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Il Grillo (29/5/2000)

Domenico Fisichella

Ideologia e politica

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FISICHELLA: Mi chiamo Domenico Fisichella. Sono vicepresidente del Senato professore universitario di Scienza politica. Sono stato ministro per i Beni Culturali e Ambientali. Il tema della puntata odierna é Ideologia e politica. Prego la regia di mandare in onda la scheda introduttiva.

Le persone hanno interessi e preoccupazioni che riguardano la loro vita privata, dalle attività in cui spendersi alle amicizie e agli amori da intrattenere, agli ideali da perseguire, ma hanno anche interessi pubblici, di vivere in una comunità in cui possono coltivare le proprie aspirazioni, dove vi sia sicurezza e giustizia. Proprio perché vi sono interessi pubblici, cioè valori su cui deve essere articolata la società, e quindi conflitti e disaccordi in merito, vi é la politica. I problemi della politica non sono esclusivamente problemi tecnici né di potere. E’ perché abbiamo ideali sull’aspetto che deve avere la nostra vita pubblica che vi é la politica. Ma questi ideali hanno significato perché trovano posto nel più vasto contesto della vita delle persone, e devono rispondere dei sommovimenti e delle trasformazioni che le riguardano. Perciò le idealità politiche si trasformano rapidamente in ideologie, qualora si taglino fuori da questo più ampio contesto. I movimenti rivoluzionari marxisti hanno mostrato questa parabola, hanno convogliato i fermenti e le attese estranee alla politica del tempo nell’arena pubblica, ma poi hanno immunizzato queste idealità dalla trasformazione e dalla critica. Le democrazie liberali hanno mostrato la maggiore capacità di accogliere i cambiamenti e di trasmetterli alla deliberazione politica. Ma sapranno adeguarsi alle trasformazioni del significato delle vite individuali? O non rischiano anch’esse di cristallizzare un’immagine della società a detrimento della pluralità di visioni e di modelli di vita?

STUDENTESSA: Nel contributo filmato si parla di ideali e di interesse comune. Gli ideali variano da persona a persona. Ogni singolo individuo ha i propri. L’interesse comune é quello della collettività in cui tutti i privati si riconoscono e in nome del quale tutti gli ideali devono essere sacrificati. La politica, cercando di conciliare tutti gli ideali individuali, non é forse una limitazione delle libertà personali?

FISICHELLA: La politica può essere limitante. D’altra parte anche l’interesse comune può essere un ideale, seppure condiviso. Ci possono essere situazioni, purtroppo rare nella vita della collettività, nelle quali l’interesse comune, per esempio quello a che siano rispettate da parte di tutti determinate regole anche nel dissenso, é un ideale condiviso. Viceversa, possono darsi situazioni di conflitto fra ideali o fra interessi. Questa é appunto una delle ragioni per le quali é necessario che, anche nella diversità delle opinioni e delle valutazioni, siano comunque rispettate alcune norme di comportamento, in modo da evitare che il dissenso si trasformi in conflitto. Una delle grandi acquisizioni della democrazia moderna e contemporanea, una volta registrato il conflitto, é il tentativo di convertirlo in competizione, vale a dire in dissenso, articolazioni di opinioni, nel rispetto di precise regole del giuoco. Da ciò deriva una situazione nella quale la molteplicità degli ideali corrisponde all’interesse comune di libera espressione degli ideali stessi.

STUDENTESSA: Oggi si discute molto di tramonto delle ideologie. Lei non crede che in Italia questo declino sia da ascrivere ai continui passaggi dei partiti politici da uno schieramento all’altro, da un’alleanza all’altra, che così facendo rigettano i propri ideali?

FISICHELLA: Il tema del declino delle ideologie ricorre di continuo nella storia del pensiero politico europeo. Intanto dovremmo collocare storicamente la nascita del termine di "ideologia". Il filosofo francese Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy lo coniò per la prima volta alla fine del Settecento per indicare la "scienza della formazione delle idee", a cui poi farà riferimento il gruppo di filosofi e studiosi tardo-illuministi noti con il nome di idéologues. L’Ottocento, oltre che essere stato un grande secolo di ideologie, é stato anche il secolo nel quale sono emerse le teorie sulla fine delle ideologie. Il "positivismo sociale" di Saint-Simon e di Auguste Comte, inizialmente suo discepolo, predicando il primato delle "leggi" scientifiche, designa teoricamente la fine delle ideologie. Naturalmente la teoria della fine delle ideologie può diventare essa stessa una ideologia, e più precisamente il motivo della fine delle ideologie, ovvero l’ideologia che giustifica e legittima un potere di tipo tecnocratico.

