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Il Grillo (15/5/2000)

Salvatore Natoli

Cosa è la libertà?

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15 maggio 2000

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Copernico" di Napoli

 

NATOLI: Mi chiamo Salvatore Natoli e insegno Filosofia teoretica all’Università Statale di Milano, "Bicocca". Il tema della puntata è Cosa è la libertà. Cominciamo a vedere la prima scheda filmata.

Un robot cammina felice. Decide, sceglie, si ferma, magari vota e scrive un trattato di filosofia o si innamora di una bella ragazza. Cosa è che non va in questa rappresentazione delle cose? Un robot non è libero e, in quanto non è libero, non può scegliere, non può decidere, non può scrivere, non può innamorarsi. È una macchina. Alle macchine non si danno leggi. E benché ci siano delle leggi che regolano il funzionamento della macchina, la macchina non le può assolutamente trasgredire.

ROBOT: Sentite mortali, cosa credete di poter fare contro di me? Io ho il completo controllo di questa nave spaziale e di tutto quanto è a bordo. Siete stati degli sciocchi a seguirmi! Vi manderò a disintegrarvi nello spazio.

La macchina che non segue le sue leggi è la macchina rotta. Mentre nell’uomo la libertà fa sì che fra le leggi e il comportamento ci sia sempre una differenza, un distacco. Qui si apre uno spazio per la libera decisione individuale. Se vogliamo andare più a fondo dobbiamo rilevare, come ci insegna il filosofo tedesco Immanuel Kant, che la libertà è la facoltà di dare ad un’azione un inizio assoluto. Detto in altre parole, nessuna cognizione determina le nostre azioni in anticipo. Se così non fosse, non saremmo liberi. Ora tutti noi, naturalmente, ci sentiamo liberi. Ma lo siamo realmente? Se torniamo indietro, di causa in causa, di circostanza in circostanza, le nostre azioni sono state libere o sono state il risultato necessario di circostanze date?

STUDENTESSA: Quanto il progresso ha limitato la libertà del singolo individuo, nel passato come nell’era contemporanea?

NATOLI: Il progresso, per molti aspetti, ha ampliato la libertà, dacché ha sottratto gli uomini dai vincoli della natura, dalle dimensioni più obbligate. Il progresso, avendo allentato i vincoli naturali, ha messo l’uomo nelle condizioni di disporre di una più ampia gamma di scelte e di operazioni. D’altra parte ha potenziato il richiamo dell’esteriorità. Se l’uomo dispone di un più vasto campo di scelte, risulta altresì iperstimolato dall’esterno e quindi meno decisore di quanto all’apparenza possa sembrare. Di conseguenza l’uomo è eccessivamente provocato, fortemente indotto. L’elemento di esteriorizzazione del soggetto prodotto dal progresso sviluppa necessariamente un influsso condizionato. L’iperconsumismo, caratterizzato dalla sfrenata ricerca di sempre nuovi e maggiori consumi privati, senza riferimento alcuno a effettivi bisogni, determina di fatto una restrizione delle libertà dell’uomo.

STUDENTESSA: E quanto, secondo Lei, i mass media influenzano la libertà del singolo individuo?

NATOLI: La società in cui viviamo è fondamentalmente iperstimolante. Il soggetto si sente libero in quanto consuma, e quindi crede di scegliere. Viceversa, allorché non consuma si sente deprivato e meno libero. Si deve appurare quanto l’uomo effettivamente vuole ciò che consuma e quanto invece è "eterodiretto" nelle scelte. Probabilmente una delle modalità migliori per sperimentare la propria libertà è quella di opporsi alle mode e alle imposizioni urgenti che provengono dalla società dei consumi. La vera scelta è la ponderazione. La conciliazione immediata con ciò che è di moda da parte del soggetto qualifica un momento di falsa libertà.

STUDENTE: In una società come la nostra, governata da un enorme consumismo, ci sono persone che sono libere di consumare ed altre che non lo sono. Di conseguenza il consumismo diventa quindi un enorme ostacolo, difficile da superare, per il raggiungimento completo della libertà del singolo individuo?

