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Il Grillo (14/6/2000)

Vittorino Andreoli

Il tradimento del Sé

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Una società complessa come quella attuale richiede necessariamente dei "travestimenti". Ognuno è in grado di opporsi al "travestimento" identificandosi nel proprio "sé" dinamico. Pertanto il cambiamento non rappresenta una falsificazione della realtà, ma semplicemente il modo che ha l’individuo di adattarsi alle situazioni. L’individuo deve mettersi nella disponibilità di essere accettato dagli altri. Questo é per l’appunto il "gioco delle relazioni", l’unico in grado di garantire il contatto tra individui. Il "sé" mutevole, e non l’"io" rigido impositivo, consente all’individuo di mettersi alla prova e capire gli altri


Puntata del 14 Giugno 2000

Realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Copernico" di Napoli

 

VITTORINO ANDREOLI: Mi chiamo Vittorino Andreoli. Sono uno psichiatra, e oggi ci occuperemo insieme di un particolare tipo di "tradimento", Il tradimento del sé. Vediamo subito una breve scheda introduttiva

COMMENTATORE: Non vi é nozione più difficile ed elusiva di quella del sé. La morale e la religione hanno cercato di imbrigliare questa sostanza in forme precise. Sono le virtù dell’integrità e della coerenza a cui si fa riferimento per costruire l’immagine del sé e di ciò che significhi tradire sé stessi. Esse ci chiedono di sottomettere noi stessi al controllo della ragione e degli ideali. Non possiamo convivere facilmente con la menzogna nei confronti di noi stessi, poiché siamo guidati in fondo da un’idea di irreprensibilità. Ciò che facciamo e ci diciamo deve essere convalidato dalla verità della ragione e deve risultare coerente con gli obiettivi che vogliamo perseguire. L’idea stessa della coscienza indica questo controllo scrupoloso su di sé, teso alla totale trasparenza verso sé stessi. Ma forse questa trasparenza é solo un ideale, é una concezione che ci siamo imposti,, ma che tralascia componenti importanti della vita. La spontaneità e il desiderio possono condurci ad agire in modi che non troverebbero mai il consenso dei nostri ideali, ma che contribuiscono a rendere la vita piena e interessante. Il senso di sé é inoltre intessuto di parzialità e di indulgenze. Come negarci di vedere noi stessi in una luce speciale? Il senso di noi stessi, così come l’importanza che attribuiamo alle relazioni personali, agli affetti e agli amori, é fondato su queste parzialità. Esse appaiono come tradimenti di una coscienza pura e integerrima, ma fanno parte però del sapore distintivo e speciale con cui la vita ci coinvolge.

ANDREOLI: Vorrei cominciare questo nostro incontro tessendo un piccolo elogio alla menzogna e con una considerazione: che a volte servono per vivere le forme di alterazione dell’immagine e della verità che ognuno di noi dà di sé stesso, per farsi accettare dal gruppo e dal contesto sociale.

STUDENTESSA: Ci sono alcuni individui, come i folli, che mentono perché creano una visione della realtà diversa da quella che effettivamente é, e altri che mentono o per paura di conoscere la reazione dell’interlocutore o per vergogna di ammettere, prima a sé stessi e poi agli altri, ciò che generalmente si ritiene sbagliato. Volevo chiederLe se l’individuo mente per sua natura o in virtù di circostanze che lo inducono a mentire.

ANDREOLI: La menzogna non é un atto che si consuma in un secondo, ma un "processo mentale". L’individuo mente a sé stesso quando, pur mentendo, conosce la realtà e la falsità delle cose. In questo caso, continuando a raccontarsi la bugia, l’individuo finisce per convincersi che la bugia é proprio la verità. Il bugiardo, in questi casi, diventa il "simulatore", ovvero colui che alla fine si convince che quello che racconta corrisponde al vero non sopportando di essere contraddetto dall’esterno. Dalla normalità l’individuo può perfino arrivare al delirio allorché percepisce che tutto il mondo sia falso. Il delirio equivale ad una interpretazione errata del mondo che si vorrebbe fare accettare dagli altri. Apparentemente più semplice da spiegare é il delirio "persecutorio" dell’individuo, ossia la sua idea che tutto il mondo gli sia avverso. Come vedete, da una falsificazione iniziale, un po’ per gioco, corrispondente a una piccola alterazione della normalità, si é passati ad un mondo completamente immerso nel delirio. Il tutto fa parte dello stesso "processo mentale". Se si vuole capire il delirio, si devono considerare anche le piccole bugie che ognuno di noi racconta a sé stesso.

STUDENTE: Secondo me il "tradimento del sé" si presenta come possibile in quanto l’uomo é caratterizzato da molteplici aspetti e, nonostante ciò, si illude di essere unico. Volevo un Suo parere.

