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Il Grillo (1/1/2001)

Giovanni Sabbatucci

Come si forma l'identità italiana

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1 gennaio 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Aristofane" di Roma

STUDENTE: Siamo al Liceo Classico "Aristofane" di Roma e l'argomento della puntata del giorno è: "Come si forma l'identità italiana". Abbiamo con noi il professor Giovanni Sabbatucci, che ringraziamo di esser qui.Vediamo ora una scheda introduttiva.

Qual è il carattere di un popolo? "La sua storia, tutta la sua storia, nient'altro che la sua storia". Se è vera questa affermazione di Benedetto Croce, il carattere di un popolo non è dato una volta per tutte, ma è in continuo mutamento, in continua formazione. Anche in questo momento, potremmo dire, si sta formando il carattere nazionale italiano. Il vero problema non è allora l'identità nazionale, ma la coscienza di questa identità. Che si debba essere coscienti della propria italianità non è affatto scontato. Prima che dall'appartenenza nazionale si può essere definiti dall'identità di classe, dall'identità professionale, da quella municipale. La coscienza dell'identità si fa sentire nei momenti di crisi. È solo quando non sappiamo più bene chi siamo che l'identità diventa un problema. La riflessione sull'identità italiana non sarà forse il segno che questa identità si sta dissolvendo o sta mutando radicalmente? Inoltre, proprio in questi momenti di ripensamento di noi stessi, l'identità si definisce anche attraverso la differenza e l'esclusione, come identità "rispetto a". Siamo italiani perché ci sono dei non italiani. Rispetto a cosa si definisce allora oggi l'italiano? Chi è l'estraneo, l'altro?

STUDENTE: Secondo Lei, quand'è nata l'idea di nazione italiana e, soprattutto, quand'è che si è formata questa idea come sentimento popolare?

SABBATUCCI: L'idea di nazione italiana, per come noi intendiamo oggi il termine nazione, si è formata relativamente tardi. Si è formata, direi, a partire dalla Rivoluzione Francese, a partire dall'invasione napoleonica, un po' per imitazione, rispetto alle idee di sovranità popolare, rispetto alle idee rivoluzionarie, e un po' per reazione all'occupazione francese. È quindi un fenomeno relativamente tardivo, rispetto a quello che è accaduto in altri paesi e, nel momento in cui si è formata, è stata, ed è rimasta per parecchio tempo, patrimonio di élite ristrette, di gruppi di intellettuali, i quali spesso, non erano neanche molto d'accordo fra loro su che cosa fosse l'Italia, su quanto fosse grande, su quanto fosse estesa. Per parlare di un radicamento nelle masse popolari dell'idea di nazione bisogna aspettare parecchio. Intanto bisogna aspettare che sia formato uno Stato italiano. Solo lo Stato unitario, attraverso i suoi strumenti, che sono soprattutto l'esercito, e più ancora, la scuola, può riuscire o, comunque, può cominciare a diffondere, anche nei ceti popolari, un'idea di nazione che non è naturale. Questo dobbiamo sempre ricordare. Non è che si nasce con la coscienza della nazione. È qualche cosa di indotto. E sicuramente l'agente più forte per fare crescere, per rendere concreta l'idea di nazione, è lo Stato, è lo Stato nazionale. Per cui contrariamente a quello che forse pensavano i patrioti del Risorgimento non c'è prima una nazione, che poi genera lo Stato. C'è uno Stato che in qualche modo costruisce la nazione. La costruisce su qualche cosa che già esiste. Ecco, su quel qualche cosa si potrebbe discutere a lungo.

STUDENTESSA: La scheda filmata si apriva con una frase di Benedetto Croce, che sottolineava l'essenzialità della storia per il carattere di un popolo. Ma per Lei che è uno storico, e anche per gli altri storici, questa affermazione è sentita ancora come vera, oppure il carattere di un popolo può essere qualcosa di determinato a prescindere dalla storia?