NATOLI: Per un paradosso si associa spesso l’esperienza della non libertà consumistica alla frustrazione. Colui che non ha la facoltà di accedere così ampiamente ai consumi si sente immediatamente non libero, o privato della capacità di discernere quanto nel consumo sia o non sia necessario, quanto serva alla costruzione di sé e quanto invece sia funzionale alla dimenticanza di sé. Alcuni prodotti di consumo, come gli elettrodomestici, si sono rivelati sicuramente positivi, perché hanno permesso maggiori libertà liberando l’uomo dalle fatiche e sottraendolo a una crescente consumazione fisica. Accanto a questi l’uomo ne ha voluto degli altri per sentirsi o fingere di sentirsi più libero. Indubbiamente l’iperconsumo obbligato restringe l’ambito della creatività e di ciò che c’è di più alto e di autentica libertà nel realizzare sé stessi.

STUDENTE: L’umanità ha raggiunto tappe impensabili, sia dal punto di vista tecnologico che scientifico. Lei pensa che il cammino verso la libertà proceda di pari passo o sia ancora lontano dal suo coronamento?

NATOLI: Secondo me l’uomo è libero se realmente si costituisce come un inizio, come una decisione che possa influire sulla realtà, cambiare il corso del mondo fino anche ad orientarlo. La libertà sostanzia qualcosa di innovativo, un salto di qualità. La libertà apre nuovi orizzonti. Se il gesto ripete quello che già c’è, è da dubitare che sia libero.

STUDENTESSA: È stato detto che la libertà è relativa, in quanto finisce laddove inizia la libertà dell’altro. Si può intendere lo stato di libertà assoluta soltanto se riferito ai diritti di un individuo?

NATOLI: Vi è libertà assoluta soltanto laddove l’uomo sperimenti di essere un assoluto, un inizio, in completa assenza di impedimenti che lo precondizionino. L’uomo è nella natura, nel mondo e nell’ambiente. È ravvisabile un totum novum rispetto alla decisione del soggetto di andare al mare: quel mare diventa qualcosa per quell’individuo. Da questo punto di vista la decisione è inaugurante, perché fa essere qualcosa che prima non c’era. Anche se il mare già esisteva, non era per il soggetto decisore. Si tratta di una decisione che attiva nel mondo qualcosa che precedentemente non esisteva. La decisione inaugurante è un punto iniziale assoluto, dunque determina una libertà assoluta. Vediamo in proposito un contributo filmato.

 

LUIGI PAREYSON: Io rivendico la illimitatezza della libertà. La libertà è illimitata o non è. Meglio il male libero che il bene imposto. Meglio il male libero che il bene imposto. Meglio la licenza che la legge, la cosiddetta licenza, che una legge razionale, interna alla libertà, intesa come garanzia, come assicurazione del suo esercizio.

KARL RAIMUND POPPER (in inglese): È di estrema importanza sapere che naturalmente anche della libertà si può abusare. Secondo me il problema centrale della vita sociale è quello di avere tanta libertà per ognuno quanta è compatibile con la libertà degli altri. Questa è una formulazione kantiana. Kant sostiene che la vita sociale dovrebbe essere strutturata in base al fine per cui ognuno gode della massima libertà possibile, tenuto conto però della seguente, importantissima, e significativa restrizione, cioè che la libertà di ogni individuo non deve con ciò ostacolare o ridurre la libertà degli altri.

NATOLI: Pareyson finisce per sostanziare la libertà come un atto incondizionato, che affronta anche il male nella sua assolutezza piuttosto che essere obbligato al bene. Qui, come dicevo all’inizio, la libertà scaturisce dall’autoaffermazione di una libertà originaria che non presuppone nulla prima di sé. Dalla negatività, che in Dio è vinta e superata, che discende dall’assoluta libertà di volere, e quindi di volere anche il male, tuttavia l’uomo non è esente perché è collocato in una rete di vincoli e di relazioni. Il gioco della libertà si riduce pertanto ad essere un gioco di possibilità entro uno spazio di relazioni. La possibilità dell’uomo non è illimitata né infinita. È una possibilità giocata nel rispetto di determinate regole, di determinate condizioni generali. Da questo ragionamento si ricava che la libertà assoluta non può esistere e che essa è sradicamento. La stessa concezione teistica dell’Assoluto deve riconoscere che Dio, nel suo operare che non presuppone un essere, deve essere fedele a sé stesso nonché produttore di ogni oggettività attraverso un processo di autolimitazione.