ANDREOLI: Come è noto, Sigmund Freud si oppose all’idea che il comportamento del soggetto fosse unicamente determinato dalla consapevolezza e dalla volontà. Egli sostenne anzi che il comportamento umano era anche e soprattutto condizionato dall’inconscio. Mentre l’"io" del soggetto corrisponde a una realtà oggettiva, alla sua struttura anatomica e alla sistemazione ch’egli dà dei propri istinti in rapporto alle regole apprese, sociali e familiari, il "sé" rinvia a un significato esclusivamente esperienziale, connesso alle vicissitudini esistenziali del soggetto, e dunque denota un’esperienza soggettiva. Il "sé" é l’"io" in relazione con gli altri. In questo senso il "sé" é dinamico, e non fisso. Il "tradimento del sé" allora si delinea non rispetto ad una immagine fissa, ma ad un modo di vivere, a dei principi e ad un codice di comportamento via via acquisiti. Proprio per riferirsi all’esperienza del soggetto, il "sé" non é un attimo, ma una sequenza, uno stile di vita.

STUDENTESSA: Noi abbiamo portato come oggetto uno "specchio rotto". Lo "specchio" serve a "simboleggiare" la doppia immagine del "tradimento", quella del "traditore" e quella del "tradito". In questo caso lo "specchio" riesce a far capire al "traditore" riflesso che la persona "tradita" coincide con sé stesso. Il fatto poi che lo specchio" sia "rotto" indica che con il "tradimento" l’immagine del soggetto si infrange. Il "tradimento" può essere visto come un’esperienza di miglioramento e di formazione del soggetto, considerate l’insopprimibilità del bisogno di eternità e l’insoddisfazione che segue nel non vederlo appagato, e considerato che ogni essere umano é dotato di un corpo oltre che di una ragione, e quindi é mutevole?

ANDREOLI: Lo "specchio" é stato spesso utilizzato nell’analisi comportamentale del mondo umano ed animale, come strumento per l’esplorazione del "sé". Lo "specchio" rappresenta la prima maniera per riconoscersi e quindi per individualizzarsi. Viceversa lo "specchio rotto" impedisce la corretta configurazione del soggetto, offrendola solo in frammenti. Lo "specchio rotto" "metaforizza" in maniera splendida i tanti pezzi di cui siamo composti, alcuni graditi, altri meno. Mentre lo "specchio" offre al soggetto il suo "sé", lo "specchio rotto" può solo offrire un "sé" frammentato, e questo può volere anche dire da parte del soggetto la perdita della propria identità. Ciò che precisamente preoccupa del mondo giovanile é quel volere apparire e non invece cercare di vedere un "sé" interiore.

STUDENTESSA: Lei ha detto che l’essere il "sé" risulta molteplice e che pertanto non può essere definito come qualcosa di utile e costante nel tempo. Fino a che punto si può parlare di "tradimento del sé" quando il nostro essere é anche e fortemente condizionato dalla società?

ANDREOLI: Vorrei risponderLe vedendo prima la storia di Pinocchio, che é oggetto del secondo contributo filmato. Personalmente trovo straordinaria la "metafora" figurata nella marionetta di legno che diventa uomo di carne in seguito alle sue menzogne.

FATINA DAI CAPELLI TURCHINI: E ora raccontami sinceramente tutto quello che ti é successo. Perché non sei tornato subito dal tuo babbo, quando Mangiafuoco ti ha dato gli zecchini? E quanti zecchini ti ha dato Mangiafuoco?

PINOCCHIO: Quattro. Li volevo portare al mio babbo, ma poi ho incontrato gli assassini.

FATINA DAI CAPELLI TURCHINI: Ah, sì? Hai incontrato gli assassini proprio mentre tornavi dal tuo babbo?

PINOCCHIO: Sì, te l’ho detto, quando andavo a casa del mio babbo. (il naso di Pinocchio si allunga) Aiuto, fatina mia, guardami il naso, cosa gli succede?

FATINA DAI CAPELLI TURCHINI: Caro Pinocchio, ci sono due specie di bugie, quelle che hanno le gambe corte e quelle che hanno il naso lungo. E le tue, per l’appunto, sono di quelle che hanno il naso lungo.

PINOCCHIO: Sì, ho detto una bugia. Mangiafuoco m’ha dato cinque monete. Una l’ho spesa per la carità.

(il naso di Pinocchio si allunga ancora)

PINOCCHIO: Fatina mia, ma guarda il mio naso, sembra un bastone! Perché si é allungato ancora? Io non ho detto una bugia, ho detto la verità! Aiuto, dirò la verità! Va bene, non ho fatto la carità. Ho pagato la cena al Gatto e la Volpe.

FATINA DAI CAPELLI TURCHINI: So tutto!

PINOCCHIO: E allora perché mi fai tante domande? Per farmi dire bugie? Sei cattiva!