STUDENTESSA: Lei non crede che gli attuali politici, pur di raggiungere una qualche "forma" di potere, non si preoccupino più degli ideali?

FISICHELLA: E’ evidente che noi oggi viviamo in una società prevalentemente permeata di un atteggiamento economicistico. E’ altrettanto evidente che una logica economicistica comporta il declino di alcuni tipi di valori. D’altra parte non si deve credere che l’ideale corrisponda all’ideologia. Le ideologie che hanno avuto maggiore spazio nel XX secolo erano tutte fondate sull’assunto di un cambiamento radicale del mondo, nella storia e attraverso la storia. Morte le ideologie, l’ideale, concernendo, più che altro, la "forma" assoluta in cui si presenta un’istanza intellettuale o morale, può sussistere anche nel nostro tempo.

STUDENTESSA: Nella scheda filmata si parlava di cristallizzazione delle ideologie. Io penso che la cristallizzazione delle ideologie sia un fenomeno abbastanza diffuso nella società moderna, per buona parte dovuto alla carenza di dibattito in seno ai partiti. Infatti, a mio parere, i partiti si presentano come dei nuclei chiusi, poco disponibili ad accogliere le innovazioni della società e quindi le discussioni. Lei cosa pensa al riguardo?

FISICHELLA: I partiti sono una realtà organizzativa, che nasce e si sviluppa con riferimento ad alcune fasi della vita del tempo moderno e contemporaneo. L’idea del partito come parte e fazione percorre la storia. L’idea di partito con la quale ci confrontiamo da due secoli parte da una competizione pacifica, in virtù della quale un gruppo conquista il potere o lo perde sulla base di un confronto essenzialmente elettorale. E’ vero che i partiti oggi sono in ritardo sui tempi della innovazione, proprio perché rappresentativi di una realtà che le grandi trasformazioni tecnologiche stanno modificando. Per questa loro difficoltà di sintonizzazione con il tempo e con gli sviluppi più recenti della innovazione scientifica, tecnologica, economica, culturale e sociale, i partiti non possono più ispirarsi a particolari ideologie. Con questo non si deve immaginare che la esperienza politica sia completamente tramontata, perché, se il ruolo della politica declina, non cessa il potere e le lotte che lo celebrano. Si giustifica il potere su nuove basi. La politica risponde e rispondeva a un principio di legittimazione e giustificazione del potere. La tecnocrazia potrebbe essere una di queste alternative, seppure comporti dei rischi.

STUDENTESSA: I partiti prendono in considerazione le ideologie della maggioranza della società. Come sarà considerata quella minoranza della società che non riesce a identificarsi nelle ideologie della maggioranza?

FISICHELLA: Non siamo tutti uguali, fortunatamente. Guai se lo fossimo! Le pari opportunità sono predisposte dal quadro istituzionale. Occorre semmai individuare degli spazi in virtù dei quali la minoranza possa a sua volta diventare maggioranza. A questo scopo la minoranza deve esprimere il proprio dissenso e trovare le "forme" perché le proprie opposizioni possano avere udienza presso i cittadini. Non é sempre facile perché, anche in democrazia, coloro che conquistano il potere non lo vogliono perdere e per questo utilizzano tutte le opportunità per conservarlo. Questa é una delle ragioni per le quali bisogna assolutamente evitare l’eccesso di concentrazione del potere che renderebbe impossibile l’alternanza al governo in un sistema democratico che si fonda su di un regime elettorale maggioritario.

STUDENTESSA: L’assenza di ogni ideologia nei giovani d’oggi non é dovuta al trasformismo politico moderno?