STUDENTE: Lei ha parlato di una libertà limitata dal consumo, e quindi anche dai mass media. Nel passato, in cui non esistevano i mass media e nemmeno il consumismo, quali erano i fattori limitanti la libertà dell’uomo?

NATOLI: Non l’ho definita una libertà limitata, bensì traviata, una apparenza di libertà, perché nei fatti la libertà c’è e si consuma. Occorre vedere quanto davvero l’uomo voglia in questo consumo, quanto egli sia un inizio. Nella rinuncia occorre vedere quanto il bene rinunciato fosse necessario o quanto altro da fare consentisse. L’ampliato potere di consumo fa scaturire l’illusione che quel potere sia proprio dell’uomo; dà una illusione che questo potere sia il nostro potere. In tempi passati, quando vigeva un tacito sistema dell’obbedienza, l’uomo avvertiva maggiormente su di sé i vincoli, gli impedimenti e le regole coercitive. Non era l’uomo a dovere dire di no, ma erano troppi i no che gli venivano detti. L’umanità ha guadagnato spazio attraverso meccanismi di ribellione e di trasgressione. Dire no ai no è equivalso a un guadagno di libertà, ma concedersi ai troppi sì è una perdita di libertà.

STUDENTESSA: Il naufrago Robinson Crusoe del romanzo di Defoe era un uomo libero nello spazio e nel pensiero, ma sottoposto comunque ai vincoli della natura che lo circondava. L’uomo politico Nelson Rolihlahla Mandela ha affermato di essersi sentito veramente libero proprio quando era in prigione. Lei non pensa che la libertà di pensiero, a differenza di quella di spazio, debba essere illimitata e assoluta?

NATOLI: Quest’ultima è la chiara identificazione dell’uomo che è un puro inizio in quanto capace di opporsi e contrastare. La prigionia fisica non impedisce all’uomo di dire di no e di dirlo fino all’ultimo momento. L’esempio di Mandela mi fa dire ancora una volta che la libertà non coincide con la pura libertà fisica. Diverso è il discorso quando si usa l’impersonale "si fa" come premessa al fare dell’uomo. Questo caso può configurare una apparenza di libertà. La libertà non coincide con il puro e semplice fare, ma con la consapevolezza della dignità del fare. Si può essere liberi anche nei ceppi, ma si può essere non liberi persino nella più ampia libertà di movimento se si opera in assenza dell’io decisore.

STUDENTESSA: Si è prima parlato di libertà relativa. Lei non pensa che la libertà del singolo, oltre che dall’azione, sia limitata dal pensiero e dai giudizi negativi degli altri?

NATOLI: Certamente. Si può sempre contrastare e discutere il giudizio negativo di un altro. In alcuni casi la critica può anche aiutare il soggetto a cui si rivolge. L’erudito e filosofo greco Plutarco esaltava l’utilità del nemico, in quanto colui che nella critica era sempre attento al difetto dell’avversario. Anzi il nemico era ed è sempre in agguato per evidenziare i difetti dell’altro. Da questo punto di vista, paradossalmente, si rivela molto più utile il nemico che mira a distruggere, ma da cui l’altro può trarre lezione, piuttosto che l’aspetto conciliante di un amico che tollera e lascia correre. Non tutto ciò che negativamente viene da fuori è negativo. Bisogna tenere conto che molte volte le critiche si rivelano utili malgrado che nelle intenzioni di colui che le muove appaiano distruttive. L’uomo, nella vera libertà, può trarre ragioni di bene anche dalle intenzioni del male. L’uomo si libera dalla sua inimicizia non solo reagendo, ma anche problematizzandola. Questo è esattamente il grande gioco della libertà.