FATINA DAI CAPELLI TURCHINI: Pinocchio, cosa dici? Per tua norma io sono una fata. E le fate, come sanno tutti, non sono mai cattive.

PINOCCHIO: Non posso nemmeno strapparmi i capelli dalla testa perché sono di legno. Tu non sei una fata, sei una strega!

ANDREOLI: Pinocchio é una marionetta di legno che vorrebbe essere un bambino. La menzogna qui esplica pertanto una funzione di "metamorfosi". È solo attraverso la menzogna che Pinocchio vive come un bambino e lo diventa. Questa menzogna é utile perché rappresenta l’unica possibilità per un burattino di legno di vivere come un uomo, e perché non arreca danno a nessuno. Quando arriverete alla mia età scoprirete il gusto di ammettere le cose di Voi che tenevate nascoste. Socialmente non é accettabile la bugia che arreca danno ad altri. Viceversa la bugia con la quale il soggetto cerca di porsi in una luce diversa diventa quasi un gioco, un giuoco funzionale, oserei dire un "gioco delle parti". Questo tipo di bugie può perfino fungere da programma di cambiamento, e non fa del male a nessuno. Quanto al "mito" che accompagna la "settimana di vacanze", non é assolutamente vero che il soggetto "evade" cambiando ambiente o luogo fisico. Il soggetto "evade" raccontandosi in modo diverso. Il tipo di bugia prettamente "ingenua" offre la forza di vivere e colora anche l’esistenza. Denota in realtà un "teatro del quotidiano".

STUDENTESSA: Come sostiene Torquato Accetto nel suo Della dissimulazione onesta, é essenziale per vivere nella società che noi indossiamo delle "maschere". Secondo Lei, queste "maschere" sono imposte dalla società o siamo noi ad indossarle per difenderci da eventuali pregiudizi?

ANDREOLI: Io dico che é la società ad imporle. Indubbiamente la società richiede un’infinità di adattamenti all’uomo. Sono adattamenti dettati dagli ambienti in cui l’uomo vive e lavora. Una società complessa come quella attuale richiede necessariamente dei "travestimenti". Ognuno è in grado di opporsi al "travestimento" identificandosi nel proprio "sé" dinamico. Pertanto il cambiamento non rappresenta una falsificazione della realtà, ma semplicemente il modo che ha l’individuo di adattarsi alle situazioni. L’individuo deve mettersi nella disponibilità di essere accettato dagli altri. Questo é per l’appunto il "gioco delle relazioni", l’unico in grado di garantire il contatto tra individui. Il "sé" mutevole, e non l’"io" rigido impositivo, consente all’individuo di mettersi alla prova e capire gli altri

STUDENTESSA: Il "tradimento del sé" può essere causato dalla paura di esporsi dell’individuo. Come può difendersi e risolvere questo problema, che é dato anche e soprattutto dalla società?

ANDREOLI: La paura dell’individuo di non piacere al gruppo sociale è senza dubbio determinante, ma non é la sola. Esiste anzitutto la paura di non piacere a sé stessi. Di conseguenza l’individuo é portato a raccontarsi e a raccontare delle bugie o delle menzogne per diminuire la paura. Certamente la bugia e la menzogna risultano essere una terapia alla paura. Per questo trovo che siano significative. Non vorrei che Voi pensaste al mio come a un elogio della bugia. Semplicemente penso che la bugia faccia parte del sistema di vita e che qualche volta aiuti a vivere.

STUDENTESSA: A volte il nostro "tradimento del sé" deriva dalla voglia di non deludere chi ha un’immagine diversa di noi. Ma é giusto?

ANDREOLI: Possono esserci menzogne socialmente accettate e menzogne "di immagine" che pregiudicano il "gioco delle relazioni". Il "millantato credito" e il "raggiro" sono configurati come reati pur appartenendo al campo delle menzogne, in quanto specificano un comportamento socialmente dannoso e moralmente inaccettabile. Deve essere considerata negativamente la posizione dell’individuo che, non essendo più "di gioco", né funzionale al proprio "sé" e al proprio essere, é solo di danno agli altri. L’immagine che si ha del "sé" deve essere a questo corrispondente, non deve essere una sovrapposizione di altre immagini che, pur potendo muoversi, muta gli aspetti in cui si presenta, perché così l’individuo vivrebbe di un "sé" completamente altro. Quest’ultima é una patologia, in quanto specifica una "separazione". Le modificazioni all’interno di un "sé" mantenuto permettono all’individuo di presentare degli aspetti che ancora gli appartengono. È opportuno che l’individuo non venda mai il "sé" per l’"immagine".

STUDENTE: Luigi Pirandello in Uno, nessuno, centomila descrive il mutamento di identità di un uomo al variare delle situazioni in cui si trova. Sappiamo che Pirandello sviluppò con particolare attenzione le problematiche attinenti alla crisi di identità e all’alienazione dell’uomo moderno. Quand’è che si passa dalla bugia detta per la propria felicità a quella che rende tristi?