SABBATUCCI: Io penso che l'affermazione nella sostanza resti valida: il carattere di un popolo  lo si può definire in tanti modi; ma tra l'altro, su quali siano i fattori che costituiscono il carattere di un popolo, se la lingua, se la religione, se l'aspetto fisico, su questo non è che ci sia  un accordo. Anzi, che cosa sia veramente la nazione, che cosa definisca una nazione, ancora non lo sappiamo. Ecco, però è certo che fra questi fattori c'è sicuramente la storia, c'è l'idea di avere un passato in comune, di avere una memoria comune su cui riflettere. Certamente c'è anche quello di avere un futuro, di pensare a qualche cosa che si dovrà continuare a fare insieme, ma tutto questo non ci sarebbe, se non ci fosse invece la coscienza di una qualche storia comune. Questa storia può essere  anche, come dire, rielaborata, può essere presentata in forme magari non sempre rispondenti a quello che è realmente accaduto. Esiste anche una componente mitica, mitologica nella nascita delle nazioni. Ma di questa componente la storia è parte essenziale. Nessuna grande nazione moderna si sarebbe formata senza una riflessione, ripeto, a volte non del tutto rispondente ai canoni di una corretta analisi storiografica, ma senza appunto una riflessione sul passato. Questo è stato e questo credo che sarà ancora in futuro.

STUDENTE: Quanto c'è rimasto dell'eredità della cultura risorgimentale tuttora in noi? Quanto sono vivi quei valori che un tempo furono così gloriosi?

SABBATUCCI: Dunque, tanto per cominciare bisogna ricordare che, quando si parla di eventi che risalgono ormai a un secolo e mezzo fa, i valori, che pure noi continuiamo a riconoscere e anche a studiare come oggetto di storia, vanno in qualche modo trasformati e tradotti nelle circostanze attuali. In che senso noi pensiamo - io penso, almeno - che i valori risorgimentali siano ancora attuali? Il nostro Risorgimento è stato fatto in nome di alcune idealità e anche in nome di alcuni ordinamenti politici. Il Risorgimento italiano si è attuato nel modo che noi sappiamo, sotto la guida del Piemonte sabaudo, anche perché quello era l'unico fra gli Stati che avesse degli ordinamenti rappresentativi. Non era ancora uno Stato democratico, nel senso in cui noi lo intendiamo oggi, ma aveva ordinamenti rappresentativi, vi si praticava la libertà di opinione, di stampa, di associazione. Questo è uno dei valori su cui è stata fondata l'Italia, e questo valore è ancora vivo, attuale. Altri valori oggi, per esempio: l'idea di nazione, come la pensava Mazzini, come la pensavano gli uomini dell'Ottocento, come la descriveva Manzoni: "Una d'arme di lingue, d'altare, di memoria, di sangue, di corpi ...", ecco tutte queste cose qui, oggi noi possiamo vederle in modo diverso e sicuramente più critico. Ma l'idea che in Italia, anziché tanti staterelli, retti per lo più da dinastie, alcune neanche particolarmente radicate nella tradizione italiana, in nome di principi che erano principi non liberali e non democratici, che al posto di tutto questo vi fosse uno Stato unitario, con degli ordinamenti moderni, razionali, in cui si rispettassero le libertà fondamentali, questo è un valore, che, secondo me, ancora è vivo e  forte. Il che però non ci deve impedire di guardare oggi, a un secolo e mezzo, a due secoli di distanza, a quel processo con gli occhi critici dello storico, e vederne anche le contraddizioni, i limiti, principale dei quali era la base piuttosto ristretta su cui questa costruzione è stata edificata. E questo noi lo dobbiamo vedere e nello stesso tempo possiamo continuare a riconoscerci in quei valori, in quei valori che, almeno secondo me, - poi ognuno naturalmente la pensa come vuole - ma secondo me, sono ancora forti e ancora validi.

STUDENTESSA: Riferendomi ancora al nostro Risorgimento, alcuni pensatori hanno visto nel primato della religione cattolica la base per una futura unità d'Italia. Ma, a Suo avviso, pensa che la religione sia riuscita in tale intento, sia riuscita quindi a formare un'identità italiana?