STUDENTE: La libertà sostanzia la pura facoltà di scelta e di espressione umana, oppure deve essere considerata come la piena coscienza di sé dell’uomo delle tesi esistenzialiste?

NATOLI: Jean-Paul Sartre, grande pensatore e filosofo dell’esistenzialismo, sosteneva che la libertà nasce dal fatto che l’uomo è nulla e vuoto, e che, proprio perché è nulla e vuoto, l’uomo può essere tutto. La frase sartriana "l’esistenza precede l’essenza" significa che l’uomo è disponibile ad essere ogni cosa. Lo scacco dell’esistenza e il nulla dell’uomo "condannano" quest’ultimo a essere libero. In realtà la negatività dell’inizio, formulata dagli esistenzialisti, non si dà mai, perché l’uomo, proprio sin dall’inizio, è istituito in un mondo e in un contesto. L’uomo esiste in quanto è già originariamente donato all’essere. Non esiste l’esistenza pura. L’uomo, in quanto donato all’essenza, non incarna la pura e incondizionata libertà. L’uomo è originariamente relazione, e quindi già originariamente la libertà è in un gioco relazionale. La pretesa incondizionata di libertà riassume una finzione. Occorre considerare che in Sartre era forte la dimensione autocelebrativa della libertà come momento assoluto e incondizionato, quasi che l’uomo si facesse da sé. In realtà in origine non è l’assoluta incondizionatezza dell’uomo, ma l’uomo è relazione sin dall’origine. Da questo punto di vista l’uomo è libertà, ma è anche obbligo.

STUDENTE: Lei non crede che il concetto di libertà non sia altro che una contraddizione? In pratica la libertà è un'illusione, se si dà retta al pensiero di Kant che per libertà intendeva la facoltà di dare ad un’azione un inizio assoluto. Nonostante che la libertà sia un’illusione l’uomo continua a cercarla. La libertà non può esistere se non esistono dei limiti. Non è anche questa una contraddizione?

NATOLI: Sono contraddizioni apparenti, proprio perché la libertà è un’illusione. L’uomo si pone il problema della libertà sostanzialmente dinanzi ad un ostacolo, ad un vincolo. Dinanzi ad un vincolo si accorge che può opporsi. Questa è la legge che misura la nostra libertà, ovvero un’esperienza generale della libertà. Di fronte alla presenza nell’uomo della legge morale ma a cui l’uomo stesso può sottrarsi si giustifica l’imperativo kantiano. Esistono cose che l’uomo non può fare in assoluto, come volare per esempio, e che determinano la impossibilità fisica della libertà, e cose per la cui definizione è preferibile ricorrere ai postulati della necessità e del bene. In altri termini, esistono esperienze che, ripetute nel tempo, distruggono l’uomo. Da questo punto di vista, le dette esperienze non possiedono la caratteristica di impedimento che ha il non poter volare, che invece riflette un impedimento immediato. Tuttavia queste esperienze, quando sono ripetute, assumono la caratteristica dell’impedimento in quanto distruggono la possibilità dell’uomo o dell’azione stessa. La condizione del prestito è la fiducia. Questa è la premessa dell’esempio dell’universale che ne fa Kant. È vero che ogni individuo può non restituire il prestito, ma se noi immaginassimo questa azione nella sua universalità, immediatamente ci renderemmo conto che così non esisterebbero più prestiti. C’è la possibilità di sottrarsi ai dettami della legge, ma questa possibilità è e sussiste rispetto a qualcosa che, portata alla sua estrema condizione, esige l’obbligo generalizzato. La possibilità di ritrarsi dinanzi alla legge permette di sperimentare la libertà. Allora la libertà si interpone tra il potere e il non potere. Di qui spiegato il gioco della libertà.

 

STUDENTE: L’uomo ha la "libertà di poter dire di no", tuttavia si porta alle spalle determinate condizioni che lo obbligano a poter dire di "no" o a non poter dire di "no". Fatte queste premesse, come può la libertà non essere considerata "limitata", e comunque un’illusione?