ANDREOLI: Pirandello in questo dramma, più che affrontare il problema della patologia legata alla "separazione" del "sé", mostra efficacemente come ogni individuo dipenda dagli altri, anticipando quella concezione secondo la quale la normalità sta nel rapporto tra il "sé" e l’altro, nella capacità che il "sé" ha di relazionarsi con l’altro. La normalità e la follia di un individuo, chiuso o meno dentro il suo "sé", dipende anche dall’altro. La nostra identità pertanto non dipende esclusivamente dagli altri. Gli altri ci aiutano a conoscerci, ma, nello stesso tempo, non devono farci perdere una identità. Seppure ancorato al "gioco delle parti", il personaggio di Uno, nessuno, centomila che chiede a Bibi di dirgli chi lui sia dimostra di avere mantenuto la percezione di essere un individuo, una unità, e non uno "specchio rotto" o cinquanta "specchi".

STUDENTE: Il suicidio deve essere considerato un "tradimento del sé", il peccato massimo contro la propria identità?

ANDREOLI: Io mi sono occupato per lungo tempo dei cosiddetti "mancati suicidi", di persone che volevano comunque morire. Il suicidio equivale sempre ad un momento "titanico", ovvero alla presa di posizione di un "sé" che, vivendo male, decide di eliminarsi. L’Uebermensch, il Superuomo, di Friedrich Nietzsche si suicida non perché pensa con quello di compiere un gesto "titanico", ma perché vuole dimostrare che il potere di decidere la vita e la morte spetta all’uomo e non agli dei. Sono fermamente convinto che il suicidio è una decisione dell’"io" e non un "tradimento".

STUDENTE: In Uno, nessuno, centomila Luigi Pirandello compie anche una descrizione dell’impossibilità di scelta tra un "sé" che prescinde e un "sé" che dipende dalla società. O sbaglio?

ANDREOLI: Certamente. È proprio così. Si verificherebbe altrimenti quella "separazione" del "sé" dall’altro che ho già detto essere una assoluta "finzione". La normalità o la follia non riguardano questo o quell’individuo, ma la modalità in cui si pongono in rapporto. L’idea dell’"io" e l’altro come un sistema mi sembra essenziale a comprendere il "gioco delle parti" pirandelliano e il "gioco" in cui il "sé" si deve sempre relazionare.

STUDENTE: Io penso che questa impossibilità di scelta sia abbastanza "tragica" anche per l’uomo.

ANDREOLI: È "tragica", perché é l'avventura umana ed é un’avventura sociale. È noto che Pirandello visse il dramma della follia in prima persona a causa della malattia mentale che colpì la moglie nel 1897. Nel delirio di "persecuzione", per esempio, tipico di alcune psicosi, l’individuo non é più in grado di comunicare con nessuno perché tutti gli sembrano uguali. Gli altri sono comunque qualcosa che agisce contro di lui. Una psicopatia simile é il delirio di "grandezza", per cui l’individuo assume su di "sé" una funzione "messianica" in virtù della quale egli è il "Verbo" e solo da lui possono derivare le cose "positive". Il prefisso schizo-, primo elemento della parola composta schizofrenia, deriva dal verbo greco schìzein, dividere. Ciò indica che il singolo non comunica più, é "diviso", è "separato" dal "sé". Finché, nel rapporto con gli altri, opera il "sé" nella sua funzione propriamente "dinamica", la follia non ha possibilità di emergere né di manifestarsi. Potranno aversi diverse sfaccettature del "sé", ma non é ancora follia. La follia nasce al momento della rottura del rapporto con gli altri.

STUDENTESSA: Dopo un’accurata ricerca in Internet ho trovato un sito che mi é sembrato pertinente al nostro discorso. Riguarda l’Atto di abiura di Galileo Galilei. Con quell’Atto Galileo "tradì" sé stesso, le sue idee e la sua scienza. Qual è il Suo parare al riguardo?

ANDREOLI: La verità di Roberto Bellarmino, che difese la Chiesa nel processo a Galileo, opponendo la tradizione aristotelica e la Bibbia ai "due massimi sistemi del mondo" copernicani, alla teoria "eliocentrica" galileiana, e comunque all’autonomia della scienza rispetto alla fede, si manifestò in tutto il suo aspetto odioso, che é quello del "potere". Guardando oggi a quell’abiura, io dico che Galileo abbia fatto bene ad opporre a quella verità odiosa una "menzogna", intesa quest’ultima proprio come quel qualcosa che aiuta a vivere. Fu, e lo ripeto, una "menzogna" costretta contro la "verità" odiosa.

Registrazione del 21 Marzo 2000


Biografia di Vittorino Andreoli

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