SABBATUCCI:  Questa è una bella domanda, ci vorrebbe un bel po' più di tempo per rispondere. Dunque, se noi parliamo di identità italiana è indubbio che la religione cattolica sia uno dei fattori costituitivi dell'identità italiana, forse il più indiscutibile, nel senso che, nel momento in cui l'Italia si è formata in Stato unitario, i cattolici erano il 99 virgola non so quanto della popolazione. Praticamente la totalità della popolazione italiana si riconosceva nella religione cattolica, nei suoi precetti e c'era un tasso di osservanza dei precetti delle pratiche religiose molto maggiore di oggi. Quindi è evidente che la religione cattolica è forse, ripeto, il fattore più forte di identità nazionale, nel senso che, per esempio, la lingua che è l'altro fattore a cui comunemente si fa riferimento, quando l'Italia si formò, era ancora una lingua prevalentemente letteraria. La religione no. La religione era la religione di tutti ed era, sicuramente, la religione degli italiani. Quindi, da questo punto di vista, è un potente fattore di identità. Però, Lei sa bene, Voi tutti sapete, che lo Stato italiano si è formato senza il contributo della Chiesa, della Chiesa di Roma, il che non vuol dire che tutti i cattolici fossero contro l'unità, ma certo chi rappresentava ufficialmente la Chiesa, il Papa, le gerarchie ecclesiastiche, non contribuirono al processo unitario, ma vi si opposero, per le ragioni che noi sappiamo. Pio IX rifiutò di partecipare alla causa nazionale. Ci fu un conflitto, anche duro, e lo Stato italiano nacque non solo senza la benedizione della Chiesa cattolica, ma addirittura, con la sua scomunica. Questo non impedì che si formasse uno Stato italiano, che si formasse uno Stato laico, almeno nelle intenzioni, ma questa rottura è stata un profondo fattore di debolezza, di fragilità. Quando si riflette sul fatto che le basi dello Stato unitario erano ristrette, per certi aspetti fragili, ed erano sentite come tali, noi non possiamo dimenticare il fatto che, mentre in altri paesi, nazione e religione - pensiamo alla Francia, alla Gran Bretagna, che ha una sua Chiesa nazionale, agli Stati Uniti d'America, ad altri paesi, come la Polonia o la Russia -, mentre altri Paesi hanno avuto una religione nazionale e una Chiesa nazionale, l'Italia  non l'ha avuta, almeno per tutto il periodo della sua costruzione. E questo ha sicuramente lasciato delle tracce profonde, non positive, secondo me.

STUDENTESSA: Alcuni storici hanno ritenuto la Resistenza come un Nuovo Risorgimento. Lei che ne pensa?

SABBATUCCI: Io penso che la definizione di Nuovo Risorgimento non è del tutto sbagliata, pur con tutte le differenze che naturalmente vanno fatte; nel senso che la Resistenza è un episodio alto della storia italiana, è un episodio importante, perché ha contribuito a far sì che l'Italia potesse poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, essere riammessa nel consesso delle nazioni libere. Ha avuto un valore morale molto forte, ma ha avuto gli stessi problemi e gli stessi limiti che a suo tempo aveva avuto il Risorgimento, cioè la ristrettezza della base. Quindi, quando si dice che la Resistenza è un altro dei momenti importanti, dei momenti fondativi dello Stato italiano, si dice una cosa giusta. Se si dice che la Resistenza fu quella grande guerra di popolo che il Risorgimento non era stato, qui si dice una cosa forse non del tutto esatta. Anche la Resistenza fu un fenomeno che coinvolse, almeno nelle sue forme attive, una cerchia piuttosto ristretta della popolazione. Si calcola che i resistenti in armi, siano stati, per il periodo dell'occupazione tedesca, fra i cento e i duecentomila, nel momento della massima espansione del Movimento di Resistenza armata. Quindi quello che non ci fu, fu quella sorta di grande battesimo popolare, di grande lotta di popolo che il Risorgimento non era stato, come noi ben sappiamo. Non lo fu nemmeno la Resistenza. E in questo senso anche la Repubblica, così come il Regno d'Italia nato nel 1861, si è fondato su una base non amplissima. Il che non toglie che appunto, se noi guardiamo dal punto di vista dei valori, dell'affermazione di certi valori, la Resistenza sia stato un momento importante e uno dei momenti costitutivi della Italia repubblicana.