NATOLI: Il fatto che la libertà sia "limitata" non significa necessariamente che sia un’illusione. Io rovescerei la problematica. È "illusoria" la pretesa di una libertà "incondizionata". Nella pretesa di una libertà "incondizionata" si suppone che noi possiamo esistere da noi stessi. Siccome l’uomo esiste sin dall’inizio nella "relazione", e in grazia di una "relazione", la "relazione" stessa è il suo "inizio", non il suo "vincolo". La vera illusione consiste nella pretesa, non di "iniziare assolutamente" un’azione, ma di essere un "inizio assoluto". La libertà può essere soltanto "sotto condizione". Posto di fronte a un sistema di "vincoli" l’uomo ha possibilità di "innovazione". Il "si deve" dà l’aspetto finalistico dell’esistenza. Esistono dei "no" che l’uomo può dire e che tuttavia non sono dei "no" "legittimi" ma distruttivi, in quanto alla lunga distruggono la possibilità stessa dell’azione e, distruggendola, annientano la libertà. La libertà è nel gioco della "relazione". Una libertà fuori di questo gioco è semplicemente "illusoria".

 

STUDENTE: Stante una concezione moderna della libertà, si dice che l’uomo è libero se è solo. Nel momento in cui si "relaziona" con gli altri l’uomo non è più libero. Lei concorda con questa tesi?

NATOLI: Da solo, come sosteneva Aristotele, l’uomo non potrebbe mai esistere. Tra "etica" e "libertà" sappiamo esistere una connessione profonda. L’"etica" fondamentalmente descrive il radicamento dell’uomo nella "relazione". Di conseguenza l’uomo è libero in quanto "appartiene a", cioè è libero "dentro una società". L’uomo è anche colui che appartiene a sé stesso. L’eccesso di "vincoli" impedisce all’uomo di appartenersi, implicando pertanto "coercizione" e una "non libertà". D’altra parte la pretesa di fare a meno dei "vincoli" determina "impotenza" e sempre una "non libertà". La "relazione umana", ossia la "relazione" dell’uomo con l’altro o con gli altri, si spiega dall’essere l’uomo donato all’essenza. L’uomo ha una vita donata. Da ciò si nega la libertà "assoluta", confinandola alla "illusione". Il gioco della libertà è nella dimensione della "reciprocità" del dono. Se ritenesse di essere solo "possesso incondizionato", l’uomo cadrebbe nella "disperazione".

 

STUDENTE: Uno degli oggetti che abbiamo scelto per la puntata è il "campo di calcio", in quanto, se considerato il gioco del calcio come "metafora" della vita dell'uomo, le linee che demarcano il "campo" potrebbero essere considerate il limite nella vita effettiva dell’uomo, il limite entro il quale l’uomo deve agire. Lei è d’accordo con questa argomentazione?

NATOLI: La Vostra scelta è simile a quell’altra "significativa" del "gioco degli scacchi". Gli "scacchi" permettono un grande gioco di intelligenza e una grande invenzione. Attraverso gli "scacchi" si esprime la creatività dell’uomo, all’interno di un gioco e di uno spazio pur sempre "finiti". In uno spazio "finito" l’uomo può "giocare le sue libertà". Nel "calcio" la libertà deve fare il gioco anche con l’imponderabile, con l’imprevisto. Si pensi al "rimpallo", alla "beffa". Il "gioco della libertà" deve anche considerare la casualità del mondo. La libertà deve essere capace, non solo di scegliere, ma di essere all’altezza dell’incertezza del mondo. Nel mondo del "calcio" sono presenti anche la frode, l’inganno, la finzione. Probabilmente uno dei motivi per cui il "calcio" piace è perché somiglia molto al "gioco" della vita. Non solo vi è la beffa del caso, ma c’è anche la malizia degli altri. Con il "calcio" si assiste ai "giochi" del "buono" e del "cattivo" uso della libertà, di alterazione delle regole, e quindi del risultato. Non è un caso che proprio nella dimensione del "calcio" l’opportunismo sulle manchevolezze dell’altro si esprima al meglio e dal gesto sportivo si sprigioni la violenza che nega ogni libertà. D’altra parte giocando la propria invenzione secondo le regole si esalta la bellezza.

