma delle Ferrovie? Vi dò i dati? 252 mila pensionati, 120 mila attivi. Quindi immaginate chi sta pagando le pensioni. Noi ai 250 mila pensionati, di cui 80 mila negli ultimi otto anni, poiché erano in esubero, adesso che diventano S.p.A. cioè debbono competere, bisogna mandarne via altri 30 mila.

STUDENTE: In Cassa Integrazione.

BILLIA: O prepensionamento. Non ha importanza o part-time. Ora voi capite che in questo modo noi abbiamo creato lavoro fittizio, lavoro non vero, pagandolo con le tasse, al posto di lavoro vero con prodotti veri che chiede al mercato. Quindi il problema non è più un concetto: io voglio un capitalismo che lo sfrutti. Il capitalismo è quello che è. Farà i suoi affari e alcune volte, se non ci sono le regole, il capitalismo va anche in un sommerso piuttosto dubbio. Il problema è: quali sono le regole, qual è la forza della pubblica amministrazione per impedire che il capitalismo sia soltanto sfruttamento, ma che sia anche ricchezza? Questa è la domanda.
Nel 1935 Rockefeller, il padre di Rockefeller, no, non quello che oggi va sui mass-media, faceva i soldi incendiando - questo è storia - le raffinerie di concorrenti per fare business. Cioè un po' alla Al Capone. Beh, insomma questo, così dice la storia. Oggi il capitalismo americano, voi sapete, magari non si va in galera se si ammazza, ma se non si pagano le tasse si va in galera, ma non in modo astratto. Perché? Ma perché la solidarietà di fondo sta nella correttezza e nella trasparenza di un sistema fiscale, cioè impedire che si formi ricchezza in nero, che poi vuol dire criminalità.

STUDENTE: Quindi il problema è conciliare l'utile al bene?

BILLIA: Il problema in questo momento è la dialettica. Guardate io ho lavorato dieci anni nella pubblica amministrazione, nell'impresa, ENI ed IRI e poi ho sempre lavorato nello stato, quindi non ho mai lavorato per il privato. Vi devo dire che gli anni meravigliosi dell'ENI sono forse irripetibili. Allora c'era una classe dirigente, che era uscita dalla guerra, con una forte etica. Nessuno ha mai parlato che Mattei ha toccato una lira per sé, mai. Si diceva che pagava i partiti, ma vi devo dire che quando è morto il governo ha dovuto dare un'indennità alla moglie, perché non aveva lasciato una lira alla moglie. Questo è appunto vero. Vi devo dire che il Capo del Personale dell'ENI era Rastelli, un nome che non conoscete, ma che nella realtà pigliava il suo stipendio, lo dava a un monastero non mi ricordo se benedettino o di un altro ordine religioso. Cioè c'era un'etica, c'era la volontà di rendere autonomo il paese. Però guardate che non esiste mai una formula perfetta. Esistono gli uomini e molte volte non sai mai se cade la formula o son gli uomini che fan cadere la formula. L'IRI a cosa s'era ridotta? A cosa si era ridotto lo stato? Si era ridotto a un sistema clientelare. Pigliamo atto di questo fatto. Dobbiamo ripartire, è questo il punto vero. Dobbiamo ripartire con che cosa? Con più cultura, più scuola, più formazione, più solidarietà, più trasparenza, lotta all'evasione, una piccola amministrazione che abbia l'orgoglio dei suoi dipendenti di diventare più bravi dei privati. Allora sì che si può partire.

 


Biografia di Giovanni Billia

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