STUDENTE: Secondo Lei, l'otto settembre cosa rappresenta nella storia italiana: la morte o la rinascita del sentimento di patria?

SABBATUCCI: Anche questo è un bel problema. È un problema su cui si sono scritti libri, si sono fatte delle grandi polemiche. Potrei risponderLe, così, con una battuta, dicendoLe che dipende dai punti di vista. C'è  un detto popolare che dice che più la notte è buia e più è vicina l'alba. Allora, se noi diciamo che l'otto settembre fu il momento più basso nella storia dell'Italia come nazione, come Stato unitario, dicendo che era il momento più basso, possiamo anche sostenere che, arrivato al fondo, non si poteva che risalire. Alcuni sostengono questo. Io devo dire che non trovo del tutto inappropriata, come invece alcuni trovano, l'espressione di morte della Patria che è stata usata a proposito di quell'evento. L'otto settembre - Ve lo ricordo, lo sapete - è il momento in cui, all'annuncio dell'armistizio con gli Alleati, lo Stato si è in qualche modo squagliato, si è sbriciolato e si sono sbriciolate soprattutto le forze armate, salvo alcuni episodi eroici di resistenza ai tedeschi. Ecco, proprio perché io penso, come Vi dicevo prima, che nella costruzione di una patria italiana, perché sempre di una costruzione si tratta, lo Stato abbia avuto un ruolo importantissimo, non sia stato soltanto, così, un fenomeno sovrastrutturale, ma sia stata una componente importante per la costruzione di una nazione italiana, beh, proprio per questo penso che, nel momento in cui lo Stato agli occhi dei cittadini cessa quasi di esistere - nel senso che il Re è scappato, non si sa bene neanche dove sia, i militari, l'esercito, che in tempo di guerra soprattutto rappresenta  la nazione, si  sbanda, i comandanti non sanno che cosa fare, gli italiani non hanno, almeno per un po' di tempo, punti di riferimento precisi a cui appigliarsi -, in questo momento, in cui lo Stato, almeno se non muore, certo collassa, anche il senso di patria ne viene profondamente ferito. Certo, dopo la catastrofe dell'otto settembre, comincia la rinascita. Ma questo noi lo sappiamo adesso, lo sappiamo perché conosciamo ciò che è avvenuto dopo. Sappiamo, per esempio, che l'appello, lanciato dal Comitato di Liberazione Nazionale all'italiano per lottare contro il fascismo, contro gli invasori tedeschi, lanciato il nove, il dieci settembre, sarebbe poi stato la base della costruzione dell'Italia democratica e repubblicana. Ma noi lo sappiamo adesso. Quell'appello, quando fu lanciato, pochi probabilmente ne vennero a conoscenza e pochi furono in grado di capirlo e di apprezzarlo.

STUDENTE: Abbiamo parlato adesso dell'importanza dell'otto settembre. A mio avviso un altro passo importante nella storia d'Italia è quello della Costituzione, però,  a differenza, per esempio, di quella americana, non si è mai introdotta nella mentalità del cittadino. Quindi adesso - anche prima - che cosa ha rappresentato la Costituzione italiana per un cittadino: è un pezzo di noi oppure è semplicemente un pezzo di carta?