 

STUDENTESSA: L’altro oggetto che abbiamo scelto è l’"aquilone". L’"aquilone" "simboleggia" lo stimolo alla libertà, ma non rappresenta la "libertà assoluta" in quanto è legato ad un "filo". Il "filo" indica il limite posto alle potenzialità dell’uomo. Lei cosa ne pensa?

NATOLI: Direi che il filo rappresenta una "dimensione eterodiretta". La "colomba" di Kant ci riporta di più al nostro discorso. Immanuel Kant scelse la "colomba" come esempio che indicasse la libertà del volo. La libertà è strettamente connessa alla "necessità". Non è mai pura. La libertà del volo deve presupporre un’aria su cui planare e dunque una "resistenza". Certamente il "filo" può costituire un elemento di costrizione, ma il fatto che l’aquilone possa volare è un segno insieme di grande libertà e di "resistenza", condizione essenziale dell’esistenza umana. La libertà, quindi, non è mai "incondizionata", ma è ab origine "relazione".

 

 

STUDENTESSA: Come si pone il problema della libertà di fronte ai grandi interrogativi dell’uomo sulla propria esistenza che solitamente sfociano nelle posizioni dell’ateo e del credente?

NATOLI: L’uomo, dinanzi all’imprevisto nel mondo, alla contingenza, alla labilità della sua stessa esistenza, ha avvertito l’esigenza di rapportarsi con qualcosa che lo rassicurasse e che è Dio. Dio pertanto non distrugge la libertà, ma la sostiene, perché l’uomo è troppo gracile per potersi sostenere da sé. Questa è una delle ragioni per cui si è prodotta la religione. L’uomo è naturalmente religioso perché non regge alla contingenza. L’eccesso di libertà lo impaurisce. Certamente la religione obbedisce a regole, dogmi, rituali. La religione si è così trasformata da "bisogno di garanzia" in "coercizione", da "luogo della rassicurazione" in "eccesso di comando". L’ateismo va pertanto riguardato come un movimento di liberazione dalla religione in quanto "costrizione". Lucrezio Caro, nel De rerum natura, assumendo anche accenti di angoscia per la condizione umana, inneggia al pensiero "epicureo" come alla fonte di liberazione dalla tirannide degli dei. L’ateo sente Dio non come ciò che rassicura l’incertezza, ma come ciò che "costringe" la libertà umana. La ribellione contro Dio è una ribellione contro questo eccesso di "coercizione". Tuttavia i fenomeni attuali dell’ateismo, più che esaltare una via di emancipazione, essenzialmente dovuta alla liberazione dalla religione come "coercizione", pretendono di pervenire a una "libertà incondizionata" mettendo l’uomo al posto di Dio. Mettendosi al posto di Dio l’uomo eleva la sua finitezza a infinità, ma diventa "perverso" perché anzi nell’infinità si annulla. Nel tentativo di liberarsi da Dio per essere libero l’uomo aspira a una "libertà incondizionata" e perciò si danna. L’ateismo della modernità rischia di essere un errore.

 

 

STUDENTESSA: Come sito Internet abbiamo scelto quello di Giorgio Gaber, perché autore di una canzone intitolata proprio Libertà. Una frase della canzone dice: La libertà non è il volo di un moscone. La libertà è qui intesa non in senso fisico, ma in senso mentale, psicologico. Se l’uomo non si sente libero nel proprio "io", e quindi nel proprio intimo, può ritenersi libero nei confronti della società?

NATOLI: Se l’uomo non guadagna la sua dimensione di libertà, evidentemente si sottrae alla "scelta". L’uomo non è libero se si adegua ai "sì" e pretende il "no assoluto". L’uomo è libero se problematizza i "sì" e sa dire i "no" quando occorre. La libertà interiore non deve essere svincolata da quella "materiale". Se il corpo è vincolato, anche l’anima cessa di essere libera. L’uomo è libero se è nelle "condizioni materiali" di libertà. Si rischia di perdere anche la propria libertà interiore se non si è nelle "condizioni materiali" di libertà.

Puntata registrata il 13 marzo 2000


Biografia di Salvatore Natoli

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