FISICHELLA: Sarebbe bene che i giovani non avessero ideologie, quanto piuttosto ideali e valori. Io ritengo che l’ideologia sia un cappello artificiale e artificioso, che viene calato, in maniera forzosa, sulla realtà, per trasformarla radicalmente e fuori delle esigenze della trasformazione, in vista di un modello altissimamente artificiale e artificioso di "nuova società". Tutte le grandi forze politiche del XX° secolo hanno operato su basi ideologiche, quando per "ideologia" si intendeva una idea di "cambiamento radicale" del mondo, non di "comprensione". Il "cambiamento" in parola corrisponde a una ipotesi di forzosa volontà atta a scardinare una realtà intera, ai fini della costruzione di un edificio completamente nuovo, la quale, fra le altre cose, impone la massificazione della società e la violenza sistematica esercitata dal potere nei confronti dei propri cittadini. Nei regimi totalitari e "terribili" del XX° secolo il potere ha sviluppato essenzialmente una guerra contro il proprio popolo. Guardiamo la seconda scheda filmata.

(si visiona il secondo contributo filmato, accompagnato da un sottofondo musicale e costituito solo da immagini filmate)

STUDENTESSA: Io penso che le ideologie siano dei sistemi di idee finalizzati a una prassi politica. E ho notato che esse non rispecchiano quella gerarchia di valori su cui si dovrebbe fondare una società. Con ciò non voglio dire che neghino i valori, bensì che ne assolutizzino uno solo e vedono tutto alla luce di questo. Si può parlare in questa accezione di "ideologia totalitaria"?

FISICHELLA: Certamente. Così é ogni momento dell’esperienza "simbolica" che riduce l’intera complessità della vita. Le società moderne sono indubbiamente le più complesse, perché sono il prodotto di millenni di storia che confluiscono nel nostro tempo apportando una varietà singolare di contributi. Gli uomini del nostro tempo sono complessi, perché contemporaneamente si rivelano per essere un uomo "valoriale", un uomo politico, un uomo economico, un uomo "ludico". Il totalitarismo del XX° secolo ha quindi ridotto tutta questa molteplicità di stratificazioni esperienziali nella sola politica. La vera tragedia del XX° secolo é consistita nell’affermazione che tutto é politica, con ciò significando che non vi era limite a qualunque azione giungesse dal potere e contemporaneamente negando l’autonomia delle singole realtà nelle quali si fosse espressa, di volta in volta, la vita di ciascun individuo. Il totalitarismo, riducendo tutto alla politica, nega dignità alla religione, all’economia, alla cultura, alla vita economica e al "sociale". La politica, proprio in quanto scienza dell’organizzazione della realtà collettiva di un Paese, non deve intervenire su ogni attività dell’esperienza con l’intento di privarla di qualunque autonomia. La reductio ad unum dei regimi totalitari del XX° secolo si é attuata attraverso la violenza e la massificazione drastica, unicamente per creare l’uomo "nuovo". E’ risaputo che, per creare l’uomo "nuovo", bisogna prima destrutturare quello "antico", ossia renderlo un "uomo-massa".

STUDENTE: Secondo Lei, l’ideologia é figlia di un determinato contesto storico, di un preciso sostrato socio culturale, o é essa stessa a determinare un nuovo sistema, una nuova società?

FIISICHELLA: Sono le due cose insieme. L’ideologia é un prodotto storicamente collocabile. Le ideologie di marca totalitaria, per esempio, hanno al contempo l’intento di "cambiare" il mondo e di rovesciare completamente tutta la esperienza. In questo senso rappresentano un notevole fattore di novità. Naturalmente ogni tipo di esperienza può entrare nel patrimonio culturale, se non genetico, dell’uomo. Di conseguenza bisogna evitare che si ripresentino i regimi totalitari, dal momento che l’uomo ha compreso che queste esperienze possono esistere. La novità é intrinseca al processo sociale. Le novità si possono realizzare in molti modi. E’ difficile immaginare una piccola comunità isolata, che non comunichi con nessuna parte del mondo esterno, e che per questo tenda all’immobilismo. Più i confini si aprono e più si determina una dinamica. La colpa della dinamica totalitaria non é di voler "cambiare", ma è quella che, per "cambiare", attui determinate strategie di tensione piuttosto che consentire alla dinamica sociale di svilupparsi con una propria autonomia. Spesso la valutazione dei singoli casi si rivela non semplice. Alla luce di quanto detto, il caso della Cina resta comunque emblematico. Se noi paragoniamo quella cinese ad altre esperienze, pure avvenute nella stessa area culturale, e che hanno realizzato trasformazioni sociali ed economiche importanti senza per questo servirsi dello strumento totalitario, immediatamente ci accorgiamo che queste sono progredite senza pagare i costi del totalitarismo.