@SABBATUCCI: Non è un pezzo di carta,  ma forse sarebbe eccessivo dire che è un pezzo di noi, nel senso che, per quanto diceva prima, circa la differenza, per esempio, con la Costituzione degli Stati Uniti. La Costituzione degli Stati Uniti è l'atto fondativo di una nazione, anche se gli Stati Uniti sono una nazione sui generis, ma insomma, è un atto fondativo e in quanto tale sta profondamente dentro la storia americana. Penso che i ragazzi delle scuole la conoscano molto meglio di quanto Voi altri conosciate la Costituzione italiana. Questo anche - sia detto per inciso - perché la Costituzione americana è una costituzione breve, quella italiana è un po' più lunga. Ha - non mi ricordo - mi pare 133 articoli, quella americana ne ha molti di meno. E comunque è stata elaborata contestualmente alla nascita degli Stati Uniti d'America. Appunto un atto fondativo. La Costituzione italiana non ha queste caratteristiche. Non è così conosciuta, non è così popolare, non è così immediatamente percepita e capita dal grande pubblico e dai giovani, che poi la dovrebbero studiare, almeno in parte, a scuola. Ciò non di meno, e anche a prescindere dal valore che ha oggi - oggi come sapete si pensa di correggerla, almeno in alcune sue parti - storicamente la Costituzione, è stato un altro momento importante. La Costituzione è stata - si dice - un compromesso, un compromesso tra le forze diverse, che concorsero alla costruzione dell'Italia repubblicana. Ma è questo uno di quei casi in cui la parola "compromesso" non deve avere un significato negativo, ma ha un significato positivo, alto. È stato un compromesso che ha fatto sì che le ispirazioni di matrice culturale diversa trovassero un punto di convergenza, che, a distanza di molti anni, può mostrare, in certi punti, in certe affermazioni, i segni di un'epoca, a cominciare dalla prima se ci pensate: la Repubblica è fondata sul lavoro. Un'affermazione che oggi probabilmente non riscriveremmo. Fondata sul lavoro che cosa vuol dire? Avete mai sentito dire di uno Stato che è fondato sull'ozio? No, naturalmente. Quindi, è un'affermazione forse pleonastica, che risente di una certa cultura dell'epoca. Ma, a parte questo, la Costituzione, in quanto disegna un certo tipo di ordinamenti democratici, aperti sulla socialità, garantisce i diritti dei cittadini e soprattutto rappresenta un punto di convergenza fra diverse culture, in questo senso, la Costituzione è stata molto importante, perché, come noi sappiamo, le forze politiche che contribuirono alla nascita della Repubblica e della Costituzione, si trovarono spesso in contrasto, anche molto duro. Ci fu la Guerra Fredda, ci furono dei momenti di confronto, anche aspro, all'interno della Repubblica. Bene, il fatto che però queste forze si riconoscessero tutte nella Costituzione e nei suoi valori fondanti, questo è stato molto importante per la storia italiana, per la storia della Repubblica in particolare. E quindi la Costituzione è stata e, per molti aspetti, è ancora, un documento importante, anche se, appunto, non come può esserlo stato la Costituzione americana, che tra l'altro, è la stessa da due secoli e un quarto, o quasi, per gli Stati Uniti d'America.

STUDENTESSA: La storia italiana è fatta anche di immigrazione all'estero. Secondo Lei, nei figli, o addirittura, nei nipoti dei nostri immigranti, esiste ancora un'identità nazionale?