STUDENTESSA: E’ evidente che attualmente la politica italiana assuma un atteggiamento per lo più "pragmatico". Le ideologie assumono un "valore nominale", dal "valore assoluto" che avevano, di teorizzazione degli ideali. Non sarebbe più corretto, da questo punto di vista, un atteggiamento di ammissione da parte dei partiti politici che, pur di salire al potere, sconfesserebbero i propri ideali?

FISICHELLA: L’atteggiamento "pragmatico" di per sé é positivo. L’atteggiamento é "pragmatico" quando si pone e si colloca di fronte alla realtà, per vedere se questa meriti di essere ancora come é oppure se meriti di essere cambiata. Nella ipotesi che la realtà meriti di essere cambiata, come nella ipotesi opposta, occorre che questo atteggiamento, perché sia valido, si dia una verifica pratica. Occorre perciò il calcolo dei mezzi materiali a disposizione, per esempio economici e istituzionali, necessari per il "cambiamento", oppure la verifica della loro insufficienza. In questo consiste l’atteggiamento "pragmatico". L’atteggiamento "pragmatico" compie cioè un’idonea valutazione delle condizioni politicamente, socialmente o culturalmente possibili o impossibili. Le forze politiche cui Lei si riferisce talvolta attuano del "trasformismo", non del "pragmatismo", mantenendo atteggiamenti che finiscono per essere di disprezzo nei confronti dei cittadini, dal che i cittadini stessi rispondono non partecipando al voto. Voglio precisare che il "pragmatismo" non esclude gli ideali. Il "pragmatismo" si limita a commisurare gli ideali alla disponibilità delle risorse. L’ideale indica il fine, mentre l’atteggiamento "pragmatico" è più attento al calcolo dei mezzi.

STUDENTESSA: Ma io trovo che il "pragmatismo" sia comunque l’opposto della ideologia. Se Lei dice che l’atteggiamento "pragmatico" é positivo, anche la politica deve esserlo, non basandosi più su una ideologia.

FISICHELLA: Certamente, ma é già stato detto ad abundantiam che l’ideologia rappresenta un atteggiamento di sostanziale falsificazione della realtà. L’ideologia si distingue dall’ideale, che esiste sul piano delle idee e denota valori spirituali e culturali. L’atteggiamento "ideologico" vulnera drasticamente il principio di realtà. Per determinati aspetti lo si potrebbe definire una "patologia dello spirito". L’atteggiamento "pragmatico", al contrario, aderisce al principio di realtà. L’atteggiamento "pragmatico" non esclude gli ideali e i valori. Si pone semplicemente il problema di commisurarli nel tempo e nello spazio, in relazione alla loro "praticabilità".

STUDENTE: Gli oggetti che abbiamo scelto per la conversazione di oggi sono un "libro di poesie" di Vladimir Majakovskij e la "testa della statua di Lenin". Vogliono "simboleggiare", da un lato, l’arte come rappresentazione dinamica delle ideologie, a seguito del dialogo tra la società e i suoi ideali, e, dall’altro, la cristallizzazione dell’ideologia, come arte al servizio del potere, che perde il suo senso dinamico per cristallizzarsi appunto in quello più propriamente "statuario". Come sappiamo, la statua, "simbolo" di quel potere totalitario, fu decapitata dopo il crollo del comunismo. Le volevo chiedere: quando é che una ideologia, nel suo anelito di "cambiamento", fa scattare quella scintilla che poi diventa rivoluzione?

FISICHELLA: Sull’arte mi faccia dire una cosa rapidissima. L’arte può anche essere promossa dal potere. Tuttavia l’arte é tale quando si affranca dal potere. L'arte può essere promossa sociologicamente dal potere, ma é tale solo se si libera del potere stesso. La definizione più corrente nella teoria politica della "rivoluzione" é quella che attiene all’azione mirante, attraverso vie violente e illegittime, all’introduzione di un ordinamento giuridico-politico che sostituisca il sistema di governo esistente. La rivoluzione si conclude nel momento in cui si afferma un determinato ordinamento giuridico-politico ed in cui si attua un passaggio di potere. La rivoluzione permanente non si conclude con la conquista del potere. La rivoluzione permanente comincia con la conquista del potere, e continua con la guerra condotta contro il proprio popolo dal movimento che ha conquistato il potere per deradicarne completamente le stratificazioni storico-culturali. Questa é la differenza fondamentale. Ci possono essere dunque regimi rivoluzionari totalitari e non totalitari. Sia il movimento rivoluzionario nazionalsocialista che quello bolscevico furono totalitari fin dalle origini. Conquistato il potere, questi regimi si erano prefissi che da lì cominciasse la rivoluzione.

STUDENTE: L’arte é estranea al potere e tende a non rapportarsi alle manifestazioni contestative. In questi due casi Lei come giudica il comportamento dell’arte o dell’artista?

FISICHELLA: E’ normale che il potere promuova, come nel caso dei passati regimi socialisti, il cosiddetto "realismo socialista" o che promuova altre "forme" e manifestazioni espressive, perché l’arte é uno dei modi attraverso i quali si crea un sistema di "simboli" cui si vuole che la società aderisca. Il soggetto non diventa artista in quanto strumento del potere. L’artista é tale in quanto ha una sua capacità di creazione, o, per dirla con Croce, "in quanto é capace di intuizione lirica", quali che siano le forme attraverso le quali si esprime la sua arte. L’arte deve essere autonoma da qualunque espressione di potere, pur potendo esserne tributaria.

STUDENTESSA: Lei non crede che nella società odierna, al di là di ogni ideologia, l’unico valore importante rimasto sia quello del potere economico?

FISICHELLA: Ho l’impressione che la società contemporanea faccia prevalere il dato economico su tutti gli altri dati dell’esperienza. Questo é uno dei grandi rischi del nostro tempo, ed é una delle ragioni per le quali noi siamo tenuti a restituire dignità alla politica. Dobbiamo ricondurre la politica alla propria legittimazione. Più la politica é indecorosa, maggiormente offre spazi al potere economico, che così vede accrescere la propria influenza rispetto a tutte le altre forme espressive di cui la società sa arricchirsi quando é equilibrata. Vorrei dire che il fondamento della vita é sempre l’equilibrio. Questo fondamento dell’esistenza ha la sua premessa nella complessità della vita. L’equilibrio attiene sempre a un processo dinamico. Noi non nasciamo equilibrati. Ognuno di noi, in ciascun momento della propria esperienza, interagisce con centinaia di stimoli, che gli derivano dalle altre persone, dalla realtà ambientale in cui opera, dal libro che legge. Ogni passo della nostra vita psicologica, così come collettiva, esige un ricaricamento costante. L’equilibrio é un fondamento della vita individuale, oltre che della politica, perché vuol dire che rispettiamo le diverse posizioni.

STUDENTE: Se esiste un "dover essere" che prescinde dagli interessi di classe, che senso può avere allora il compromesso?

FISICHELLA: Gli interessi di classe non necessariamente generano conflitti, così come interessi che non appartengono a fasce di popolazione con particolari connotazioni economiche e sociali possono dare luogo a contrasti. Storicamente i conflitti più rilevanti non sono quelli economici, ma i conflitti religiosi. L’uomo tende a tradire una spinta al "particolarismo" che lo indurrebbe a combattere gli altri uomini. Di qui l’ambivalenza della politica, che, da una parte, é ricerca della pace e, dall’altra, consapevolezza della guerra. Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che eserciti la coazione e faccia imporre le leggi. Premesso che le classi sono portatrici di propri interessi, non possiamo leggere tutta la storia come una storia della "lotta di classe", perché si danno momenti in cui le classi confliggono, altri in cui cooperano, ed altri ancora in cui i conflitti prevalenti non sono di classe bensì di altra natura. Credere che la storia sia una storia delle "lotte di classe" corrisponde per l’appunto a una ideologia. E l’ideologia esaspera la realtà. Si deve raggiungere la consapevolezza che ci possono essere interessi in contraddizione tra loro. Si deve sapere che ci sono degli interessi che confliggeranno più a lungo, altri che si comporranno prima, ma senza partire dalla premessa che la storia è soltanto storia di "guerre di classe".

STUDENTE: Io sono del parere che ideologia e politica possono realizzarsi solo quando l’ideologia non cerca di cambiare radicalmente la vita dell’uomo, quando essa non é intrisa di passione. Di conseguenza penso che l’ideologia può riuscire solo quando viene applicata come scienza ai dettami economici. Volevo un Suo giudizio.