SABBATUCCI: Questo  è un problema interessante. È una questione di generazioni naturalmente, soprattutto la seconda, la terza generazione, le attuali generazioni. Perché, come Lei sa, noi da un pezzo noi abbiamo smesso di essere un paese di immigrazione, quelli che oggi vivono e lavorano nei paesi tipici, per esempio nell'immigrazione oltreoceanica, parlo degli Stati Uniti in particolare, o dell'Australia, sono ormai profondamente integrati. Molti non parlano più neanche la lingua italiana, e quindi credo che sia abbastanza problematico parlare in riferimento a questi emigrati, di conservazione di identità nazionale nel senso pieno del termine. Diverso naturalmente è per quelli che sono emigrati in paesi più vicini, con la possibilità di tornare periodicamente, che hanno conservato legami con le loro famiglie d'origine, parlo di quelli che emigrarono nel secondo dopoguerra in Germania o in Belgio. Lì è sicuramente diverso. Però io credo che il destino di queste comunità è quello di una sempre maggiore integrazione nei paesi di arrivo. Salvo che, anche questo può succedere, in quei paesi  non si verifichino dei problemi, delle crisi economiche, per cui l'emigrato di origine italiana è portato, magari, a richiedere la cittadinanza, a ristabilire un contatto con la madrepatria, che nel frattempo è cambiata dai tempi in cui l'avevano lasciata. È successo, per esempio, per il Sud-America, per l'Argentina. Quindi io penso che il destino,  delle famiglie di coloro che sono emigrati una, due, tre generazioni fa, sia quello di una maggiore integrazione nei paesi di arrivo. Questo però non significa che una qualche forma di conservazione di identità, a livello culturale soprattutto, non sussista. Invece sussiste: negli ultimi tempi, negli ultimi decenni, abbiamo assistito ovunque a un fenomeno di riscoperta delle radici, di riscoperta delle proprie identità. Questo vale anche, non so, per gli afro-americani, che, magari, vivono negli Stati Uniti  non da generazioni, ma da secoli addirittura. Anche fra di loro c'è stato un processo di riscoperta della propria identità originaria. Infatti ora si chiamano afro-americani, prima non si sarebbero chiamati così. Ecco, questo coinvolge anche le comunità italiane, che spesso riscoprono le loro radici, le valorizzano e si sentono italo-americani. Pensi ai nomi famosi di tanti attori e registi americani: Scorsese, Coppola, De Niro, Al Pacino, per dire i più noti. Bene, nessuno di loro credo parli correntemente la lingua degli avi, però, se interpellati, risponderebbero di essere degli italo-americani, e infatti non fanno che fare film sugli italo-americani, sui mafiosi purtroppo, ma questo è un altro discorso. Quindi esiste la possibilità, che pur in un processo di progressiva integrazione nelle comunità attuali di appartenenza, il senso di un legame con la comunità di provenienza originaria possa continuare ancora a conservarsi.

STUDENTESSA: Da quando si è parlato d'Italia, c'è sempre stato il grande problema del divario fra il Nord e il Sud, volevo sapere: oggi in che chiave viene riproposto questo problema e che cos'è attualmente la questione meridionale?

SABBATUCCI: Grossa domanda! Dunque, il fatto che noi ci poniamo ancora questo problema significa che, da questo punto di vista, le classi dirigenti che si sono succedute alla guida del Paese, non sono riuscite in uno degli scopi fondamentali di una classe dirigente nazionale; cioè colmare il divario o ridurlo significativamente, al punto da non doverne più parlare, perché il momento in cui noi non dovremmo più porci il problema di una questione meridionale, di un divario, di un gap, come si dice, fra Nord e Sud, economico, sociale, culturale, in quel momento allora il problema sarebbe risolto. Ma se noi ne parliamo - e se ne parla continuamente, ne parliamo noi qui, ma se ne parla anche in sedi politiche, in sedi di decisioni di politica economica - nel momento in cui ne parliamo, vuol dire che il problema ancora sussiste. Sussiste ancora perché ce lo dicono gli indicatori economici, ce lo dicono gli indicatori, per esempio, sull'occupazione. Sappiamo benissimo che la disoccupazione è molto più alta al Sud che al Nord, ma le differenze sono notevoli, sono forti ancora le differenze di reddito pro capite, sono forti le differenze culturali nel senso di come ci si pone, come ci si atteggia, di fronte allo Stato, ai poteri pubblici. Insomma queste differenze ancora permangono, segno che anche azioni politiche forti, energiche, come quelle che sono state messe in atto nel secondo dopoguerra, con la Cassa del Mezzogiorno, ma anche prima con le leggi speciali del periodo giolittiano, anche politiche forti e decise, spesso non sono sufficienti per rimuovere ostacoli che non sono solo di natura economica e politica, ma sono anche di natura più profonda. Ecco, da questo punto di vista però, io credo che in parte possiamo lasciare qualche piccolo spiraglio all'ottimismo. È vero che il divario persiste, è vero che il divario riguarda vari settori e in particolare l'economia. Tutto vero. Ma, se noi facciamo un paragone, non dico con la situazione dell'Italia appena unificata, quando mezza Italia meridionale era in preda a una sorta di guerriglia sociale, il brigantaggio, e lo Stato unitario doveva mandare l'esercito per reprimerla, rispetto a quel tempo, certo, di progressi se ne sono fatti, ma anche rispetto a trenta, quaranta, cinquant'anni fa, grazie alle migliori comunicazioni, grazie alle comunicazioni di massa, alla televisione, grazie alla tanto deprecata, a torto, civiltà dei consumi, noi abbiamo assistito a un processo, se non proprio di omologazione, quanto meno di riavvicinamento. Oggi gli italiani del Sud e del Nord intanto si capiscono, cosa che cent'anni fa per lo più non avveniva, guardano gli stessi spettacoli alla televisione, guardano gli stessi film, sentono la stessa musica, si incontrano, si scambiano esperienze molto più di quanto non avvenisse in passato. Quindi, da questo punto di vista, il processo di integrazione nazionale ha fatto parecchi passi avanti. Si può sperare che su questa base anche le differenze che ci sono, e che possiamo sperare che in tempi brevi siano eliminate, si attenuino e si avvii un processo di maggiore omologazione fra le varie parti del paese.