FISICHELLA: Io non userei il termine "ideologia" in quei casi. Naturalmente io non immagino che una parola abbia un solo significato. Chi percorre la storia delle idee sa, per esempio, che la parola "democrazia" ha un significato e significa storicamente una serie di cose diverse, anche se possono esistere elementi che, pur nel variare del tempo, offrono taluni connotati all’idea di "democrazia" come distinta rispetto a quella di "aristocrazia" o all’idea di "monarchia". La passione, per definizione, riveste una particolare importanza ai fini della ideologia. E’ vero anche che gli uomini hanno avuto e sempre avranno passioni, perché le passioni appartengono alla struttura profonda della personalità. Sono passioni la gelosia, la cupidigia, l’amore per il denaro e la voglia di prevalere sugli altri. Premesso che la natura dell’uomo é imperfetta, le passioni possono essere sia positive che negative. Tuttavia si devono distinguere le ideologie dalle passioni. Le istituzioni provvedono a riequilibrare le passioni che non vengono stemperate dagli stessi individui che ne sono i titolari.

STUDENTE: In una società in cui si é definitivamente affermato il modello liberale le ideologie sono state sostituite dal desiderio necessario di possesso dei beni materiali. Non Le sembra questa una "forma" di violenza esercitata dal totalitarismo del sistema economico mondiale?

FISICHELLA: Guardi che i regimi liberali non si sono definitivamente affermati. La cultura e le istituzioni liberaldemocratiche sono in mille difficoltà. Non é affatto vero pertanto che si sia in presenza di un insediamento irreversibile dei regimi liberaldemocratici. Io sono convinto che i regimi liberaldemocratici vivranno delle sfide acerrime anche in tempi relativamente brevi. Una delle maggiori sfide deriva dalla prevaricazione del momento economico dell’esistenza su quello politico, essendo i regimi liberldemocratici fondati essenzialmente su una visione politica dell’esistenza. Io non parlerei di "democrazia economica" né di "democrazia sociale", perché queste terminologie tradiscono alla base una misura di equivoco. La "democrazia" é per definizione un regime politico, una esperienza che trova nella politicità la sua giustificazione e la sua capacità espressiva. Oggi si tende da parte di alcune forze economiche, e in generale dell’economia, a mortificare il primato della politica. Tutto ciò comporterà delle sfide importanti alla "democrazia". La "democrazia", se vuole essere accettata, deve imparare a funzionare meglio di come funziona, dando delle prestazioni migliori di quelle che dà. Le sue prestazioni attuali sono insoddisfacenti, come dimostra il crescente distacco dalla politica riscontrato nelle grandi civiltà occidentali.

STUDENTE: Da una ricerca condotta su Internet ho trovato un sito sul ‘68, che parte con l’affermazione di "Siate realisti, chiedete l’impossibile". Secondo Lei, quanto può essere restituita alla società odierna questa voglia di perseguire un ideale, con tutte le proprie forze, anche se si deve confrontare con una realtà che ne limita lo sviluppo?

FISICHELLA: Io credo che gli uomini debbano commisurare le loro azioni al possibile. Ognuno di noi dovrebbe assumersi un impegno appena superiore alle proprie forze. Nessuno può fare l’impossibile. Siccome nessuno di noi può fare l’impossibile, la frustrazione é nell’ordine delle cose. L’impegno e lo sforzo di fare qualcosa di più di ciò che appare possibile danno esattamente il senso del mutamento reale e produttivo. Dal punto di vista tecnologico, le capacità dell’uomo sono straordinarie. L’uomo é un essere tecnologicamente molto informato. Vorrei quasi dire che la tecnologia offre straordinarie opportunità, ai limiti dell’impossibile. Tuttavia un uomo tecnologicamente adulto può essere immaturo dal punto di vista psicologico e passionale. La macchina incontrollata può ritorcersi contro l’uomo. Gli uomini sono capaci di grandi cose dal punto di vista tecnologico, ma limitati dal punto di vista delle passioni. Dell’espressione ricordata dal sito Internet, che pure é suggestiva, preferisco il "realismo" alla "impossibilità".


Biografia di Domenico Fisichella

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