STUDENTESSA Secondo Lei la storia d'Italia costituisce un progresso per la coscienza dell'identità nazionale oppure no? Cioè, siamo più o meno italiani di cent'anni fa?

SABBATUCCI:  Rispetto a cent'anni fa o a centoquaranta anni fa, penso che veramente ci sia poco da discutere, perché, come dicevo un momento fa, allora mancava uno dei presupposti essenziali proprio di una condivisione dell'identità nazionale, cioè il fatto di parlare la stessa lingua e di capirsi. Un italiano del Sud, un italiano del Nord, se si incontravano, avevano bisogno dell'interprete, a meno che non fossero colti e parlassero la lingua letteraria. La lingua letteraria era comune ed era uno dei fattori di unificazione culturale del paese, ma era parlata da una minoranza. Le persone comuni, se si incontravano, non si capivano. Da questo punto di vista di progresso ne abbiamo fatto, e non poco. Si dice che invece, per esempio, se guardiamo agli ultimi cinquant'anni, forse il processo è più discutibile. Alcuni sostengono, per esempio, che in mezzo secolo di storia repubblicana, anche perché hanno governato forze politiche ispirate a tradizioni che non erano quelle risorgimentali - Lei sa che le forze politiche di ispirazione risorgimentale erano i liberali, i repubblicani, i democratici, che, a partire dalla nascita della Repubblica sono state forse minoritarie nell'Italia democratica - ecco, qualcuno ha sostenuto che, proprio per questa egemonia politica di forze non di origine risorgimentale, per una certa obsolescenza delle idee di nazione, di patria, così come erano diffuse, praticate nell'Italia liberale e poi anche nell'Italia fascista, e anche per colpa dell'inflazione che di queste idee fu fatta nell'Italia fascista per l'imposizione autoritaria, per tutto questo l'Italia repubblicana abbia sofferto di un deficit di coscienza nazionale, di cultura nazionale. E quindi, da questo punto di vista, noi dovremmo dire che nell'ultimo mezzo secolo le cose non sono andate migliorando. Può essere anche vero, probabilmente è vero, però io penso che sia molto più importante quello che dicevo un momento fa, cioè che dal punto di vista dei comportamenti, dei consumi, delle abitudini, delle mentalità, gli italiani di oggi, sono più, grazie al progresso economico, grazie a una maggiore diffusione del benessere, non eguale, non equilibrata, ma comunque a una maggiore diffusione in tutta Italia di certi livelli di benessere, grazie a tutto questo, oggi ci siano più di quanto non ci siano mai stati, i presupposti materiali perché ci si senta più italiani. Certo questi presupposti non bastano. Il benessere può indurre, come è successo, anche spinte centrifughe, anche movimenti di contestazione dell'unità, ma la premessa, ovvero che gli italiani si capiscano fra loro, condividano certe esperienze, si sentano più simili, proprio sul piano della vita concreta. la premessa c'è. E quindi è possibile che oggi forse si possa dire di essere più italiani non solo rispetto a cento anni fa, ma anche rispetto a cinquant'anni fa.

  puntata registrata il 7 dicembre 2000

Siti Internet

Il sito del Quirinale - la spiegazione storica di tutti i simboli della Repubblica
http://www.quirinale.it/

Istituto del Risorgimento italiano
http://www.risorgimento.it/


Biografia di Giovanni Sabbatucci

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